"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, dicembre 29

Sull'inizio - (01/01/2009?)

Inizia l'anno nuovo. Nei giorni scorsi un amico mi diceva: «Che festa stupida. Perchè dovrei andare nei locali dai prezzi gonfi o far festa per un giorno che si è scelto essere il primo di un anno?». In effetti lui colpisce un punto interessante e, esclusa un po' di iniziale reticenza, ho preso subito a cuore la sua osservazione. La prima riflessione è che le dimensioni e le usanze di questo «inizio» stridono abbastanza con il clima raccolto e, per pochi, di forte spiritualità del Natale. Ora, cosa c'entrano l'anima e il Natale in questo contesto? Mi veniva in mente Gregorio di Nissa: «con Te percorrerò sempre nuovi inizi». Certamente la citazione così astratta da tutto il proprio contesto non vuol significare nulla; eppure pensavo che probabilmente per l'uomo pensare l'Inizio, quotidiano o metafisico, fisico o temporale, sia più una necessità logica (del Logos) che una «convenzione», come diceva il mio amico. Certamente il fatto che proprio quel giorno lì sia nominato "Capodanno" è una convenzione, un accordo tra uomini appartenenti ad una stessa tradizione, ma vorrei ora toccare un piano ulteriore. Mi pare, difatti, che la concezione lineare/circolare Inizio-Processo-Fine sia realmente un bisogno della ragione. Non a caso Gregorio parla di «nuovi inizi», perchè la nostra anima/mente ha bisogno di pensare l'inizio, ha bisogno di pulsare verso il futuro, verso il nuovo, esplodere a partire da un punto di frattura, perchè Ri-cominciare è strutturalmente la nostra energheia. E allora ben vengano le convenzioni se queste ci aprono ad una nuova "vita dell'anima", ad una con-versione, perchè nulla nasce se non in forza di una frattura, di un «salto» (Kierkegaard). «Non pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada». Pensare l'inizio significa pensare la vita contro l'angoscioso ritorno dell'uguale, contro la soffocante staticità dell'eterno movimento circolare, quasi incolore, quasi di pietra. La quiete, da Hegel, non è vita: solo il movimento, il «poièin», Salva. L'augurio è che questo inizio sia realmente un «nuovo inizio» per voi stessi. Buon 2009.


giovedì, dicembre 25

La nascita di Dio nell'anima dell'uomo

La predica di Natale di Johannes Tauler

“Un bimbo è nato in noi, un figlio ci è stato dato” (Is 9,6)

Questa predica sulla triplice nascita di Dio insegna come dobbiamo raccogliere le tre forze della nostra anima e rinunziare alla nostra volontà.

In questo giorno la santa cristianità celebra una triplice nascita, in cui ogni cristiano dovrebbe ricevere immensa gioia e giubilo interiore. E un uomo che non sperimentasse nulla in sé dovrebbe spaventarsi. La prima e più sublime nascita avviene nel momento in cui il Padre celeste genera il Figlio unigenito nell'essenza divina e nella distinzione della persona. La seconda nascita, che oggi viene appunto celebrata, è la vergine e pura fecondità materna. La terza nascita avviene quando Dio nasce, in modo vero e spiri­tuale, ogni giorno ed ogni ora nell’anima buona. Queste tre nascite del Signore vengono celebrate nelle tre sante Messe. La prima Messa si celebra nella notte oscura ed inizia con le parole: “Il Signore mi disse: Figlio mio oggi ti ho generato”. Questa Messa tratta della nascita nascosta che avvenne nel­l’os­curo della sconosciuta divinità. La seconda Messa inizia con le parole: “Oggi la luce risplenderà sopra di noi”. E cele­bra lo splendore della natura umana divinizzata, parte nel buio e parte durante il giorno, poichè questa nascita era solo in parte co­nosciuta. La terza Messa si celebra con il chiarore del giorno e comincia con queste parole: “Un bambino è nato in noi e un figlio ci è stato dato”. In essa si simbolizza l’amata nascita che av­viene e deve avvenire in ogni anima buona e santa, solo se que­sta saprà rivolgersi ad essa con attenzione e amore, poiché se quest’anima vorrà sperimentare e sentire in sé tale nascita dovrà farlo rivoltando e raccogliendo tutte le sue forze. In questa nascita nell’anima, Dio diventa così aderente ad essa che sembra mai fosse altra cosa più pro­pria. La Sacra Scrittura dice: “Ci è nato un bimbo, ci è stato dato un figlio. Egli è nostro, più proprio di ogni altra cosa propria, egli nasce in noi ininterrottamente”. Di tale nascita a cui si riferisce l’ultima Messa vogliamo parlare per prima.

Se vogliamo che questa nobile nascita avvenga in noi nel modo più fruttuoso dobbiamo apprendere dalla prima nascita paterna, quando il Padre genera il suo Figlio nell’eternità. Infatti, per la sua infinità bontà Dio non poteva chiudersi in se stesso ma doveva diffondersi e comunicarsi. Come dicono Boezio e Agostino, la qualità e la natura di Dio è quella di diffondersi, così il Padre si è effuso nella proces­sione delle persone divine e poi si è diffuso nelle creature. Sant’ Agostino ha detto che “noi esistiamo perché Dio è buono e tutto quello che le creature hanno di buono deriva solo dalla bontà essenziale di Dio”. [...] La compiacenza di Dio si effonde in un amore ineffabile che è lo Spirito Santo, così Dio resta in se stesso esce da sé e vi rientra...Il corso dell'uomo come il corso del cielo sono i più nobili ed i più perfetti, in quanto ritornano alla propria ori­gine. La proprietà che il Padre ha di entrare in sé e di uscir­ne, la deve avere in sé anche l’uomo che vuol di­ventare una madre spi­rituale di que­sta nascita divina. Deve avvenire un energico rientro, una ripa­razione, un raccoglimento interiore di tutte le facoltà, le superiori e le inferiori, e deve esserci una concentrazione da ogni dispersione, così come tutte le cose unite sono più forti [...], come tutti i rami escono fuori dal fusto dell'albero, così tutte le facoltà sensibili, concupiscibili e irascibili, sono unite alle superiori nel fondo dell’anima: questo è il rientrare. Se deve esserci allora un'uscita, cioè un’elevazione al di fuori e al di sopra di se stessi, noi dobbiamo rinunziare ad ogni nostro volere, desiderio ed azione; non deve restarci che una nuda e pura intenzione di Dio e assolutamente nulla del nostro essere, divenire e guadagno, ma solamente un appartenergli, un fargli posto nella parte più elevata e più intima, affinché Egli possa realizzare in noi la sua opera e non venga da noi ostaco­la­to nella sua nascita. Perché quando due devono diventare uno, uno deve comportarsi da paziente, l'altro da agente. Se il mio occhio deve percepire le immagini sulla parete o vede­re qualunque altra cosa, deve essere privo di ogni altra immagi­ne, perché se avesse innanzi a sé un solo colore, non vedrebbe più alcun altro colore; o se l'orecchio percepisce un tono, non può sentirne bene un’altro. Qualsiasi cosa deve ricevere dev’essere vuota, libera e sgombra. A questo riguardo Sant’ Ago­stino dice: “Vuotati, perché possa essere riempito; esci per poter entrare”. E in un altro luogo: “O tu, nobile anima, o nobile creatura, perchè vai a cercare fuori di te Colui che è interamente, in tutta verità e nudamente in te; e dal momento che sei partecipe della natura divina, cosa ti importa di tutte le creature o cosa hai da fare con esse. “Se l’uomo pre­parasse così il posto, il fondo, non c'è alcun dubbio che Dio dovrebbe riempirlo completamente pure se dovesse rompersi il cielo per ricolmare il vuoto”. Dio non lascia le cose vuote, sa­rebbe contrario a tutta la sua natura ed alla sua giustizia.

Perciò è molto importante che tu taccia, così sentirai parlare il Verbo in te. Ma sii certo che se tu vuoi parlare Egli deve tacere. Non si può servire meglio il Verbo che tacendo e ascol­tando. Se gli farai posto uscendo completamente egli entrerà interamente, perchè né meno né più di quanto tu esci egli entra. Quando Dio, nel primo libro di Mosè comanda ad Abramo di allon­tanarsi dal suo paese e dalla sua parentela perché gli voleva mostrare ogni bene. Ogni bene è questa divina nascita che da sola comprende ogni bene. Il suo paese e la sua terra, da cui doveva uscire, simbolizza il corpo con tutte le sue concupicen­ze e disordini; per parentela s’intende l’inclinazione della facoltà sensibili e le loro fantastiche illusioni che attirano il corpo e lo tras­cinano, arrecandogli le agitazioni del piacere e del dolore, della gioia e della tristezza, del desiderio e del timore, dell’inquietudine e della leggerezza. Da tale famiglia, che è la parentela più prossima, vi si deve uscirne del tutto se si vuole il bene di questa nascita...Cristo ha detto: “Chi per amor mio lascia padre, madre e campi, riceverà in cambio il centuplo e in più la vita eterna” (Mt 19,29). Sant'Agostino ha detto: “Maria fu molto più felice perchè Dio nacque spiritualmente nella sua anima, che non per il fatto che nacque fisicamente da lei”.

Chi ora vuole che questa nascita avvenga nobilmente e spiritual­mente nella sua anima, come nell’anima di Maria, deve prestare attenzione alle qualità che aveva in sé la santissima Maria, che fu madre fisicamente e spiritualmente. Ella era una casta ancel­la, ed era una vergine fidanzata e viveva ritirata, separata da tutto, quan­do l’angelo si recò da lei. Così pure deve essere una madre spirituale di questa nascita di Dio: dev’essere una vergine casta e pura. Se ha perduto qualche volta la purità, deve riacquistarla e così ridiventa pura e verginale. ...Questa vergine deve vivere in ritiratezza; tutti i suoi pensieri, i suoi costumi, il suo comportamento devono essere interiori, così ella porta molto frutto, un grande Frut­to, Dio stesso, il figlio di Dio, il Verbo di Dio che è e porta in sé ogni cosa.
Maria era una vergine promessa; anche la nostra vergine dev’es­sere promessa, secondo l’insegnamento di san Paolo. Tu devi immergere la tua volontà mutevole nella volontà immutabile di Dio, affinché la tua debolezza venga sostenuta. Come Maria era una vergine ritirata, così deve essere ritirata la serva di Dio, se vuole sperimentare in sé questa nascita, astenendosi non solo dalle uscite materiali che talvolta appaio­no dannose, ma pure dalla pratica sensibile della virtù. Deve cioè fare calma e silenzio in se stessa, chiudersi in sé, nas­condersi e occultarsi dai sensi nello spirito; sfuggire spesso ad essi e realizzare in se stessa un silenzio, una pace interio­re.....Quando c'è un vero silenzio, allora si sente veramente il Verbo: perchè se Dio deve parlare tu devi tacere; se Dio deve entrare tutte le cose devono uscire. Quando nostro Signore Gesù Cristo entrò in Egitto, tutti gli idoli che erano nel paese caddero a terra; sono i tuoi idoli (nonostante ti dimostri buono e santo) che impediscono la vera e immediata entrata della nas­cita eterna del Cristo.

Nostro Signore Gesù ha detto: “Io sono venuto a portare una spada per tagliare tutto ciò che appartiene all’uomo, madre sorella, fratello; perché, quello che ti è intimo, è il tuo nemico, per­ché la molteplicità delle immagini che nascondono e velano in te il Verbo, impediscono questa nascita nella tua anima. (...) Che tutti possano preparare un posto in se stessi a questa nobile nascita, così da diventare una vera madre spirituale. Che Dio ci aiuti. Amen.


lunedì, dicembre 22

La nostra provocazione per il sociale

Volevo riflettere su una questione, alla quale, forse, essendo interessato in prima persona, sono tentato di dare un peso eccessivo. Mi riferisco alla provocazione di Officina Ortona in merito alle ripetizioni gratuite che da qualche tempo stiamo "offrendo" e alle quali abbiamo registrato una risposta pressocchè nulla. Premetto che a me personalmente e all'officina stessa non interessa farci mera pubblicità nè tentare di cooptare ragazzi perchè siamo un'associazione culturale senza scopo di lucro o secondi fini che non siano la promozione delle attività giovanili e del fermento delle intelligenze. L'idea delle ripetizioni è sorta tempo fa poichè abbiamo notato come troppo spesso si combinano alcuni elementi importanti:

1) Ragazzi che hanno difficoltà con lo studio.
2) Mancanza di tempo in familia da dedicare a seguire il figlio.
3) Mancanza di denaro da investire nelle ripetizioni del figlio.

Accade che i genitori o lavorano o, per un valido motivo qualsiasi, a casa non hanno qualcuno che sia disponibile a seguire i propri figli oppure non hanno condizioni economiche tali da permettersi delle ripetizioni e così i ragazzi rimangono fermi al palo, con i loro problemi, insoddisfazioni e voglia di lasciare la scuola. Parallelamente questo servizio, che tempo fa veniva erogato puntualmente dai salesiani di Don Bosco, oggi sembra in disuso o, quantomeno, poco "in voga". Nasce così un'idea che pur non essendo una novità assoluta nella nostra Ortona, costituisce oggi una forte provocazione a chi pensa che il movente di un qualsiasi lavoro sia il denaro e che la cultura stessa per sussistere debba veicolarlo. La qualità dei nostri aiuti non sarà certo degna dei palati più fini perchè siamo studenti noi stessi. Eppure troppo spesso i ragazzi delle scuole superiori in difficoltà non hanno bisogno di un professore geniale che li segua nelle ripetizioni, ma di un loro "compagno" con cui camminare nello studio, senza soffrire. Mi spiace che Ortona non abbia accolto le nostre idee, non ci abbia sostenuto e tutto sia passato così, in silenzio. Evidentemente i genitori sono contenti così, di questo studio, di questa società, di questa scuola o, quantomeno, dimostrano di non avere fiducia nel sociale e nelle capacità dei ragazzi, "i propri" e quelli dell'Officina. Ma neanche questa sembra essere una novità.


giovedì, dicembre 18

Il canto popolare

Giorni fa ho avuto occasione di commentare con alcuni amici i risultati delle elezioni regionali qui in Abruzzo e si discuteva della scarsa affluenza alle urne. Sostenevo che il 52% di voti sui possibili votanti è un dato davvero imbarazzante e per noi ortonesi ancor di più se notiamo che nella nostra cittadina i votanti sono stati il 46%. Gli italiani non meritano la democrazia. Questa assenza dalle urne a mio avviso è solo un insulto verso la nostra terra, verso il nostro passato e verso il lavoro e il sangue dei nostri antenati. A questo proposito, nel tentativo di rinvigorire il nostro spirito critico e farvi riflettere sul tema, vi invito ad leggere la poesia Il canto popolare di P.P.Pasolini, presente nella raccolta Le ceneri di Gramsci. Sulla rete si trova anche una registrazione della poesia recitata da Pasolini stesso (qui)

P.P.Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti 2006


domenica, dicembre 14

Ortona, Chiesa Cattolica, anno di grazia 2008

125. L’uomo folle. – Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”.

F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125


23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché calcolate la decima della menta dell'aneto e del comino, e trascurate le cose piú importanti della legge: la giustizia, la misericordia e la fede, queste cose bisogna praticare senza trascurare le altre.
24 Guide cieche, che colate il moscerino e inghiottite il cammello.
25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché pulite l'esterno della coppa e del piatto, mentre l'interno è pieno di rapina e d'intemperanza.
26 Fariseo cieco! Pulisci prima l'interno della coppa e del piatto, affinché anche l'esterno sia pulito.
27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché rassomigliate a sepolcri imbiancati, i quali di fuori appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine.
28 Cosí anche voi di fuori apparite giusti davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.
29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché edificate i sepolcri dei profeti e ornate i monumenti dei giusti
30 e dite: "se noi fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro nell'uccisione dei profeti
31 Cosí dicendo, voi testimoniate contro voi stessi, che siete figli di coloro che uccisero i profeti.
32 Voi superate la misura dei vostri padri!
33 Serpenti, razza di vipere! Come sfuggirete al giudizio della Geenna?

Vangelo secondo Matteo, 23




"Oggi è la festa del dono, sù, comprate cioccolatini per i vostri bambini!"
Un sacerdote durante la messa. Ortona,14/12/2008.


Non frequento le Chiese e le liturgie da molto tempo, non condividendo pressocché nulla di ciò che lì viene detto e compiuto, perciò faccio solo eco a questo episodio. La cosa tremenda non è tanto la parola del sacerdote, ma il fatto che chi me lo ha riferito lo ha fatto con serenità e "fede", senza aver il minimo dubbio. Ripeto con Nietzsche: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”



domenica, dicembre 7

Fine della morte?

Prendo spunto da un breve e significativo articolo di Paolo Ferrante (qui) per cercare di riflettere sul posto e sulla percezione dell'evento della morte nella "visione del mondo" della nostra società. Certamente la vastità del problema esula da questo contesto e perciò mi limiterò a riflettere su alcune affermazioni presenti nell'articolo citato. Come d'abitudine mi piacerebbe iniziare con l'inquadrare la genesi del problema e dei relativi tentativi di approccio, perciò - con buona dose di narcisismo - rimando ad una mia recensione ad un saggio di H.Jonas, Il problema della vita e del corpo nella dottrina dell’essere (qui) che illustra bene la questione.
se si affida la morte alla tecnica si finisce per assegnare delle risorse (umane) a questo affare che, di conseguenza, non ha più nulla di misterioso o di sacro, non è più qualcosa a cui educarci. E' un affare come tanti.
Così Paolo Ferrante chiude l'articolo e ci apre diverse vie: cosa significa affidare la morte? Solo salvaguardando sacro e mistero è possibile approcciarci con rispetto alla morte? Cosa significa educarci alla morte? La progressiva censura che il problema della morte, perchè di problema si tratta, ha subìto in questi ultimi anni è evidente anche ad una lettura superficiale e nella misura in cui è scomparsa un'educazione alla morte, è svanita anche un'educazione alla vita poichè essa è un fatto meramente biologico e la morte «è un affare come tanti», un elemento necessario per la conclusione di un processo accidentale, che è capitato a te per "caso", con la forma dell'ineluttabile sequela ordinata "nascita-vita-morte". La cosiddetta "morte naturale" viene oggi desiderata perchè rappresenta la "normale" conclusione: è l'espressione tipica della normalizzazione della vita e della censura della morte come evento, come fatto che tocca l'esistenza di un individuo, è la conseguenza di una visione meramente materialistica del vissuto, dove l'aggregato di atomi è, forse, prodotto da un mero clinamen e tutto è direzionato da un processo vorticoso. L'azione dell'uomo si innesta su questo processo di atomi con tal forza e "volontà di potenza", che l'obiettivo è ora determinarli empiricamente tutti, che anche la morte diviene un qualcosa di empirico, di accidentale come un clinamen, a cui accostarsi freddamente e in una fredda sala d'ospedale, tutta tinta di bianco. Paolo Ferrante richiama alla concezione sacrale della morte che resiste in alcune società Orientali, evidenziandone giustamente il calore e il significato che questo evento ha per la comunità. Ma quale via può aprirci l'Oriente se alcune pratiche e concezioni sembrano appartenere, con le dovute differenze, più al nostro passato che all'alba del futuro? Non sarà forse la coscienza filosofica occidentale, con la sua razionalità e spiritualità, a saperci indicare sapientemente la via? Affidandoci all'Oriente religioso e non filosofico, come spesso ascoltiamo indicarci, non staremo forse rischiando di falsare noi stessi?


giovedì, dicembre 4

Chi è il mio prossimo?



Chi è il mio prossimo? Come approssimarsi al prossimo? A cosa il prossimo mi chiama? Dove mi chiama? Nelle mie riflessioni ho avuto modo di approntare questo pròblema lasciandolo spesso aperto. Un'occasione per rientrare nella questio ci viene offerta da M. Cacciari e Mons. G. Ravasi nei loro interventi, dai quali sarebbe bene estrapolare una piccola antologia per fissare alcuni concetti ed espressioni da non dimenticare nei nostri futuri naufragi.

«Qual'è questa prossimità che non annulla mai la distanza, anzi che invita a pensare proprio la distanza come un tenere-insieme, un col-legare senza legare? Dove ha luogo questo movimento, per cui possiamo pensarlo davvero come necessario? In noi stessi. Cos'è più prossimo a me di me? Dove posso trovare una prossimità più prossima? Qual'è quel prossimo che non potrò mai fare a meno di avere con me? me stesso. E non è qui che trovo la necessità della distanza? Quando mai so chi sono? Quando mai cesso di essere straniero a me? Quando mai cesso di essere pròblema a me? Quando mai cessa di venirmi addosso la domanda "chi sono?" Quando mai ho dato una risposta esaustiva a quella domanda trasformandola in uno "stato": "io sono quello, io sono questo volto e nessun alto. Io sono questa persona - maschera - e nessun altro." Quando mai? Eppure è il mio prossimo più prossimo, potete pensare un prossimo più prossimo di voi stessi? E sapete chi siete? Non è un approssimarsi continuo a questo pròblema? Non è una continua ricerca di "chi sono"? E potrà mai essere esaurita questa ricerca? Potrete mai sondare fino all'abisso del vostro passato, trovare un fondamento di voi? O quel Fondamento non diventa per l'appunto quella determinazione che toglie ogni Fondamento? [...] Questa ricerca, questo amore, questa indagine, questa verità del nostro essere che è sempre indaganda, da doversi cercare ancora, fa sì che noi siamo quel prossimo che ci è necessario, che mai gli è meno, che non possiamo mai cessare di essere in noi e tuttavia al quale non possiamo mai dare una risposta che esaurisca questo movimento di approssimazione. Il prossimo è un'approssimazione costante verso se stessi. Una ricerca che dobbiamo compiere e che sappiamo allo stesso momento in-compibile. Per compierla dovremmo appunto sapere la nostra origine, giungere a quel fondamento ultimo che è chiaramente, se lo pensiamo, come ciò che toglie ogni fondamento. Una continua esperienza dello Straniero che sta in me.»
M.Cacciari


mercoledì, dicembre 3

sabato, novembre 29

Da Parmenide a Cusano per un nuovo Fondamento

L'intervento odierno prende spunto dalla lettura di un saggio del prof. Klaus Held, fenomenologo, dal titolo «Sugli antefatti della prova ontologica dell'esistenza di Dio - Anselmo e Parmenide», reperibile a questo indirizzo (qui). Gli spunti sono tanti e non ho intenzione di percorrerli tutti, sia per ovvie questioni pratiche sia perché non sarei in grado di esaurire determinati punti polemici e mi riferisco in particolar modo alla presenza del nominalismo in Anselmo stesso, che Held segnalava. Mi piace invece sottolineare un'osservazione più ad amplio raggio, presente a pag 18 del testo, quando l'autore nota che «il tentativo di trovare una certezza inconfutabile come punto di partenza per tutti i successivi passi di riflessione» è presente nelle tre opere fondanti le tre grandi epoche dell'onto-teo-logia prima di Kant: Il poema didattico di Parmenide, il Proslogion di Anselmo e le Meditazioni metafisiche di Cartesio. Benchè Held non abbia approntato la questione ad amplio raggio e si sia concentrato, documentandosi, sui rapporti tra Parmenide e Anselmo, mi verrebbe da sottolineare questo dato, che probabilmente può apparire scontato, ma di fatto è uno dei tanti importanti fili rossi che possiamo rintracciare nella tradizione occidentale. Sin da Parmenide, infatti, l'episteme è quella ricerca di un fondamento indiscutibile in sè a partire dal quale fondare la conoscenza, quel sapere che «sta» al di sopra del divenire e che si «distingue dalla conoscenza estranea alla filosofia non principalmente per il suo contenuto, ma perché è - per dirlo con le parole di Kant - un nuovo "modo di pensare", un nuovo concetto di vita in confronto con il modo di pensare e il concetto di vita estranei alla filosofia» (doxa). D'altronde, come scrive Cartesio:
alla mia mente piace di divagare, e non si adatta ancora ad essere costretta entro i confini della verità. E sia pure, allora: consentiamole di andare a briglia sciolta, ancora per un volta: ma affinché ritirandole poi subito la briglia ad arte, essa accetti più facilmente di venire guidata.
R. Descartes, Meditazioni metafisiche, tr. it. di S. Landucci, Laterza, Roma 1997
Qualsiasi metodo (strada) sgorga da un punto di partenza che per questo tipo di pensiero deve essere «indiscutibile in sè», un ens necessarium che possa produrre conoscenze vere e necessarie, «chiare e distinte» nel nostro intelletto, già adeguate alla res; da qui facilmente nascerà quella mathesis universalis cartesiana su cui tutta la scienza ha trovato fondamento, almeno sino alla crisi einsteiniana, censurando l'evidenza che «il problema di una certezza originaria di-per-sé-indiscutibile della filosofia resta». A questa struttura, sino ad ora incompleta se non fallace, opporrei un concetto di verità differente, emerso lungo tutta la tradizione neoplatonica e che trova una formulazione a noi utile nel 1440, quando Nicola Cusano rielabora e concretizza il problema del fondamento nel metodo della docta ignorantia e nel concetto di congettura.
Tutti coloro che indagano giudicano qualcosa di non conosciuto in comparazione con un che di conosciuto posto alla base, portando l'uno in proporzione con l'altro; pertanto tutta la ricerca è comparativa e si serve del mezzo del rapporto.
Nicola Cusano, De docta ignorantia. I, 1, tr. it. di G. Santinello, Rusconi, Milano 1988
La ragione per Cusano si configura come totalmente inadeguata alla comprensione pura della verità, dell'essenza delle cose e da questa prospettiva può emergere il vero non come conoscenza «chiara e distinta» da «possedere», bensì come «congettura». La congettura è quel concetto che edotto della propria incomparabilità con il Vero, scompare, ossia viene negato perchè inconsistente rispetto all'inattingibile Verità; eppure, in questo sottrarsi esprime l'unica autentica relazione che l'uomo può condividere con la Verità e in tale prospettiva anche la proporzione riassume la sua capacità significativa. Personalmente mi sento di affermare con Cusano che la verità appare nello scomparire del concetto e finché continueremo ad insistere sul filone Parmenide-Anselmo-Cartesio, per parafrasare Held, continueremo a porci il problema della certezza originale in quei termini e allora esso resterà realmente insuperabile.


giovedì, novembre 27

Un mondo irreale

Oggi prendo spunto da una gradita e-mail di un amico, il quale mi invitava a riflettere su un video particolarmente "pungente" trovato nella rete (qui). Con cognizione di causa parlo di "video pungente" perchè una scena del genere colpisce direttamente la nostra sensibilità e, forse, il nostro stomaco, benché siano "soltanto" dieci minuti, questi sì, davvero noiosi.
Cosa ne pensi di quella roba? Che effetto può avere sui ragazzi che si ritrovano quelle trasmissioni sparate nelle TV appena le accendono... che ascoltano quei non-discorsi....che guardano un mondo irreale...
Ti mando uno stimolo a riflettere su questo massacro culturale
La preoccupazione è giustamente ad amplio raggio, è culturale, perchè forse il "male" della nostra società è davvero culturale e poco importa se si chiami Nichilismo o altro, perchè è un vuoto ben visibile che aleggia su tanti non-discorsi, in tanti non-luoghi (Augé), come quella sala televisiva. Le vie da percorrere nel tentativo di risponderti sarebbero tante, una delle quali potrebbe coinvolgere proprio Augè e il suo neologismo (ad esempio) oppure alcune riflessioni più importanti sul nichilismo (in cui neanche sarei capace di entrare), ma per evitare di sottrarmi al punto più inquietante che ponevi, eviterò di percorrerle per chiedermi radicalmente con le tue parole: «Che effetto può avere sui ragazzi?». La questione che tocchi è drammatica perchè è la questione sul nostro futuro, la questione intorno alla quale non a caso gli antichi facevano leva nel concepire tutta l'etica. L'educazione dovrebbe esprimere dei valori o dei modelli efficaci a cui il ragazzo si ispira per imparare "come si fa", per imparare passo passo ad entrare nella società, sia a livello esteriore, ossia nel rispetto delle leggi vigenti, sia a livello interiore, maturando l'idea dell'altro e interiorizzando determinate indicazioni. La televisione svolge un ruolo importantissimo nell'educazione, soprattutto nei tempi attuali, quando viene spesso concepita da molti genitori come una sorta di babysitter a cui affidare i bambini. Vorrei sottolineare che prendo semplicemente atto della situazione, senza tono polemico; difatti trovo che chi ritiene indegno tale comportamento, pur discutibile, sia per lo più nella posizione di chi problemi seri non ne ha, perchè se una coppia non possiede il necessario per sopravvivere è ovvio che debba lavorare anche la donna e paradossalmente lasciar solo il bambino diviene spesso l'unico modo per assicurargli una discreta vita, checché ne dicano alcuni moralisti. Ecco che la televisione diviene centrale nell'educazione di un bambino e scomparsi i modelli classici, quali la mamma casalinga, i nonni a casa e soprattutto svanita l'unione della famiglia, ci si deve affidare ad un altro tipo di "guida" che propone tipi. La prima televisione ha in effetti dato modelli importanti e ha contribuito all'alfabetismo di massa e mi riferisco ad alcuni programmi, che ho ricercato con piacere sulla rete, in cui un maestro delle elementari insegnava a scrivere o a far di conto, ad esempio; eppure da quegli anni risuonano ancora gli ammonimenti contro una televisione "cattiva maestra" (Popper), e riflessioni sulla pericolosità del medium di massa, come ebbe occasione di fare Pasolini. Mi sono dilungato in questo tipo di discorso che può sembrare un po' nostalgico (o di "destra" come mi sono sentito dire) sui valori familiari e sulla televisione perchè credo che ogni critica debba farsi carico del proprio retroterra storico e giudicare a partire da quest'orizzonte. Certamente il passo da fare da quel tipo di sinergia e il "mondo irreale" odierno è abbastanza lungo, ma anche semplicemente tentare un confronto può essere efficace per far emergere il vero fattore discriminante: la tendenza al guadagno, all'amor sui. Evidenziando gli estremi è possibile agevolmente costruirci la strada all'interno e comprendere che la direzione è tracciata da un tentativo a concepire la televisione come mezzo di guadagno, a far leva sugli sponsor, sulla volontà di fornire un modello per guadagnare e non per educare. La televisione propone modelli "ben riusciti" in un mondo irreale, perchè il sogno è facile da vendere. «Che effetto può avere sui ragazzi?» Guarda, «è probabile che il mondo finirà proprio così - nota Kierkegaard - fra l'entusiasmo divertito di uomini spiritosi e imbecilli che crederanno (o cui la televisione avrà fatto credere, potremmo aggiungere noi) si tratti di uno scherzo.» (dal post "La televisione e la fine del mondo")


sabato, novembre 22

"Gli spazi nella città" con M.Cacciari e V.Sgarbi

A causa di alcuni impegni arrivo in ritardo nel segnalarvi questa interessante discussione, su tema a me molto caro, avvenuta la sera del 19 novembre ad Otto e Mezzo, ma per fortuna quella mezz'oretta di programma è presente sul sito dell'emittente La7 (qui). La discussione verte soprattutto sulla funzione dei sindaci e di gruppi locali nella valorizzazione degli spazi cittadini, nell'orizzonte della città, benché i casi citati dai sindaci Sgarbi e Cacciari siano legati ad opere di grande fattura, quali il restauro delle vecchie abitazioni di Salemi o la gestione dei musei a Venezia. Ciò che mi interessa primariamente e che possiamo assumere anche per la nostra Ortona è la concezione di città quale orizzonte entro il quale coordinare le risposte alle esigenze cittadine, alle iniziative culturali oppure a qualsiasi altro programma e interesse. Si tratta di mutare la prospettiva in toto perchè pensarsi come città non può che essere uno sforzo quotidiano non solo dell'amministrazione ma di ogni cittadino, il quale dovrebbe comprendere che ogni suo interesse, se restituito solo al proprio ambito "privato" o di dinamiche chiuse entro un semplice scambio di favori, rimane sempre e solo fine a se stesso. Per scendere dalla teoria, un ragionamento tale emerge in questo filmato quando Cacciari e Sgarbi discutono dei graffiti sui muri della città. Partire da un punto di vista politico significa proprio capire che imbrattare i muri di una città può essere un'attività di arte e recupero, nel caso di ambienti (non si parla solo di muri) spenti, quali una stazione, il porto etc. e contemporaneamente può essere un atto vandalico se si imbratta un'opera d'arte o un muro di una costruzione quali i musei o il nostro teatro Vittoria, che ha il diritto di esser preservato nella sua integrità. Bisogna recuperare il punto di vista politico per la città e avere il collettivo e il globale come primo punto di riferimento e sul quale tornare sempre, per non perder la via e ricadere nel narcisismo del proprio orticello. Bisogna concorrere al recupero degli spazi e alla valorizzazione dell'ambiente circostante anche dal punto di vista economico: su questa linea ancora una volta richiamo l'indicazione di Sgarbi sulla costruzione di un vero "ambiente" intorno al museo, ovvero di una struttura con ristoranti, bar e attrattive, che possa funzionare come un nucleo di produzione economica tale da poter rendere, ad esempio, gratis l'accesso.


venerdì, novembre 14

Quanto "senti" il passato?

Il 14 novembre è una data particolare, poichè curiosamente ricorrono i decessi delle due maggiori personalità dell'età moderna, ovvero Gottfried Wilhelm Leibniz e, un secolo più tardi, Georg Hegel. Prima di iniziare la stesura dell'intervento e precisamente nell'accingermi a scrivere, sono rimasto d'improvviso come interdetto e di scatto ho alzato le mani dalla tastiera, chiedendomi: che senso ha stendere il panegirico di due persone defunte, seppur capisaldi della cultura occidentale? Che ragion d'essere ha un intervento che tratti del passato meramente tale, senza possibilità di andare oltre? Certo, Hegel mi avrebbe redarguito perchè la filosofia è innanzitutto coscienza di ciò che già "necessariamente" è stato. Così grazie ad Hegel e Leibniz o, insomma, tramite il triste incrocio delle loro vite, abbiamo l'occasione per porci il problema del passato: in che misura il nostro passato debba influenzarci? La nostra tradizione può sicuramente divenire la leva sulla e dalla quale sospingersi verso il futuro, ma a quale condizione? Più in generale, in che senso il nostro portato di essere situati in un "ci" (Heidegger) in un "orizzonte" (Gadamer) o nella storia dell'essere o del mondo (Hegel) debba influenzarci? Nella seconda Inattuale, Nietzsche sostiene che il suo tempo, l'ottocento della grande storiografia tedesca, è malato di passato. In che senso noi viviamo e sentiamo sulle nostre spalle la tradizione di pensiero che ci ha preceduto? oppure, meglio, questo sentire il nostro passato, non importa in che misura, quanto corrisponde ad un sentimento di responsabilità nei confronti dello stesso? I toni un po' manieristici che via via sto prendendo non devono sviarvi perchè il problema è, a mio avviso, tangibile nella quotidianità delle nostre decisioni e azioni. Poc'anzi ho richiamato il "sentire" e ho allargato il piano a più ambiti senza soffermarmi sulle questioni particolari perchè, almeno al primo livello, si parla di una presenza nella mente, una vera "coscienza" del passato ed è (o dovrebbe teoricamente essere) un "sentire" di tutti, indistintamente, perciò attendo le vostre considerazioni più varie e (spero) nelle direzioni più impreviste.


lunedì, novembre 10

La televisione e la fine del mondo

I mezzi di comunicazione (quelli pubblici, ovviamente; quelli privati, si sa, dicono sempre la verità!) non dovrebbero seminare sfiducia tra la gente, colorando a tinte fosche la nostra attuale situazione, che in fondo così grave non è: così Lui ci ha detto (ipse dixit) in questi ultimi giorni.
Torna spontaneo alla mente un celebre aforisma kierkegaardiano.
Un giorno, in un teatro di Copenaghen, durante uno spettacolo di comici (una sorta di Zelig danese), presero improvvisamente fuoco le quinte. Corse allora sul palco uno degli attori per avvertire il pubblico del pericolo, ma gli spettatori, che si stavano davvero divertendo, credettero si trattasse di uno scherzo e cominciarono ad applaudire. Allora il comico decise di ripetere l'avviso. Ma inutilmente: la gente continuò a sbellicarsi dalle risa e ad applaudire sempre di più.
E' probabile che il mondo finirà proprio così - nota Kierkegaard - fra l'entusiasmo divertito di uomini spiritosi e imbecilli che crederanno (o cui la televisione avrà fatto credere, potremmo aggiungere noi) si tratti di uno scherzo.

da una bacheca in Università, l'autore è anonimo
(ma, per inciso, a mio avviso si tratta del prof. Garaventa)


sabato, novembre 8

Inaugurazione di "Officina Ortona"

Questa settimana ho dovuto tralasciare la cittadella perchè la data di inaugurazione dell'associazione incombeva e i lavori (quelli materiali) dovevano esser completati. L'inaugurazione si è tenuta ieri e sono uscite già alcune proposte e problematiche da risolvere, perciò sono rimasto soddisfatto, nonostante si fosse prevista un'affluenza maggiore rispetto alla 50ina di persone presenti. In particolar modo avrei gradito una partecipazione attiva da parte dei ragazzi delle scuole superiori (ne erano 5-6) poichè lì abbiamo incentrato i nostri sforzi e le risposte sembravano esserci. Non importa, avranno modo di rimediare presto perchè ci incontreremo ogni venerdì, a partire dal prossimo, in cui cercheremo di concretizzare le prime proposte avanzate da alcuni ragazzi presenti, come il Cineforum, i caffè filosofici e la realizzazione di un punto internet nella sede. Eviterò di dilungarmi nella cittadella perchè d'ora in poi per qualsiasi aggiornamento e informazione vi rimanderò sempre al blog dell'associazione (http://officinaortona.blogspot.com/), dove ho pubblicato anche il mio discorso di apertura (qui). Contestualmente vi segnalo che in questi giorni usciranno alcuni articoli su "Il Centro" e "La Piazza" in onore dell'Officina. Grazie a tutti.


sabato, novembre 1

Nicola Cusano: anelare alla Sapienza significa essere edotti sull'ignoranza

E poichè [la Sapienza] è inesprimibile in ogni modo di parlare, non si può pensare alcuna fine di queste maniere di parlare, perchè essa è impensabile in ogni pensiero, essa, per la quale, nella quale, dalla quale tutte le cose sono. E non si devono stimare in alcun modo sapienti (possessori del sapere) coloro che ne parlano solo con la parola, e non per averla essi stessi assaporata. Per contro parlano della sapienza in quanto la sperimentano con gusto, quelli cioè che mediante essa sanno tutto nel senso di non sapere nulla di tutte le cose; infatti mediante la sapienza e da essa e in essa sussiste ogni sapere a sé cosciente. Essa stessa tuttavia, poiché abita nelle supreme altezze, non è gustabile da nessun sapore. Viene dunque gustata in modo non gustabile, poiché è ancora al di sopra di tutto l'assaporabile: al di sopra del sensibile, del razionale e dell'intelligibile. Ma ciò significa gustare non gustabilmente e da lontano, come quando si può chiamare anche un profumo una pregustazione non gustabile. Come cioè il profumo moltiplicato dalla cosa profumata e accolto in un'altra ci alletta a cercarlo, cosicché noi corriamo verso l'unguento nella scia del profumo degli unguenti, allo stesso modo l'eterna e infinita sapienza, poiché essa si riflette in ogni cosa, ci alletta, da una certa pregustazione dei suoi effetti, cosicché noi siamo portati verso di essa da un mirabile anelito. Poiché infatti essa è la vita dello spirito pensante, che ha una certa pregustazione insita essenzialmente, mediante la quale con tanta dedizione cerca la fonte della sua vita - che senza la pregustazione non cercherebbe, né, quando l'avesse trovata, saprebbe d'averla trovata - perché viene mosso verso di essa, la sapienza, come verso la propria vita. Ed è gioioso per ogni spirito ascendere costantemente all'origine della sua vita, per quanto sia inaccessibile. [...] E così avviene che l'inaccessibilità o l'incomprensibilità della sua vita sia la sua comprensione, oggetto di sommo anelito, come se qualcuno avesse un tesoro, dal quale attinge la sua vita, e giungesse fino a sapere che questo suo tesoro è innumerevole, imponderabile e immisurabile. Questo sapere l'incomprensibilità è il comprendere più gioioso e più desiderato, non invero in quanto si rapporta a colui che comprende ma al tesoro stesso della vita amatissimo, come se qualcuno ama qualche cosa perché suscita amore, costui è ricolmato di gioia per il fatto che si trovano in essa motivi infiniti e inesprimibili di amore. E questa è la più gioiosa comprensione da parte dell'amante, allorché comprende l'amabilità incomprensibile dell'amato. Se il suo amore si volgesse ad un amato comprensibile, non sarebbe di gran lunga tanto gioioso come quando gli consta che l'amabilità dell'amato è del tutto immisurabile, non finibile, non delimitabile con termini e incomprensibile. Questa è la comprensione più colma di gioia dell'incomprensibilità e l'ignoranza appassionatamente dotta, quando essa conosce a modo suo e, tuttavia, misurata sulla precisione, non conosce.

Nicola Cusano, De sapientia, p.9 tr. it. di G. Santinello


giovedì, ottobre 30

Questione dei preti omosessuali: dov'è la vera libertà?

La notizia che vi vorrei proporre di discutere oggi, che poi notizia non è, riguarda una delle tipiche reazioni di determinate associazioni o gruppi che si aggirano nel sottobosco della nostra democrazia e che sono spinti esclusivamente da moventi ideologici e di bassa lega. Nello specifico, benchè la situazione meriti maggiore approfondimento e non sia facilmente riconducibile a categorie di pensiero prestabilite, vorrei discutere il commento di tal Franco Grillini ad un comunicato della "Congregazione per l'educazione cattolica", sul quale potete trovare maggiori informazioni qui. Grillini è uno degli esponenti della comunità che in Italia dovrebbe difendere i diritti degli omosessuali, ma per completezza vi rimando alla sua biografia presente su Wikipedia (qui). Ad avviso di Grillini, le direttive della Chiesa Cattolica presentano una «brutale discriminazione che contribuisce a diffondere il veleno dell'esclusione e del razzismo omofobico». Non solo; Grillini illustra anche quali siano le dinamiche che soggiacciano a tali decisioni: «l'intento è quello di fugare il sospetto di essere un'organizzazione omosessuale di massa come accade inevitabilmente alle strutture monosessuali coatte basate sulla rigida separazione tra donne e uomini.». In questa sede non vorrei entrare nel merito della decisione ecclesiastica, ma mi limito ad osservare che la spiritualità non passa per le abitudini sessuali dei soggetti ma appena tematizzata è già oltre, in quanto si appella a quel fondo comune ad ogni essere umano: l'anima. La Chiesa Cattolica, se fosse un'organizzazione realmente dedita allo Spirito e non al conservatorismo politico, non si occuperebbe neanche di questi "accidenti". Ma per tornare alla critica di Grillini, è ben visibile che non solo determinate affermazioni appaiono di pessimo gusto, sgradevoli, ma fanno emergere tutte le caratteristiche di questi nuovi bigotti, impegnati nelle polemiche sterili e nel sobillare le piazze. Una critica intelligente avrebbe colpito nel segno perchè questo tema risulta esser sensibile non solo alla comunità omosessuale, ma a tutta la comunità dei credenti e dei laici attenti alla spiritualità (come il sottoscritto). Una critica seria e non veicolata da urla e insulti potrebbe portare davvero ad un cambiamento nella concezione della spiritualità, nella libertà del pensiero e della parola. Ma evidentemente siamo ancora molto lontani dall'età della Ragione (altro che Illuminismo) dato che entrambi i contendenti della querelle mostrano mero disinteresse alla costruzione di un mondo Libero: sono mossi da brutale (questa sì) volontà di affermare sè stessi (eigenschaft).


venerdì, ottobre 24

Sappiamo solo occupare?

Questo scritto ha avuto difficoltà a nascere, perchè non è semplice prender coscienza della chiusura dei propri orizzonti. L'impressione è quella di essere chiuso da ogni lato, di trovarsi davvero tra vasi di ferro, come il simpatico Don Abbondio. Il teatrino della politica e delle manifestazioni di piazza diviene tremendo e insopportabile quando tocca le fondamenta della civiltà. La cultura è una cosa seria, non si può piegare alle esigenze economiche nè alla violenza delle manifestazioni di massa, in cui "non si sa chi decide", come scriveva Heidegger. Ieri sera leggevo un articolo dell'ANSA, a cui come di consuetudine vi rimando (qui) sulle cosiddette "occupazioni" delle scuole superiori e delle università. Questa mattina hanno occupato anche la scuola di mia sorella. Mi torna in mente quella mattina di 3 anni fa, quando formai un "fronte del no" in occasione di una pseudo-occupazione che un caro amico organizzò al nostro liceo: subito rimasi contrariato e mi mossi a riguardo. Ovviamente fui etichettato come "schiavo del potere" e non mi sorprenderà se qualcuno, dopo aver pazientemente sopportato questo scritto, tornerà a pensarlo. In poche questioni riesco ad esser categorico, ma in questa occasione non ho remore nè timore nell'evidenziare come la violenza degli studenti sia l'equa risposta all'inadeguatezza della nostra classe dirigente e viceversa. Non si esce dal circolo: nel teatrino della vittima-studente che diviene carnefice, si sta palesando il tramonto della nostra società. Il paradosso di questi movimenti è facilmente riscontrabile: basta ascoltare un discorso di chi è in prima linea "in difesa della cultura". Nella maggior parte dei casi i nostri paladini non riescono a formulare una frase grammaticalmente decente o ad esprimere un pensiero che sappia cogliere le diverse angolazioni e problematiche. Nella stragrande maggioranza dei casi sono ragazzi che a scuola ci sono a malapena andati e tra i quali regna il mono-pensiero. Tutto prende la forma del "si", perchè è tipico della massa irresponsabile quel taglio delle differenze che soggiace solo ad una mera omologazione verso il regno dell'istinto. Così "si" va per assalto, per ira, come il leone Achille, immerso nei valori agonali del mondo pre-politico. Si "carica", si occupa, si rendono le aule delle stanze da divertimento, si porta la playstation in classe, le casse, le cuffie, la palla da calcio, si fumano spinelli, si scrivono striscioni con un profondità degna di bambini delle elementari, si portano i bambini delle elementari ai cortei, si chiamano i sindacati, si urla, si sale in cattedra, si imita Travaglio, poi Grillo, poi si urla ancora, poi si bloccano i treni delle ferrovie, si provoca disagio a chi non c'entra, ci si scontra con la polizia (perchè fare sassaiole li fa sentire come i "mitici" anni 70) etc. etc. Se questo è il modo di difendere un valore "santo", come la crescita culturale delle nuove generazioni, io non ci sto. Se devo affidarmi a costoro io non ci sto. Se questo è il massimo che gli studenti sanno esprimere, allora forse è il segnale che la nostra cultura è già finita. Mio figlio crescerà con i dialoghi di Platone sotto braccio e mi sarebbe piaciuto se tanti altri li avessero già letti.


giovedì, ottobre 23

Associazione culturale "Officina Ortona"

E che dire di una società che non impiega il massimo della sua forza biologica, quella che i giovani esprimono dai quindici ai trent’anni, progettando, ideando, generando? […] Non è in questo prescindere dai giovani il vero segno del tramonto della nostra cultura?

U.Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli 2007



L’Associazione Culturale “Officina Ortona” si propone di avviare una serie di dibattiti su qualsiasi tematica, fatto o questione riguardante la quotidianità del vivere cittadino. Gli incontri hanno l’aspetto di “laboratori” ovvero di spazi aperti ad ogni iniziativa e proposta in cui ognuno possa partecipare attivamente, esprimendo in libertà il proprio punto di vista e dando il proprio contributo nella forma e nelle modalità che preferisce. Il laboratorio è rivolto a tutti cittadini, in particolar modo ai giovani, che difficilmente hanno a disposizione un luogo dove discutere e crescere insieme. L’intento è quello di creare un gruppo compatto che sappia “pensare insieme” e che riesca ad affrontare in maniera dinamica le problematiche e le questioni fondamentali per la vita cittadina.

Per iniziare la serie di laboratori abbiamo pensato di introdurre il tema che maggiormente ci sta a cuore, ovvero il ruolo e le possibilità dei ragazzi nella vita cittadina. La discussione è libera, pertanto potrà prendere la direzione che sembra più opportuna senza limitazioni di sorta. Alla conclusione di ogni laboratorio sarà dedicato uno spazio per scegliere insieme il tema del prossimo incontro.


07/11/2008 : Primo Laboratorio, dal tema "I giovani e gli spazi della città"


Il presidente, Andrea Fiamma
officinaortona@gmail.com
www.officinaortona.blogspot.com




venerdì, ottobre 17

Dio in tribunale?


Noi studenti di filosofia siamo abituati alla messa in discussione radicale di ogni asserzione e di ogni principio. Nelle pagine finali della Kritik der reinen Vernunft, Kant chiama dinanzi al "tribunale della ragione" i concetti metafisici di Dio, dell'immortalità dell'anima e della libertà. L'acuta critica del filosofo vibra nel cielo della ragione, è la colomba che vola, eppure c'è chi ha pensato di far vibrare fisicamente determinate accuse. Leggo difatti, con stupore, su Repubblica, la notizia di un senatore americano che ha intentato una causa contro Dio, ritenuto responsabile di continue "minacce terroristiche" e di "terremoti, uragani, guerre e nascite di bimbi con malformazioni". Vi rimando direttamente alla pagina citata (qui), anche perchè sarebbe sgradevole dover commentare ulteriormente.


venerdì, ottobre 10

Una questione di "tolleranza religiosa"

Ieri notavo un breve commento apparso su "Il Foglio" (qui) nel quale si metteva in discussione "la provocazione lanciata da tre consiglieri regionali liguri del centrodestra" di mettere a referendum la concessione o meno di costruire un "edificio destinato a ospitare riti religiosi". Premetto che l'occasione di tale tematica giunge soprattutto dalla discussione del post Ai figli il cognome della madre. Perchè? e in questa occasione pretendo di allacciarmi alla politica nel senso originario, prescindendo dal calderone attuale. Ci tenevo a precisarlo per evitare che qualcuno possa leggere, tra le righe, alcuni ipotetici riferimenti a precedenti parapiglia avvenuti in questa sede (questo in particolare). Entrando nel merito dell'articolo, inizierei con il puntualizzare un elemento decisivo: la critica che mi sento di muovere non è tanto alle conclusioni, con le quali sostanzialmente sarei persino in accordo, bensì al percorso e ai motivi che le sorreggono. Partiamo pertanto dalle conclusioni:
La democrazia dovrebbe fermarsi dove c'è il dialogo tra l'uomo e Dio. Tutto quello che accade entro quella sfera, riguarda noi (individualmente) e Lui, non la collettività. I vostri diritti finiscono dove iniziano i miei; e il vostro diritto alla politica finisce dove inizia il mio diritto a Dio.
In questo secolo l'idea di tolleranza religiosa ha oramai preso il sopravvento in occidente e difatti la chiusa dell'articolo segue proprio quel profilo, nato dall'incontro delle tendenze ireniche del 1500 con la vocazione politica (non a caso), da Locke a Lessing e per tutto l’illuminismo. Dal mio punto di vista quest'idea non solo è riduttiva nei confronti della criticità delle questioni approcciate dalla religione, ma soggiace ad una tremenda tendenza conservatrice e ad un "amor sui" lontano da ogni spirito veramente religioso. Nel suo tentativo di salvaguardare le particolarità delle differenti religioni, in realtà la "tolleranza" si arrocca sulla tradizione e sulla legittimità acritica del passato, evitando di porre in questione le usanze e i "dogmi culturali", perchè porsi in questione significa innanzitutto esser disposti a rinunciare al proprio passato, da analizzare certo in maniera saggia e non da violentare con il martello. Parimenti questo forte tentativo di aggrapparsi alla mondanità di una religione genera indifferenza verso la spiritualità perchè quella religione lì è divenuta mera "cultura", nel suo senso etimologico di "recinto", "contenitore", ovvero è divenuta un portato, un oggetto, un ente da equiparare agli altri, ente tra gli enti, mai aperto all'ulteriorità della vita. L'altra faccia della medaglia è nota, poichè nell'indebolire (un termine caro al nostro Gianni Vattimo) la pretesa veritativa della religione, diminuisce la possibilità di fondamentalismi e la carica di violenza connessa, certo un risultato lodevole. Tuttavia questa non è più religione ma "cultura". Ricapitolando, sostengo qui che la tolleranza religiosa è fondata su un concetto di "tradizione" di marca conservatrice e stravolge l'idea di religione, creando il canone per buona parte dell'illuminismo, così da risultare inefficace a rispondere ai problemi dell’uomo e determinando in buona parte l'allontanamento contemporaneo dalla spiritualità. Buon gioco ha la politica, che, come anticipato, ha contribuito in massa a creare le condizioni e l'ambiente di sviluppo della "tolleranza religiosa". Che la soluzione all'enigma non sia nell'uscire da questo approccio? Che la chiave per l'armonia tra i popoli, per la "Pace della fede", non arrivi dalla politica e dalla separazione moderna Stato-Chiesa, ma dalla ragione stessa? Che la chiave non sia proprio il recupero (ermeneutico) della metafisica antica?


mercoledì, ottobre 8

L'infedele

Volevo segnalarvi che da quest'anno il programma televisivo di Gad Lerner, L'infedele, è visibile integralmente su internet al sito dell'emittente televisiva La7. (qui) Per quanto possa esser sgradevole far pubblicità, ho ritenuto opportuno avvisarvi di questo passo avanti verso il mondo della libertà di pensiero, perchè la cultura non può essere soggetta ad alcun copyright: la cultura non è di qualcuno ma è di tutti e deve essere fruibile immediatamente per tutti e non in formato "mini" (video-riassunti di 10 minuti). Le motivazioni del mio invito a seguire la trasmissione di Lerner non sono certo circoscritte alla nota precedente: la considero davvero "la migliore" del piccolo schermo, sia per la saggezza con cui viene condotta, che per l'efficacia dei temi, sempre pregnanti e mai scelti per "moda". Inoltre la "statura" intellettuale degli ospiti presenti è sempre motivo di interesse e qualità di risultati. A proposito di ospiti, nell'ultima puntata c'era Toni Negri in collegamento da Parigi.


domenica, ottobre 5

Video-intervista

Vi segnalo una divertente "video-intervista" che l'amica Maria ha realizzato e montato in occasione del festival della filosofia di quest'anno. Dopo aver pranzato con il classico cestino filosofico, ci siamo seduti a chiacchierare spensieratamente in Piazza Grande a Modena, in attesa di J.L. Nancy ed è venuto fuori questo video (ben montato). I temi trattati sono il caffè filosofico, in particolare quello di Pescara e i "nuovi arrivi" ad Ortona, con una breve anticipazione sulla nostra iniziativa (Officina Ortona).

Guarda il video



venerdì, ottobre 3

Francesco d'Assisi

Ma perch'io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che 'l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.


Dante Alighieri, Divina Commedia; Paradiso, Canto XI

Ho avuto difficoltà a trovare il modo di introdurre degnamente la figura di Francesco d'Assisi per il profondo rispetto e gratitudine che serbo nei suoi confronti e per questo motivo ho deciso di affidarmi alle terzine del Sommo Poeta, insuperabile nel dipingere l'amore e la spiritualità. Francesco d'Assisi si spense il 3 ottobre 1226 nella chiesetta della Porziuncola, il luogo dove volle tornare prima della morte, "ch'el meritò nel suo farsi pusillo"(Dante). La spiritualità di Francesco è realmente oltre ogni confessione e ogni considerazione razionale perchè non è ridotta alle sue parole, pur stupende, ma è testimoniata, è vita. Non a caso nelle terzine citate, il "venerabile" Bernardo di Chiaravalle, maestro dell'ascesi e della spiritualità, corre e s'attarda, non tiene il passo di Francesco e di donna Povertà sulla strada che corre lungo il monte delle beatitudini medioevali. Penso che sia superfluo dilungarmi ancora su questioni che magari son trattate meglio altrove e così vi invito a visitare la pagina che Antonello Lotti ha dedicato a Francesco sul suo sito. (qui) Personalmente sono stato molto legato a questa figura anche quando caldeggiavo posizioni totalmente diverse dalle attuali, com'è normale data l'età. In realtà la citazione dantesca e il canto non sono, come dire, nuovi del mio repertorio perchè, chi mi conosce ricorderà, sono parte della mia tesina di 5° liceo, in cui già provavo a porre in evidenza una sorte di "componente autentica" (così la chiamavo) del Cristianesimo, che in seguito con più coscienza e conoscenza, ho chiamato mistica. Spesso mi viene da sorridere quando penso che oltre Dante e Francesco citai Agostino, Nietzsche e Manzoni, tutti autori che negli anni venuti hanno avuto un ruolo importante per la mia formazione e a cui ancora oggi mi affido, certamente secondo un'ottica tutta diversa. Questa breve chiusa personale è il mio modo di ricordare quello che al liceo chiamavo un po' provocatoriamente "heiliger anarchist", poichè sono fermamente convinto che consegnare alla memoria un'esperienza di vita valga più di ogni altra parola spesa. Non è forse questo il Suo insegnamento?

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate

Francesco d'Assisi, Canticum fratris solis



lunedì, settembre 29

La natura umana

Ho deciso di dedicare un posto particolare nel blog alla questione perché vorrei cogliere l’occasione per precisare un’altra idea e un altro tema ricorrente nella nostra società. La discussione con Maria prende spunto dall'ultimo post e perciò questo intervento è scritto per lei, in seconda persona. Il senso che tu dai al termine Natura mi sembra sia da discutere perchè l'ho percepito molto affine al mondo degli animali e al mondo degli istinti e difatti concludi che "l'etica più "naturale" al mondo è proprio l'utilitarismo in tutte le sue forme, anche quelle più sofisticate." e parli esplicitamente del soddisfacimento degli appetiti:
L'appetito è un animale che cerca costantemente il suo "cibo". In chiave umana, l'Ego è il pragmatismo in persona che cerca sempre l'utile e il tornaconto personale.
In quest'ottica, la cultura è solo uno strumento per soddisfare appetito e appetiti diversi.
A me sembra che il termine natura debba essere esteso a tutto l'uomo e difatti, ma si sarà inteso, sono con Socrate e con gli antichi quando sostengono che l'uomo sia un insieme complesso e che compito dell'uomo sia vivere secondo la natura "più alta", non è l'aristotelica anima sensitiva, su cui fa leva un'etica degli istinti e del soddisfacimento, bensì l'anima razionale. Queste categorie sono certamente "vecchie", ma penso che, anche metaforicamente, rendano bene l'idea che sto cercando di trasmettere. Quando si parla di etica tuttavia il discorso è sempre complesso perché come (ancora) notava Aristotele noi non siamo solo ragione, ma anche e soprattutto pulsione e desideri quindi un'etica basata solo sulla ragione (Platone) è errata perchè non tiene conto della complessità dell'uomo. Va da sé che appare parimenti errata un'etica basata solo sull'elemento sensitivo, ovvero ciò che da Darwin in poi noi siamo erroneamente abituati a chiamare "naturale" e che assimiliamo a tutto il nostro essere, quindi anche alla ragione. L'idea darwiniana della ragione, che per ogni materialista è semplicemente una funzione del cervello, è un po' come l'anima sensitiva di Aristotele, si tratta di un cervello simile a quello che i medioevali chiamavano "cervello reptilico", ovvero quello che si preoccupa delle funzioni primarie (nutrirsi-dormire-riprodursi) e fondato sugli istinti. Ovviamente di riflesso a questo nuovo tipo di concezione si è sviluppata tutta una filosofia e una teoria della società che dal punto di vista politico ha generato già i suoi abbondanti danni, come aveva occasione di sottolineare George Orwell nel suo capolavoro "La fattoria degli animali", richiamato in foto. Mi sembra quindi che ci sia uno scarto qualitativo tra i due concetti di natura e che per comprendere a pieno la nostra vita ed elaborare un'etica non solo giusta ma che contribuisca alla nostra felicità, sia bene problematizzare il concetto di natura e provare ad estenderlo ad un parte di noi che traborda le schematiche dinamiche desiderio-soddisfacimento alla quale buona parte della società attuale vuole appiattirci. La mia personale convinzione è che davvero l’uomo sia a “immagine” di Dio nel senso che la sua infinita complessità sia impossibile da inquadrare e catturare in categorie che il Darwin o il Democrito di turno ci forniscono. La filosofia non nasce dall’uomo in sé, bensì dalla sua attività razionale e nasce proprio per mettere ordine su quel mondo di istinti e di valori individuali, contro cui Platone avrà modo di scagliarsi. Mi viene da pensare che hai ragione quando sostieni che filosofia e natura probabilmente non saranno mai affini, ma l’uomo ha l’opportunità di andare oltre la natura e costruire un ordine sociale che non sia regolato dalle leggi della natura bensì dalla sapiente amalgama di natura e razionalità, istinto e giustizia. Ma d’altronde questo sogno, che unisce Platone-Bruno-Nietzsche e Marx, sembra aver perso ogni fascino.


venerdì, settembre 26

Ai figli il cognome della madre. Perchè?

In questi giorni è apparsa sui giornali la notizia di una sentenza della Cassazione «con la quale chiede addirittura al primo presidente della Suprema Corte di poter in un certo qual modo colmare il vuoto normativo e dare la possibilità ai giudici di fare sì che, se i genitori lo vogliono, i figli possano avere il cognome della madre anzichè quello del padre. Diversamente, scrivono i supremi giudici, "se tale soluzione sia ritenuta esorbitante dai limiti dell’attività interpretativa la questione possa essere rimessa nuovamente alla Corte Costituzionale".». (da LaStampa.it) La questione mi ha interessato perchè, nonostante a prima vista possa apparire non essenziale o persino superflua, sembra realmente essere il prodotto di alcune concezioni tipicamente attuali di termini quali "libertà" e "diritto", che oramai veicolano ogni nuova proposta in una determinata direzione e sembrano realmente interiorizzate dalla maggioranza dei cittadini: ho sentito parlare di "diritto negato" e di libertà, su alcuni siti ho letto di un processo di modernizzazione e di progresso. Mi sembra che qui o ci sia forte ignoranza sui termini in questione oppure la nostra società sta divenendo talmente insofferente alla tradizione da andare a colpire con il martello qualsiasi traccia del passato, dimostrandosi, difatto, cieca e davvero poco razionale.

Il termine cognome deriva dal latino cognomen, tuttavia, per semantica, il nostro "cognome" è più vicino al latino nomen, ovvero quel termine che andava ad indicare il ramo della gens cui apparteneva un individuo, il suo legame di sangue con un determinato gruppo di persone. In realtà già l'accezione latina di nomen risulta essere una costruzione ulteriore rispetto alle usanze degli antichi greci, che indicavano spesso esplicitamente il nome del padre o dei propri antenati. Il sistema delle "discendenze" non nascondeva in realtà nessun limite o obbligo, ma era il contesto a partire dal quale un uomo si identificava e veniva identificato dalla propria comunità. Nel trascorrere dei secoli, le idee di un'appartenenza e identità espresse simbolicamente dal cognome hanno avuto sfumature e persino forti fraintendimenti, tra i quali vorrei ricordare il simbolo della "casata" nelle comunità mafiose. Nonostante il richiamo al passato sia stato breve e superficiale, emerge subito come il cognome sia il primo e ineliminabile simbolo dell'identità, della società in cui ognuno è nato e si trova a vivere.

Ben s'intende come una società che vuole fondare lo Stato su una scelta talmente libera che pretende di essere indipendente e autonoma da qualsiasi condizionamento stimi come un limite o un residuo irrazionale tutto ciò che non dipenda dalla nostra libera (anarchica) volontà. Ciò che mi colpisce è l'incapacità attuale di accettare la propria finitezza, quella che i medioevali a ragione chiamavano "dipendenza creaturale". L'uomo attuale non accetta che l'esser situato in una determinata società e contesto non sia una scelta che competa a lui e vuole scegliersi il sangue da cui essere generato e generare (procreazione assistita) e la tradizione nella quale venire inserito (scelta del cognome). Questa i greci la chiamavano Hybris.


martedì, settembre 23

In ritorno dal Festival

Ieri pomeriggio sono sceso a Pescara, ore 17,30, dal treno che mi ha riportato nella mia città da Modena. L'esperienza del festival di quest'anno credo sia stata particolarmente viva, non solo per l'appassionata compagnia che spesso mi stimolava alcune riflessioni, ma per miei maggiori dinamismo e concretezza nell'approccio all'evento rispetto allo scorso anno. Mi è inoltre sembrato di "portare a casa" davvero qualcosa da quelle "Lectio Magistralis", che troppo spesso passano come fiumi in piena senza lasciare poi molto sul terreno dove sono fluiti se non vuoto e, forse, maggiore confusione, rendendo di fatto il festival un'occasione "festaiola", come dice l'amico Diego (colgo l'occasione per farvi conoscere il suo blog). E' tuttavia vero che i contenuti espressi sono poi facilmente rintracciabili nei testi dei professori e può apparire scontato, ad esempio, che in questa sede segnali gli interventi di U. Galimberti e di E. Severino come i più pregnanti e problematici, tuttavia l'atmosfera di una piazza intenta a pensare, a ragionare (seppure in "solitudine"), nessun libro potrà mai restituircelo. Va da sè che queste esperienze mi fanno riflettere sulla portata di un pensare comune, "pensare insieme" e penso che sarebbe bene cogliere la sfida e la provocazione, in termini nuovi e "di rottura", come ci ripete Andrea D'Emilio, con il quale credo di avere in comune solo questo sogno. Chissà cosa ne pensa Carmine del festival, la sua onerosa multa ci ha scosso da subito! Tornando ai contenuti delle relazioni, volevo sottolineare il particolare affondo nella "Qabbala visiva" grazie a Giulio Busi, che mi ha aperto uno scenario importante di riflessione sull'immensa portata del platonismo nella mistica ebraica, di cui sono quasi totalmente all'oscuro, e dei nessi con l'occidente. A proposito di tradizioni lontane, mi ha colpito anche l'intervento della Bettettini, sull'iconoclastia nelle diverse religioni e nei differenti ambiti culturali. Il prof. Stanley Cavell mi ha rinfrescato la memoria sulla filosofia americana e sugli sviluppi, nonostante, me lo si conceda, la ritengo davvero molto poco stimolante, così come mi han deluso le riflessioni di ospiti attesi come J.L.Nancy (si è capito solo lui) e Salvatore Natoli, tanto fumo e niente arrosto.


mercoledì, settembre 17

Francesco Guccini: una vita in versi (a cura di Antonio)

Non è mai troppo semplice affrontare un discorso su di un personaggio così eclettico, istrionico e profondo, come lo è Francesco Guccini. La mia non vuole essere una biografia, nè tantomeno una spiegazione dei suoi testi, ma soltanto un innocente ed appassionato affresco di ciò che mi è rimasto dentro dall'esperienza gucciniana.

Guccini è, come lui stesso ama definirsi, un cantastorie. Ogni sua canzone narra una storia, che sia essa frutto di fantasia, o figlia di una realtà vissuta dall'autore, che tratti di gente o di emozioni, è comunque l'espressione di storie di vita. La vita e la ricerca del suo significato ricoprono, infatti, un ruolo essenziale nelle sue canzoni. Forse è superfluo sottolineare l'immensa capacità di Guccini nell'esprimere emozioni, sensazioni, sentimenti quasi intangibili ed incomprensibili ai più, all'interno di un così breve testo: la canzone. Ma cos'è una canzone? Uno specchio dove osservare le proprie sensazioni, paure, ansie; un ricettacolo di pensieri; o, per dirla con Guccini stesso, "un grimaldello che apre ogni gabbia". Sicuramente è un mezzo per esprimere qualcosa di profondo e cercare di trasmetterlo ad altri. Guccini da maestro dell'intreccio della parola la usa per affrontare tematiche interessantissime. La prima che mi sovviene è quella del tempo che passa. Pensiamo ad "Un altro giorno è andato", o a "Canzone dei dodici mesi", fino alla più recente "Autunno". Ma questo sentimento ricopre un ruolo da protagonista in troppe canzoni, il che rende impossibile elencarle tutte. Il tempo è per Guccini un'ombra che lo assalirà per sempre e che, molto lentamente, lo consuma, è una condizione dell'uomo a cui nessuno si può sottrarre ed è causa di angoscia nell'animo di chi ci ragiona su. La lancetta del tempo per Guccini è inesorabile come lo è l'inutilità della vita. Come si può ascoltare ad esempio in "Argentina", uno dei testi migliori a mio parere, la vita scorre priva di significato anche se si tenta di cambiare qualcosa, anche se si cercano nuovi obiettivi, ma tutto ciò sarà sempre inutile in quanto questa tragicommedia che chiamiamo vita non ci riserverà mai nulla di appagante. Da ciò si capisce che il cercare assiduamente le novità non salverà l'uomo dalla sua inettitudine naturale a trovare la felicità, anzi ne farà affiorare sempre maggiormente i dubbi e le perplessità, ragionamento che trova il suo culmine in:
L'Argentina è solo l'espressione di un'equazione senza risultato, come i posti in cui non si vivrà, come la gente che non incontreremo, tutta la gente che non ci amerà, quello che non facciamo e non faremo.
Il collegamento è netto verso un'altra tematica: la nostalgia per il non provato, tema che è forse l'embelma, l'espressione massima, della capacità di Guccini di scavare dentro l'animo umano. Oltre che in "Argentina", troviamo questo pensiero anche in "Autunno", "Una canzone" e varie altre. Se pensiamo a tutti i sogni che abbiamo avuto e poi abbiamo abbandonato ci rendiamo conto che da qui nasce una nostalgia atipica, in quanto non riguarda un ricordo, ma qualcosa di non vissuto. Così si crea un vuoto impossibile da colmare, perchè il "non provato" corrisponde il più delle volte ad un'utopia e non a qualcosa di tangibile e realizzabile. L'utopia rappresentata da "L'isola non trovata", il disagio nel pensiero irreale di "Samantha" con la splendida ultima parte: "Ed io burattinaio di parole, perchè mi perdo dietro a un primo sole, perchè mi prende questa assurda nostalgia?". La nostalgia è assurda perchè il pensiero su cui si abbatte non è reale ed è quindi irrisolvibile. Forse è difficile da cogliere l'aspetto positivo di tale ragionamento, eppure se si fa attenzione si arriva ad una lucida intuizione di Guccini: se non si può raggiungere alcun obiettivo senza volerne raggiungere di nuovi, se siamo condannati ad avere una nostalgia perenne per ciò che no abbiamo fatto e non faremo, l'unica cosa che ha significato è il durante, il mentre. Così l'uomo può rispondere alla sua insoddisfazione. Secondo Guccini non possiamo sapere dove ci porterà la strada che stiamo percorrendo, ma ogni uomo ha un ruolo nella vita. Nella stupenda "Von Loon", canzone dedicata al padre scomparso, si intravede la sua speranza: "Vai, vecchio, vai, non temere, che avrà una sua ragione ognuno ed una giustificazione, anche se quale non sapremo mai, mai!". In "Von Loon" troviamo un altro pensiero caro al nostro cantautore: esistono persone con una profondità d'animo che li differenzia dalle altre. Molte canzoni lo sottolineano a partire da "Vedi cara", arrivando a "Cirano". Quasi sembra una protesta, un'esibizione della sua stessa anima che urla verso chi tende a rimanere nel silenzio, a non decidere mai, a non pensare. Secondo Guccini infatti si deve sempre ragionare, domandarsi tutto. In "Shomer ma mi llailah?", Guccini ci invita proprio a domandare assiduamente anche essendo consapevoli di non ottenere mai una risposta. Il culmine di ciò si ha in un raro gioiello poetico, "Canzone delle domande consuete", in cui il cantautore esprime sia l'incapacità di dare risposte, che l'incapacità di molti di farsi domande: "Tu non sai le domande, ma non risponderei per non strascinare le parole in linguaggio d'azzardo; eri bella, lo so, e che bella che sei; dicon tanto un silenzio e uno sguardo.". Chi non è consapevole di tali domande non può che vivere meglio, in quanto chi si chiede tutto rimane privo di basi reali e vive una vita consapevole di non poter raggiungere una felicità che non esiste. Nessuno rifiuterebbe la felicità del non pensare se ne avesse l'opportunità, per questo il cantautore dichiara incosciente il rifiuto per tale felicità: "Rimanere così, annaspare nel niente, custodire i ricordi, carezzare le età; è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità?". Insomma, forse tutto ciò che siamo costretti ad affrontare è privo di senso, ma l'importante e continuare a pensare e riflettere su tutto, perchè il tempo passa inesorabile, a volte impalpabile, ma comunque portandoci via tutto ciò che abbiamo, come sottolineato nella stupenda "Incontro":
E pensavo dondolato dal vagone "cara amica il tempo prende il tempo dà... noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa... restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno: siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno..."
Allora per affrontare questa "partita" c'è bisogno di forza d'animo, e perchè no, anche di indignazione, perchè non si può non essere indignati se si pensa che ogni sforzo, ogni affanno, agni sofferenza, potrebbero non avere alcun senso e nessun traguardo da raggiungere. Vorrei su questo punto concludere lasciandovi all'ultima strofa di "Lettera", la canzone che secondo me racchiude in qualche modo tutto il pensiero di Francesco Guccini, esprimendo la speranza di poter ascoltare ancora per molto tempo le sue stupende canzoni.
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa... che chiami... vita...

Antonio


martedì, settembre 16

Ma tu ti conosci?

Oggi pomeriggio stavo pensando allo scorso festival della filosofia e mi tornava in mente la maglietta rossa del festival che riportai a mia sorella, su cui è ben visibile il motto delfico "conosci te stesso". Probabilmente non vi è nulla di più scontato che una riflessione su una delle pietre basilari della filosofia, eppure,l complice il mio recente affondo intellettuale nell'antichità, avrei qualcosa da scrivere. Nel mio primo intervento filosofico del blog, intitolato Smisurata preghiera, mostravo un video tratto dal film Cosa sono le nuvole? di P.P.Pasolini, che vi invito a riprendere in considerazione:
Guarda il video

Penso che sia interessante, ma voi confermerete, come questa tematica si intrecci con il "conosci te stesso" delfico, ma più propriamente Socratico, perchè: Chi di noi può dire di conoscersi? In che modo è possibile conoscere sè? Nel filmato in questione, Totò sempre suggerire una soluzione o comunque un approccio di tipo socratico/platonico: L'idea di fondo è che esista una verità in sè stessi, quasi un "vero-io" plotiniano o un fondo eckhartiano dove l'uomo può attingere la verità "di sè" solo "chiudendo gli occhi", o per dirla con Plotino guardando con gli occhi interiori. Questa è stata la via seguita da tutta la mistica occidentale (mistica derivva dal verbo greco myein che significa appunto chiudere, socchiudere gli occhi e la bocca e quindi anche tacere). Tuttavia la stessa tradizione antica rispose in maniera differente e polemizzando al suo interno, infatti Aristotele nell'Etica Nicomachea si impegna a sottolineare come ogni conoscenza e quindi anche quella di sè, è sempre veicolata da un soggetto che conosce e un oggetto da conoscere. Guardare in sè stessi per Aristotele non serve a molto perchè è sempre conoscenza di un oggetto e come tale può essere errata, non c'è nessun fondo o nessun luogo del vero io: è possibile conoscere sè stessi specchiandosi attraverso gli occhi di un amico, così come quando vogliamo vedere il nostro volto dobbiamo "specchiarci" in un oggetto, invece che tentare invano di "unirsi" con sè, come novelli Narciso.


domenica, settembre 14

Segnalo due articoli

Volevo segnalare due articoli pubblicati sull'ultimo numero della rivista dialegesthai a cui tengo particolarmente per l'amicizia che mi lega agli autori, ai quali faccio i miei complimenti.

Maria Devigili, Consulenza filosofica: luci e ombre di una professione paradossale

Emilio Carlo Corriero, Dioniso tra Schelling e Nietzsche


martedì, settembre 9

Ridatemi il Medioevo

Oggi ho trovato sul sito dell'amico Mario Paolini una pagina dedicata alle foto scattate in occasione della concelebrazione dovuta alla chiusura del "Giubileo di San Tommaso Apostolo Patrono di Ortona", di cui questa foto è parte. Premetto che non è una critica personale al lavoro di Mario, ma trovo che la cosiddetta Chiesa Cattolica stia superando i limiti della decenza anche qui ad Ortona, procedendo alla spettacolarizzazione di un rito, quasi fosse un concerto (non a caso ho scelto questa foto tra le tante) o un momento in cui la massa si aggreghi ad ascoltare umilmente la "star" sul palco o quegli uomini importanti vestiti di rosso o con strambo abbigliamento dai tratti medioevali. Io mi chiedo dove andrà a finire la dignità della Chiesa e dei credenti, com'è possibile partecipare con coscienza a manifestazioni (perchè tali sono) che di coscienzioso non hanno nulla, se non la calibrata spettacolarità e funzionalità per tasche dell'istituzione. Riconosco di essere duro con la comunità e con la Chiesa Cattolica Ortonese, ma mi dà fortemente fastidio che la spiritualità debba essere oggi declinata secondo la spettacolarizzazione e la "funzione" civile, perchè questo significa volerla far cessare e mortificarla, altro che nichilismo! La cultura "dell'immagine" in senso teologico, tipica della religiosità popolare che Maestro Eckhart tanto disprezzava diviene oggi cultura dell'immagine "televisivo", dello spettacolo, con luci e palchi, con vigili del fuoco a controllare, con militari e politici imbellettati. Povero Gesù, povero Spirito, povera Anima. Ridatemi il medioevo.


domenica, settembre 7

Lettera di Sgarbi al Corriere su Veltroni

Volevo farvi leggere la lettera che Sgarbi ha inviato al Corriere della Sera, commentando la campagna a favore del parcheggio al Pincio, di Roma, che l'ex sindaco Veltroni sta portando avanti contro il veto di Alemanno. Le osservazioni di Sgarbi sono pungenti e per quanto io non voglia entrare nel merito vista la mia ignoranza in materia, tutta questa voglia del leader del PD di far guadagnare soldi ai costruttori non mi lascia indifferente. Mi domando dove mai potrà andare a finire quest'immagine "correct" della sinistra e quando gli italiani si renderanno conto della grande ipocrisia che li sostiene, di quanto abbiano le mani in pasta con i poteri forti. Ha ragione Sgarbi: «ai poveri i parcheggi non servono». Un favore: rileggiamoci Pasolini.


lunedì, settembre 1

Resoconto estivo

Chiuso il mese d'agosto, frenato nello sguardo ai progetti futuri dall'amico Antonio (qui) provo a dare uno sguardo all'indietro per provare, almeno superficialmente, a elencare le cose, gli eventi e i cambiamenti che mi porto dietro da questo mese estivo. Innanzitutto volevo ricordare le feste sulla spiaggia, quella del compagno d'avventura Carmine o di "Lorenzino" della Murena, a qualcuno di noi molto "cara". Fortunatamente quest'estate non si è frequentato molto il Casale, complice la tracotanza di chi gestisce: l'odore del denaro difficilmente è salutare. Un posto particolare occupa la "Notte Bianca", nella quale gli ortonesi hanno gradito gli arrosticini in Piazza San Tommaso, cucinati dalla squadra Andrea-Riccardo-Tommaso-Priscilla-Stesy-Paolo come attesta la foto di fianco. Dell'estate ricorderò alcuni momenti particolari o buone amicizie strette inaspettatamente, oltre che la visione dei film di Ingmar Bergman, sotto la spinta dell'instancabile Antonio. Questo post racconta una serie di dati "fenomenici", di come oggettivamente si sia svolta (ma poi a chi interessa?) la nostra estate e come bagaglio di esperienze a mio avviso ha e deve avere la massima importanza perchè nell'esteriorità della vita quotidiana, dei divertimenti, delle feste e nelle amicizie si decide e si vive la propria interiorità.


I giovani tra noia, nichilismo e spiritualità

Anche quando, e proprio quando, non siamo particolarmente occupati dalle cose e da noi stessi, incombe su di noi questo “tutto”, per esempio nella noia autentica. Essa è ancora lontana quando ad annoiarci è solo questo libro o quello spettacolo, quell’occupazione o quest’ozio, ma affiora quando “uno si annoia”. La noia profonda, che va e viene nelle profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi, in una strana indifferenza.

M.Heidegger, Che cos’è metafisica? Tr. it. di Franco Volpi, Adelphi 2001
Il percorso speculativo di Heidegger si diramerà verso nuovi e ampi sentieri, ma a noi interessa soffermarci sul tragico della possibilità e sulla noia, cercando di cogliere in che misura la società giovanile “senta” e “viva” il niente. Le dimensioni giovanili del “sentire”, del vivere e affini sono state di recente messe in discussione alla luce delle reazioni “irragionevoli” e “violente”, che la società giovanile stessa esprime, attraverso una discutibile chiave di lettura, secondo la quale i giovani del nuovo millennio sono “analfabeti emotivi”, ovvero incapaci di esprimere le emozioni provate dinanzi all’immediatezza e alla genuinità della vita. La plausibilità di tali affermazioni si fonda direttamente sull’idea che il malessere giovanile sia la nota distintiva dei giovani di questo nuovo millennio, cresciuti ed educati nell’età del nichilismo. L’«analfabetismo» sarebbe così non solo un’incapacità, un limite della gioventù attuale, ma sia un limite derivante da una dimensione storico-culturale, sia una conseguenza della «morte di Dio»: è quello che i filosofi contemporanei hanno chiamato nichilismo ed è quello che tocchiamo direttamente quando ci scontriamo con immagini e avvenimenti meramente distruttivi, dinanzi ai quali rimaniamo spiazzati, impotenti e incapaci di comprendere non solo le ragioni e moventi ma soprattutto come sia possibile tanta «strana indifferenza», tanta freddezza metodica negli omicidi e negli stupri, nella facilità con cui tanti giovani assumono sostanze stupefacenti o assumano comportamenti meramente distruttivi. Il punto nodale non è tuttavia da rintracciarsi nei casi estremi o negli atti cruenti, ma nella percezione quotidiana di tanti giovani, gettati in una società che chiede loro valori “aziendali”, quali produttività e quantità di titoli, lavoro e professionalità e che censura proprio tutto quel bagaglio emozionale e affettivo. Il giovane è spesso accerchiato da una quantità di pressioni sghembe, senza mediazione, e prova vuoto, si sente «spaesato», perso. Ciò che in primo luogo impressiona l’ascoltatore delle cronache giovanili è proprio quel senso di vuoto, quella mancanza di senso, tanto ben denunciata e stilizzata nel colore nero, predominante nell’abbigliamento under-30: è un nero “ideologico”, è un nero che rivela mancanza di luce, mancanza di un senso profondo che possa guidare quotidianamente la condotta, è un “nero” paradossale, perché è indossato da coloro che hanno tempo per esprimersi, che hanno futuro. D’altronde lo stesso Heidegger sottolinea come quella “strana indifferenza”, quella “noia autentica”, riveli, in ultima analisi, una mancanza di senso.


Nel tematizzare la presenza di quell’«ospite inquietante» , per richiamare il saggio di Umberto Galimberti, vorrei provare a sostenere che questo vuoto di senso e le relative reazioni giovanili non siano soltanto un male tipico del nostro tempo, ma siano la conseguenza dell’amplificarsi di una tendenza sempre presente nell’uomo, ovvero la tendenza a chiudersi nell’amore di sé, nel proprio ego. Chi vede solo il proprio ego, solo sé e i suoi istinti, concepisce il mondo e gli altri come oggetti, li cosifica e per lui ogni ente esiste solo nella misura in cui è funzionale a sé. Non c’è da stupirsi della freddezza o della «strana indifferenza» se le rapportiamo a tutta la percezione del mondo che può avere un giovane educato alla sopravvivenza di sé nella competizione del mondo capitalista. Inoltre la decisiva impronta oggettivistica e la tendenza alla riduzione tecnica e quantitativa della società contemporanea – qui richiamo ancora alle riflessioni di Heidegger – contribuisce in maniera determinante a chiudere il ragazzo in una dimensione estetica ed edonista, la prospettiva per lui più affascinante, per la quale gli sembra essere naturalmente portato, che valorizzi al massimo il proprio sé, ma al fondo della quale, trova il nulla, il “nero”. B. Pascal seppe ben tratteggiare tali dinamiche nel frammento:
Chi non vede la vanità del mondo è ben vano egli stesso. E così mai chi non la vede, a eccezione dei giovani che sono completamente immersi nel chiasso, nel divertimento e nel pensiero dell’avvenire? Ma togliete loro il divertimento, li vedrete consumare di noia; provano allora il loro nulla senza conoscerlo;»

B. Pascal, Pensieri, tr. it. A cura di A. Bausola, Bompiani, Milano 2000
La seconda, impegnativa, tesi è che esista una sana alternativa, un approccio che restituisca la semplicità e l’originarietà dei rapporti dell’uomo con la natura e con gli altri e consista nel trovare un senso unico e complessivo alla propria esistenza. Le condizioni per realizzare un progetto di vita, che sappia valorizzare ogni attimo e ogni opportunità, sono attingibili nell’interiorità di ognuno, in quel fondo dove vivono coscienza e ragione, dove gli impulsi e le pressioni mondane tornano ad avere un ruolo secondario. Chi smarrisce il fondo vive le possibilità, le occasioni e le pressioni mondane come divise e problematiche, le vede insensate perché non conducono a nulla di stra-ordinario: lo assale un senso di vuoto e mancanza. Il giovane più di ogni altro deve saper condurre il proprio presente per valorizzare ogni attimo della propria vita e inserirlo in un contesto unico, completo. Eppure saper guardare dentro di sé è complesso in particolar modo proprio per chi è giovane, perché richiede il saper moderare i propri istinti, saper convogliare le energie e la vitalità non verso quell’amore di sé che tutto cosifica, ma verso la ragione universale, unica in grado di condurre rettamente la nostra vita.

Ma c’è un’altra cosa da cui ti devi guardare e che è motivo di distrazione: ed è, stolta e vana, l’azione di tanta gente stanca della vita, senza scopo e senza meta alcuna verso cui dirigere ogni sforzo e, una volta per sempre, il pensiero.

M.A.Aurelio, Ricordi, tr. it a cura di E.Turolla, BUR 1975