"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, settembre 29

La natura umana

Ho deciso di dedicare un posto particolare nel blog alla questione perché vorrei cogliere l’occasione per precisare un’altra idea e un altro tema ricorrente nella nostra società. La discussione con Maria prende spunto dall'ultimo post e perciò questo intervento è scritto per lei, in seconda persona. Il senso che tu dai al termine Natura mi sembra sia da discutere perchè l'ho percepito molto affine al mondo degli animali e al mondo degli istinti e difatti concludi che "l'etica più "naturale" al mondo è proprio l'utilitarismo in tutte le sue forme, anche quelle più sofisticate." e parli esplicitamente del soddisfacimento degli appetiti:
L'appetito è un animale che cerca costantemente il suo "cibo". In chiave umana, l'Ego è il pragmatismo in persona che cerca sempre l'utile e il tornaconto personale.
In quest'ottica, la cultura è solo uno strumento per soddisfare appetito e appetiti diversi.
A me sembra che il termine natura debba essere esteso a tutto l'uomo e difatti, ma si sarà inteso, sono con Socrate e con gli antichi quando sostengono che l'uomo sia un insieme complesso e che compito dell'uomo sia vivere secondo la natura "più alta", non è l'aristotelica anima sensitiva, su cui fa leva un'etica degli istinti e del soddisfacimento, bensì l'anima razionale. Queste categorie sono certamente "vecchie", ma penso che, anche metaforicamente, rendano bene l'idea che sto cercando di trasmettere. Quando si parla di etica tuttavia il discorso è sempre complesso perché come (ancora) notava Aristotele noi non siamo solo ragione, ma anche e soprattutto pulsione e desideri quindi un'etica basata solo sulla ragione (Platone) è errata perchè non tiene conto della complessità dell'uomo. Va da sé che appare parimenti errata un'etica basata solo sull'elemento sensitivo, ovvero ciò che da Darwin in poi noi siamo erroneamente abituati a chiamare "naturale" e che assimiliamo a tutto il nostro essere, quindi anche alla ragione. L'idea darwiniana della ragione, che per ogni materialista è semplicemente una funzione del cervello, è un po' come l'anima sensitiva di Aristotele, si tratta di un cervello simile a quello che i medioevali chiamavano "cervello reptilico", ovvero quello che si preoccupa delle funzioni primarie (nutrirsi-dormire-riprodursi) e fondato sugli istinti. Ovviamente di riflesso a questo nuovo tipo di concezione si è sviluppata tutta una filosofia e una teoria della società che dal punto di vista politico ha generato già i suoi abbondanti danni, come aveva occasione di sottolineare George Orwell nel suo capolavoro "La fattoria degli animali", richiamato in foto. Mi sembra quindi che ci sia uno scarto qualitativo tra i due concetti di natura e che per comprendere a pieno la nostra vita ed elaborare un'etica non solo giusta ma che contribuisca alla nostra felicità, sia bene problematizzare il concetto di natura e provare ad estenderlo ad un parte di noi che traborda le schematiche dinamiche desiderio-soddisfacimento alla quale buona parte della società attuale vuole appiattirci. La mia personale convinzione è che davvero l’uomo sia a “immagine” di Dio nel senso che la sua infinita complessità sia impossibile da inquadrare e catturare in categorie che il Darwin o il Democrito di turno ci forniscono. La filosofia non nasce dall’uomo in sé, bensì dalla sua attività razionale e nasce proprio per mettere ordine su quel mondo di istinti e di valori individuali, contro cui Platone avrà modo di scagliarsi. Mi viene da pensare che hai ragione quando sostieni che filosofia e natura probabilmente non saranno mai affini, ma l’uomo ha l’opportunità di andare oltre la natura e costruire un ordine sociale che non sia regolato dalle leggi della natura bensì dalla sapiente amalgama di natura e razionalità, istinto e giustizia. Ma d’altronde questo sogno, che unisce Platone-Bruno-Nietzsche e Marx, sembra aver perso ogni fascino.


venerdì, settembre 26

Ai figli il cognome della madre. Perchè?

In questi giorni è apparsa sui giornali la notizia di una sentenza della Cassazione «con la quale chiede addirittura al primo presidente della Suprema Corte di poter in un certo qual modo colmare il vuoto normativo e dare la possibilità ai giudici di fare sì che, se i genitori lo vogliono, i figli possano avere il cognome della madre anzichè quello del padre. Diversamente, scrivono i supremi giudici, "se tale soluzione sia ritenuta esorbitante dai limiti dell’attività interpretativa la questione possa essere rimessa nuovamente alla Corte Costituzionale".». (da LaStampa.it) La questione mi ha interessato perchè, nonostante a prima vista possa apparire non essenziale o persino superflua, sembra realmente essere il prodotto di alcune concezioni tipicamente attuali di termini quali "libertà" e "diritto", che oramai veicolano ogni nuova proposta in una determinata direzione e sembrano realmente interiorizzate dalla maggioranza dei cittadini: ho sentito parlare di "diritto negato" e di libertà, su alcuni siti ho letto di un processo di modernizzazione e di progresso. Mi sembra che qui o ci sia forte ignoranza sui termini in questione oppure la nostra società sta divenendo talmente insofferente alla tradizione da andare a colpire con il martello qualsiasi traccia del passato, dimostrandosi, difatto, cieca e davvero poco razionale.

Il termine cognome deriva dal latino cognomen, tuttavia, per semantica, il nostro "cognome" è più vicino al latino nomen, ovvero quel termine che andava ad indicare il ramo della gens cui apparteneva un individuo, il suo legame di sangue con un determinato gruppo di persone. In realtà già l'accezione latina di nomen risulta essere una costruzione ulteriore rispetto alle usanze degli antichi greci, che indicavano spesso esplicitamente il nome del padre o dei propri antenati. Il sistema delle "discendenze" non nascondeva in realtà nessun limite o obbligo, ma era il contesto a partire dal quale un uomo si identificava e veniva identificato dalla propria comunità. Nel trascorrere dei secoli, le idee di un'appartenenza e identità espresse simbolicamente dal cognome hanno avuto sfumature e persino forti fraintendimenti, tra i quali vorrei ricordare il simbolo della "casata" nelle comunità mafiose. Nonostante il richiamo al passato sia stato breve e superficiale, emerge subito come il cognome sia il primo e ineliminabile simbolo dell'identità, della società in cui ognuno è nato e si trova a vivere.

Ben s'intende come una società che vuole fondare lo Stato su una scelta talmente libera che pretende di essere indipendente e autonoma da qualsiasi condizionamento stimi come un limite o un residuo irrazionale tutto ciò che non dipenda dalla nostra libera (anarchica) volontà. Ciò che mi colpisce è l'incapacità attuale di accettare la propria finitezza, quella che i medioevali a ragione chiamavano "dipendenza creaturale". L'uomo attuale non accetta che l'esser situato in una determinata società e contesto non sia una scelta che competa a lui e vuole scegliersi il sangue da cui essere generato e generare (procreazione assistita) e la tradizione nella quale venire inserito (scelta del cognome). Questa i greci la chiamavano Hybris.


martedì, settembre 23

In ritorno dal Festival

Ieri pomeriggio sono sceso a Pescara, ore 17,30, dal treno che mi ha riportato nella mia città da Modena. L'esperienza del festival di quest'anno credo sia stata particolarmente viva, non solo per l'appassionata compagnia che spesso mi stimolava alcune riflessioni, ma per miei maggiori dinamismo e concretezza nell'approccio all'evento rispetto allo scorso anno. Mi è inoltre sembrato di "portare a casa" davvero qualcosa da quelle "Lectio Magistralis", che troppo spesso passano come fiumi in piena senza lasciare poi molto sul terreno dove sono fluiti se non vuoto e, forse, maggiore confusione, rendendo di fatto il festival un'occasione "festaiola", come dice l'amico Diego (colgo l'occasione per farvi conoscere il suo blog). E' tuttavia vero che i contenuti espressi sono poi facilmente rintracciabili nei testi dei professori e può apparire scontato, ad esempio, che in questa sede segnali gli interventi di U. Galimberti e di E. Severino come i più pregnanti e problematici, tuttavia l'atmosfera di una piazza intenta a pensare, a ragionare (seppure in "solitudine"), nessun libro potrà mai restituircelo. Va da sè che queste esperienze mi fanno riflettere sulla portata di un pensare comune, "pensare insieme" e penso che sarebbe bene cogliere la sfida e la provocazione, in termini nuovi e "di rottura", come ci ripete Andrea D'Emilio, con il quale credo di avere in comune solo questo sogno. Chissà cosa ne pensa Carmine del festival, la sua onerosa multa ci ha scosso da subito! Tornando ai contenuti delle relazioni, volevo sottolineare il particolare affondo nella "Qabbala visiva" grazie a Giulio Busi, che mi ha aperto uno scenario importante di riflessione sull'immensa portata del platonismo nella mistica ebraica, di cui sono quasi totalmente all'oscuro, e dei nessi con l'occidente. A proposito di tradizioni lontane, mi ha colpito anche l'intervento della Bettettini, sull'iconoclastia nelle diverse religioni e nei differenti ambiti culturali. Il prof. Stanley Cavell mi ha rinfrescato la memoria sulla filosofia americana e sugli sviluppi, nonostante, me lo si conceda, la ritengo davvero molto poco stimolante, così come mi han deluso le riflessioni di ospiti attesi come J.L.Nancy (si è capito solo lui) e Salvatore Natoli, tanto fumo e niente arrosto.


mercoledì, settembre 17

Francesco Guccini: una vita in versi (a cura di Antonio)

Non è mai troppo semplice affrontare un discorso su di un personaggio così eclettico, istrionico e profondo, come lo è Francesco Guccini. La mia non vuole essere una biografia, nè tantomeno una spiegazione dei suoi testi, ma soltanto un innocente ed appassionato affresco di ciò che mi è rimasto dentro dall'esperienza gucciniana.

Guccini è, come lui stesso ama definirsi, un cantastorie. Ogni sua canzone narra una storia, che sia essa frutto di fantasia, o figlia di una realtà vissuta dall'autore, che tratti di gente o di emozioni, è comunque l'espressione di storie di vita. La vita e la ricerca del suo significato ricoprono, infatti, un ruolo essenziale nelle sue canzoni. Forse è superfluo sottolineare l'immensa capacità di Guccini nell'esprimere emozioni, sensazioni, sentimenti quasi intangibili ed incomprensibili ai più, all'interno di un così breve testo: la canzone. Ma cos'è una canzone? Uno specchio dove osservare le proprie sensazioni, paure, ansie; un ricettacolo di pensieri; o, per dirla con Guccini stesso, "un grimaldello che apre ogni gabbia". Sicuramente è un mezzo per esprimere qualcosa di profondo e cercare di trasmetterlo ad altri. Guccini da maestro dell'intreccio della parola la usa per affrontare tematiche interessantissime. La prima che mi sovviene è quella del tempo che passa. Pensiamo ad "Un altro giorno è andato", o a "Canzone dei dodici mesi", fino alla più recente "Autunno". Ma questo sentimento ricopre un ruolo da protagonista in troppe canzoni, il che rende impossibile elencarle tutte. Il tempo è per Guccini un'ombra che lo assalirà per sempre e che, molto lentamente, lo consuma, è una condizione dell'uomo a cui nessuno si può sottrarre ed è causa di angoscia nell'animo di chi ci ragiona su. La lancetta del tempo per Guccini è inesorabile come lo è l'inutilità della vita. Come si può ascoltare ad esempio in "Argentina", uno dei testi migliori a mio parere, la vita scorre priva di significato anche se si tenta di cambiare qualcosa, anche se si cercano nuovi obiettivi, ma tutto ciò sarà sempre inutile in quanto questa tragicommedia che chiamiamo vita non ci riserverà mai nulla di appagante. Da ciò si capisce che il cercare assiduamente le novità non salverà l'uomo dalla sua inettitudine naturale a trovare la felicità, anzi ne farà affiorare sempre maggiormente i dubbi e le perplessità, ragionamento che trova il suo culmine in:
L'Argentina è solo l'espressione di un'equazione senza risultato, come i posti in cui non si vivrà, come la gente che non incontreremo, tutta la gente che non ci amerà, quello che non facciamo e non faremo.
Il collegamento è netto verso un'altra tematica: la nostalgia per il non provato, tema che è forse l'embelma, l'espressione massima, della capacità di Guccini di scavare dentro l'animo umano. Oltre che in "Argentina", troviamo questo pensiero anche in "Autunno", "Una canzone" e varie altre. Se pensiamo a tutti i sogni che abbiamo avuto e poi abbiamo abbandonato ci rendiamo conto che da qui nasce una nostalgia atipica, in quanto non riguarda un ricordo, ma qualcosa di non vissuto. Così si crea un vuoto impossibile da colmare, perchè il "non provato" corrisponde il più delle volte ad un'utopia e non a qualcosa di tangibile e realizzabile. L'utopia rappresentata da "L'isola non trovata", il disagio nel pensiero irreale di "Samantha" con la splendida ultima parte: "Ed io burattinaio di parole, perchè mi perdo dietro a un primo sole, perchè mi prende questa assurda nostalgia?". La nostalgia è assurda perchè il pensiero su cui si abbatte non è reale ed è quindi irrisolvibile. Forse è difficile da cogliere l'aspetto positivo di tale ragionamento, eppure se si fa attenzione si arriva ad una lucida intuizione di Guccini: se non si può raggiungere alcun obiettivo senza volerne raggiungere di nuovi, se siamo condannati ad avere una nostalgia perenne per ciò che no abbiamo fatto e non faremo, l'unica cosa che ha significato è il durante, il mentre. Così l'uomo può rispondere alla sua insoddisfazione. Secondo Guccini non possiamo sapere dove ci porterà la strada che stiamo percorrendo, ma ogni uomo ha un ruolo nella vita. Nella stupenda "Von Loon", canzone dedicata al padre scomparso, si intravede la sua speranza: "Vai, vecchio, vai, non temere, che avrà una sua ragione ognuno ed una giustificazione, anche se quale non sapremo mai, mai!". In "Von Loon" troviamo un altro pensiero caro al nostro cantautore: esistono persone con una profondità d'animo che li differenzia dalle altre. Molte canzoni lo sottolineano a partire da "Vedi cara", arrivando a "Cirano". Quasi sembra una protesta, un'esibizione della sua stessa anima che urla verso chi tende a rimanere nel silenzio, a non decidere mai, a non pensare. Secondo Guccini infatti si deve sempre ragionare, domandarsi tutto. In "Shomer ma mi llailah?", Guccini ci invita proprio a domandare assiduamente anche essendo consapevoli di non ottenere mai una risposta. Il culmine di ciò si ha in un raro gioiello poetico, "Canzone delle domande consuete", in cui il cantautore esprime sia l'incapacità di dare risposte, che l'incapacità di molti di farsi domande: "Tu non sai le domande, ma non risponderei per non strascinare le parole in linguaggio d'azzardo; eri bella, lo so, e che bella che sei; dicon tanto un silenzio e uno sguardo.". Chi non è consapevole di tali domande non può che vivere meglio, in quanto chi si chiede tutto rimane privo di basi reali e vive una vita consapevole di non poter raggiungere una felicità che non esiste. Nessuno rifiuterebbe la felicità del non pensare se ne avesse l'opportunità, per questo il cantautore dichiara incosciente il rifiuto per tale felicità: "Rimanere così, annaspare nel niente, custodire i ricordi, carezzare le età; è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità?". Insomma, forse tutto ciò che siamo costretti ad affrontare è privo di senso, ma l'importante e continuare a pensare e riflettere su tutto, perchè il tempo passa inesorabile, a volte impalpabile, ma comunque portandoci via tutto ciò che abbiamo, come sottolineato nella stupenda "Incontro":
E pensavo dondolato dal vagone "cara amica il tempo prende il tempo dà... noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa... restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno: siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno..."
Allora per affrontare questa "partita" c'è bisogno di forza d'animo, e perchè no, anche di indignazione, perchè non si può non essere indignati se si pensa che ogni sforzo, ogni affanno, agni sofferenza, potrebbero non avere alcun senso e nessun traguardo da raggiungere. Vorrei su questo punto concludere lasciandovi all'ultima strofa di "Lettera", la canzone che secondo me racchiude in qualche modo tutto il pensiero di Francesco Guccini, esprimendo la speranza di poter ascoltare ancora per molto tempo le sue stupende canzoni.
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa... che chiami... vita...

Antonio


martedì, settembre 16

Ma tu ti conosci?

Oggi pomeriggio stavo pensando allo scorso festival della filosofia e mi tornava in mente la maglietta rossa del festival che riportai a mia sorella, su cui è ben visibile il motto delfico "conosci te stesso". Probabilmente non vi è nulla di più scontato che una riflessione su una delle pietre basilari della filosofia, eppure,l complice il mio recente affondo intellettuale nell'antichità, avrei qualcosa da scrivere. Nel mio primo intervento filosofico del blog, intitolato Smisurata preghiera, mostravo un video tratto dal film Cosa sono le nuvole? di P.P.Pasolini, che vi invito a riprendere in considerazione:
Guarda il video

Penso che sia interessante, ma voi confermerete, come questa tematica si intrecci con il "conosci te stesso" delfico, ma più propriamente Socratico, perchè: Chi di noi può dire di conoscersi? In che modo è possibile conoscere sè? Nel filmato in questione, Totò sempre suggerire una soluzione o comunque un approccio di tipo socratico/platonico: L'idea di fondo è che esista una verità in sè stessi, quasi un "vero-io" plotiniano o un fondo eckhartiano dove l'uomo può attingere la verità "di sè" solo "chiudendo gli occhi", o per dirla con Plotino guardando con gli occhi interiori. Questa è stata la via seguita da tutta la mistica occidentale (mistica derivva dal verbo greco myein che significa appunto chiudere, socchiudere gli occhi e la bocca e quindi anche tacere). Tuttavia la stessa tradizione antica rispose in maniera differente e polemizzando al suo interno, infatti Aristotele nell'Etica Nicomachea si impegna a sottolineare come ogni conoscenza e quindi anche quella di sè, è sempre veicolata da un soggetto che conosce e un oggetto da conoscere. Guardare in sè stessi per Aristotele non serve a molto perchè è sempre conoscenza di un oggetto e come tale può essere errata, non c'è nessun fondo o nessun luogo del vero io: è possibile conoscere sè stessi specchiandosi attraverso gli occhi di un amico, così come quando vogliamo vedere il nostro volto dobbiamo "specchiarci" in un oggetto, invece che tentare invano di "unirsi" con sè, come novelli Narciso.


domenica, settembre 14

Segnalo due articoli

Volevo segnalare due articoli pubblicati sull'ultimo numero della rivista dialegesthai a cui tengo particolarmente per l'amicizia che mi lega agli autori, ai quali faccio i miei complimenti.

Maria Devigili, Consulenza filosofica: luci e ombre di una professione paradossale

Emilio Carlo Corriero, Dioniso tra Schelling e Nietzsche


martedì, settembre 9

Ridatemi il Medioevo

Oggi ho trovato sul sito dell'amico Mario Paolini una pagina dedicata alle foto scattate in occasione della concelebrazione dovuta alla chiusura del "Giubileo di San Tommaso Apostolo Patrono di Ortona", di cui questa foto è parte. Premetto che non è una critica personale al lavoro di Mario, ma trovo che la cosiddetta Chiesa Cattolica stia superando i limiti della decenza anche qui ad Ortona, procedendo alla spettacolarizzazione di un rito, quasi fosse un concerto (non a caso ho scelto questa foto tra le tante) o un momento in cui la massa si aggreghi ad ascoltare umilmente la "star" sul palco o quegli uomini importanti vestiti di rosso o con strambo abbigliamento dai tratti medioevali. Io mi chiedo dove andrà a finire la dignità della Chiesa e dei credenti, com'è possibile partecipare con coscienza a manifestazioni (perchè tali sono) che di coscienzioso non hanno nulla, se non la calibrata spettacolarità e funzionalità per tasche dell'istituzione. Riconosco di essere duro con la comunità e con la Chiesa Cattolica Ortonese, ma mi dà fortemente fastidio che la spiritualità debba essere oggi declinata secondo la spettacolarizzazione e la "funzione" civile, perchè questo significa volerla far cessare e mortificarla, altro che nichilismo! La cultura "dell'immagine" in senso teologico, tipica della religiosità popolare che Maestro Eckhart tanto disprezzava diviene oggi cultura dell'immagine "televisivo", dello spettacolo, con luci e palchi, con vigili del fuoco a controllare, con militari e politici imbellettati. Povero Gesù, povero Spirito, povera Anima. Ridatemi il medioevo.


domenica, settembre 7

Lettera di Sgarbi al Corriere su Veltroni

Volevo farvi leggere la lettera che Sgarbi ha inviato al Corriere della Sera, commentando la campagna a favore del parcheggio al Pincio, di Roma, che l'ex sindaco Veltroni sta portando avanti contro il veto di Alemanno. Le osservazioni di Sgarbi sono pungenti e per quanto io non voglia entrare nel merito vista la mia ignoranza in materia, tutta questa voglia del leader del PD di far guadagnare soldi ai costruttori non mi lascia indifferente. Mi domando dove mai potrà andare a finire quest'immagine "correct" della sinistra e quando gli italiani si renderanno conto della grande ipocrisia che li sostiene, di quanto abbiano le mani in pasta con i poteri forti. Ha ragione Sgarbi: «ai poveri i parcheggi non servono». Un favore: rileggiamoci Pasolini.


lunedì, settembre 1

Resoconto estivo

Chiuso il mese d'agosto, frenato nello sguardo ai progetti futuri dall'amico Antonio (qui) provo a dare uno sguardo all'indietro per provare, almeno superficialmente, a elencare le cose, gli eventi e i cambiamenti che mi porto dietro da questo mese estivo. Innanzitutto volevo ricordare le feste sulla spiaggia, quella del compagno d'avventura Carmine o di "Lorenzino" della Murena, a qualcuno di noi molto "cara". Fortunatamente quest'estate non si è frequentato molto il Casale, complice la tracotanza di chi gestisce: l'odore del denaro difficilmente è salutare. Un posto particolare occupa la "Notte Bianca", nella quale gli ortonesi hanno gradito gli arrosticini in Piazza San Tommaso, cucinati dalla squadra Andrea-Riccardo-Tommaso-Priscilla-Stesy-Paolo come attesta la foto di fianco. Dell'estate ricorderò alcuni momenti particolari o buone amicizie strette inaspettatamente, oltre che la visione dei film di Ingmar Bergman, sotto la spinta dell'instancabile Antonio. Questo post racconta una serie di dati "fenomenici", di come oggettivamente si sia svolta (ma poi a chi interessa?) la nostra estate e come bagaglio di esperienze a mio avviso ha e deve avere la massima importanza perchè nell'esteriorità della vita quotidiana, dei divertimenti, delle feste e nelle amicizie si decide e si vive la propria interiorità.


I giovani tra noia, nichilismo e spiritualità

Anche quando, e proprio quando, non siamo particolarmente occupati dalle cose e da noi stessi, incombe su di noi questo “tutto”, per esempio nella noia autentica. Essa è ancora lontana quando ad annoiarci è solo questo libro o quello spettacolo, quell’occupazione o quest’ozio, ma affiora quando “uno si annoia”. La noia profonda, che va e viene nelle profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi, in una strana indifferenza.

M.Heidegger, Che cos’è metafisica? Tr. it. di Franco Volpi, Adelphi 2001
Il percorso speculativo di Heidegger si diramerà verso nuovi e ampi sentieri, ma a noi interessa soffermarci sul tragico della possibilità e sulla noia, cercando di cogliere in che misura la società giovanile “senta” e “viva” il niente. Le dimensioni giovanili del “sentire”, del vivere e affini sono state di recente messe in discussione alla luce delle reazioni “irragionevoli” e “violente”, che la società giovanile stessa esprime, attraverso una discutibile chiave di lettura, secondo la quale i giovani del nuovo millennio sono “analfabeti emotivi”, ovvero incapaci di esprimere le emozioni provate dinanzi all’immediatezza e alla genuinità della vita. La plausibilità di tali affermazioni si fonda direttamente sull’idea che il malessere giovanile sia la nota distintiva dei giovani di questo nuovo millennio, cresciuti ed educati nell’età del nichilismo. L’«analfabetismo» sarebbe così non solo un’incapacità, un limite della gioventù attuale, ma sia un limite derivante da una dimensione storico-culturale, sia una conseguenza della «morte di Dio»: è quello che i filosofi contemporanei hanno chiamato nichilismo ed è quello che tocchiamo direttamente quando ci scontriamo con immagini e avvenimenti meramente distruttivi, dinanzi ai quali rimaniamo spiazzati, impotenti e incapaci di comprendere non solo le ragioni e moventi ma soprattutto come sia possibile tanta «strana indifferenza», tanta freddezza metodica negli omicidi e negli stupri, nella facilità con cui tanti giovani assumono sostanze stupefacenti o assumano comportamenti meramente distruttivi. Il punto nodale non è tuttavia da rintracciarsi nei casi estremi o negli atti cruenti, ma nella percezione quotidiana di tanti giovani, gettati in una società che chiede loro valori “aziendali”, quali produttività e quantità di titoli, lavoro e professionalità e che censura proprio tutto quel bagaglio emozionale e affettivo. Il giovane è spesso accerchiato da una quantità di pressioni sghembe, senza mediazione, e prova vuoto, si sente «spaesato», perso. Ciò che in primo luogo impressiona l’ascoltatore delle cronache giovanili è proprio quel senso di vuoto, quella mancanza di senso, tanto ben denunciata e stilizzata nel colore nero, predominante nell’abbigliamento under-30: è un nero “ideologico”, è un nero che rivela mancanza di luce, mancanza di un senso profondo che possa guidare quotidianamente la condotta, è un “nero” paradossale, perché è indossato da coloro che hanno tempo per esprimersi, che hanno futuro. D’altronde lo stesso Heidegger sottolinea come quella “strana indifferenza”, quella “noia autentica”, riveli, in ultima analisi, una mancanza di senso.


Nel tematizzare la presenza di quell’«ospite inquietante» , per richiamare il saggio di Umberto Galimberti, vorrei provare a sostenere che questo vuoto di senso e le relative reazioni giovanili non siano soltanto un male tipico del nostro tempo, ma siano la conseguenza dell’amplificarsi di una tendenza sempre presente nell’uomo, ovvero la tendenza a chiudersi nell’amore di sé, nel proprio ego. Chi vede solo il proprio ego, solo sé e i suoi istinti, concepisce il mondo e gli altri come oggetti, li cosifica e per lui ogni ente esiste solo nella misura in cui è funzionale a sé. Non c’è da stupirsi della freddezza o della «strana indifferenza» se le rapportiamo a tutta la percezione del mondo che può avere un giovane educato alla sopravvivenza di sé nella competizione del mondo capitalista. Inoltre la decisiva impronta oggettivistica e la tendenza alla riduzione tecnica e quantitativa della società contemporanea – qui richiamo ancora alle riflessioni di Heidegger – contribuisce in maniera determinante a chiudere il ragazzo in una dimensione estetica ed edonista, la prospettiva per lui più affascinante, per la quale gli sembra essere naturalmente portato, che valorizzi al massimo il proprio sé, ma al fondo della quale, trova il nulla, il “nero”. B. Pascal seppe ben tratteggiare tali dinamiche nel frammento:
Chi non vede la vanità del mondo è ben vano egli stesso. E così mai chi non la vede, a eccezione dei giovani che sono completamente immersi nel chiasso, nel divertimento e nel pensiero dell’avvenire? Ma togliete loro il divertimento, li vedrete consumare di noia; provano allora il loro nulla senza conoscerlo;»

B. Pascal, Pensieri, tr. it. A cura di A. Bausola, Bompiani, Milano 2000
La seconda, impegnativa, tesi è che esista una sana alternativa, un approccio che restituisca la semplicità e l’originarietà dei rapporti dell’uomo con la natura e con gli altri e consista nel trovare un senso unico e complessivo alla propria esistenza. Le condizioni per realizzare un progetto di vita, che sappia valorizzare ogni attimo e ogni opportunità, sono attingibili nell’interiorità di ognuno, in quel fondo dove vivono coscienza e ragione, dove gli impulsi e le pressioni mondane tornano ad avere un ruolo secondario. Chi smarrisce il fondo vive le possibilità, le occasioni e le pressioni mondane come divise e problematiche, le vede insensate perché non conducono a nulla di stra-ordinario: lo assale un senso di vuoto e mancanza. Il giovane più di ogni altro deve saper condurre il proprio presente per valorizzare ogni attimo della propria vita e inserirlo in un contesto unico, completo. Eppure saper guardare dentro di sé è complesso in particolar modo proprio per chi è giovane, perché richiede il saper moderare i propri istinti, saper convogliare le energie e la vitalità non verso quell’amore di sé che tutto cosifica, ma verso la ragione universale, unica in grado di condurre rettamente la nostra vita.

Ma c’è un’altra cosa da cui ti devi guardare e che è motivo di distrazione: ed è, stolta e vana, l’azione di tanta gente stanca della vita, senza scopo e senza meta alcuna verso cui dirigere ogni sforzo e, una volta per sempre, il pensiero.

M.A.Aurelio, Ricordi, tr. it a cura di E.Turolla, BUR 1975