"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, novembre 29

Da Parmenide a Cusano per un nuovo Fondamento

L'intervento odierno prende spunto dalla lettura di un saggio del prof. Klaus Held, fenomenologo, dal titolo «Sugli antefatti della prova ontologica dell'esistenza di Dio - Anselmo e Parmenide», reperibile a questo indirizzo (qui). Gli spunti sono tanti e non ho intenzione di percorrerli tutti, sia per ovvie questioni pratiche sia perché non sarei in grado di esaurire determinati punti polemici e mi riferisco in particolar modo alla presenza del nominalismo in Anselmo stesso, che Held segnalava. Mi piace invece sottolineare un'osservazione più ad amplio raggio, presente a pag 18 del testo, quando l'autore nota che «il tentativo di trovare una certezza inconfutabile come punto di partenza per tutti i successivi passi di riflessione» è presente nelle tre opere fondanti le tre grandi epoche dell'onto-teo-logia prima di Kant: Il poema didattico di Parmenide, il Proslogion di Anselmo e le Meditazioni metafisiche di Cartesio. Benchè Held non abbia approntato la questione ad amplio raggio e si sia concentrato, documentandosi, sui rapporti tra Parmenide e Anselmo, mi verrebbe da sottolineare questo dato, che probabilmente può apparire scontato, ma di fatto è uno dei tanti importanti fili rossi che possiamo rintracciare nella tradizione occidentale. Sin da Parmenide, infatti, l'episteme è quella ricerca di un fondamento indiscutibile in sè a partire dal quale fondare la conoscenza, quel sapere che «sta» al di sopra del divenire e che si «distingue dalla conoscenza estranea alla filosofia non principalmente per il suo contenuto, ma perché è - per dirlo con le parole di Kant - un nuovo "modo di pensare", un nuovo concetto di vita in confronto con il modo di pensare e il concetto di vita estranei alla filosofia» (doxa). D'altronde, come scrive Cartesio:
alla mia mente piace di divagare, e non si adatta ancora ad essere costretta entro i confini della verità. E sia pure, allora: consentiamole di andare a briglia sciolta, ancora per un volta: ma affinché ritirandole poi subito la briglia ad arte, essa accetti più facilmente di venire guidata.
R. Descartes, Meditazioni metafisiche, tr. it. di S. Landucci, Laterza, Roma 1997
Qualsiasi metodo (strada) sgorga da un punto di partenza che per questo tipo di pensiero deve essere «indiscutibile in sè», un ens necessarium che possa produrre conoscenze vere e necessarie, «chiare e distinte» nel nostro intelletto, già adeguate alla res; da qui facilmente nascerà quella mathesis universalis cartesiana su cui tutta la scienza ha trovato fondamento, almeno sino alla crisi einsteiniana, censurando l'evidenza che «il problema di una certezza originaria di-per-sé-indiscutibile della filosofia resta». A questa struttura, sino ad ora incompleta se non fallace, opporrei un concetto di verità differente, emerso lungo tutta la tradizione neoplatonica e che trova una formulazione a noi utile nel 1440, quando Nicola Cusano rielabora e concretizza il problema del fondamento nel metodo della docta ignorantia e nel concetto di congettura.
Tutti coloro che indagano giudicano qualcosa di non conosciuto in comparazione con un che di conosciuto posto alla base, portando l'uno in proporzione con l'altro; pertanto tutta la ricerca è comparativa e si serve del mezzo del rapporto.
Nicola Cusano, De docta ignorantia. I, 1, tr. it. di G. Santinello, Rusconi, Milano 1988
La ragione per Cusano si configura come totalmente inadeguata alla comprensione pura della verità, dell'essenza delle cose e da questa prospettiva può emergere il vero non come conoscenza «chiara e distinta» da «possedere», bensì come «congettura». La congettura è quel concetto che edotto della propria incomparabilità con il Vero, scompare, ossia viene negato perchè inconsistente rispetto all'inattingibile Verità; eppure, in questo sottrarsi esprime l'unica autentica relazione che l'uomo può condividere con la Verità e in tale prospettiva anche la proporzione riassume la sua capacità significativa. Personalmente mi sento di affermare con Cusano che la verità appare nello scomparire del concetto e finché continueremo ad insistere sul filone Parmenide-Anselmo-Cartesio, per parafrasare Held, continueremo a porci il problema della certezza originale in quei termini e allora esso resterà realmente insuperabile.


giovedì, novembre 27

Un mondo irreale

Oggi prendo spunto da una gradita e-mail di un amico, il quale mi invitava a riflettere su un video particolarmente "pungente" trovato nella rete (qui). Con cognizione di causa parlo di "video pungente" perchè una scena del genere colpisce direttamente la nostra sensibilità e, forse, il nostro stomaco, benché siano "soltanto" dieci minuti, questi sì, davvero noiosi.
Cosa ne pensi di quella roba? Che effetto può avere sui ragazzi che si ritrovano quelle trasmissioni sparate nelle TV appena le accendono... che ascoltano quei non-discorsi....che guardano un mondo irreale...
Ti mando uno stimolo a riflettere su questo massacro culturale
La preoccupazione è giustamente ad amplio raggio, è culturale, perchè forse il "male" della nostra società è davvero culturale e poco importa se si chiami Nichilismo o altro, perchè è un vuoto ben visibile che aleggia su tanti non-discorsi, in tanti non-luoghi (Augé), come quella sala televisiva. Le vie da percorrere nel tentativo di risponderti sarebbero tante, una delle quali potrebbe coinvolgere proprio Augè e il suo neologismo (ad esempio) oppure alcune riflessioni più importanti sul nichilismo (in cui neanche sarei capace di entrare), ma per evitare di sottrarmi al punto più inquietante che ponevi, eviterò di percorrerle per chiedermi radicalmente con le tue parole: «Che effetto può avere sui ragazzi?». La questione che tocchi è drammatica perchè è la questione sul nostro futuro, la questione intorno alla quale non a caso gli antichi facevano leva nel concepire tutta l'etica. L'educazione dovrebbe esprimere dei valori o dei modelli efficaci a cui il ragazzo si ispira per imparare "come si fa", per imparare passo passo ad entrare nella società, sia a livello esteriore, ossia nel rispetto delle leggi vigenti, sia a livello interiore, maturando l'idea dell'altro e interiorizzando determinate indicazioni. La televisione svolge un ruolo importantissimo nell'educazione, soprattutto nei tempi attuali, quando viene spesso concepita da molti genitori come una sorta di babysitter a cui affidare i bambini. Vorrei sottolineare che prendo semplicemente atto della situazione, senza tono polemico; difatti trovo che chi ritiene indegno tale comportamento, pur discutibile, sia per lo più nella posizione di chi problemi seri non ne ha, perchè se una coppia non possiede il necessario per sopravvivere è ovvio che debba lavorare anche la donna e paradossalmente lasciar solo il bambino diviene spesso l'unico modo per assicurargli una discreta vita, checché ne dicano alcuni moralisti. Ecco che la televisione diviene centrale nell'educazione di un bambino e scomparsi i modelli classici, quali la mamma casalinga, i nonni a casa e soprattutto svanita l'unione della famiglia, ci si deve affidare ad un altro tipo di "guida" che propone tipi. La prima televisione ha in effetti dato modelli importanti e ha contribuito all'alfabetismo di massa e mi riferisco ad alcuni programmi, che ho ricercato con piacere sulla rete, in cui un maestro delle elementari insegnava a scrivere o a far di conto, ad esempio; eppure da quegli anni risuonano ancora gli ammonimenti contro una televisione "cattiva maestra" (Popper), e riflessioni sulla pericolosità del medium di massa, come ebbe occasione di fare Pasolini. Mi sono dilungato in questo tipo di discorso che può sembrare un po' nostalgico (o di "destra" come mi sono sentito dire) sui valori familiari e sulla televisione perchè credo che ogni critica debba farsi carico del proprio retroterra storico e giudicare a partire da quest'orizzonte. Certamente il passo da fare da quel tipo di sinergia e il "mondo irreale" odierno è abbastanza lungo, ma anche semplicemente tentare un confronto può essere efficace per far emergere il vero fattore discriminante: la tendenza al guadagno, all'amor sui. Evidenziando gli estremi è possibile agevolmente costruirci la strada all'interno e comprendere che la direzione è tracciata da un tentativo a concepire la televisione come mezzo di guadagno, a far leva sugli sponsor, sulla volontà di fornire un modello per guadagnare e non per educare. La televisione propone modelli "ben riusciti" in un mondo irreale, perchè il sogno è facile da vendere. «Che effetto può avere sui ragazzi?» Guarda, «è probabile che il mondo finirà proprio così - nota Kierkegaard - fra l'entusiasmo divertito di uomini spiritosi e imbecilli che crederanno (o cui la televisione avrà fatto credere, potremmo aggiungere noi) si tratti di uno scherzo.» (dal post "La televisione e la fine del mondo")


sabato, novembre 22

"Gli spazi nella città" con M.Cacciari e V.Sgarbi

A causa di alcuni impegni arrivo in ritardo nel segnalarvi questa interessante discussione, su tema a me molto caro, avvenuta la sera del 19 novembre ad Otto e Mezzo, ma per fortuna quella mezz'oretta di programma è presente sul sito dell'emittente La7 (qui). La discussione verte soprattutto sulla funzione dei sindaci e di gruppi locali nella valorizzazione degli spazi cittadini, nell'orizzonte della città, benché i casi citati dai sindaci Sgarbi e Cacciari siano legati ad opere di grande fattura, quali il restauro delle vecchie abitazioni di Salemi o la gestione dei musei a Venezia. Ciò che mi interessa primariamente e che possiamo assumere anche per la nostra Ortona è la concezione di città quale orizzonte entro il quale coordinare le risposte alle esigenze cittadine, alle iniziative culturali oppure a qualsiasi altro programma e interesse. Si tratta di mutare la prospettiva in toto perchè pensarsi come città non può che essere uno sforzo quotidiano non solo dell'amministrazione ma di ogni cittadino, il quale dovrebbe comprendere che ogni suo interesse, se restituito solo al proprio ambito "privato" o di dinamiche chiuse entro un semplice scambio di favori, rimane sempre e solo fine a se stesso. Per scendere dalla teoria, un ragionamento tale emerge in questo filmato quando Cacciari e Sgarbi discutono dei graffiti sui muri della città. Partire da un punto di vista politico significa proprio capire che imbrattare i muri di una città può essere un'attività di arte e recupero, nel caso di ambienti (non si parla solo di muri) spenti, quali una stazione, il porto etc. e contemporaneamente può essere un atto vandalico se si imbratta un'opera d'arte o un muro di una costruzione quali i musei o il nostro teatro Vittoria, che ha il diritto di esser preservato nella sua integrità. Bisogna recuperare il punto di vista politico per la città e avere il collettivo e il globale come primo punto di riferimento e sul quale tornare sempre, per non perder la via e ricadere nel narcisismo del proprio orticello. Bisogna concorrere al recupero degli spazi e alla valorizzazione dell'ambiente circostante anche dal punto di vista economico: su questa linea ancora una volta richiamo l'indicazione di Sgarbi sulla costruzione di un vero "ambiente" intorno al museo, ovvero di una struttura con ristoranti, bar e attrattive, che possa funzionare come un nucleo di produzione economica tale da poter rendere, ad esempio, gratis l'accesso.


venerdì, novembre 14

Quanto "senti" il passato?

Il 14 novembre è una data particolare, poichè curiosamente ricorrono i decessi delle due maggiori personalità dell'età moderna, ovvero Gottfried Wilhelm Leibniz e, un secolo più tardi, Georg Hegel. Prima di iniziare la stesura dell'intervento e precisamente nell'accingermi a scrivere, sono rimasto d'improvviso come interdetto e di scatto ho alzato le mani dalla tastiera, chiedendomi: che senso ha stendere il panegirico di due persone defunte, seppur capisaldi della cultura occidentale? Che ragion d'essere ha un intervento che tratti del passato meramente tale, senza possibilità di andare oltre? Certo, Hegel mi avrebbe redarguito perchè la filosofia è innanzitutto coscienza di ciò che già "necessariamente" è stato. Così grazie ad Hegel e Leibniz o, insomma, tramite il triste incrocio delle loro vite, abbiamo l'occasione per porci il problema del passato: in che misura il nostro passato debba influenzarci? La nostra tradizione può sicuramente divenire la leva sulla e dalla quale sospingersi verso il futuro, ma a quale condizione? Più in generale, in che senso il nostro portato di essere situati in un "ci" (Heidegger) in un "orizzonte" (Gadamer) o nella storia dell'essere o del mondo (Hegel) debba influenzarci? Nella seconda Inattuale, Nietzsche sostiene che il suo tempo, l'ottocento della grande storiografia tedesca, è malato di passato. In che senso noi viviamo e sentiamo sulle nostre spalle la tradizione di pensiero che ci ha preceduto? oppure, meglio, questo sentire il nostro passato, non importa in che misura, quanto corrisponde ad un sentimento di responsabilità nei confronti dello stesso? I toni un po' manieristici che via via sto prendendo non devono sviarvi perchè il problema è, a mio avviso, tangibile nella quotidianità delle nostre decisioni e azioni. Poc'anzi ho richiamato il "sentire" e ho allargato il piano a più ambiti senza soffermarmi sulle questioni particolari perchè, almeno al primo livello, si parla di una presenza nella mente, una vera "coscienza" del passato ed è (o dovrebbe teoricamente essere) un "sentire" di tutti, indistintamente, perciò attendo le vostre considerazioni più varie e (spero) nelle direzioni più impreviste.


lunedì, novembre 10

La televisione e la fine del mondo

I mezzi di comunicazione (quelli pubblici, ovviamente; quelli privati, si sa, dicono sempre la verità!) non dovrebbero seminare sfiducia tra la gente, colorando a tinte fosche la nostra attuale situazione, che in fondo così grave non è: così Lui ci ha detto (ipse dixit) in questi ultimi giorni.
Torna spontaneo alla mente un celebre aforisma kierkegaardiano.
Un giorno, in un teatro di Copenaghen, durante uno spettacolo di comici (una sorta di Zelig danese), presero improvvisamente fuoco le quinte. Corse allora sul palco uno degli attori per avvertire il pubblico del pericolo, ma gli spettatori, che si stavano davvero divertendo, credettero si trattasse di uno scherzo e cominciarono ad applaudire. Allora il comico decise di ripetere l'avviso. Ma inutilmente: la gente continuò a sbellicarsi dalle risa e ad applaudire sempre di più.
E' probabile che il mondo finirà proprio così - nota Kierkegaard - fra l'entusiasmo divertito di uomini spiritosi e imbecilli che crederanno (o cui la televisione avrà fatto credere, potremmo aggiungere noi) si tratti di uno scherzo.

da una bacheca in Università, l'autore è anonimo
(ma, per inciso, a mio avviso si tratta del prof. Garaventa)


sabato, novembre 8

Inaugurazione di "Officina Ortona"

Questa settimana ho dovuto tralasciare la cittadella perchè la data di inaugurazione dell'associazione incombeva e i lavori (quelli materiali) dovevano esser completati. L'inaugurazione si è tenuta ieri e sono uscite già alcune proposte e problematiche da risolvere, perciò sono rimasto soddisfatto, nonostante si fosse prevista un'affluenza maggiore rispetto alla 50ina di persone presenti. In particolar modo avrei gradito una partecipazione attiva da parte dei ragazzi delle scuole superiori (ne erano 5-6) poichè lì abbiamo incentrato i nostri sforzi e le risposte sembravano esserci. Non importa, avranno modo di rimediare presto perchè ci incontreremo ogni venerdì, a partire dal prossimo, in cui cercheremo di concretizzare le prime proposte avanzate da alcuni ragazzi presenti, come il Cineforum, i caffè filosofici e la realizzazione di un punto internet nella sede. Eviterò di dilungarmi nella cittadella perchè d'ora in poi per qualsiasi aggiornamento e informazione vi rimanderò sempre al blog dell'associazione (http://officinaortona.blogspot.com/), dove ho pubblicato anche il mio discorso di apertura (qui). Contestualmente vi segnalo che in questi giorni usciranno alcuni articoli su "Il Centro" e "La Piazza" in onore dell'Officina. Grazie a tutti.


sabato, novembre 1

Nicola Cusano: anelare alla Sapienza significa essere edotti sull'ignoranza

E poichè [la Sapienza] è inesprimibile in ogni modo di parlare, non si può pensare alcuna fine di queste maniere di parlare, perchè essa è impensabile in ogni pensiero, essa, per la quale, nella quale, dalla quale tutte le cose sono. E non si devono stimare in alcun modo sapienti (possessori del sapere) coloro che ne parlano solo con la parola, e non per averla essi stessi assaporata. Per contro parlano della sapienza in quanto la sperimentano con gusto, quelli cioè che mediante essa sanno tutto nel senso di non sapere nulla di tutte le cose; infatti mediante la sapienza e da essa e in essa sussiste ogni sapere a sé cosciente. Essa stessa tuttavia, poiché abita nelle supreme altezze, non è gustabile da nessun sapore. Viene dunque gustata in modo non gustabile, poiché è ancora al di sopra di tutto l'assaporabile: al di sopra del sensibile, del razionale e dell'intelligibile. Ma ciò significa gustare non gustabilmente e da lontano, come quando si può chiamare anche un profumo una pregustazione non gustabile. Come cioè il profumo moltiplicato dalla cosa profumata e accolto in un'altra ci alletta a cercarlo, cosicché noi corriamo verso l'unguento nella scia del profumo degli unguenti, allo stesso modo l'eterna e infinita sapienza, poiché essa si riflette in ogni cosa, ci alletta, da una certa pregustazione dei suoi effetti, cosicché noi siamo portati verso di essa da un mirabile anelito. Poiché infatti essa è la vita dello spirito pensante, che ha una certa pregustazione insita essenzialmente, mediante la quale con tanta dedizione cerca la fonte della sua vita - che senza la pregustazione non cercherebbe, né, quando l'avesse trovata, saprebbe d'averla trovata - perché viene mosso verso di essa, la sapienza, come verso la propria vita. Ed è gioioso per ogni spirito ascendere costantemente all'origine della sua vita, per quanto sia inaccessibile. [...] E così avviene che l'inaccessibilità o l'incomprensibilità della sua vita sia la sua comprensione, oggetto di sommo anelito, come se qualcuno avesse un tesoro, dal quale attinge la sua vita, e giungesse fino a sapere che questo suo tesoro è innumerevole, imponderabile e immisurabile. Questo sapere l'incomprensibilità è il comprendere più gioioso e più desiderato, non invero in quanto si rapporta a colui che comprende ma al tesoro stesso della vita amatissimo, come se qualcuno ama qualche cosa perché suscita amore, costui è ricolmato di gioia per il fatto che si trovano in essa motivi infiniti e inesprimibili di amore. E questa è la più gioiosa comprensione da parte dell'amante, allorché comprende l'amabilità incomprensibile dell'amato. Se il suo amore si volgesse ad un amato comprensibile, non sarebbe di gran lunga tanto gioioso come quando gli consta che l'amabilità dell'amato è del tutto immisurabile, non finibile, non delimitabile con termini e incomprensibile. Questa è la comprensione più colma di gioia dell'incomprensibilità e l'ignoranza appassionatamente dotta, quando essa conosce a modo suo e, tuttavia, misurata sulla precisione, non conosce.

Nicola Cusano, De sapientia, p.9 tr. it. di G. Santinello