"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, dicembre 29

Sull'inizio - (01/01/2009?)

Inizia l'anno nuovo. Nei giorni scorsi un amico mi diceva: «Che festa stupida. Perchè dovrei andare nei locali dai prezzi gonfi o far festa per un giorno che si è scelto essere il primo di un anno?». In effetti lui colpisce un punto interessante e, esclusa un po' di iniziale reticenza, ho preso subito a cuore la sua osservazione. La prima riflessione è che le dimensioni e le usanze di questo «inizio» stridono abbastanza con il clima raccolto e, per pochi, di forte spiritualità del Natale. Ora, cosa c'entrano l'anima e il Natale in questo contesto? Mi veniva in mente Gregorio di Nissa: «con Te percorrerò sempre nuovi inizi». Certamente la citazione così astratta da tutto il proprio contesto non vuol significare nulla; eppure pensavo che probabilmente per l'uomo pensare l'Inizio, quotidiano o metafisico, fisico o temporale, sia più una necessità logica (del Logos) che una «convenzione», come diceva il mio amico. Certamente il fatto che proprio quel giorno lì sia nominato "Capodanno" è una convenzione, un accordo tra uomini appartenenti ad una stessa tradizione, ma vorrei ora toccare un piano ulteriore. Mi pare, difatti, che la concezione lineare/circolare Inizio-Processo-Fine sia realmente un bisogno della ragione. Non a caso Gregorio parla di «nuovi inizi», perchè la nostra anima/mente ha bisogno di pensare l'inizio, ha bisogno di pulsare verso il futuro, verso il nuovo, esplodere a partire da un punto di frattura, perchè Ri-cominciare è strutturalmente la nostra energheia. E allora ben vengano le convenzioni se queste ci aprono ad una nuova "vita dell'anima", ad una con-versione, perchè nulla nasce se non in forza di una frattura, di un «salto» (Kierkegaard). «Non pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada». Pensare l'inizio significa pensare la vita contro l'angoscioso ritorno dell'uguale, contro la soffocante staticità dell'eterno movimento circolare, quasi incolore, quasi di pietra. La quiete, da Hegel, non è vita: solo il movimento, il «poièin», Salva. L'augurio è che questo inizio sia realmente un «nuovo inizio» per voi stessi. Buon 2009.


giovedì, dicembre 25

La nascita di Dio nell'anima dell'uomo

La predica di Natale di Johannes Tauler

“Un bimbo è nato in noi, un figlio ci è stato dato” (Is 9,6)

Questa predica sulla triplice nascita di Dio insegna come dobbiamo raccogliere le tre forze della nostra anima e rinunziare alla nostra volontà.

In questo giorno la santa cristianità celebra una triplice nascita, in cui ogni cristiano dovrebbe ricevere immensa gioia e giubilo interiore. E un uomo che non sperimentasse nulla in sé dovrebbe spaventarsi. La prima e più sublime nascita avviene nel momento in cui il Padre celeste genera il Figlio unigenito nell'essenza divina e nella distinzione della persona. La seconda nascita, che oggi viene appunto celebrata, è la vergine e pura fecondità materna. La terza nascita avviene quando Dio nasce, in modo vero e spiri­tuale, ogni giorno ed ogni ora nell’anima buona. Queste tre nascite del Signore vengono celebrate nelle tre sante Messe. La prima Messa si celebra nella notte oscura ed inizia con le parole: “Il Signore mi disse: Figlio mio oggi ti ho generato”. Questa Messa tratta della nascita nascosta che avvenne nel­l’os­curo della sconosciuta divinità. La seconda Messa inizia con le parole: “Oggi la luce risplenderà sopra di noi”. E cele­bra lo splendore della natura umana divinizzata, parte nel buio e parte durante il giorno, poichè questa nascita era solo in parte co­nosciuta. La terza Messa si celebra con il chiarore del giorno e comincia con queste parole: “Un bambino è nato in noi e un figlio ci è stato dato”. In essa si simbolizza l’amata nascita che av­viene e deve avvenire in ogni anima buona e santa, solo se que­sta saprà rivolgersi ad essa con attenzione e amore, poiché se quest’anima vorrà sperimentare e sentire in sé tale nascita dovrà farlo rivoltando e raccogliendo tutte le sue forze. In questa nascita nell’anima, Dio diventa così aderente ad essa che sembra mai fosse altra cosa più pro­pria. La Sacra Scrittura dice: “Ci è nato un bimbo, ci è stato dato un figlio. Egli è nostro, più proprio di ogni altra cosa propria, egli nasce in noi ininterrottamente”. Di tale nascita a cui si riferisce l’ultima Messa vogliamo parlare per prima.

Se vogliamo che questa nobile nascita avvenga in noi nel modo più fruttuoso dobbiamo apprendere dalla prima nascita paterna, quando il Padre genera il suo Figlio nell’eternità. Infatti, per la sua infinità bontà Dio non poteva chiudersi in se stesso ma doveva diffondersi e comunicarsi. Come dicono Boezio e Agostino, la qualità e la natura di Dio è quella di diffondersi, così il Padre si è effuso nella proces­sione delle persone divine e poi si è diffuso nelle creature. Sant’ Agostino ha detto che “noi esistiamo perché Dio è buono e tutto quello che le creature hanno di buono deriva solo dalla bontà essenziale di Dio”. [...] La compiacenza di Dio si effonde in un amore ineffabile che è lo Spirito Santo, così Dio resta in se stesso esce da sé e vi rientra...Il corso dell'uomo come il corso del cielo sono i più nobili ed i più perfetti, in quanto ritornano alla propria ori­gine. La proprietà che il Padre ha di entrare in sé e di uscir­ne, la deve avere in sé anche l’uomo che vuol di­ventare una madre spi­rituale di que­sta nascita divina. Deve avvenire un energico rientro, una ripa­razione, un raccoglimento interiore di tutte le facoltà, le superiori e le inferiori, e deve esserci una concentrazione da ogni dispersione, così come tutte le cose unite sono più forti [...], come tutti i rami escono fuori dal fusto dell'albero, così tutte le facoltà sensibili, concupiscibili e irascibili, sono unite alle superiori nel fondo dell’anima: questo è il rientrare. Se deve esserci allora un'uscita, cioè un’elevazione al di fuori e al di sopra di se stessi, noi dobbiamo rinunziare ad ogni nostro volere, desiderio ed azione; non deve restarci che una nuda e pura intenzione di Dio e assolutamente nulla del nostro essere, divenire e guadagno, ma solamente un appartenergli, un fargli posto nella parte più elevata e più intima, affinché Egli possa realizzare in noi la sua opera e non venga da noi ostaco­la­to nella sua nascita. Perché quando due devono diventare uno, uno deve comportarsi da paziente, l'altro da agente. Se il mio occhio deve percepire le immagini sulla parete o vede­re qualunque altra cosa, deve essere privo di ogni altra immagi­ne, perché se avesse innanzi a sé un solo colore, non vedrebbe più alcun altro colore; o se l'orecchio percepisce un tono, non può sentirne bene un’altro. Qualsiasi cosa deve ricevere dev’essere vuota, libera e sgombra. A questo riguardo Sant’ Ago­stino dice: “Vuotati, perché possa essere riempito; esci per poter entrare”. E in un altro luogo: “O tu, nobile anima, o nobile creatura, perchè vai a cercare fuori di te Colui che è interamente, in tutta verità e nudamente in te; e dal momento che sei partecipe della natura divina, cosa ti importa di tutte le creature o cosa hai da fare con esse. “Se l’uomo pre­parasse così il posto, il fondo, non c'è alcun dubbio che Dio dovrebbe riempirlo completamente pure se dovesse rompersi il cielo per ricolmare il vuoto”. Dio non lascia le cose vuote, sa­rebbe contrario a tutta la sua natura ed alla sua giustizia.

Perciò è molto importante che tu taccia, così sentirai parlare il Verbo in te. Ma sii certo che se tu vuoi parlare Egli deve tacere. Non si può servire meglio il Verbo che tacendo e ascol­tando. Se gli farai posto uscendo completamente egli entrerà interamente, perchè né meno né più di quanto tu esci egli entra. Quando Dio, nel primo libro di Mosè comanda ad Abramo di allon­tanarsi dal suo paese e dalla sua parentela perché gli voleva mostrare ogni bene. Ogni bene è questa divina nascita che da sola comprende ogni bene. Il suo paese e la sua terra, da cui doveva uscire, simbolizza il corpo con tutte le sue concupicen­ze e disordini; per parentela s’intende l’inclinazione della facoltà sensibili e le loro fantastiche illusioni che attirano il corpo e lo tras­cinano, arrecandogli le agitazioni del piacere e del dolore, della gioia e della tristezza, del desiderio e del timore, dell’inquietudine e della leggerezza. Da tale famiglia, che è la parentela più prossima, vi si deve uscirne del tutto se si vuole il bene di questa nascita...Cristo ha detto: “Chi per amor mio lascia padre, madre e campi, riceverà in cambio il centuplo e in più la vita eterna” (Mt 19,29). Sant'Agostino ha detto: “Maria fu molto più felice perchè Dio nacque spiritualmente nella sua anima, che non per il fatto che nacque fisicamente da lei”.

Chi ora vuole che questa nascita avvenga nobilmente e spiritual­mente nella sua anima, come nell’anima di Maria, deve prestare attenzione alle qualità che aveva in sé la santissima Maria, che fu madre fisicamente e spiritualmente. Ella era una casta ancel­la, ed era una vergine fidanzata e viveva ritirata, separata da tutto, quan­do l’angelo si recò da lei. Così pure deve essere una madre spirituale di questa nascita di Dio: dev’essere una vergine casta e pura. Se ha perduto qualche volta la purità, deve riacquistarla e così ridiventa pura e verginale. ...Questa vergine deve vivere in ritiratezza; tutti i suoi pensieri, i suoi costumi, il suo comportamento devono essere interiori, così ella porta molto frutto, un grande Frut­to, Dio stesso, il figlio di Dio, il Verbo di Dio che è e porta in sé ogni cosa.
Maria era una vergine promessa; anche la nostra vergine dev’es­sere promessa, secondo l’insegnamento di san Paolo. Tu devi immergere la tua volontà mutevole nella volontà immutabile di Dio, affinché la tua debolezza venga sostenuta. Come Maria era una vergine ritirata, così deve essere ritirata la serva di Dio, se vuole sperimentare in sé questa nascita, astenendosi non solo dalle uscite materiali che talvolta appaio­no dannose, ma pure dalla pratica sensibile della virtù. Deve cioè fare calma e silenzio in se stessa, chiudersi in sé, nas­condersi e occultarsi dai sensi nello spirito; sfuggire spesso ad essi e realizzare in se stessa un silenzio, una pace interio­re.....Quando c'è un vero silenzio, allora si sente veramente il Verbo: perchè se Dio deve parlare tu devi tacere; se Dio deve entrare tutte le cose devono uscire. Quando nostro Signore Gesù Cristo entrò in Egitto, tutti gli idoli che erano nel paese caddero a terra; sono i tuoi idoli (nonostante ti dimostri buono e santo) che impediscono la vera e immediata entrata della nas­cita eterna del Cristo.

Nostro Signore Gesù ha detto: “Io sono venuto a portare una spada per tagliare tutto ciò che appartiene all’uomo, madre sorella, fratello; perché, quello che ti è intimo, è il tuo nemico, per­ché la molteplicità delle immagini che nascondono e velano in te il Verbo, impediscono questa nascita nella tua anima. (...) Che tutti possano preparare un posto in se stessi a questa nobile nascita, così da diventare una vera madre spirituale. Che Dio ci aiuti. Amen.


lunedì, dicembre 22

La nostra provocazione per il sociale

Volevo riflettere su una questione, alla quale, forse, essendo interessato in prima persona, sono tentato di dare un peso eccessivo. Mi riferisco alla provocazione di Officina Ortona in merito alle ripetizioni gratuite che da qualche tempo stiamo "offrendo" e alle quali abbiamo registrato una risposta pressocchè nulla. Premetto che a me personalmente e all'officina stessa non interessa farci mera pubblicità nè tentare di cooptare ragazzi perchè siamo un'associazione culturale senza scopo di lucro o secondi fini che non siano la promozione delle attività giovanili e del fermento delle intelligenze. L'idea delle ripetizioni è sorta tempo fa poichè abbiamo notato come troppo spesso si combinano alcuni elementi importanti:

1) Ragazzi che hanno difficoltà con lo studio.
2) Mancanza di tempo in familia da dedicare a seguire il figlio.
3) Mancanza di denaro da investire nelle ripetizioni del figlio.

Accade che i genitori o lavorano o, per un valido motivo qualsiasi, a casa non hanno qualcuno che sia disponibile a seguire i propri figli oppure non hanno condizioni economiche tali da permettersi delle ripetizioni e così i ragazzi rimangono fermi al palo, con i loro problemi, insoddisfazioni e voglia di lasciare la scuola. Parallelamente questo servizio, che tempo fa veniva erogato puntualmente dai salesiani di Don Bosco, oggi sembra in disuso o, quantomeno, poco "in voga". Nasce così un'idea che pur non essendo una novità assoluta nella nostra Ortona, costituisce oggi una forte provocazione a chi pensa che il movente di un qualsiasi lavoro sia il denaro e che la cultura stessa per sussistere debba veicolarlo. La qualità dei nostri aiuti non sarà certo degna dei palati più fini perchè siamo studenti noi stessi. Eppure troppo spesso i ragazzi delle scuole superiori in difficoltà non hanno bisogno di un professore geniale che li segua nelle ripetizioni, ma di un loro "compagno" con cui camminare nello studio, senza soffrire. Mi spiace che Ortona non abbia accolto le nostre idee, non ci abbia sostenuto e tutto sia passato così, in silenzio. Evidentemente i genitori sono contenti così, di questo studio, di questa società, di questa scuola o, quantomeno, dimostrano di non avere fiducia nel sociale e nelle capacità dei ragazzi, "i propri" e quelli dell'Officina. Ma neanche questa sembra essere una novità.


giovedì, dicembre 18

Il canto popolare

Giorni fa ho avuto occasione di commentare con alcuni amici i risultati delle elezioni regionali qui in Abruzzo e si discuteva della scarsa affluenza alle urne. Sostenevo che il 52% di voti sui possibili votanti è un dato davvero imbarazzante e per noi ortonesi ancor di più se notiamo che nella nostra cittadina i votanti sono stati il 46%. Gli italiani non meritano la democrazia. Questa assenza dalle urne a mio avviso è solo un insulto verso la nostra terra, verso il nostro passato e verso il lavoro e il sangue dei nostri antenati. A questo proposito, nel tentativo di rinvigorire il nostro spirito critico e farvi riflettere sul tema, vi invito ad leggere la poesia Il canto popolare di P.P.Pasolini, presente nella raccolta Le ceneri di Gramsci. Sulla rete si trova anche una registrazione della poesia recitata da Pasolini stesso (qui)

P.P.Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti 2006


domenica, dicembre 14

Ortona, Chiesa Cattolica, anno di grazia 2008

125. L’uomo folle. – Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”.

F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125


23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché calcolate la decima della menta dell'aneto e del comino, e trascurate le cose piú importanti della legge: la giustizia, la misericordia e la fede, queste cose bisogna praticare senza trascurare le altre.
24 Guide cieche, che colate il moscerino e inghiottite il cammello.
25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché pulite l'esterno della coppa e del piatto, mentre l'interno è pieno di rapina e d'intemperanza.
26 Fariseo cieco! Pulisci prima l'interno della coppa e del piatto, affinché anche l'esterno sia pulito.
27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché rassomigliate a sepolcri imbiancati, i quali di fuori appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine.
28 Cosí anche voi di fuori apparite giusti davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.
29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché edificate i sepolcri dei profeti e ornate i monumenti dei giusti
30 e dite: "se noi fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro nell'uccisione dei profeti
31 Cosí dicendo, voi testimoniate contro voi stessi, che siete figli di coloro che uccisero i profeti.
32 Voi superate la misura dei vostri padri!
33 Serpenti, razza di vipere! Come sfuggirete al giudizio della Geenna?

Vangelo secondo Matteo, 23




"Oggi è la festa del dono, sù, comprate cioccolatini per i vostri bambini!"
Un sacerdote durante la messa. Ortona,14/12/2008.


Non frequento le Chiese e le liturgie da molto tempo, non condividendo pressocché nulla di ciò che lì viene detto e compiuto, perciò faccio solo eco a questo episodio. La cosa tremenda non è tanto la parola del sacerdote, ma il fatto che chi me lo ha riferito lo ha fatto con serenità e "fede", senza aver il minimo dubbio. Ripeto con Nietzsche: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”



domenica, dicembre 7

Fine della morte?

Prendo spunto da un breve e significativo articolo di Paolo Ferrante (qui) per cercare di riflettere sul posto e sulla percezione dell'evento della morte nella "visione del mondo" della nostra società. Certamente la vastità del problema esula da questo contesto e perciò mi limiterò a riflettere su alcune affermazioni presenti nell'articolo citato. Come d'abitudine mi piacerebbe iniziare con l'inquadrare la genesi del problema e dei relativi tentativi di approccio, perciò - con buona dose di narcisismo - rimando ad una mia recensione ad un saggio di H.Jonas, Il problema della vita e del corpo nella dottrina dell’essere (qui) che illustra bene la questione.
se si affida la morte alla tecnica si finisce per assegnare delle risorse (umane) a questo affare che, di conseguenza, non ha più nulla di misterioso o di sacro, non è più qualcosa a cui educarci. E' un affare come tanti.
Così Paolo Ferrante chiude l'articolo e ci apre diverse vie: cosa significa affidare la morte? Solo salvaguardando sacro e mistero è possibile approcciarci con rispetto alla morte? Cosa significa educarci alla morte? La progressiva censura che il problema della morte, perchè di problema si tratta, ha subìto in questi ultimi anni è evidente anche ad una lettura superficiale e nella misura in cui è scomparsa un'educazione alla morte, è svanita anche un'educazione alla vita poichè essa è un fatto meramente biologico e la morte «è un affare come tanti», un elemento necessario per la conclusione di un processo accidentale, che è capitato a te per "caso", con la forma dell'ineluttabile sequela ordinata "nascita-vita-morte". La cosiddetta "morte naturale" viene oggi desiderata perchè rappresenta la "normale" conclusione: è l'espressione tipica della normalizzazione della vita e della censura della morte come evento, come fatto che tocca l'esistenza di un individuo, è la conseguenza di una visione meramente materialistica del vissuto, dove l'aggregato di atomi è, forse, prodotto da un mero clinamen e tutto è direzionato da un processo vorticoso. L'azione dell'uomo si innesta su questo processo di atomi con tal forza e "volontà di potenza", che l'obiettivo è ora determinarli empiricamente tutti, che anche la morte diviene un qualcosa di empirico, di accidentale come un clinamen, a cui accostarsi freddamente e in una fredda sala d'ospedale, tutta tinta di bianco. Paolo Ferrante richiama alla concezione sacrale della morte che resiste in alcune società Orientali, evidenziandone giustamente il calore e il significato che questo evento ha per la comunità. Ma quale via può aprirci l'Oriente se alcune pratiche e concezioni sembrano appartenere, con le dovute differenze, più al nostro passato che all'alba del futuro? Non sarà forse la coscienza filosofica occidentale, con la sua razionalità e spiritualità, a saperci indicare sapientemente la via? Affidandoci all'Oriente religioso e non filosofico, come spesso ascoltiamo indicarci, non staremo forse rischiando di falsare noi stessi?


giovedì, dicembre 4

Chi è il mio prossimo?



Chi è il mio prossimo? Come approssimarsi al prossimo? A cosa il prossimo mi chiama? Dove mi chiama? Nelle mie riflessioni ho avuto modo di approntare questo pròblema lasciandolo spesso aperto. Un'occasione per rientrare nella questio ci viene offerta da M. Cacciari e Mons. G. Ravasi nei loro interventi, dai quali sarebbe bene estrapolare una piccola antologia per fissare alcuni concetti ed espressioni da non dimenticare nei nostri futuri naufragi.

«Qual'è questa prossimità che non annulla mai la distanza, anzi che invita a pensare proprio la distanza come un tenere-insieme, un col-legare senza legare? Dove ha luogo questo movimento, per cui possiamo pensarlo davvero come necessario? In noi stessi. Cos'è più prossimo a me di me? Dove posso trovare una prossimità più prossima? Qual'è quel prossimo che non potrò mai fare a meno di avere con me? me stesso. E non è qui che trovo la necessità della distanza? Quando mai so chi sono? Quando mai cesso di essere straniero a me? Quando mai cesso di essere pròblema a me? Quando mai cessa di venirmi addosso la domanda "chi sono?" Quando mai ho dato una risposta esaustiva a quella domanda trasformandola in uno "stato": "io sono quello, io sono questo volto e nessun alto. Io sono questa persona - maschera - e nessun altro." Quando mai? Eppure è il mio prossimo più prossimo, potete pensare un prossimo più prossimo di voi stessi? E sapete chi siete? Non è un approssimarsi continuo a questo pròblema? Non è una continua ricerca di "chi sono"? E potrà mai essere esaurita questa ricerca? Potrete mai sondare fino all'abisso del vostro passato, trovare un fondamento di voi? O quel Fondamento non diventa per l'appunto quella determinazione che toglie ogni Fondamento? [...] Questa ricerca, questo amore, questa indagine, questa verità del nostro essere che è sempre indaganda, da doversi cercare ancora, fa sì che noi siamo quel prossimo che ci è necessario, che mai gli è meno, che non possiamo mai cessare di essere in noi e tuttavia al quale non possiamo mai dare una risposta che esaurisca questo movimento di approssimazione. Il prossimo è un'approssimazione costante verso se stessi. Una ricerca che dobbiamo compiere e che sappiamo allo stesso momento in-compibile. Per compierla dovremmo appunto sapere la nostra origine, giungere a quel fondamento ultimo che è chiaramente, se lo pensiamo, come ciò che toglie ogni fondamento. Una continua esperienza dello Straniero che sta in me.»
M.Cacciari


mercoledì, dicembre 3