"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

mercoledì, dicembre 30

Solitudini

Alle prime luci della Cittadella, quando il cammino era ancora impreciso e vago, avevo assunto l'abitudine di riflettere e commentare gli avvenimenti quotidiani che più mi impressionavano, cercando non di estrapolarne una patetica quanto raffinata morale ma cercando di risalire verso le cause e le circostanze storico-filosofiche delle azioni umane. Questa sera vorrei riprendere, a malincuore, questo esercizio, invitandovi a scorrere la breve lettera di denuncia pubblicata stamane su Repubblica e firmata da Shulim Vogelmann (qui). Le reazioni a questo fatto di cronaca sono state tante e vorrei timidamente aggiungermi al coro di tutti coloro che hanno ritenuto scandaloso e abominevole il comportamento dei funzionari delle Ferrovie dello Stato. Non spendo altre parole sul fatto sia perchè credo che sia superfluo aggiungere altre righe impietose sull'accaduto, sia perchè, come premettevo, nella cittadella ho cercato di evitare interventi con la morale del bravo cortigiano.

Un elemento interessante - ma altrettanto impietoso - credo che lo si possa estrapolare dalle ultime righe, quando l'autore della lettera ci restituisce la totale indifferenza degli altri passeggeri a quanto stava avvenendo dinanzi a loro. I passeggeri, scrive Vogelmann, «sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare». Inutile sottolineare come non vi possa esser distinzione sociale, nè politica nè tantomeno religiosa alla categoria del "passeggero". Erano, tuttavia, tutti accomunati dalla stessa apatia, tutti anestetizzati dinanzi al dolore e alla brutalità. Questo è il triste spaccato sociale della nostra Italia, di cittadini che hanno dimenticato la fame e la sofferenza, di benpensanti tutti attaccati al loro posto, alla loro "legalità" e ai loro diritti di viaggiatori, tutti raggomitolati nelle loro giacche sui nuovi treni comodi e superveloci. Nemmeno i silenzi omertosi erano (sono) così tremendi.

Cambiamo scenario: 1956, dopoguerra. Stesso treno, Bari-Roma, o affine, che scende verso la Terra di Lavoro. Vi invito a rileggervi, con calma, la poesia di P.P. Pasolini, Terra di Lavoro, in Le ceneri di Gramsci. Non c'è, dietro, alcun intento strappalacrime ma solo la proposta di una lettura che ci possa far confrontare queste due solitudini. La solitudine di quei "neri contadini", che "non sanno nulla", di quella madre che chiede solo la vita, contro questa indifferenza becera e borghese di un'Italia nichilista, dedita al culto dell'individualità e del denaro. E' curioso come lo stesso ambiente del treno possa fotografare le due Italie così lontane, sulle quali non voglio dilungarmi ma affidare il giudizio alla coscienza di ognuno.


giovedì, dicembre 24

Quale natale?

La breve riflessione che vorrei presentarvi sulla festività natalizia mira ad essere un compendio di quanto scritto in questi anni sul tema, cercando di riflettere sugli schemi delle principali concezioni e sui presupposti dei modelli etici che più frequentemente incrociamo o che noi stessi adottiamo. Credo sia necessario iniziare tenendo ferma l'idea che il Natale, come tante altre festività, laiche o religiose, non può essere semplicemente un'evento spirituale o semplicemente una ricorrenza mondana, bensì si presenta come una soluzione unica, in cui le due radici sembrano una. D'altronde sono convinto che ogni fenomeno di questo tipo sia - prendendo in prestito il linguaggio della chimica - una soluzione e non un miscuglio, ossia un unicum da assumere come tale, senza illudersi di poterne isolare le componenti. Dietro questa festività possiamo osservare comporsi la spiritualità della kenosi, di quell'Incarnazione così paradossale, con tradizioni pagane e simbologie primitive, sulle quali rimando ad un articolo di J. Evola, "Cos'è il Natale?". Pertanto, a partire da quest'ordine di convinzioni, non credo sorprenderà nessuno il tentativo di rintracciare nella nostra cultura attuale quelle opposte tendenze, tra l'altro interpretate in maniera palesemente radicale e intergralista. Mi riferisco da un lato alle insopportabili derive consumistiche e "pagane" - come la ridicola proposta di rendere il Natale come una festa delle luci - sulle quali trovo sia superfluo soffermarci; dall'altro a tutti quei richiami alla sola "pseudo spiritualità", che molto spesso durante il periodo natalizio ritornano con fastidio - persino dalla pubblicità.

Preciso maggiormente questo secondo punto perchè troppo spesso nella Cittadella ho portato avanti anch'io il discorso più strettamente spirituale. Il distinguo che voglio fare è importante perchè permette a mio avviso di accostarsi con una lente particolare a questa notte. Per "pseudo spiritualità" mi riferisco a quella vuota spiritualità che ritroviamo nel richiamo ad una presunta bontà del cuore o ad una forzata astinenza dal mondano, quasi ad offrire un "fioretto" a Dio, così come mi raccontavano le suore da bambino. Il peggio, credo, si mostri quando a questa tendenza viene affiancata la solita pappardella marxista della liberazione dei popoli etc. Non ho timore ad espormi in maniera così dura perchè credo che la cristianità di tutto abbia bisogno meno che di una deriva buonista: non si tratta di essere pateticamente buoni ma di comprendere che quell'infinito donarsi di cui questa notte vuole richiamare ricordo e vestigia, è sovrabbondanza e tenebra. Tutt'altro che patetico "esser buoni" e cioccolatosi, ma un vero e proprio mistero dinanzi al quale non possiamo che accostarci con il sacro silenzio e distacco. Non solo, attuazione massima di questo silenzio non è certo il buonismo borghese ma quella nascita del figlio dell'anima di cui parla Eckhart e alla quale rimando nella Cittadella. Allora alla vera spiritualità non disturba affatto quella strana fusione con le tradizioni primitive e pre-cristiane di cui parlava J.Evola nel suo articolo, perchè i simbolismi dell'albero, del dono e della rinascita mirano lì dove mira anche la Croce: al Cielo. Il vero cristiano è allora colui che si sforza ogni giorno - non solo a Natale - di "scolpire la propria statua" e accogliere il Figlio nella propria anima, magari accogliendo la differenza del pagano; accogliendo e tramandando quello stesso sforzo di risalita che ci accomuna ai nostri antenati più lontani. Ciò che disturba, invece, è il falso buonismo sul quale troppo spesso si vuole schiacchiare la spiritualità cristiana, rendendola così adatta al piccolo borghese e alla pubblicità della Mediaset.


PS: Rimando alla predica di J.Tauler, La nascita di Dio nell'anima dell'uomo, che pubblicai lo scorso anno sulla Cittadella.


lunedì, dicembre 21

Fanny e Alexander

di Sgubonius

Guardando un film di Bergman si può provare e pensare di tutto, ma mai che è banale. Questo perché non è mai un’opinione a muovere il maestro svedese, ma sono sempre dei dubbi, che tormentano il suo spirito, a prendere forma. Così il risultato non può che essere sempre problematico, mai del tutto risolto, quindi sempre stimolante. Fin dal principio è soprattutto la questione epocale del nichilismo a dare un’impronta alle sue domande: la morte di Dio che trascina con sé nella tomba ogni permanenza, ogni salvezza, soprattutto dell’Io (con l’epigone in Persona). Tutta l’opera di Bergman è attraversata dall’ossessione di un “mondo di marionette” senza burattinaio, in cui i fili abbandonati s’intrecciano pericolosamente nella difficoltà di ogni rapporto interpersonale (è sempre l’Altro il problema, sia esso Dio o gli uomini). Ecco la necessità di essere registi, teatrali o cinematografici, la necessità di sbrogliare queste matasse trovando uno scopo, una fede, un amore, una memoria, un’opera a cui dedicarsi. Tutti questi temi si sovrappongono tanto nella mente quanto nella filmografia di Bergman, senza un attimo di tregua.

E’ soprattutto nel suo ultimo film, Fanny e Alexander, vero e proprio testamento del regista, che possiamo trovare una sintesi di questo mondo problematico. Ed è solo alla fine, in limine (alle soglie della vita…), che dallo spessore del problema stesso emerge una traccia di soluzione, uno spiraglio luminoso. Nell’arazzo meraviglioso della pellicola, spicca infatti la liberazione del bambino Alexander (Bergman stesso) dal patrigno, ovvero il ritorno all’origine, alla famiglia-teatro, attraverso la forza dell’immaginazione, della creazione. Ritroviamo qui simbolizzata tutta la poetica del nostro Ingmar: il (Dio) padre, non casualmente teatrante, che muore all’inizio, e il rigido e freddo pastore protestante che gli si sostituisce, separando il bambino dal mondo degli affetti; poi l’incontro con il magico, la potenza dell’immaginazione, e il salto di fede. Fede come fiducia nella potenza stessa dell’immaginare, del domandare, dello sperare, anche quando non c’è alcun segno del garante della risposta. Fede insomma nella creazione artistica, nella finzione più pura, nella marionetta (kleistiana) stessa; contro la maschera unica, “impressa a fuoco”, del pastore, le maschere infinite (sarebbe di dovere riprendere il riferimento iniziale a Nietzsche) del teatro/cinema. E così si conclude, poeticamente, l’ultimo film di Bergman:
« Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà, l'immaginazione fila e tesse nuovi disegni »



giovedì, dicembre 17

Schelling e l'arte cristiana

Incamminandosi a ritroso nella cittadella, facilmente è possibile rintracciare alcuni miei interventi sullo statuto dell'arte e in particolar modo sull'icona e sulla capacità dell'artista di indicare e rivelare un qual-cosa di ulteriore al semplice prodotto. L'arte come segno, in definitiva. Oggi volevo discutere un'idea che Schelling presenta nella sua Filosofia dell'arte, un'idea radicale sulla storia dell'occidente e sulle tradizioni: dal punto di vista di Schelling l'epoca moderna inizia con la nascita del Cristianesimo, ossia coincide con quella che noi oggi chiamiamo tardo-antichità. Perchè? Perchè per Schelling il cristianesimo è stata la cesura fondamentale che ha dato vita alla storia in quanto ci ha permesso di concepire la coscienza come libertà assoluta. Nell'epoca antica, difatti, la scoienza era preda della necessità e non a caso i filosofi tematizzarono l'Essere; il cristianesimo ha reso l'uomo cosciente della della libertà nella dimensione pratica e lo ha aperto al divenire. Ecco perchè nel Cristinesimo è possibile rintracciare la cesura definitiva che ha aperto un mondo nuovo.

Ora, cosa c'entra questa filosofia della storia con l'arte e la produzione artistica? Dal punto di vista di Schelling, l'arte sembra essere lo strumento privilegiato per l'espressione della coscienza. Emblematiche sono le grandi opere antiche, dove la stabilità e la rigidità del marmo esemplifica la stabilità dell'essere. L'arte "moderna", dal suo canto, non ha potuto non tener conto dell'evoluzione dellaa coscienza, un'evoluzione teoretica e pratica. Le grandi opere della cristianità sono figlie dell'epoca del divenire, in cui la coscienza è altresì aperta alla Libertà trascendentale, quella libertà di cui parla Kant nella Kritik der Praktischen Vernunft e che anela al Fondamento stesso, oltre il tempo e lo spazio. L'arte cristiana è allora segno e dischiude il Fondamento stesso. L'artista è capace - perchè geniale - di render viva quella forza, quell'energheia, quella traccia che ognuno di noi ha in sè, attraverso un'opera paradossale. L'opera è, difatti, da un lato espressione della Libertà come prorompente porta dell'anima e, contemporaneamente, dall'altro, ne è ostacolo, in quanto pur sempre un'espressione temporale e materiale: essa rivela il Fondamento eppure ne è sublime nascondimento. L'icona cristiana - e mi permetto di rimandare alle mie riflessioni precedenti - è tutto questo.


venerdì, dicembre 11

La fontana della vergine

Ieri sera, di ritono da Milano, ho gustato un film di I.Bergman, La fontana della vergine, del 1960 e ispirato alla leggenda medievale Töre’s dotter i wänge. Non sono certo in grado di recensire il film dato che tecnicamente non saprei dire molto, ma vorrei condividere con voi alcuni spunti e idee che ho avuto modo di elaborare in serata. La trama del film è lineare e abbastanza semplice; riporto la sintesi di Wikipedia:
Nella Svezia medievale, il proprietario terriero Töre insiste perché la sua giovane figlia Karin consegni di persona dei ceri alla Madonna in un giorno di festa, come vuole la tradizione. La giovane è accompagnata da Ingeri, serva disonorata e pagana. Durante il viaggio, però, dei briganti violentano ed uccidono la giovane Karin, senza che Ingeri possa aiutarla. Nella fuga, gli assassini cercano riparo proprio dal padre di Karin, a loro insaputa. Una volta che Ingeri torna alla casa del padrone, riconosce i tre loschi figuri ed avverte Töre, il quale metterà in pratica la sua vendetta uccidendo i briganti. Più tardi, Ingeri accompagna la famiglia nel luogo in cui si trova il cadavere di Karin e mentre cercano di spostarlo per dare sepoltura alla sfortunata ragazza, dal punto in cui era poggiata la testa del corpo prende a sgorgare una sorgente d'acqua.
Anzitutto mi piace sottolineare come non riesca mai a stupirmi abbastanza della cultura medievale, poichè mi sembra che vengano toccati un po' tutti i punti critici dell'esistenza umana, dalla fiducia al dolore, alla disperazione fino alla morte; e poi la preghiera, la gioia, la fede e la tradizione. E' interessante notare come l'atmosfera della casa di Töre sia tutta impregnata di conformismo religioso. La fede è vissuta con angoscia e la preoccupazione principale è quella etica: comportarsi come comanda la propria Tradizione affinchè Dio possa accogliere un'anima pulita e santa. Non a caso, verso la fine del film, la serva bigotta, appena conosciuto il bambino, si preoccupa anzitutto dei sui costumi e del suo rapporto con Dio: «Il Signore è pietoso più di quanto credi. Dì le tue preghiere per bene e fallo tutte le sere, non te ne dimenticare»; così come, all'inizio della storia, Töre insiste con la moglie affinchè Karin raggiunga il villaggio per accendere un cero alla Vergine Maria. Lo comanda la Tradizione. Karin, piuttosto, sembra l'unica che viva con gioia e serenità: è il topos della vergine, pura nel corpo e nei pensieri, candida a tal punto da apparire ingenua dinanzi ai pericoli del mondo esterno. La foresta non è difatti luogo per le vergini e lo sa bene la serva Ingeri, incinta per una violenza.

Tra l'enorme quantità di temi toccati, oggi mi sembra opportuno far notare quella strana giustapposizione tra mondo pagano e mondo cristiano. Non dobbiamo difatti farci ingannare dal finale miracoloso nè dalla fede di Töre o dalla conversione di Ingeri: il cristianesimo non è semplicemente vincitore perchè il mondo pagano sembra restare sempre e inveitabilmente sullo sfondo, affiancato da un cristianesimo perbenista, che trova espressione solo nella stretta cerchia del re; è necessaria allora una radicale conversione, un atto di fede che vada oltre il mondo e le Tradizioni. Questo è uno dei tratti che preferisco del cristianesimo nordico, dove la tradizione non è mai ideologicamente negata, ma sempre assunta e dialetticamente armonizzata. Ad una prima lettura, il paganesimo sembra rispondere concretamente alla grettezza del mondo ma la profondità nera della morte schiuderà per tutti un nuovo orizzonte.

Inutile sottolineare come Ingeri e Karin siano le immagini più chiare di quello scontro-incontro tra il paganesimo e il nuovo Cristianesimo: mentre la serva riesce a fuggire dalla capanna dello sciamano imbroglione - altro riferimento al mondo pagano -, la piccola Karin divide il pane con tre vagabondi e cialtroni - chiara suggestione cristica - con gente che si barcamena tra furti e menzogne, avendone la peggio: Karin viene violentata e uccisa, a immagine del Cristo sul Golgota. La conversione di Ingeri avviene non a caso nel dolore e nel pianto per la morte del Cristo-Karin, un dolore a cui il paganesimo dello sciamano non sa far fronte e una morte a cui Odino non sa render ragione. La sorgente viva che erompe dalla terra è allora simbolo della resurrezione e dalla salvezza, che abbraccia i nuovi convertiti. Il cristianesimo di Töre, sopito della quotidianità delle tradizioni, si sveglia alla vita e all'amore. Egli è molto più pagano di quanto creda e lo testimonia la reazione tanto violenta quanto umana contro i tre assassini. Per il Re la conversione è testimoniata dall'accettazione paradossale del dolore e della morte della figlia; per il Re costruire una Chiesa in quel luogo significa vivere la resurrezione del Cristo, rendendo una strage un luogo di vita. Il paganesimo di Ingeri è, dal suo canto, ora purificato. Nella scena finale, in cui Ingeri immerge le mani nell'acqua della sorgente e lava il viso, è racchiusa tutta la leggenda.


mercoledì, dicembre 2

Un socialista ortonese del primo dopoguerra

Giorni fa ho sfogliai un vecchio libro di foto storiche ortonesi, risalente, credo, agli anni 50. Ortona nel primo dopoguerra era una piccola città, forse più "stretta" e rustica di quanto non lo sia ora, tutta raccolta su un centro medievale, con tanto di mura, Castello e Basilica. Tutt'intorno, la campagna scandiva il ritmo degli ortonesi, che abitavano grandi appezzamenti di terra, ancora in possesso di pochi signorotti. Costoro, da contare su un palmo di mano, restavano potenti nonostante il passare delle due guerre e l'avvento della democrazia. Il porto era appena sviluppato e benchè la zona vecchia fosse abitata da pescatori e gente di mare, il paese rimaneva fondamentalmente dedito all'agricoltura e al latifondo. Tra le foto, me ne colpì una, che raffigurava un lungo corteo funebre, alla testa del quale spiccavano autorità e borghesi del tempo e alla cui coda si trascinavano contadini e gente mal vestita. Chiesi informazioni sulla situazione perchè mi incuriosiva l'identità dell'uomo a cui ricchi e contadini davano l'addio. Forse si trattava di un prete, pensai, ma non sapevo certo spiegarmi la strana coincidenza: tutti a salutare lui. Ma ancora meno so spiegarvi il mio grande stupore quando seppi che il defunto era un funzionario dello Stato e in particolare l'esattore delle tasse. Contadini, operai e gente d'ogni estrazione stava dando l'addio ad un uomo che probabilmente bussò spesso nelle loro case in cerca di soldi e ad arrecare, seppur indirettamente, disturbi e problemi. Qualcosa non tornava. Certo, per i borghesi e i latifondisti s'intende, ma come spiegarsi il dolore della povera gente? Quell'uomo, mi dissero, era un socialista. Era un vero socialista, uno che ci credeva sul serio. Era uno che non si faceva problemi ad allungare le scadenze di pagamenti o a pagare di tasca sua per chi non aveva nulla. Il tutto nel silenzio più nero, perchè il buon cristiano era convinto che la mano destra non dovesse sapere l'elemosina della sinistra. L'uomo se ne andò di soppiatto, così come nella sua vita aveva vissuto: anonimo dinanzi ai grandi riflettori; ma dietro di lui, sfilarono l'amore e la gratitudine degli Ortonesi. Socialisti veri, gente "andata" e signori d'altri tempi che oggi trovano spazio solo nelle fiabe e nei racconti di vecchi paesani.


martedì, dicembre 1

Come il Maestro

Oggi volevo prendere spunto da una citazione di Charles De Foucauld che stamattina ho trovato sul blog dell'amico Carmine Miccoli, "...In purissima follia!" e che tratta di unione con il Cristo. Il tema Cristologico è, come prevedibile, il primo riferimento della mistica cristiana, nella quale quelle scale di visione e quelle tematiche paradossali che presero piede nella tradizione mistica "pagana", si affiancano alla buona novella del Cristo, il cui exemplum venne indicato come modello di vita santissima. L'accento fortemente etico che molti autori medievali hanno posto sulla buona novella traspare anche nelle righe degli scritti di Charles Eugène de Foucauld, recentemente beatificato da papa Benedetto XVI.
“La perfezione sta nell’essere come il Maestro… Il nostro Maestro è stato disprezzato, il servo non deve essere onorato; il Maestro è stato povero, il servo non deve essere ricco; il Maestro ha vissuto col lavoro delle sue mani, il servo non deve vivere con le proprie rendite; il Maestro andava a piedi, il servo non dovrebbe andare a cavallo; il Maestro stava in compagnia dei picco­li, dei poveri, degli operai; il servo non deve stare insieme ai grandi signori; il Maestro è passato per un operaio, il servo non deve passare per un gran personaggio; il Maestro è stato calunniato, il servo non deve essere lodato; il Maestro è stato mal vestito, mal nutrito, male alloggiato, il servo non deve essere ben vestito, ben nutrito, bene al­loggiato; il Maestro ha lavorato, si è affaticato, il servo non deve riposarsi; il Maestro ha voluto apparire piccolo, il servo non deve voler apparire grande… ”

Charles De Foucauld
Il brano rende manifesto come l'atteggiamento di Charles sia di totale aderenza all'esempio storico del Cristo. La sequela Christi è qui radicale. Tuttavia a mio modo di vedere siamo ancora su un livello orizzontale. Dal mio punto di vista - e da quello dei miei autori di riferimento - l'esempio del Cristo costituisce sì la guida massima e perfetta di vita cristiana, ma l'esercizio di quella virtù non coincide certo con la visione di Dio. L'esercizio delle virtù occupa un gradino ben preciso, costituisce una disposizione ben determinata, ma l'anima attende ancora di essere elevata e di toccare Dio. La critica che vorrei muovere a questo passo è quella di essere "eccessivamente" Cristico. Ossia, il richiamo del Cristo alla povertà e alla solitudine non indica tanto una povertà e una solitudine materiale o esteriore; il Cristo non ha mai elogiato la povertà o la vita eremitica ma si è mosso su un piano ulteriore: sii povero di Spirito, non povero nella carne! Ecco che il distacco non va tanto esercitato sulle cose materiali - ben inteso che la disposizione va curata aderendo alla vita del Cristo - bensì nello Spirito. La povertà è povertà delle passioni, dei pregiudizi, delle incrostazioni "umane troppo umane" che appesantiscono l'anima. La solitudine non è il fuggire l'uomo ma saper stare "da solo", fare i conti con la propria anima e saper scendere in quella cittadella interiore che ognuno ha in sè. Allora divenire il Cristo, realizzare l'unione mistica, non consiste solo nell'esercitare il distacco materiale bensì significa muoversi su un piano decisamente più alto - e, al contempo, più "basso", ossia più vicino al "fondo" dell'anima. E' bene tenere distinti il mezzo e il fine: l'esercizio delle virtù francescane può certo aiutare la visione ma non si tratta del vero distacco, che anela ad un piano ulteriore.


sabato, novembre 28

Fiaba sull'ideologia

Immaginiamo un mondo fatto di linee e numeri. Immaginiamo inoltre che la vita sulla Terra sia come una linea su un piano cartesiano e che i suoi abitanti siano come dei numeri: 0; 0,1; 0,447; 1; 2,1 ; 3 etc. I numeri nascono dalla stessa unità di misura, quindi sono per natura tutti uguali, eppure ognuno ha nomi diversi e ha una "famiglia" differente. Ci sono i numeri pari che vantano nel 2 un loro valoroso antenato o i numeri primi che sono un po' la crema della società. Ci sono i multipli di 3 o i divisori di 96. Insomma, tra di loro v'è una fitta rete di legami. I beni e le fortune non sono copiose neanche in questo mondo e così i numeri tra lo 0 e l'1 (0,11; 0,2537; 0,24) lamentano il duro lavoro nelle fabbriche e la scarsa considerazione che i vertici hanno di loro. Un giorno iniziarono a formarsi partiti: alcuni in nome della "purezza" dei numeri primi, altri in difesa dei numeri deboli etc. etc. Ebbene, un bel dì i numeri naturali si organizzarono in un partito e con difficoltà presero il potere. Il partito degli NN portava avanti un'ideologia particolamente dura, che faceva leva su schemi rigidi e persino razziali. Gli NN per un buon ventennio dominarono il piano cartesiano e furono, ahimè, cause di guerre e dolore. Una volta fatto finire il periodo di tirannia dei Numeri Naturali, l'ideologia degli NN venne messa al bando culturale. Cos'è il bando culturale? E' una particolare forma di sdegno e isolamento a cui viene sottoposto un gruppo o semplicemente una corrente di pensiero. In quell'ipotetico mondo post-guerra, nessuno nominava il nome degli NN senza un brivido sulla schiena: nessuno osava far riferimento agli NN e, anzi, dal gruppo che liberò il piano cartesiano venne proposta una legge che vietava qualsiasi forma di nuovo associazionismo che si ispirasse agli NN. Il gruppo in questione era quelli dei Numeri Relativi. Costoro sbandieravano tra i propri valori la Libertà e la "Relatività" e consideravano l'ideologia degli NN come il male peggiore del piano cartesiano. Come finisca questa storia non so, ma posso dire con certezza che i numeri-operai scoprirono loro malgrado che i numeri relativi in realtà stavano soggiacendo alla stessa rigidità, alla stessa cecità, allo stesso razzismo dei Numeri Naturali, nonostante ne prendessero continuamente le distanze. Dopotutto i Numeri Relativi erano solo Numeri Naturali con un segno "meno" davanti.

Una delle proprietà più interessanti delle ideologie è la capacità di dare vita ad opposti perfettamente simmetrici. L'ideologia difatti gioca spesso a nascondersi tra gli opposti dualismi e sopravvive in forme mutate. Il funzionamento di questo meccanismo, che sto cercando di portare alla vostra attenzione con questa piccola fiaba da me appena composta, è simile a quello che nella nostra cultura sono l'anti-fascismo, l'anti-americanismo, l'anti-berlusconismo, l'anti-comunismo etc. etc. Ma non voglio esser rigido anch'io: non sempre questi anti- sono i simmetrici degli "originali", eppure per dare vita ad una nuova Italia e ad una Nuova Europa è necessario problematizzarli e scavare nelle loro ragioni più profonde. Troppo spesso, invece, l'Italia è vittima dell'accettazione acritica di molti cittadini, soprattutto di chi, con arroganza, crede di avere un occhio obiettivo sul passato solo perchè qualche volta ha sfogliato un manuale di liceo.


giovedì, novembre 26

M.Eckhart e l'uomo nuovo

Nella concezione di Meister Eckhart, la visio Dei è possibile solo per l’uomo pienamente distaccato, ossia per colui che ha rinunciato a sé stesso e al proprio io psicologico, come insegnava Platone nel Fedone e come testimonia la parola di vita del vangelo di Cristo. Pertanto colui che ha realizzato quell’Entbildung e quella Gelassenheit a cui Eckhart continuamente richiama, ha svuotato il tempio della propria anima ed è pronto per ricevere il Verbo supremo:

Ora io dico: come può avvenire che il distacco dell’intelletto senza forme né immagini riconosca in sé tutte le cose, senza rivolgersi verso l’esteriorità e trasformare se stesso? Dico che ciò deriva dalla sua semplicità: più l’uomo è puramente e semplicemente distaccato da se stesso in se stesso, più semplicemente riconosce ogni molteplicità in se stesso, e permane immutabile in se stesso.

M. Eckhart, Sermone “Homo quidam nobilis”, in Sermoni tedeschi, a cura di M.Vannini, Adelphi, Torino 1985, p.243.

Per tutta la tradizione neoplatonica e per la mistica cristiana, al fondo dell’anima umana v’è un “tempio” dove dimora Dio stesso - il Padre dei lumi - e, per attingervi, l’uomo deve essere puramente distaccato, ossia deve abbandonare ogni immagine e farsi semplice, simile a Dio e rendendosi degno di riceverlo. Scrive M.Vannini: «Lo spogliarsi dall’accidentalità dell’io psicologico deve perciò essere completo; il distacco si deve esercitare non tanto nell’esteriorità, quanto nell’interiorità, tagliando via alla radice l’autoaffermatività, la volontà di essere, di avere, di potere che è implicita nell’io psicologico proprio in quanto esso è separato dall’universale, ovvero è determinato, personale». Solo a questo punto l'uomo può scendere nel vero io, può attingere alla propria favilla, toccare il fondo della propria anima (Grund) e dimorare nella propria cittadella interiore. Solo allora morirà l'uomo vecchio dell'egoismo e la luce della grazia potrà illuminare l'anima e dare vita all'uomo nuovo dello Spirito.


venerdì, novembre 20

Involucri Lapidei

L’associazione Culturale “OfficinaOrtona”, in collaborazione con la Facoltà di Architettura di Pescara, è lieta di invitarVi all’inaugurazione della mostra “INVOLUCRI LAPIDEI – L’uso della pietra per l’abitare contemporaneo”, Mercoledì 2 Dicembre dalle ore 18.00 presso la Sala Convegni del Polo Eden in c.so Garibaldi ad Ortona (CH).
Nell’occasione saranno esposti alcuni progetti degli studenti della facoltà di Architettura di Pescara frutto di laboratori e tesi di laurea che presentano l’interesse per la ricerca sull’utilizzo della pietra nell’abitare contemporaneo.
Gli elaborati, sintesi del seminario tecnico-scientifico tenuto dai proff. Domenico Potenza e Francesco Girasante, mostrano i materiali presentati a Verona durante le edizioni 2008 e 2009 del MARMOMACC (curate dagli architetti Natalia Risola e Tiziana Latorre).

PROGRAMMA DEL CONVEGNO

Saluti:
• Associazione culturale "Officina Ortona";
• Amministrazione del comune di Ortona;

Interventi:

Francesco Girasante;
Facoltà di Architettura di Pescara.
Responsabile del seminario tecnico scientifico sugli involucri lapidei;

Luigi Cavallari;
Facoltà di Architettura di Pescara.
Presidente del corso di laurea in Tecniche del Costruire;

Ludovico Micara;
Facoltà di Architettura di Pescara.
Presidente del corso di laurea in Architettura;

Giovanni Vaccarini;
Architetto.
Progettista dell’ampliamento del cimitero di Ortona;

Margherita Fellegara;
Architetto.
Funzionario del settore urbanistica del comune di Ortona;

Coordina:
Domenico Potenza;
Facoltà di Architettura di Pescara. Responsabile del seminario tecnico scientifico sugli involucri lapidei.

La mostra sarà aperta dal 2 al 6 Dicembre 2009 presso la Sala Convegni del Polo Eden in c.so Garibaldi ad Ortona (CH).


venerdì, novembre 13

Ferdinand Ebner sulla Parola: l'origine, il futuro

Volevo segnalarvi una mia recensione al volume di F.Ebner, Proviamo a guardare al futuro, appena tradotto da Nunzio Bombaci per la casa editrice Morcelliana. La lettera del testo è stata davvero stimolante soprattutto per la vista "ad amplio raggio" di Ebner, che spazia dalla filosofia alla scienza, alla biologia fino alla Sacra Scrittura. In un futuro intervento vorrei inoltre mettere in rilievo l'idea che ha Ebner della mistica, dato che cita Eckhart e, più frequentemente, Silesius. Per ora vi lascio alla lettera della recensione sul sito del Giornale di Filosofia della Religione, che da qualche tempo ospita gentilmente i miei interventi:

Versuch eines Ausblicks in die Zukunft è l'appello che Ferdinand Ebner rivolge ai lettori dei suoi Fragmente nell'autunno del 1929 e che Nunzio Bombaci propone nella presente edizione italiana (Morcelliana, 2009), accompagnata da una prefazione di Silvano Zucal. La riflessione di Ebner muove da una considerazione storico-critica sulla rilevanza filosofica della grande guerra, che viene additata come la testimonianza peggiore della «bancarotta culturale e morale dell’uomo europeo». continua qui



giovedì, novembre 5

Il crocifisso nelle scuole e l'uguaglianza delle religioni

Il crocifisso è una cosa seria; è una cosa seria e non si gioca né con i simboli né con la tradizione. Non vi è dubbio che la recente sentenza della Corte europea sia quantomeno discutibile, ma credo che davvero deprecabile sia il polverone alzatosi in questi ultimi giorni, che sta creando un clima pseudo-referendario del tipo "crocifisso Sì- crocifisso No". Ancora una volta l'opinione pubblica italiana non ha perso l'occasione per ridurre una tema decisivo per l'educazione delle giovani leve ad una questione di "partiti", di schieramenti e opposizioni; la prossima mossa, magari, sarà qualche carnevalesca manifestazione, da un lato in nome della libertà e del libero pensiero o dall'altro in nome della famiglia e della santità. Eppure al di sotto di questa radiosa Italia sta scorrendo un fiume non troppo visibile, un corso d'acqua che sta direzionando il cammino dell'umanità attraverso alcune idee cardine e sta ponendo dei paletti da valutare e analizzare con serietà.

Nella pagina di Repubblica che vi avevo segnalato e che ripropongo qui sono presenti le reazioni della nostra "classe dirigente", reazioni più o meno condivisibili e che sono tutte improntate alla critica o all'apprezzamento di un passo ben preciso della decisione, ossia quando si afferma che il crocifisso «può essere di "incoraggiamento" per i bambini già cattolici, può invece "disturbare" quelli di altre religioni o gli atei». A mio avviso non è tanto da discutere questo tipo di concezione, quanto le motivazioni e le convinzioni che portano la Corte a formularle. Difatti alle spalle di questa decisione c'è l'idea che le religioni siano semplicemente delle diverse forme di approccio al divino, magari da vivere nella solitudine della propria intimità, quasi nascondendo il proprio credo al mondo civile. D'altronde troppo spesso questa convinzione di stampo liberale è passata come il metodo efficace e serio di vivere la religione.

Non mi dilungo su questo punto, anche perchè l'approfondimento può essere affidato a tanta letteratura filosofica* e religiosa, ma vorrei riflettere su un'idea espressa poc'anzi e che forse troppo spesso passa inosservata perchè comunemente ritenuta ragionevole, ossia sulla presunta uguaglianza delle religioni. A mio modo di vedere per dare inizio ad una riflessione cosciente sul nostro essere europei non possiamo non partire dall'idea che le religioni non sono tutte uguali. Questa è la tesi che oggi volevo sostenere. Da che punto di vista non sono uguali e perchè? Non mi riferisco alla presunta veridicità o concretezza di una religione piuttosto che un'altra, nè ho intenzione di riformulare la classica argomentazione dei Padri o dell'Agostino del De vera religione, secondo il quale una religione è vera nella misura in cui si avvicina alla verità, ossia a Cristo; nè ho intenzione di fare riferimento al cusaniano De pace fidei o al Lessing dell'Educazione del genere umano, ma provo a formulare delle espressioni differenti, benchè a questi autori sia inevitabilmente debitore.

Dal mio punto di vista le religioni non sono tutte uguali perché, banalmente, occupano posti differenti dinanzi alla nostra storia e alla nostra tradizione. Il cristianesimo è un elemento fondamentale della nostra cultura d'Occidente e credo che negarlo sia in qualche misura disonesto. Difatti anche qualora la religione cristiana viene vissuta con rifiuto, persino sdegno, essa viene in ogni caso assunta, in maniera più o meno cosciente, dall'individuo. Per il fatto stesso che un uomo nasce in questo paese, egli entra in relazione con il Cristianesimo, anche quando la propria "cristianità" viene vissuta come chiusura. L'ateo non sarà mai semplicemente ateo, ma è ateo perché ha vissuto come chiusura la propria relazione con il cristianesimo. Così come l'asceta non è mai solo asceta, ma è sempre qualcuno che vive una relazione con la comunità, anche se questa relazione è espressa come chiusura - e anche qui, bisogna vedere fino a che punto. La tradizione pervade ogni carattere della nostra esistenza e illudersi di poter fare tabula rasa e stabilire a tavolino che un ragazzo possa scegliere senza vincoli tra una religione piuttosto che un'altra, è una semplice illusione; è un'illusione del peggiore illuminismo e che ancora oggi dirige la crescita dell'Europa. Questo bisogna porre in discussione.

Ecco che il crocifisso - che poi è un segno e dev'esser trattato come tale e non come un'oppressione filo-cattolica verso chi a questo segno non si avvicina - deve essere esposto in bella mostra nelle nostre aule. Nello stesso senso a scuola deve essere insegnata la religione cattolica e non una vuota "storia delle religioni", come ho recentemente sentito proporre. Lo studente del nuovo millennio è già distante da una riflessione su se stesso per vari motivazioni esterne alla Scuola e se non viene stimolato e instradato a prender coscienza dell'ambiente in cui vive, della tradizione che lo ha formato e che ancora ne scandisce inevitabilmente la vita - si pensi, banalmente, al calendario e alla divisione della storia in a.C e d.C - se non si forniscono ai ragazzi gli strumenti e l'ambiente giusto per fare tutto questo, allora la nostra società continuerà a direzionarsi verso un futuro senz'anima. Insegnare religione cattolica nella Scuola dell'obbligo ed esporre il Crocifisso non sono allora dei sistemi oppressivi o discriminanti ma sono modi per far sì che un elemento decisivo della nostra cultura, ossia il Cristianesimo, non venga ideologicamente offuscato o persino nascosto ai nostri discendenti, evitando così di offrire loro i mezzi adeguati per costruire una nuova Europa sana e democratica.




*Su questo tema, cfr. H.Spano, Religione, etica e laicità, Fridericiana Editrice Universitaria, Napoli 2008. Si tratta della raccolta degli atti di un recente convegno dell'Associazione Italiana di Filosofia della Religione, nel quale questa tematica è stata ben discussa.


martedì, ottobre 27

Intervista per AbruzzoCultura

Segnalo con piacere un'intervista che ho rilasciato per AbruzzoCultura, nella quale ho accennato alla filosofia e all'associazione "Officina Ortona":

Intervista ad Andrea Fiamma, presidente dell’associazione culturale “Officina Ortona”.

Quando e come è nata l’Associazione?

«L’associazione Officina Ortona nasce ufficialmente lo scorso anno, il 7 novembre 2008, grazie alla cooperazione e all’energia di alcuni ragazzi ortonesi, uniti dall’interesse verso la nostra bella città. In effetti possiamo dire che l’associazione nasce non tanto da una decisione o da un evento, ma da un “sentire comune“, da una voglia di partecipazione attiva alla crescita di Ortona, anzitutto dal punto di vista culturale e artistico. In particolar modo ci premeva . . .

leggi tutto l'articolo sul sito di AbruzzoCultura cliccando "qui"


sabato, ottobre 24

Risposta a Sgubonius sull'Incarnazione

Caro Sgubonius, anzitutto devo scusarmi per il colpevole ritardo con cui ti rispondo ma altri impegni mi hanno tenuto lontano dalla Cittadella, almeno per una risposta lucida alle questioni sempre stimolanti che poni. Il problema è enorme e provo a dargli maggiore "dignità" nel blog, discutendolo in questo topic. Come potrai immaginare provo a dare uno sguardo anche ai tuoi precedenti interventi, nei quali citavi la questione dell'immanenza.
Tu dicevi giustamente che questi autori medioevali sono più "cristiani" di quanto un formalismo filosofico come il mio possa evidenziare, mi piacerebbe quindi ravvvivare se ti va la questione chiedendoti in poche parole cosa intendi per "cristiano", e da qui partire!
Un suggerimento che posso darti è quello di stare attento a Deleuze, perchè anch'egli, come tutti, legge la storia della filosofia secondo determinate direttive; il passo che hai citato mi sembra fortemente discutibile, almeno nel passaggio in cui assimila Cusano e Bruno a Spinoza, quasi che si creassero delle "scale" preparatorie a Spinoza. E' vero che Spinoza legge Bruno e, di conseguenza, Cusano, ma, ancora un volta, legge questi autori da una lente particolare. Non conosco bene Spinoza perciò non so se ha avuto modo di leggere Cusano direttamente o solo tramite la mediazione di Bruno; ammettendo questa seconda ipotesi come vera, ad esempio, il Cusano di Spinoza sarebbe un Cusano davvero molto lontano "dall'originale", perchè sarebbe figlio di una lettura (particolare) che si basa sui dati Bruniani. Devi inoltre contare che il Cusano di Bruno è parziale e di scarsa aderenza filosofica anche perchè tra i due sono passati ben 100 anni, nei quali gli scritti del Cusano hanno avuto una sorte travagliata (non mi sembra il caso di parlarne in questa sede). Dal tuo canto è lecito appoggiare la lettura di Deleuze ma quando accenni a Cusano e Bruno o a qualsiasi altro autore citato da Deleuze, devi tener presenti le varie lenti.

Perchè ho fatto questo discorso da professorino? Perchè mi sembra che tu cada nella tentazione di equiparare l'immanentizzazione del Principio (concetto filosofico) all'Incarnazione (concetto teologico), facendo confusione tra i piani. Ora, non so se Deleuze stesso l'intenda così, o se altri autori - persino cattolici, tutto può essere - leggano l'Incarnazione in questo modo, ma posso dire che storicamente il tentativo non ha nulla a che fare con i mistici. E riprendo la prima risposta che ti davo, nella quale non sono stato certo esplicito:
Quanto scrivi sull'immanentizzazione della sostanza è vero, anche se a mio avviso è un modo errato di intendere l'incarnazione per questi autori, che sono molto più "cristiani" di quanto non sembri.
Credo sia importante separare la questione filosofica dell'essere dall'Incarnazione in quanto tale. Certo, l'incarnazione indubbiamente "avvicina", mettiamola così, Dio all'uomo, ma questo non deve esser confuso con la "distanza" tra il Principio e l'Essere perchè Dio non è = a Principio così come Essere non è = a uomo. Bisogna saper distinguere. Essere Cristiano per il mistico - e concludo - significa esser Cristo stesso: sequela Christi. Nulla a che fare con l'Essere. Se poi vogliamo parlare dell'apparato dottrinale e filosofico che sorregge tale sequela Christi allora dobbiamo affronatre il neoplatonismo, ma questa è, per l'appunto, una visione filosofica che ha certamente a che fare con l'immediatezza e la naturalità con la quale i mistici hanno assunto il messaggio Cristiano, ma non è determinante per "dirsi" Cristiani o meno. Grazie.


domenica, ottobre 11

Il valore dell'esistenza - perchè il cristianesimo e non il buddismo.

Isolo una breve sezione del mio Commento al De visione Dei nella quale tento di mostrare lo scarto tra una prospettiva neoplatonica pagana e quella cristiana, ben tratteggiata dagli scritti del Cusano. Il testo qui proposto vuole inoltre esser polemico con tutte quelle tendenze New age o filo-buddiste che di questi tempi vanno tanto di moda, ma che si scoprono facilmente come illusorie e incapaci di render ragione della singolarità dell'esistere. Il Cristianesimo medioevale, soprattutto di matrice neoplatonica, trova proprio nell'unicità e nell'irripetibilità della vita, un carattere decisivo per la conoscenza e l'agire.

La natura umana non è un semplice “contratto” da ricondurre ad Unum; l’esistenza non è semplicemente un “contratto” qualsiasi nell’universo, un nulla che al nulla deve tornare, ma ha valore di per sé. La vita è pertanto un dono stupendo, di cui l’uomo dispone per un tratto di strada e per una breve sezione di tempo. Il compito dell’homo viator è allora quello di rendere la propria vita degna d’essere vissuta, utilizzando la libertà concessagli per dirigersi verso Dio e non verso il male; perché dirigersi verso Dio, rendersi simile a lui, capace di vederlo, è per l’uomo la realizzazione compiuta della propria essenza umana e la massima fonte di felicità e beatitudine. La visio dei umana acquisisce allora tutta una rilevanza etica fondamentale e non rimane aggrappata al mero ambito teoretico. Non stupisce allora come la via non sia indicata tanto da dei precetti teoretici né da concetti, bensì sia tracciata dall’esempio vivo del Cristo, della seconda persona della Trinità incarnatasi in questo mondo.

da Andrea Fiamma, Commento al De visione Dei, cap. 8.1



giovedì, ottobre 8

Nuovo ascetismo o nuova età comunale?

L'intervento odierno vuole aprire una serie di riflessioni che hanno la pretesa di guardare al futuro delle nostre vite, città e civiltà. I temi che voglio affrontare e le risposte che voglio proporre in realtà hanno avuto un lungo periodo di gestazione e solo ora riesco a proporli con un minimo di chiarezza e decisione. Per favorirne l'approccio inizio subito ad indicare alcune coordinate culturali di riferimento: la prima è nella concezione della vita umana che in questo anno di cammino nel blog ho avuto modo di trattare, soprattutto tempo fa, riportando un vecchio discorso di Dag Hammarskjöld, Fede antica in un mondo nuovo, con il quale condivido in toto. La seconda è nel giudizio su questa comunità, che affido a Pasolini e che voglio proporvi:

La Sabaudia e la civiltà dei consumi


D'accordissimo su ogni parola. La via allora per tornare ad avere una città e una vita a misura d'uomo, a misura dell'umiltà dell'uomo, è ridar luce a quella civiltà provinciale, rustica e paleo-industriale ? Credo di sì. Riscoprire la forza politica ed esistenziale di un'aggregazione quale il comune e guardare alla cultura europea che ci ha formati e sulla quale la nostra civiltà contadina non può che poggiare per spiccare il volo. Nani sulle spalle dei giganti, questo dobbiamo essere. Ma lo Stato, la democrazia così intesa, la costituzione partigiana, la politica dei magnacci e degli aristocratici ci sono contro. Come vivere e respirare lo spirito europeo? Sarà forse in nuove abbazie, in un nuovo ascetismo o in una nuova età dei comuni? L'interrogativo è qui accennato.


domenica, ottobre 4

Francesco d'Assisi e il paradosso monastico


Ma perch'io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che 'l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.


Dante Alighieri, Divina Commedia; Paradiso, Canto XI


Esordivo così, con le terzine dantesche, nell'intervento dello scorso anno dedicato alla straordinaria figura di Francesco d'Assisi. Agli inizi di ottobre 2008 il blog aveva una fisionomia differente e leggendo il vecchio post riconosco subito quel taglio strettamente personale che man mano ho cercato di aggiustare, per offrire ai lettori non solo un'ipotesi di percorso, il mio, ma un prodotto che pretenda una certa serietà. Tuttavia lo scorso anno richiamavo ad episodi personali per una ragione ben precisa: «sono fermamente convinto che consegnare alla memoria un'esperienza di vita valga più di ogni altra parola spesa. Non è forse questo il Suo insegnamento?». La lente radicalmente cristiana del monachesimo francescano rimanda a quell'esperienza strettamente personale di amore e semplicità che, a mio avviso, si impone come interconfessionale. Il monachesimo francescano, così come altri movimenti spiritualisti, riesce a toccare quei punti nevralgici dell'umano, quegli stessi riferimenti che, come spesso ripetuto, dal punto di vista teoretico sono a mio modo di vedere ben interpretati dalla tradizione mistica.

La riflessione odierna vuole allargare un po' l'orizzonte su tutta la tradizione francescana, che vive, come ogni movimento pauperistico e di matrice monastica, un paradossale rapporto con il mondo. Difatti per un verso esso nasce come radicale negazione dell'ordine mondano, talvolta con esiti ascetici al limite dell'ortodossia - il padre del monachesimo orientale, Antonio, fu eremita nel deserto e Benedetto da Norcia inizia il suo cammino come eremita, prima di fondare l'abbazia di Montecassino; dall'altro, esso è inserito nel mondo e nel mondo opera: ma non solo, fa riferimento al mondo (ecclesiastico) per essere riconosciuto e istituzionalizzato. Questo è un po' il paradosso nel quale abita ogni movimento monastico e che nella storia, soprattutto medioevale, ha determinato continui cicli di crisi e rinascita dei diversi movimenti. Quale soluzione? Come stabilire un equilibrio? Benedetto da Norcia nel 540 compone una regola per i cenobi benedettini che sarà spesso riutilizzata dai diversi movimenti monastici che durante il medioevo rinascevano ad inizio di cicli nuovi - cistercensi, certosini, vallombrosiani etc. L'idea del cenobio, ossia l'aggregazione nelle abbazie di una stretta cerchia di monaci - che, in quanto cerchia, vive nel mondo, ma nel contempo ne è isolata - è una possibile risposta equilibrata al paradosso monastico e ancora più radicalmente al paradosso cristiano.

Tra il X e l'XI secolo esisteva una corrente ecclesiastica che aveva intenzione di ristrutturare la gerarchia di Roma secondo il sistema dei cenobi. Prevalse invece la linea di Gregorio VII, tra l'altro ex-monaco, che batteva sia sulla necessità di scrollarsi di dosso l'Impero, sia sulla possibilità di riorganizzare la gerarchia secondo una struttura monarchica. Troppe volte il destino della Chiesa Cattolica è stato determinato dalle diatribe politiche e da scelte discutibili. Cosa sarebbe avvenuto se nella riorganizzazione della Chiesa cattolica nell'XI secolo si fosse imposto il sistema monastico e non il sistema monarchico?


martedì, settembre 29

Dionigi Aeropagita sulla causa prima, l'Uno.

Procedendo quindi nella nostra ascesa diciamo che < la causa universale > non è né anima, né intelligenza, e non possiede né immaginazione, né opinione, né parola, né pensiero; che essa stessa non è né parola, né pensiero; e che non è oggetto né di discorso, né di pen­siero. Non è né numero, né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né disuguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza; non sta ferma, né si muove, né rimane quieta, né possiede una forza, né è una forza; non è luce; non vive e non è vita; non è né essenza, né eternità, né tempo; non ammette neanche un contatto intellegibile; non è né scienza, né verità, né regno, né sapienza; non è né uno, né unità, né divinità, né bontà; non è neppure spirito, per quanto ne sappiamo; non è né figliolanza, né paternità, né qualcuna delle cose che possono essere conosciute da noi o da qualche altro essere; non è nessuno dei non-esseri e nessuno degli esseri, né gli esseri la conoscono in quanto esiste; e neppure essa conosce gli esseri in quanto esseri. A proposito di essa, non esistono né discorsi, né nomi, né conoscenza; non è né tenebra, né luce; né errore, né verità; non esistono affatto, a proposito di essa, né affermazioni, né negazioni: quando facciamo delle affermazioni o delle negazioni < a proposito delle realtà che vengono > dopo di essa, noi non l’affermiamo, né la neghiamo. In effetti, la Causa perfetta ed unitaria di tutte le cose è al di sopra di ogni affermazione; e l’eccellenza di Colui che è assolutamente staccato da tutto e al di sopra di tutto è superiore ad ogni negazione.

Dionigi Aeropagita, Teologia Mistica, capitolo V: La causa per eccellenza di tutte le realtà intellegibili non è nessuna realtà intellegibile, in Pseudo Dionigi l'Aeropagita, Gerarchia celeste - Teologia mistica - Lettere, tr.it. a cura di S.Lilla, Città Nuova, Roma 1993.


giovedì, settembre 24

Contro un approccio storicistico alla storia della filosofia

Ieri pomeriggio ho avuto una densa e proficua chiacchierata con la prof.ssa. Nicoletta Tirinnanzi, persona squisita e docente preparatissima, a cui devo un po' tutte le cognizioni che ho di Bruno e del Rinascimento. Chiacchierando sulle interpretazioni possibili di alcuni passi cusaniani, lei mi riportava un'idea di Benedetto Croce che vorrei qui discutere - sperando di ricordarla adeguatamente: ogni storia, ogni interpretazione, ogni lettura del passato sono sempre storie, interpretazioni e letture contemporanee perchè hanno come condizione intrascendibile i bisogni attuali. In sostanza dal punto di vista di Croce non solo non esiste una lettura trasparente del passato, scevra dalle condizioni di partenza - sarebbe scontato - ma le letture non sono pensabili separate dai bisogni stessi dell'epoca in cui esse sono state formulate. Le intepretazioni del passato si configurano, quindi, come veri e propri tentativi di risposta a situazioni particolari e accidentali che si vengono a creare negli ambienti in cui la "cosa" è pensata. Questo approccio mi è istintivamente piaciuto anche perchè con il suo aiuto mi è sembrato di esser finalmente riuscito a comprendere alcune letture inusuali dei testi del Cusano. Certamente qualora ci si fiondi in questo tipo di approccio, si dovrebbe affrontare il rischio di "non uscirne più" per i continui rimandi e riletture possibili; eppure mi sento di ammettere che, almeno in sede accademica, esso si rivela efficace e che il rischio vale la preda.

Tornando a casa mi domandavo quanto in effetti tutte le questioni snocciolate nel pomeriggio siano adatte a rispondere ai problemi che muovono la mia ricerca. Ecco perchè oggi vorrei mettere sul banco degli imputati quel modo di far filosofia: mi sembra che i presupposti fortemente storicistici da cui prende le mosse non riescano a rendere ragione di tutti quegli elementi che puntualmente, dal 400 a.C. sino ad oggi, ritornano in ogni problema. Faccio riferimento a tutti quei temi metafisici che spesso richiamo sul blog e che mi stanno a cuore proprio perchè credo che costituiscano un orizzonte intrascendibile con cui la riflessione filosofica non può che fare i conti. Il metafisico ha la pretesa di dire che quei problemi toccati sono strutturali e leggerli secondo una prospettiva storicistica significa non riconoscerne lo statuto ontologico: la riduzione dei problemi a questioni "d'epoca", tipica dello storicismo o del Croce, non riesce perciò a rendere appieno la qualità e il valore delle questioni ultime. Ecco che un metodo fecondo nella ricerca storica e accademica può talvolta rivelarsi inadatto per toccare il nucleo teoretico delle questioni.

Tempo fa, su suggerimento dell'amico Jonathan, acquistai un breve testo di Husserl dal titolo La filosofia come scienza rigorosa e proprio ieri pomeriggio mi tornavano in mente alcune obiezioni di Husserl a Dilthey, lì presenti. Premetto che mi muovo su questi testi come un elefante in quanto non solo ho una conoscenza manualistica delle questioni, ma mi sento lontano dal periodo e la particolare scrittura husserliana fa il resto. Ciò che mi rimase dalla lettura è l'idea di un approccio alla storia della filosofia che si ponga come fine la ricerca delle strutture teoretiche che soggiacciono ai vari pensatori. Ecco, in conclusione mi sembra che, considerate tutte le differenze del caso etc., questa concezione della filosofia sia molto più autentica e vicina ai problemi dell'uomo - pur conscio che parlando autenticità stia aprendo un'altra questione enorme.


lunedì, settembre 21

Lettera colma d'odio

Giorni fa ho scritto e diffuso ai miei amici e conoscenti una lettera aperta con la quale denunciavo alcuni episodi e situazioni della nostra quotidianità che mi infastidiscono particolarmente. Con essi, gridavo la mia voglia di una rivoluzione culturale che passi anzitutto per lo studio e per la ricerca di una coscienza identitaria nella storia e in se stessi, riproponendo quello schema antico a me molto caro: io-mondo-Dio. Con questa lettera, credo, si segni una nuova fase della mia ricerca personale, che ora è in definitiva rottura con il mondo; studiare e conoscermi, questo desidero. L'enorme eco che ha avuto questa lettera e la quantità di interventi e discussioni che si sono sviluppati in altri luoghi mi ha spinto a pubblicarla anche sul blog, nonostante essa partisse da esigenze e situazioni strettamente personali e ristrette. La lettera è scritta di getto e spesso sono guidato dallo stomaco più che dalla ragione; ecco perchè troverete espressioni forti e, forse, eccessive, che spero perdonerete.



Inizio con il porgere a tutti le scuse per questo sfogo perchè le mie parole saranno offensive per molti. Non peserò molto le parole ma scriverò di getto.

Dunque, iniziamo con il dire che qui in Italia c'è un tasso di nullafacenza pari solo al tasso di cretineria. Molta gente lavora, fa quel che può, tiene la tv spenta e non perde tempo su facebook come noi, a scrivere cazzate sull'informazione, sulle veline, sulla politica e su tutto ciò per cui ci attacchiamo. Perchè, diciamolo, possiamo permetterci di incornarci solo perchè siamo quasi nullafacenti e per quanto impegno mettiamo nei nostrio piccoli lavori e studi, ecco che magicamente il tempo per andare a farsi rimbecillire da queste "fonti di informazione" c'è sempre. Non mi ritengo un salvato, non penso di star fuori dalla mischia, anche perchè ho un blog su cui scrivo e sono spesso sui social network e altro, quindi è probabile che questo stesso messaggio sia frutto di rimbecillimento.

Stasera voglio chiedere a tutti un po' di silenzio. Per favore, un po' di silenzio e un po' di riflessione su ciò che accade. La cretineria difatti porta a parlare più di quel che si è pensato. L'ultima trovata odierna è scandalizzarsi tutti per le morti dei nostri connazionali. Onore ai paracadutisti, per carità, non mi sognerei di dire o pensare altro; tuttavia continuo a non capire le sproporzioni tra queste morti e altre tipi di morti, forse meno eclatanti, più silenziose. Mi si dirà: sì ma questi sono morti per difendere l'Italia. Beh, anche Raciti è morto per difendere l'Italia. Anche tutti quei padri di familia che muoiono sul lavoro o il nostro Antonio Russo, giornalista, morto per mano sovietica. Insomma, non esistono morti di serie A.

Vedo la massa dirigersi sempre da qualche parte. Vedo tanti ragazzi pressocchè nullafacenti impegnarsi a scrivere su internet per la liberttà di informazione - paradosso: se non ci fosse libertà, loro non starebbero a scrivere. Vedo chi fa appello alla costituzione, dimenticando che i loro nonni non stavano a scazzafottare ma in silenzio lavoravano, sudavano e magari morivano per portare a casa una pagnotta. Vedo scarso attaccamento a quei nonni, a quella famiglia che li ha accuditi e che ci permette di vivere. Mancanza di rispetto verso chi lì'ha libertà davvero non sapeva cosa fosse.

Vedo un'Italia fatta di persone viziate che parlano di libertà e valori, ma si ricordano dei valori solo quando c'è da onorare un morto, dimenticandosi degli altri fratelli. Vedo gente che si accontenta dei dualismi, si accontenta di vedere il male in una persona, in un partito, in una corrente e il bene in se stessi. Vedo gente che si crede a favore dell'ambiente, che dà addosso all'Eni ma utilizza la benzina delle automobili e fa il cazzo del comodo suo. Vedo gente che sta son il sorrisetto sulla bocca, con la polo firmata, con le bretelle e parla di lavoro e operai. Vedo amici che condividono pensieri e cazzate solo perchè è da fare per esser qualcuno in società o perchè altrimenti si è "fuori" dal gruppo. Perchè i ragazzi son intolleranti, non lo sapevate? Vedo scarso senso di responsabilità, vedo gente che mangia e beve e fa lo spirito libero, il "clochard!!" - con i soldi di papà.

Non è una lettera d'odio, ma solo uno sfogo per chi non riesce a starci in questo mondo. Perciò dico basta. Perciò me ne fregherò di tutto e vi lascio parlare: isolamento. Nient'altro.


martedì, settembre 15

De visione Dei

Ieri sera, con buon anticipo, ho finito a scrivere la mia tesi di laurea triennale in filosofia. Non ho provato ad azzardare nessun lavoro specialistico, nessuna ricerca particolare ma ho realizzato un semplice commento ad uno dei testi più densi e carichi di spiritualità che abbia mai letto, ossia il De visione Dei di Nicola Cusano. Ho scritto il tutto in sole due settimane, provando ad entrare nell'atmosfera del testo e scrivere, come suggeriva Benjamin, negli spazi vuoti del foglio, tra le righe della scrittura. Due settimane di riflessione, in cui ho tentato di astrarmi dalle faccende quotidiane: la politica, la televisione, le feste, le serate etc. per provare a toccare quel Principio attraverso il nostro vero strumento, così duro da gestire: l'anima. Perchè scrivere sul blog, in uno spazio libero e aperto, di questa personale esperienza ek-statica di scrittura? Perchè vorrei condividerla con tutti coloro che come me, soli con se stessi, cercano di ricondurre il proprio io in patria. Anche i punti fermi che la società ti costringe a porre, come l'occasione di una tesina triennale, possono essere sfruttati in maniera efficace per noi stessi. Riporto dunque un passo del Cusano, denso e lucido come sempre, per augurare a tutti i lettori una simile esperienza.

O Dio, mi hai portato al punto in cui vedo che il tuo volto assoluto è volto naturale d’ogni natura; volto che è entità assoluta d’ogni essere; arte e scienza d’ogni scibile. Perciò chi è degno di vedere il tuo volto, vede tutte le cose in modo aperto e nulla gli rimane occulto. Sa tutte le cose, possiede tutto, colui che possiede te, signore; possiede tutto colui che ti vede. Infatti nessuno può vederti se non possiede te. Nessuno può accedere a te, perché sei inaccessibile. Nessuno, quindi, ti comprenderà se non sei tu che ti doni a lui. Ma come ti possiedo, signore, io che non sono degno di comparire al tuo cospetto? Come giungerà a te la mia preghiera, se tu sei inaccessibile, in qualunque modo si tenti di accedere a te? Come posso chiedere d’avere te? Che cos’è più assurdo che chiedere che tu ti doni a me, se tu sei tutto in tutte le cose? E come potrai dare te stesso a me, se non dandomi anche il cielo e la terra e quanto vi è contenuto? Anzi, come potrai dare te stesso a me, se non darai anche me a me stesso?

Mentre così quietamente rifletto, nel silenzio della contemplazione, tu o signore rispondi parlando nel mio intimo: cerca tu di possedere te stesso, ed allora anch’io sarò tuo. O signore, soavità d’ogni dolcezza, hai lasciato alla mia libertà la decisione d’essere di me stesso, se lo vorrò. Se io non sono di me stesso, tu non sei mio: altrimenti costringeresti la mia libertà, poiché non puoi esser mio se prima io non sono di me stesso. E, avendo lasciato questo alla mia libertà, non mi necessiti, ma attendi ch’io decida d’essere di me stesso. Dipende quindi da me, non da te, signore, tu che non restringi l tua immensa bontà, ma la infondi con somma larghezza a tutti coloro che se ne dimostrano capaci. Tu, signore, sei la tua stessa bontà.

Ma come potrò essere di me stesso, se tu, signore, non me lo insegnerai? Questo m’insegni, che il senso obbedisca alla ragione e la ragione domini. Quando il senso serve alla ragione, io sono di me stesso. Ma la ragione non ha come dirigersi, se non per il tuo aiuto, signore, che sei verbo e ragione delle ragioni. Perciò vedo, che se ascolterò il tuo verbo, che non cessa mai di parlare in me e risplende senza posa nella ragione, sarò di me stesso, libero e non servo del peccato, e tu sarai mio, e mi darai di contemplare il tuo volto, e sarò salvo.



sabato, settembre 5

Domanda a Cacciari sulla Libertà

Ieri sera ho fatto un salto a Civitanova Marche in occasione dell'ottimo Festival "Tuttoingioco", a cui ha partecipato - e sono andato lì principalmente per quel motivo - anche Massimo Cacciari. Propongo in questa sede una delle tante domande che ieri mi risuonavano in testa, ma che non ho voluto porre lì in Piazza un po' per mancanza di coraggio un po' per timore di esser considerato il solito ruffiano visto che ero passato a salutarlo prima della conferenza.

La domanda riguarda un tema lui - e a noi - caro, ossia la Libertà, quella che ci è stata donata e che non è a nostra disposizione, così come appare nel mito della Caverna. Cacciari ha assunto il mito platonico come vero paradigma dell'Inizio del filosofare: ci si trova, da una mattina ad un'altra, sciolti dalle catene e si esperisce una libertà donata. Perchè proprio noi? Perchè ora possiamo camminare verso la luce? Da dove arriva questa libertà, così gratuita e così inaspettata, che ci rende possibile il cammino? Tutte queste domande sono, per l'incipit ineludibile di ogni reale esperienza di vita filosofica. E la Libertà? La libertà per essere esercitata a pieno deve farsi comunicante. Noi uomini liberi, sciolti dalle catene, non abbiamo altro modo per esercitare la libertà che ri-donarla a nostra volta, quasi ad immagine del dono iniziale. Ecco perchè il prigioniero che sale verso la luce, coerentemente ritorna a liberare i compagni. La libertà si declina così come un atto di per-dono declinato all'interno di un orizzonte relazionale, ossia politico ed etico. La filosofia è città, ripete Cacciari.

Tuttavia, chiedo, se la libertà è legata a questo per-donare, a questo essere in relazione con un altro, come pensare la libertà espressa da tutti quegli autori che non sono ritornati a per-donare? Non è forse Libertà assoluta quella di Plotino? Il problema di Plotino è proprio l'opposto del ritornare: come poter coerentemente discendere dopo aver toccato la vera patria? - e qui passa l'ineludibile differenza tra il pensiero plotiniano e Dante: lui sa che deve tornare e raccontare. Questo è il suo problema, come esprime nel primo canto dell'Inferno. Non sarà allora libertà assoluta quella di Plotino? E quella di Eckhart, che spro-fonda in quell'io senza fondo che è la propria anima, unico strumento (Aristotele) a noi disponibile per predicare quel rapporto così im-possibile tra Essere e Pensiero, ossia per trovare un luogo alla nostra Libertà.


mercoledì, settembre 2

Le fonti del De Magia di Giordano Bruno

Chi volesse impegnarsi in una breve ricerca delle fonti nel De Magia, noterebbe subito una forte presenza di pensatori platonici, quali Plotino, Porfirio, Avicenna e Ficino; essa è inoltre costantemente intervallata da richiami al De occulta philosophia di Agrippa e al De daemonibus di Psello ovvero a testi appartenenti alla tradizione magica ed ermetica. Ad un successivo approccio all'argomentazione del testo, sembra però evidente come il referente primario di Bruno sia più lo stesso Agrippa stesso che i filosofi platonici; d'altronde appare bensì evidente che l'obiettivo principale di Bruno è sin da subito una convergenza tra la filosofia platonica e la magia elementale, esposta nel primo libro del De occulta philosophia. Non a caso l’incipit del De Magia è dedicato ad una precisa suddivisione e distinzione delle tipologie di mago – dai Trismegisti in Egitto ai Cabalisti, ai Gimnosofisti o ai Sapienti – per poi andare a specificare le differenze tra magia naturale, prestigiatoria, matematica, metafisica, la teurgia e la negromanzia.

L’impressione è che Bruno, attraverso questa immersione nel filone platonico-ermetico-magico, stia preparando il terreno alla presentazione delle proprie convinzioni sulle capacità del mago, quel sapiente che sa intervenire sulla natura e interagire con quella scala degli esseri nella quale, come noto, è situato l’uomo stesso. L’impianto bruniano è decisamente platonico e la scala di esseri che man mano Bruno viene esponendo – Dio, gli dèi, gli astri, i demoni, gli elementi e i composti – affonda le radici in quell’insieme di tradizioni filosofiche e magiche, che fioriscono dalla lettura del Timeo; essa trovano terreno nell’ermetismo e nei Commentari neoplatonici della tardo-antichità, in particolar modo nelle opere di Apuleio, Porfirio e Giamblico – benché la questione sulla presenza e sul ruolo della demonologia nel platonismo sia multiforme e di difficile sistemazione. Queste annotazioni sono importanti per evitare di confondere le diverse scuole platoniche in un unico filone; difatti all'interno dell'Accademia le questioni di “demonologia” furono spesso dibattute e se da un lato assistiamo a un’apertura di determinate correnti neoplatoniche nei confronti della magia – e proprio da lì attingono a piene mani prima Agrippa e poi Bruno –  dall’altro vi è un rifiuto radicale.

Ad esempio, come testimonia Agostino, «Porfirio presenta tali notizie su questo genere di spiriti diabolici e ingannatori – che sopraggiungono all’anima dall’esterno eludendo la sensibilità umana, vigile o assopita che sia – senza esserne troppo convinto, addirittura con un lieve dubbio o sospetto, tanto che le attribuisce ad altri». Il rapporto dei platonici con la magia rimane tutt'oggi molto discusso, poiché se è vero che essa si delinea nel sistema platonico con una coerente sostanzialità ontologica, nella misura in cui è fondata sulla struttura ipostatica dell'Universum, è altrettanto importante sottolineare come essa faccia tuttavia leva sulle antiche dottrine dei Caldei, sulla mitologia pagana e come soprattutto sia fortemente presente nella gnosi, elemento, quest’ultimo, forse determinante a causare una buona dose di diffidenza da parte di alcuni platonici più accorti. L’analisi delle fonti del De Magia non può che situare l’opera di Bruno in questa cornice sterminata nella quale platonismo, ermetismo, antiche religioni e culti sciamanici rivivono una nuova alba. Eppure a complicare la fitta rete di rimandi del testo, interviene una sostanziosa presenza di citazioni bibliche, sparse qua e là per tutta l’opera: se davvero quel virtuoso tentativo bruniano di riplasmare insieme la demonologia e il platonismo appariva ancora come un orizzonte di ricerca possibile, la visione viene ora scombussolata dai rimandi al testo biblico, che, quantomeno a livello teoretico, si situa su un'orizzonte di pensiero de tutto sghembo rispetto alle correnti prima trattate.


lunedì, agosto 31

Concorso "Nuove identità ortonesi", proroga della scadenza

Carissimi amici,
volevo comunicarvi che la scadenza del concorso "Nuove Identità Ortonesi", prevista per oggi (31/08/09) è stata PROROGATA al 31/10/2009 a causa dell'esiguo numero di foto pervenute.

L'associazione Officina Ortona, in una riunione avvenuta nella scorsa settimana, ha votato per la proroga al 31/10/2009 dato il rapporto squilibrato tra le foto ricevute e il premio in palio (1000 euro).

Ricordiamo a tutti che sono in concorso sia le foto "naturali" che quelle ritoccate e che magari, in base alla quantità d'arrivo, potrebbero esser create due classi di concorso separate. Il consiglio è, ovviamente, quello di portare il numero massimo di foto a persona (3) cercando di riempire entrambe la classi.

Una volta scattate le foto potrete recarvi a BluFoto (p.zza Porta Caldari) per lo sviluppo e per compilare il modulo di iscrizione al concorso, insieme al quale vi sarà assegnato un codice identificativo.


Per maggiori e dettagliate informazioni, si consulti il bando di concorso all'indirizzo:
http://officinaortona.netsons.org/emilio/events.html

Qui il PDF del regolamento:
http://officinaortona.netsons.org/emilio/events/regolamento.pdf

Link del concorso su FB
http://www.facebook.com/home.php#/event.php?eid=120055110538&ref=ts


Grazie a tutti

AF


domenica, agosto 23

Resoconto della serata con Cesare Catà

Nella serata del 21/08/2009 ad Ortona e precisamente nella Cattedrale di San Tommaso Apostolo si è tenuta la presentazione dell'ultimo testo di Cesare Catà, La Croce e l'Inconcepibile, con l'autore, il sottoscritto e Don Michele Di Lorenzo, protagonista della cultura cittadina e commentatore per alcune emittenti televisive. Come già anticipato nell'invito, benchè l'incontro sia stato occasionato dalla presentazione del testo nella serata si è svolta più generalmente un'introduzione al pensiero di Nicola Cusano, neoplatonico del 1400 in quanto l'autore risultava pressocchè sconosciuto alla maggioranza dei presenti ed è sembrato fuori luogo addentrarsi nello specifico. La Croce e l'Inconcepibile è difatti un testo specialistico, che tramite la lettura dei Sermoni mira a risistemare definitivamente Cusano all'interno del Cattolicesimo in seguito ad alcuni dubbi sull'ortodossia di determinate posizioni espresse in più luoghi testuali. Una per tutte, Cusano fu subito accusato di panteismo ed eresia dall'aristotelico Johannes Wenck con il De ignota letteratura (titolo ironico), nel quale il Wenck analizza passo passo il De Docta Ignorantia mostrando le quantità strabordanti di riferimenti ad Eriugena ed Eckhart. Altre accuse più o meno celebri hanno attraversato la storia delle letture cusaniane, in realtà alquanto scarna. Tra queste, Catà ha l'intenzione di riconsiderare in particolare quell'etichetta di "alterno nuotatore", che Giordano Bruno assegnò al Cusano, sua fonte prediletta, accusandolo di una sorta di schizzofrenia, come se di giorno il Cusano sostenesse determinate tesi da uomo di Chiesa e di notte, scrivendo i testi, facesse leva su altre, considerate troppo eterodosse epr esser diffuse alla luce del giorno. Questa sospetta ambiguità che attraversa tutto il pensiero di un Cardinale che ha alle spalle autori eretici come Ekchart ed Eriugena e dinanzi a sè quel Giordano Bruno che venne arso a Campo de Fiori nel 1600, è il nodo che l'autore ha intenzione di sciogliere criticamente. Per affrontarlo, Catà prova ad analizzare, giustapponendoli, i Sermoni e le ultime opere, soprattutto quel De apice theoriae dove, come il Cusano confessa, è custodita la chiave per comprende i suoi scritti - chiave che non a caso fornisce solo nel 1464, ossia quando la sua posizione di Cardinale e uomo di potere si fa indiscutibile.


La conferenza è stata interamente registrata. Chiunque volesse ricevere il Cd della serata, a titolo gratuito e di amicizia, mi contatti pure. Nel frattempo riporto il video della fase conclusiva della conferenza e parte della discussione con il pubblico:




sabato, agosto 22

Resoconto della serata con Marco Vannini

Torno a scrivere dopo aver tenuto la Cittadella quasi deserta per qualche giorno sia per esigenze "logistiche" (è estate, il caldo ci conduce sulle spiagge) e sia per motivi pubblicitari in modo da mantenere in prima pagina gli inviti ai due incontri che questa estate ho organizzato nella Cattedrale di "San Tommaso Apostolo" della mia piccola Ortona. Volevo iniziare perciò con due brevi resoconti delle due serate, nelle quali ho cercato di far amalgamare i miei interessi e miei studi alle richieste della Diocesi, che ringrazio ancora per la fiducia e l'apporto. Per la prima serata, come avete già avuto modo di leggere sull'invito, ha partecipato Marco Vannini, quell'esperto di mistica che tante volte avete visto citato nella Cittadella, per presentare il suo libretto Sulla Grazia, che come ricorderete ho recensito per il Giornale di Filosofia della Religione. Ho pubblicato un breve resoconto della serata ancora una volta sul sito dell'AIFR, a cui rimando per la lettura integrale:
La serata del 5 agosto 2009 ad Ortona non ha registrato la consueta presentazione di un testo filosofico bensì, come ho avuto modo di illustrare in apertura in qualità di moderatore del dibattito, «è stata pensata come un momento in cui soffermarsi e interrogarsi, come un'esperienza che riuscisse a costituire un tassello nel cammino di vita di ognuno aprendo uno squarcio di riflessione verso se stessi. continua qui


PS: Ringrazio ancora una volta il segretario dell'Associazione Italiana di Filosofia della Religione, dr. Hagar Spano, per avermi dato la possibilità di diffondere il resoconto sul sito dell'AIFR.


martedì, agosto 11

La Croce e l'Inconcepibile. Incontro con Cesare Catà sul pensiero di Nicola Cusano

Cattedrale di "San Tommaso Apostolo", Ortona (CH)
VENERDI' 21 AGOSTO, ore 21.00
a cura di Andrea Fiamma


Dopo l'incontro con il professor Marco Vannini, continua la serie di conferenze dal tema filosofico-religioso e in particolar modo legate alla mistica.

Interverranno:
- Cesare Catà, autore del testo "La Croce e l'Inconcepibile".
- S.E. Mons Ghidelli, Vescovo della diocesi Lanciano-Ortona
- Andrea Fiamma, Pres. Ass. Cult. "Officina Ortona"

Cesare Catà è nato a Fermo nel 1981. Storico della filosofia e scrittore, dopo la Laurea in Filosofia e Scienze Umane ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Storia della Filosofia presso l’Università di Macerata, dove è stato per tre anni borsista. Nell’ a.a. 2006/7 è stato collaboratore della Cattedra di Filosofia Rinascimentale e Comparativa presso la University of Hawaii at Manoa di Honolulu (USA); visiting scholar presso la Facoltà di Teologia di Trier (Germania). È autore di saggi, articoli, recensioni, studi concernenti il pensiero e la cultura medievale-rinascimentale, e il rapporto tra filosofia e letteratura nella storia europea. È autore di racconti per i quali ha ricevuto riconoscimenti significativi.

da progetto RENA

Evento su facebook



Questa volta l'occasione dell'incontro sarà la presentazione del testo di Cesare Catà, La Croce e l'Inconcepibile, grazie al quale il promettente filosofo marchigiano ci introdurrà alla straordinaria figura del Cardinale Nicola Cusano, personaggio fondamentale non solo per gli studi filosofico-religiosi, ma, soprattutto, affascinante uomo a tuttotondo del 1400. La figura del Cusano ha avuto un rilievo importantissimo anche dal punto di vista politico e del dialogo interreligioso ("De concordantia cattolica", "De pace fidei" etc.). Il Cusano si interessò anche di astronomia e matematica, toccando problemi legati alla sua personale ricerca filosofica ("De circuli quadratura" etc.)

In un certo senso, egli fu uno dei primi riformatori prima della stessa Riforma. Il suo ingegno eccezionale si manifestò così precocemente, che venne accolto ben presto al servizio del papa e del Vaticano, ai quali chiese, ottenendoli, ingenti e congrui compensi. Cusano venne subito impiegato in viaggi diplomatici a Costantinopoli - a Bisanzio - e gli vennero affidati molti altri incarichi; prima di tutto, però, egli fu impegnato in grandi missioni pastorali, attraverso le quali doveva mettere fine agli abusi commessi dalla Chiesa in Germania e in Olanda. In questo senso lo si può considerare una figura parallela a quella di Lutero, con la differenza che, mentre quest'ultimo, con le sue idee di purificazione, non poté alla fine evitare la rottura con la Chiesa, Cusano restò per tutta la vita un eminente ecclesiastico, diventando infine vescovo di Bressanone - un presule per la verità poco potente, in confronto ai signori feudali di quel tempo. Ma questi sono solo dati biografici, che qui hanno poco rilievo, anche perché l'importanza di Cusano per la storia della filosofia ha avuto un tardo riconoscimento.
H.G. Gadamer, da Emsf Rai. Il sito contiene una breve sintesi di alcuni aspetti importanti del pensiero cusaniano


Nella filosofia del cardinale Nicola Cusano (Kues, 1401 - Todi, 1464) viene pensato un concetto di Dio come Unità infinita, nella quale è custodita l'essenza di tutte le cose. Questo saggio esplora le implicazioni teoretiche e le radici storiche di tale visine cusaniana, ponendo particolare attenzione al rapporto tra speculazione filosofica e credo cristiano che le pagine del Cardinale toccano in modo cruciale. Dall'analisi congiunta delle opere e dei sermoni di Cusano, emerge il ritratto complesso e affascinante di uno dei maggiori pensatori della filosofia occidentale, nonchè uno scorcio fondamentale sulla cultura del Rinascimento Europeo. Cusano, facendo propria la tradizione dell'Eriugena e di Eckhart e traducendola nel contesto intellettuale dell'Umanesimo del Quattrocento, diviene l'interprete originale e geniale di una visione di Dio ai limiti della eterodossia, nella quale si mette radicalmente a tema il rapporto tra ragione e verità, tra essere umano e Dio, tra la singola esistenza delle creature e l'infinito assoluto.
da unimi

Sul Cusano, vedi anche: Da Parmenide a Cusano per un nuovo Fondamento, mio vecchio post e Nicola Cusano: anelare alla Sapienza significa essere edotti sull'ignoranza.


sabato, agosto 8

Recensione a M.Cacciari, Hamletica

Ho avuto l'onore di apparire in prima pagina all'apertura della nuova versione del giornale dell'AIFR con la mia recensione all'ultimo testo di Massimo Cacciari, Hamletica (Adelphi 2009). Il sito dell'AIFR offre ora nuove funzionalità, tra le quali spicca il nuovo sistema di commenti integrato a facebook. Per maggiori informazioni e curiosità sul nuovo servizio vi indirizzo qui. Vi invito pertanto, con volontà a pazienza, a commentare direttamente sul sito dell'AIFR la mia recensione, che riporto qui nelle prime battute.


Massimo Cacciari ci ha abituato a testi di grande altezza speculativa e l'ultimo saggio pubblicato per Adelphi, dall'evocativo titolo Hamletica, rientra a buon diritto tra questi. I "luoghi" del pensiero occidentale che Cacciari tocca in questo saggio tripartito – Amleto, Kafka, Beckett – sono inusuali per la classica speculazione teoretica incentrata sui grandi temi della libertà, dell'agire e del pensare il Presupposto. L’Autore sin dalle prime battute chiarisce il percorso: «Dal to do, dall'agire che ancora sembra poter "decidere", pur nell'universale insecuritas di Amleto, all'agire smarrito, s-viato di K. nel Castello, che perviene all'immagine paradossale dell'intrascendibilità della propria stessa "in-compiutezza", a quello esausto, e perciò stesso inesauribile, di Beckett».

continua qui


sabato, luglio 25

Sulla Grazia. Incontro con Marco Vannini a Ortona il 5 agosto 2009


incontro con Marco Vannini,
interverrà l'arcivescovo della diocesi di Ortona-Lanciano S.E. Carlo Ghidelli
opere di Mario Vespasiani, a cura di Andrea Fiamma

Cattedrale San Tommaso
Mercoledi 5 Agosto alle ore 21,00
Ortona





Sulla Grazia

incontro con Marco Vannini, 
interverrà l'arcivescovo della diocesi di Ortona-Lanciano S.E. Carlo Ghidelli, 
saranno esposti due grandi dipinti inediti di Mario Vespasiani.

A cura di Andrea Fiamma



Mercoledi 5 Agosto alle ore 21,00 presso la Cattedrale San Tommaso di Ortona, 
si terrà uno dei più attesi appuntamenti della stagione estiva tra filosofia, teologia ed arte contemporanea.

Organizzata dall'associazione culturale "Officina Ortona", la serata tratterà il tema della Grazia, attraverso le preziose testimonianze di Marco Vannini autore del libro "Sulla Grazia" , dell'arcivescovo della diocesi di Ortona-Lanciano S.E. Carlo Ghidelli e delle opere pittoriche inedite di grande formato di Mario Vespasiani.

Fortemente voluto dal presidente dell'associazione Andrea Fiamma,  l'incontro, oltre a portare ad Ortona Marco Vannini, il più importante studioso di mistica speculativa, sarà una rara occasione per cogliere e confrontare le analogie presenti in discipline normalmente a se stanti, come la filosofia, la teologia e l'arte. La serata avrà essenzialmente lo scopo di stimolare ogni partecipante ad una riflessione in se stesso, ad un raccoglimento spirituale che possa arricchire il proprio cammino di laico e/o credente. L'incontro, lungi dal voler edificare castelli teologici o inoltrarsi in dibattiti specialistici, mira difatti a porsi come un tassello nel cerchio della vita di ognuno, un momento di sosta in cui vogliamo interrogarci sul cammino che ogni uomo in quanto uomo percorre nella propria esistenza.

Come afferma Andrea Fiamma, studente di filosofia e moderatore del dibattito, «oggi è interessante notare come sia comune e sentito l'approfondimento di studiosi e artisti verso la ricerca di una Verità inesauribile che coinvolga l'uomo in quanto tale e che non rimanga così freddamente racchiusa negli schemi che la nostra intelligenza scientifica o la nostra cultura tendono ad attribuirle. Quella ricerca spinge inevitabilmente verso se stessi: riusciamo difatti a ritrovarne storicamente i tratti e le linee in quella quella tradizione di pensiero che in occidente chiamiamo “mistica” e che coinvolge non solo l'intelligenza umana ma ha la pretesa di parlare all'anima dell'uomo».

Ecco perché gli spunti di riflessione vogliono coinvolgere più dimensioni possibili dell'umano: il pensiero, la vista e l'udito. Il flauto del maestro Roberto De Grandis e la recitazione del dott. Mauro Peracchia di alcuni brani ci accompagneranno nell'introduzione al testo del prof. Marco Vannini, addolcendo la parola. Sullo sfondo i quadri del pittore Mario Vespasiani ci spingeranno altresì a vedere con gli occhi ciò che il pensiero suggerisce, ricreando un'atmosfera oramai sempre più rara nella nostra quotidianità, in cui tutto è restituito alla riflessione e appare, realmente, «senza perchè».




Marco Vannini, nato a S. Piero a Sieve (Firenze) nel 1948, si dedica da tempo allo studio della mistica speculativa, di cui è riconosciuto come il maggior esperto italiano. Studioso in particolare della mistica renana a cavallo tra medioevo e prima modernità, Vannini ha tradotto in italiano per diverse case editrici i testi degli autori più rappresentativi (Jean Gerson, Margherita Porete, Johannes Tauler, Angelus Silesius, G.W.F. Hegel.) ma soprattutto Meister Eckhart, del quale ha reso fruibile al lettore italiano oramai quasi tutta la produzione. Oltre allo studio filologico e filosofico dei testi citati, ricordiamo lavori come "Dialettica della Fede" (Marietti 1983), "Mistica e Filosofia" (Le lettere 1996), "La morte dell'anima. Dalla mistica alla psicologia" (Le lettere 2004) "Tesi per una riforma religiosa"(Le lettere 2005), "La religione della ragione" (Mondadori 2007).

Mario Vespasiani (1978) è uno degli esponenti più interessanti e anomali della giovane arte italiana, nel corso dei suoi primi dieci anni di ricerca ha esposto in importanti gallerie e sedi museali sul territorio nazionale, numerose sono le pubblicazioni che ne documentano gli sviluppi nella pittura e la direzione concettuale, del suo lavoro si sono occupati oltre ai critici e storici d'arte, scrittori, poeti, filosofi, antropologi e teologi.


martedì, luglio 21

Margherita Porete

Questa sera volevo concentrare brevemente l'attenzione su Margherita Porete, una figura importante di donna combattente e studiosa, vissuta alla fine del XIII secolo e arsa sul rogo dell'Inquisizione nel 1310. L'accusa di eresia era tutta nello splendido testo Lo specchio delle anime semplici, disponibile oggi nella traduzione italiana di Giovanna Fozzer per la San Paolo, benchè il prezzo scoraggi l'acquisto. Il senso di questo mio intervento si riduce alla volontà di dare spazio ad una figura interessantissima di mistica e filosofa, rivendicando uno spazio per Margherita anche nella storia della filosofia. Contemporanea di Dante e Meister Eckhart, non sappiamo molto di Margherita, se non ciò che emerge dagli atti del processo e da quella sua splendida opera, Lo specchio, in cui i temi tipici della mistica si intrecciano con l'eleganza della tradizione cortese della Francia medioevale.

Dal punto di vista teoretico lo scritto di Margherita ricalca in maniera stupefacente il pensiero eckhartiano e anche storicamente è probabile che Eckhart stesso lo lesse e meditò. I punti di contatto sono davvero tanti, a partire dal tema dell'umiltà o della morte dell'anima e dell'Amore che la lega indissolubilmente al Convito platonico e alla spiritualità francescana. Una della fonti di Margherita è difatti Bonaventura e ovviamente, alle sue spalle, Agostino. Uno dei concetti più interessanti, sui quali probabilmente Margherità è già oltre Eckhart stesso, è l'idea di Dio come lontano-vicino, che non solo ha in sè tutta la dialettica trinitaria sviluppata nei primi secoli del cristianesimo, ma apre prospettive immense nella misura in cui essa abita il paradosso della coincidentia oppositorum tra presenza e assenza, "vicinanza" e "lontananza", che poi tornerà ad esempio nella grande speculazione del Cusano o perfino nella sintesi di Hegel. La conoscenza dell'Assoluto, dell'Essere, è sempre immensamente "vicina", a portata di mano d'uomo nella misura in cui egli si è svuotato, ha realizzato l'abbandono, ma è altrettando sempre lontano, assente, perchè oltre ogni pensiero. L'assoluto è Spirito, movimento e mai staticità afferrabile da mano umana perchè, con Margherita e Cusano, tra finito e infinito non v'è proporzione; eppure noi l'abitiamo sempre, non ne siamo mai "fuori" e, anzi, è tutto in noi: è necessario un cammino etico e spirituale per render la propria anima semplice, che sappia esser un vero e proprio specchio per il nostro paio di occhi umani, l'uno Ragione e l'altro Amore.


lunedì, luglio 13

Fede antica in un mondo nuovo

Pubblico questo discorso di Dag Hammarskjöld ad una radio newyorkese in cui esprimeva il proprio credo nell'agire politico e le proprie convinzioni religiose e filosofiche. Mi sento di condividere in pieno i principi e i contenuti che lo guidano e penso che uomini così, ahimè, manchino da troppo tempo sul suolo della nostra Europa.


Il mondo in cui sono cresciuto era dominato da princìpi e ideali di un tempo lontano dal nostro e, potrebbe sembrare, estremamente distanti dai problemi che stanno davanti all’uomo della metà del XX secolo. Ciononostante il mio cammino non ha significato un abbandono di questi ideali. Al contrario, sono stato condotto a una comprensione della loro validità anche per il nostro mondo d’oggi. Così, uno sforzo mai abbandonato, teso a costruire con franchezza e lealtà una convinzione personale alla luce dell’esperienza e di una riflessione onesta, mi ha portato a chiudere il cerchio: riconosco ora e confermo, senza riserve, quelle stesse convinzioni a suo tempo tramandatemi. Da generazioni di soldati e di uomini di governo della mia ascendenza paterna ho ereditato la persuasione che nessuna vita dava maggiore soddisfazione di una vita di servizio disinteressato al proprio paese e all’umanità. Questo servizio richiedeva il sacrificio di ogni interesse privato, ma nel contempo il coraggio di battersi fermamente per le proprie convinzioni. Dagli studiosi e dai pastori luterani della mia ascendenza materna ho ereditato la convinzione che, nel vero senso dell’evangelo, tutti gli uomini sono uguali in quanto figli di Dio e devono essere accostati e trattati da noi come i nostri signori in Dio.

La fede è uno stato della mente e dell’anima. In questo senso possiamo comprendere le parole del mistico san Giovanni della Croce: «La fede è unione di Dio con l’anima». Il linguaggio della religione è un insieme di formule che registrano una basilare esperienza spirituale. Non deve essere considerato come una descrizione, in termini da definirsi filosoficamente, della realtà accessibile ai nostri sensi e che possiamo analizzare con gli strumenti della logica. Ho compreso tardi cosa questo significhi. Quando ci sono finalmente arrivato, le convinzioni nelle quali ero stato un tempo educato – e che in effetti avevano dato alla mia vita una direzione anche quando il mio intelletto metteva ancora in dubbio la loro validità – sono state da me riconosciute come mie nella loro giustezza e secondo una mia libera scelta. Sento di poter confermare queste convinzioni, senza alcun compromesso con le esigenze di quell’onestà intellettuale che è la chiave stessa della maturità della mente.

I due ideali che hanno dominato il mondo della mia infanzia mi hanno portato a incontrare, in completa armonia e rispondenza alle esigenze del nostro mondo di oggi, l’etica di Albert Schweitzer, in cui l’ideale del servizio deriva dall’atteggiamento verso l’uomo delineato negli evangeli e ne costituisce il fondamento basilare. Nel suo pensiero ho anche trovato la chiave che apre all’uomo moderno il mondo degli evangeli.

Ma la spiegazione di come l’uomo debba vivere una vita di servizio attivo verso la società in completa armonia con se stesso come un membro attivo della comunità dello spirito, l’ho trovata negli scritti di quei grandi mistici medievali per i quali «la sottomissione» è stata la via della realizzazione di sé e che hanno trovato nell’«onestà della mente» e nell’«interiorità» la forza di dire sì a ogni richiesta che i bisogni del loro prossimo mettevano loro davanti, e di dire sì a qualsiasi destino la vita avesse in serbo per loro quando hanno risposto alla chiamata del dovere così come l’avevano intesa. L’amore – questa parola così abusata e fraintesa – per loro significava semplicemente un sovrappiù di forza di cui si sentivano interamente colmati quando cominciavano a vivere nell’oblio di sé. E questo amore trovava naturale espressione in un compimento senza esitazione del dovere e in un’accettazione senza riserve della vita, qualunque cosa essa recasse loro personalmente in fatica, sofferenza, o felicità. So che le loro scoperte sulle leggi della vita interiore e dell’azione non hanno perso il loro significato.