"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, gennaio 26

Riflessione sulla proprietà privata

Benché non sia nei miei interessi primari, di recente mi sto dedicando allo studio della storia moderna in previsione di un prossimo esame in Università. Devo dire che la prevalente componente manualistica ha affievolito facilmente il mio entusiasmo, anche perchè scorrendo un elenco di fatti e date difficilmente è possibile scovare uno spunto teoretico di rilievo. Eppure giorni fà, rileggendo alcune pagine, mi è saltato agli occhi un capoverso che riporto qui di seguito:
Il sistema a campi aperti caratterizzava nel '600 oltre la metà delle campagne inglesi: era costituito da appezzamenti non recintati, contigui, ma in proprietà individuale, non collettiva. Le consuetudini prevedevano che su questi campi, dopo il raccolto, tutti gli abitanti del villaggio potessero spigolare o inviare gli animali al pascolo. Di proprietà collettiva erano invece le terre comuni destinate al pascolo, alla raccolta di legna, ecc. I diritti d'uso di queste terre non appartenevano a tutti indistintamente, ma a quanti avevano proprietà nel villaggio. Su di esse risiedevano, in modestissime capanne (cottages), spesso abusivamente, i contadini poveri e privi di proprietà.
In questo caso mi ha colpito l'idea di collettività perchè sapientemente in quegli anni si distingueva tra proprietà e diritto d'uso, facendo riferimento ad un concetto di proprietà differente a quello che oggi utilizziamo. In effetti il testo parla giustamente di proprietà individuale e non di proprietà privata, che storicamente viene a costituirsi, in quel clima del 600, con le enclosures, ovvero con le recinzioni di quelle proprietà stesse, dando avvio ufficialmente al sistema capitalistico individuale. Riflettevo pertanto sul concetto di terra comune o di comune utilizzo che nel 600 poteva sussistere solo in virtù di un concetto di proprietà debole (per dirla con termini attuali). Le terre di confine venivano messe a disposizione in modo da rendere vantaggioso l'utilizzo a "tutti gli abitanti del villaggio"; addirittura alcune terre erano talmente comuni che venivano utilizzate da contadini "poveri e privi di proprietà". Nel momento in cui le terre vennero ad essere recintate per poter essere sfruttate massimamente e in libertà assoluta dal proprietario, ecco che l'antico sistema dei campi aperti, culla della proprietà comune, viene a cessare. In questa piccola vicenda storica emerge un dato che a noi figli del liberalismo moderno appare quasi scontato: la proprietà "privata" in senso forte è incompatibile con la proprietà comune. In questo sistema di proprietà private individuali, anche nell'analisi del "comune", la proprietà acquista valore nella risposta alla domanda: «di chi è?» e la risposta non può essere "di tutti" perchè "di tutti" in tale sistema equivale a "di nessuno". Eppure noi facciamo ugualmente politica, ci impegniamo nella creazione di uno stato "giusto", parliamo di politiche sociali etc. nonostante la nostra società di basi sul concetto forte di proprietà privata.
Questo inghippo, d'altronde, l'aveva già capito Platone, quando sosteneva la necessità di creare un nuovo sistema di rapporti statali in cui dire "io" non significasse dire "mio". Ma Platone fallì, come fallirono tutti quei sistemi tesi a ridurre o annullare il "mio" per svariati ordini di motivi - chi dice per incapacità di un "comunismo reale" o perchè in realtà l'uomo è "naturalmente" legato ad una proprietà etc. Ecco che nella storia moderna scopriamo un tentativo riuscito di buona proprietà comune, di Bene comune, che può insegnarci molto su come intendere tutta quella terminologia politica e statale nelle future discussioni, tanto delicata quanto utilizzata troppo spesso in maniera varia e imprecisa da politici impreparati.


sabato, gennaio 24

Preghiera a-tea

Concedici, o Signore, i paradisi del Nulla,
i giardini della tua primavera.
Signore che fai della notte un mattino,
il mattino che paghiamo con le monete luminose degli astri,
astri della notte, guida degli erranti, degli erranti verso l'infinito,
che cos'è il cielo se non l'infinita via verso il nulla?
E che è il nulla, se non un ritorno, il Tuo ritorno?
Che cos'è l'infinito se non un ritorno?

Andrea Emo


lunedì, gennaio 19

Religione, etica e laicità. Prospettive a confronto.

Volevo segnalarvi il mio primo lavoro per la rivista Filosofia e Teologia: si tratta della recensione al testo curato da Hagar Spano, Religione, etica e laicità, Fridericiana Editrice Universitaria, Napoli 2008 e pubblicata anche sul "Giornale di filosofia della religione". Vi presento le prime battute e per la lettura integrale vi rimando all'apposito indirizzo del giornale - QUI.
«La triangolazione concettuale che si produce fra i tre termini-chiave religione, etica e laicità, circoscrive un nodo problematico cruciale, particolarmente nevralgico, del dibattito culturale, certo non solo filosofico, dell’età moderna e contemporanea». Esordisce così Francesco Paolo Ciglia, autore di uno dei contributi presenti in Religione, etica e laicità, illustrando in modo puntuale le ragioni che hanno animato il VII° convegno annuale dell’Associazione Italiana di Filosofia della Religione di cui questo volume, a cura di Hagar Spano, raccoglie gli Atti. Gli interventi si segnalano immediatamente...
(continua qui)



Sappiamo riflettere sui fenomeni?

Mi capita spesso di trovare spunti di riflessione riguardo temi fortemente ontologici in discussioni più o meno serie che la quotidianità ci offre a menadito. Sabato pomeriggio ho avuto uno stimolo ad entrare nel merito del "disagio giovanile", come viene definito, da un rapido scambio di battute con una signora che insegna filosofia ad un liceo e lamentava una deriva anarchica dell'attuale generazione under20e30. Nel blog, ma più in generale nella mia esperienza di vita (e pensiero) ho avuto già occasione di confrontarmi con queste tematiche, che ho condensato nell'intervento I giovani tra noia, nichilismo e spiritualità , la relazione che avevo intenzione di presentare in occasione del Salotto di Sofia 2008. Sto richiamando alla mente questi interventi, che tuttavia sono rimasti inespressi e forse cristallizzati nello spazio di questa cittadella, perchè la piccola scintilla che volevo offrirvi oggi ha la pretesa di integrarli e, anzi, ripensarli in una maniera nuova, provando a smuovere quelle parole che sembrano relegate al passato 2008, come sembra suggerire la struttura lineare del blog (ci tornerò su). Torno ora alla professoressa e alle sua contestazione di scarso raziocinio giovanile: «Ciò che mi spaventa è la deriva anarchica di queste nuove generazioni, incapaci di riflettere sul senso delle cose e di apprezzare la libertà.» La mia immediata risposta fu di correzione, ricordandole che «i giovani hanno voglia di riflettere sui valori, il problema è che non vengono messi in condizione di farlo perchè troppo spesso l'ambiente non è dei migliori. E allora il facile sbocco è l'anarchia, la chiusura e l'assenza di dialogo». Tornando a casa nella mia seicento blu ripensavo allo scambio di battute e riflettevo sul timore della professoressa per la mancanza di dialogo tra i giovani, tema a cui mi sono spesso dedicato anche nel blog. Pensavo che forse tutte quelle analisi, comprese le mie, rimanevano alla superficie e non affondavano davvero nella questione che forse poteva giocarsi ad un livello ontologico-esistenziale più profondo, ovvero attingendo al problema del rapporto tra la verità e il fenomeno o l'apparenza e la relativa opinione. Non mi riferisco certo a tematiche Parmenidee nè strettamente Platoniche nè tantomeno ad una contestazione pseudo-marxista della società attuale, ma pensavo al valore che strutturalmente noi uomini affidiamo all'apparenza o al fenomeno rispetto alla questione della verità. I tre termini della relazione (me stesso - la professoressa - i giovani) sono presi dall'apparenza delle questioni e si concentrano su una certa fenomenologia, creano un vero e proprio dialogo tra "posizioni" animate dall'aderenza più o meno precisa al fenomeno e alla lettura più profonda dello stesso. Fin qui nulla di straordinario. Notavo che il campo in cui ci si muove rimane grossomodo lo stesso finché non entra nella discussione la questione valoriale sulla verità. Provando ad astrarre una sorta di meta-discorso chiedo: perchè, se ci interessa la Verità della questione, ovvero ciò che pretendiamo trovare dietro il fenomeno "disagio", rimaniamo fedeli al fenomeno stesso? Perchè muoviamo una discussione sui fenomeni e nell'ambito dei fenomeni per poi saltare di piano e non inversamente? Perchè non partire dalla Verità per poi dedurne fenomeni e confontarli? La risposta sarebbe abbastanza agevole, perchè non vi sarebbe leva, punto di appiglio, dopotutto della Verità, in particolar modo nelle questioni etiche, non disponiamo. I metodi appaiono dunque entrambi aporetici. E allora perchè pretendere di porsi in una posizione critica verso un fenomeno (giovani) invece di assumerlo come elemento di una ricerca ancora in fieri? Non è relativismo, è voglia, questa sì, di ricerca. E se la ricerca rimane senza risposta? Beh, sospendiamo il giudizio, non abbandoniamoci alla nostra pretesa di possesso. E' altrettanto vero che tutto il metodo scientifico poggia sul fenomeno e su quelle "leve fenomeniche" che ci hanno permesso di "innalzarci" attraverso il mondo della tecnica. Ma, ancora una volta, un'intelligenza onesta deve ammettere che la scienza stessa, benchè possa vantarsi di importanti conquiste, viaggia senza fondamenti e su un metodo che non sempre, come in questo caso, appare corretto per riflettere. Dobbiamo inoltre ammettere che noi stessi, più o meno involontariamente, lo utilizziamo in altri contesti e pretendiamo di far riflessioni "serie", "scientificamente serie". In definitiva, sappiamo riflettere sui fenomeni? Non ancora.


martedì, gennaio 13

Ateo-bus

Questa sera volevo commentare l'iniziativa degli Ateo-bus promossa dalla Uaar che trovate facilmente su qualsiasi testata giornalistica. Per comodità e convenzione mi riferitò in particolar modo all'articolo presente su "la Repubblica". Sinceramente mi piacerebbe capire le dinamiche di questa iniziativa, perchè davvero la notizia mi ha lasciato spiazzato, non tanto per il fatto in se stesso quanto per il piano su cui viene posta la religione, ovvero alla stregua di un qualsiasi oggetto a cui far più o meno pubblicità, falsando non solo la stessa, ma a mio avviso l'opzione stessa di ateismo. Il meccanismo che soggiace all'iniziativa mi sembra grosso modo quella, soprattutto quando leggo affermazioni di questo tipo:
«La chiesa ha e deve continuare ad avere libertà di parola. Purché vi sia adeguato spazio anche per chi cattolico non è. Pagando questa campagna pubblicitaria l'Uaar intende riconquistare all'incredulità un po' di quella par condicio che i mass media stentano a riconoscerle» (Raffaele Carcano, segretario generale della Uaar)
Non vorrei far la figura dell'intellettualoide da scrivania, ma non riesco ad accettare nè che l'opzione religiosa venga messa al massacro con la pubblicità, come se fosse davvero un'opera solo di convinzione, nè che la religione stessa sia soggetta a "par condicio", come se il Papa o il cardinale facessero "pubblicità" nell'esprimersi. No, non riesco a condividere, non riesco ad entrare in queste logiche dogmatiche di chiusura all'altro. In questo caso non viene dato apriori lo spazio al diverso, non ci si apre alle esperienze altrui negandone radicalmente la possibilità perchè si affermano logiche che negano qualsiasi intendersi. Questa è peggio della fede dogmatica, si chiama intolleranza.


domenica, gennaio 11

A Fabrizio

A Fabrizio, per tutto quello che mi ha dato in questi 10 anni, alla sua voce che quotidianamente ritorna nella mia testa, a quel padre letterario che mi ha formato e che ha saputo darmi luce negli anni più difficili.

Nella pietà che non cede al rancore,
Fabrizio, tu mi hai insegnato l'amore.



lunedì, gennaio 5

Il male

Nell'intervento precedente riflettevo «Sull'inizio» legando il piano, per così dire, logico-teoretico al piano individuale «dell'anima». Oggi vorrei tentare di seguire lo stesso schema argomentativo prendendo spunto da una breve intervista rilasciata da un «esorcista» che vi invito a leggere sul sito dell'Ansa e che curiosamente riguarda alcuni avvenimenti prettamente mondani come la crisi Alitalia o l'attuale recessione. Padre Amorth è stato molto discusso per le sue posizioni in ambito ecclesiastico e ovviamente nel merito non entro poiché non ho nè competenze nè, soprattutto, interesse. Le affermazioni dell'«esorcista», certo scremate dal tono carnevalesco e dal taglio reazionario, mi sembrano di rilievo perchè sollevano questioni decisive come il problema del male o della libertà e che giocano sui due livelli prima segnalati, logico-teoretico e individuale. Paradossalmente, ma neanche troppo, la radicalità delle affermazioni risulta molto poco «medioevale» e superata poiché ci pone dinanzi alle questioni in maniera ineludibile e senza sofismi, di contro ad una filosofia o persino teologia «debole» intenta più a circumnavigarle che ad affrontarle. La sostanzialità o meno del male, la sua individuazione nel mondo e nelle realtà e il nesso tra il soggetto e il male metafisico stesso rimangono oggi problemi aperti e dal tono ineludibile. In altre occasioni ho avuto modo di esprimere la mia posizione sulla questione e pertanto stavolta non ho intenzione di spostare la rotta verso me stesso, da bravo Narciso, e così tradire l'invito a pensare faccia a faccia con queste problematiche: nella storia del pensiero il problema del male è stato affrontato variamente e per un riflessione di valore che non sia semplice ripetizione lascio coerentemente aperta la questione e attendo da voi un «inizio».