"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

domenica, marzo 29

Note a margine di G. Frege. Senso e denotazione

La preparazione per il prossimo esame di Filosofia del Linguaggio si sta rivelando un'occasione feconda per riflettere su alcune questioni a cui avevo dato scarso valore negli anni precedenti. Parlo di valore ma è bene precisare che non ho certo intenzione di sottintendere una qualche priorità oggettiva, bensì mi riferisco alla scala di questioni che, credo, soggiace inevitabilmente agli studi di ognuno e che solitamente si struttura in base alle proprie esperienze e vocazioni - nel senso propriamente weberiano di Beruf. Tra i saggi proposti per il corso ho trovato di particolare interesse il lavoro di Frege, "Senso e significato", nel quale oltre alle questioni di Filosofia del Linguaggio si intrecciano tematiche più affini ai miei interessi, quali la matematica (problema dell'identità) e la questione dell'oggettività del "mondo esterno". Per una rapida e completa introduzione ai problemi trattati nel saggio vi segnalo la chiara e sistematica esposizione del mio amico Jonathan - qui. La mia attenzione si è concentrata sulla parte centrale del saggio, nel quale Frege si pone il problema dell'esistenza della denotazione - ossia dell'esistenza oggettiva dell'oggetto "esterno" che si sta predicando - e lo risolve in maniera singolare:
Forse, da parte idealistica o scettica, mi si sarebbe obiettato già da tempo in questi termini: "Tu parli della luna come se fosse senz'altro un oggetto; ma come fai a sapere che il nome la luna ha in generale una denotazione?" Rispondo osservando che quando pronunciamo il nome "la luna", non abbiamo l'intenzione di parlare della nostra rappresentazione della luna, nè ci accontentiamo del senso soltanto, ma presupponiamo una denotazione. Si perderebbe assolutamente il senso qualora si volesse pensare che nell'enunciato "La luna è più piccola della terra" il discorso cada sulla rappresentazione della luna. Se chi parla volesse questo, userebbe la locuzione: "la mia rappresentazione della luna". Ora ci potremmo certamente sbagliare in quella presupposizione, e simili errori possono effettivamente capitare. Ma il problema di sapere se ci sbagliamo sempre può esser lasciato irrisolto in questa sede: per giustificare il fatto che abbiamo menzionato la denotazione del segno (sia pur con riserva:"nel caso che questa denotazione esista") è per ora sufficiente rimandare alla nostra intenzione nel parlare o nel pensare.

L'interesse di Frege in queste righe è palesemente quello di tener distinto il piano del senso (intersoggettivo) dai piani della rappresentazione (soggettivo) e della denotazione (oggettivo) e trovo che l'argomentazione sia globalmente convincente ai fini del saggio benché Frege abbia di fatto compiuto uno slittamento di problemi su altri piani. Tuttavia la coerenza interna non significa poi molto. Se la filosofia è concepita a compartimenti stagni, come in questo caso, possiamo formulare teorie e produrre saggi coerenti in qualsiasi misura ma essi risulteranno sempre espressioni settoriali e discutibili in un contesto più amplio. Le righe che ho riportato, ad esempio, sarebbero un'introduzione adeguata alla discussione del problema più radicale che la filosofia teoretica può porsi, ovvero quello della Verità e della conoscenza del Vero, problema di cui Frege "non ha intenzione di parlare". L'impostazione dell'onto-teo-logia di Frege è la stessa di Cartesio, tipica dell'età moderna - a mio avviso qualsiasi discussione su tale argomento conduce in maniera più o meno esplicita ad una onto-teo-logia. Una riflessione teoretica adeguata su questi temi risulta sempre più urgente per la ragione filosofica moderna.


PS: Ho tentato di seguire un ragionamento simile nell'intervento Da Parmenide a Cusano per un nuovo Fondamento in cui commentavo un saggio di K.Held, Sugli antefatti della prova ontologica dell'esistenza di Dio - Anselmo e Parmenide.


giovedì, marzo 26

In te ipsum redi

Ultimamente sto dedicando poco tempo alla cittadella. La verità è che sto accusando un po' di stanchezza: gli impegni mi stanno spossando, siano essi i più sentiti oppure i meno rilevanti. Eppure è proprio questa continua dynamis a tenerci vivi, a render possibile ogni giorno il nostro sentirci al mondo. Troppo spesso mi capita di pensare che il lavoro, lo studio e tutto ciò che realmente l'uomo produce sia soltanto una risposta al suo bisogno di sentirsi vivo, lontano dalla pietra inerte. Ho utilizzato il termine produzione perchè considero l'agire umano un continuo produrre, che sia esso materiale, ossia nello spazio e nel tempo, oppure che sia immateriale, ossia nel tempo, dispiegato come una lunga chiacchierata o come uno splendido romanzo. Splendido perchè al fondo c'è sempre lei, la Bellezza che tutto governa e nella quale ordine l'uomo stesso è impigliato, quasi costretto. Costretto a vivere il molteplice rovinoso dei propri giorni, il molteplice tedioso degli impegni quotidiani, del susseguirsi stanco di quella non-vita, di quella divisione continua. Ma tutto sta a saper vedere la Bellezza, a saper coltivare la cittadella. Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.


domenica, marzo 22

Teramo Filosofestival

Dal 26 al 29 marzo si terrà un "Festival della filosofia" a Teramo. Data la vicinanza è probabile che partecipi qualche giorno anche perchè ho intravisto nella brochure del programma alcuni nomi interessanti, quali Gianni Vattimo, Carmelo Dotolo, Elio Matassi etc. (qui in formato .pdf).Magari al ritorno da Teramo esprimerò qui sul blog alcuni commenti e considerazioni a riguardo.

http://www.teramofilosofestival.it/


sabato, marzo 21

Torino Spiritualità

Sono venuto a conoscenza di questo evendo con colpevole ritardo e volevo contribuire a divulgarlo: http://www.torinospiritualita.org/

Un incontro tra idee, parole voci e religioni provenienti da ogni parte del mondo, un laboratorio per porre a confronto le varie forme di pensiero che la spiritualità assume nelle diverse culture e orientamenti religiosi, uno spazio per discutere i temi etici che il mutamento del mondo ci pone e per affrontare le complesse problematiche delle società multiculturali. Una riserva protetta per quanti sentonodentro di sé il senso del limite e l’insufficienza dell’esistenza, uno spazio per rallentare il ritmo di vita e fermarsi a riflettere sui grandi temi dell’umanità, aiutati e ispirati anche da quei saperi sull’uomo che le religioni rappresentano.
Un luogo che non propone solo percorsi di confronto e di discussione di carattere culturale, ma anche momenti di crescita individuale e di intendità introspettiva, nella convinzione che esista ino spazio per
la spiritualità anche in quelli che non credono.

Tutto questo è Torino Spiritualità.

Antonella Parigi


lunedì, marzo 16

Gianni Golfera e le Arti della memoria

Riprendo le riflessioni dopo un periodo di buio e stavolta con una singolare richiesta di informazioni. Ho sentito che ieri sera ad Ortona è stata organizzata una conferenza con ospite il dottor Gianni Golfera, conosciuto grazie all'elaborazione un metodo per potenziare le memoria o, più sommessamente, per facilitare la memorizzazione di determinate informazioni. Ho così dato uno sguardo sul suo sito (qui) e devo dire che l'insieme di messaggi pubblicitari e frasi ad effetto non mi ha stimolato ad entrare ma fermarsi lì sarebbe stato il segnale di un atteggiamento quantomeno superficiale e così ho dato uno sguardo al sito. Nella sezione "i suoi libri" trovo scritto: "Il Metodo di Gianni consiste nell'utilizzo della memoria visiva e della memoria spazio-temporale per apprendere qualsiasi tipo di informazione.". Il suo primo testo si chiama inoltre "memoria emotiva". L'assimilazione della memoria visiva al campo delle emozionalità mi ha richiamato alla memoria (appunto) la gnoseologia di Marsilio Ficino e di Giordano Bruno. In particolar modo secondo Bruno la memoria è un campo seminato che l'uomo ha il potere di far fiorire alla presenza di un'immagine evocatrice. Questa attività ha particolarmente effetto se insieme all'immagine noi associamo una determinato emozione. Così, all'inverso, per memorizzare efficacemente secondo Bruno dovremmo riuscire a conservare i ricordi con le emozioni che essi ci hanno procurato. Ovviamente queste ipotesi non sono isolate ma provengono da tutta una tradizione di "Arti della memoria" ovvero di studi sul campo della memoria e della memorizzazione di testi che ha trovato terreno dal medioevo fino al rinascimento. I chierici medioevali, ad esempio, erano soliti associare le scale concettuali presenti nei vademecum del buon teologo con gli elementi di alcuni percorsi a loro familiari, come ad esempio la strada che dalla sacrestia porta alla Chiesa o viceversa. Nel corso del 1400 questa tradizione ha avuto un periodo importante con le famose ruote di Raimondo Lullo e le estrose composizioni di Camillo Romano. Mi interessava sapere da chi ha partecipato all'incontro se Gianni Golfera ha attinto a questi studi o se le affinità sono solo casuali, grazie.


lunedì, marzo 9

Sulla grazia

E' appena stata pubblicata sul Giornale di filosofia della religione (AIFR) una mia recensione al testo di M.Vannini, Sulla grazia (scheda della casa editrice Le lettere) all'indirizzo http://www.aifr.it/pagine/letture/061.html.

L'ultimo lavoro di Marco Vannini, Sulla grazia, viene pubblicato dalla casa editrice “Le Lettere” all’interno della collana diretta da Roberto Carifi “Dal silenzio alla parola”, che «vuole rispecchiare un atteggiamento di apertura verso gli altri mediante la preghiera, la riflessione, la meditazione». La parola di M. Vannini, già formalmente, non è risolutiva né rigida: il breve testo è costituito da una raccolta di pensieri, intenti a «descrivere, per quanto possibile, la fenomenologia della grazia, almeno nel suo aspetto essenziale, ovvero in quanto la vita di grazia, indicata dall’evangelo, coincide con la filosofia, che è, platonicamente, la via che conduce al divino». (Continua qui)



sabato, marzo 7

La Bellezza di Leibniz

Riporto per intero la citazione di Leibniz presente in un interessantissimo articolo dal titolo Prospettivismo e metafora dello specchio nella concezione leibniziana della rappresentazione che ho trovato sul sito dell'università di Milano qui. Tra l'altro per un lettore del Cusano l'aspetto posto in questione è particolarmente affascinante per l'evidenza di particolari influssi, alcuni dei quali - ad esempio la ripresa leibniziana del rapporto complicatio/explicatio - sono citati esplicitamente; ne indico altri di mia sponte: i concetti di proporzione, unità, centro e lente. Nel testo che sto per citare, come di consuetudine, il corsivo è mio:


Vi è una ragione particolare dell’apparente disordine in ciò che concerne l’uomo: Dio, dandogli l’intelligenza, gli ha fatto dono di un’immagine della divinità. Egli lo lascia fare, in qualche modo, nella sua piccola sfera, e non vi entra che in maniera occulta, poiché fornisce essere, forza, vita, ragione, senza farsi vedere. È qui che il libero arbitrio gioca la sua partita; e Dio si prende gioco (per così dire) di questi piccoli dei che ha ritenuto fosse bene produrre, allo stesso modo che noi ci prendiamo gioco dei bambini che si applicano a occupazioni che noi, di nascosto, favoriamo o ostacoliamo a nostro piacimento. L’uomo è dunque come un piccolo dio nel proprio mondo, o microcosmo, che governa a modo suo: talvolta compiendovi meraviglie, e la sua arte imita sovente la natura. [...] Egli fa però anche grandi errori, poiché si abbandona alle passioni e poiché Dio l’abbandona al suo senso; e di ciò lo punisce anche, ora come un padre o un precettore che eserciti o castighi i fanciulli, ora come un giudice giusto che punisce coloro che lo abbandonano. E il male si verifica, il più delle volte, quando queste intelligenze o i loro piccoli mondi si urtano tra loro. All’uomo ne vien male, nella misura in cui ha torno; ma Dio, mediante un’arte mirabile, volge tutti i difetti di questi piccoli mondi nel massimo ornamento del suo mondo più grande. È come in quelle invenzioni prospettiche, nelle quali certi bei disegni non sembrano altro che confusione, finché non vengano esaminati dal punto di vista corretto o siano osservati mediante una certa lente o uno specchio. È soltanto sistemandole e servendosene nel modo opportuno, che diventano l’ornamento di una stanza. Così, le apparenti deformità dei nostri piccoli mondi si raccolgono, generando bellezza in quello grande e non hanno in sè nulla che si opponga all’unità di un principio universale infinitamente perfetto: al contrario, accrescono l’ammirazione per la sua saggezza, che fa servire il male a un bene più grande

Gottfried Leibniz