"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, aprile 20

Libertà e libero arbitrio, pensieri informali e politicamente poco corretti.

Ho intenzione di scrivere questo articolo di getto e in maniera informale per rendere il contenuto più chiaro e "alla mano". Questa esigenza non è dettata dall'altezza dell'articolo bensì dalla sua vocazione "popolare". Mi sembra sia giunta l'ora di dirci "le cose come stanno" riguardo la nostra società: esistono dei pensieri "comuni", esistono delle forme di costrizione mentale a cui si abbandona la quasi totalità della popolazione e che di fatto costituisce quella "tendenza" su cui fa leva la democrazia. Solitamente questo pensiero è abbracciato soprattutto da quelle persone che hanno una cultura media o almeno coloro che sono abituati a riflettere sempre secondo determinati canoni da loro giudicati indiscutibili perchè "razionali". Costoro si rendono, anzi, paladini di questo pensiero comune e vorrebbero distinguersi dalla massa per la loro capacità di riformulare quello stesso contenuto in forme più raffinate. In questo loro voler passare per "gente di cultura", contribuiscono a rendere le loro confusioni più grossolane e persino più fastidiose di quelle che sono realmente. A proposito di fastidio, non c'è confusione che mi indispettisce maggiormente rispetto quella tra "libertà" e "libero arbitrio", tipica della nostra società. Basta accendere quello specchio efficace che è la televisione per rendersene conto. O se siete troppo imborghesiti per la televisione - un po' come il sottoscritto - basta aprire qualche giornale qua e là e rendersi conto di quante stupide polemiche si generano da incomprensioni simili. Oggi purtroppo è passata l'idea che "libertà" significhi "voler fare ciò che si vuole" ed essere libero significa "poter fare" tutto. Premetto che non ho intenzione di affidarmi a concezioni metafisiche di libertà e vorrei rimanere solo sul piano politico o, se possibile, etico. Recentemente va di moda chiacchierare sulla "libertà di pensiero" e gridare alla "censura" quando qualcuno si permette di obiettare che magari quella determinata vignetta risulta offensiva - e quindi oppressiva per l'altro - oltre che esteticamente brutta e di cattivo gusto. La radice di questo problema, credo, sia nell'ostinarsi a concepire la libertà secondo una matrice individualistica ed emerge già nella terminologia dell'intellettualoide aristocratico che definisce la libertà come "poter fare" ciò che IO voglio. Molto raramente, escluse le frequentazioni da biblioteca con Platone e Kant, ho ascoltato qualcuno che provava a ragionare sulla libertà in senso collettivo, riflettendo sul limite che tu devi porre a te stesso affinchè tu possa lasciar essere l'altro nel suo essere. L'idea che il dovere sia un qualcosa di incompatibile con la libertà mi sembra un'idea stupidamente 68ina, che concepisce le dimensioni del "dovere" e della "libertà" a compartimenti stagni. A mio avviso non è casuale l'affinità tra gli intellettualoidi prima richiamati e la cultura 68ina, tra la faciloneria con cui si utilizzano i termini assoluti e ci si sente "intelligenti" o finalmente "redenti" da una società "oppressiva" che nega la libertà! La libertà è come l'Essere, ossia "si dice in molti modi" e deve essere "riempita" nelle varie situazioni pena il maneggiare concetti veramente vuoti e vaghi. Ma ciò che dovrebbe colpire è lo strano effetto di questo articolo: nel parlare in maniera diffusa del libero arbitrio, la libertà in sè è forse appena balenata, ma non è mai stata toccata. Quanto è difficile dirsi liberi, quanto è delicato maneggiare questa terminologia. Purtroppo non tutti hanno la stessa parsimonia.


venerdì, aprile 17

Sul creazionismo

Oggi vorrei rapidamente commentare un recente testo di Michele Nicoletti, La politica e il male, Morcelliana, Brescia 2000 (qui una scheda). Ho avuto occasione di leggerlo recentemente e mi è sembrato davvero interessante per la capacità di affrontare le questioni in maniera trasversale ossia evitando di assumere uno schema manualistico benchè spesso l'obiettivo della trattazione lo suggerisca. Vorrei segnalare in particolar modo la parte prima del testo, che si presenta sotto il locus classico "Analitica del male e teoria politica", perchè le riflessioni portate avanti sulla dimensione costitutiva della violenza per la fondazione della città offrono, credo, ottimi spunti di riflessione. Il mio apprezzamento è dovuto all'importanza oggettiva - ma anche di mio gusto personale - di una riflessione che sappia tornare (o saltare) all'origine storico-mitica di un evento o di una relazione quale il rapporto tra la politica e il male. Nicoletti tratta in particolar modo la genesi della fondazione della città di Enoch da parte del fratricida Caino, spinto da invidia, da una forma di male già pre-esistente che si intromette prima nella relazione tra la creatura e il principio (mito di Adamo ed Eva) e poi nel rapporto tra la creatura, Caino, e un suo simile, anzi, un suo fratello, Abele. In questo contesto al Dio ebraico appare paradossalmente vicino il Demiurgo platonico del mito raccontato nelle pagine del Timeo, dove il Dio crea senza invidia perchè è bene e questo donarsi appare come costitutivo dell'esser-divino. Nel mito del Genesi, Caino viene condannato così ad esser "ramingo e fuggiasco": nessuna vendetta del Dio, nessuna violenza ma freno alla violenza. Caino cade dalla Civitas Dei per propria colpa e fonda la città terrena, che chiama Enoch, come suo figlio. Caino vuole legarsi alla terra con un atto di superbia: perduto il paradiso egli vuole dimostrare di potercela fare da solo, di potersi dare una patria, un nome e un'identità e vuole legarla proprio a quella terra, da dove "grida" ancora il "sangue del fratello". Non a caso ogni fondazione è un atto di consacrazione perchè dopo la caduta solo tramite la città è ora possibile giungere alla salvezza. Ecco tutta la tematica dell'escatologia politica, a cui Nicoletti darà amplio spazio nei capitoli finali splendidamente dedicati agli angeli, seguendo l'impostazione del De Civitate Dei di Agostino. Questi cenni, certo confusi e arruffati, mi servivano solo per porre la domanda sull'origine: Ma perchè dar spazio al mito per scavare intorno alla nostra origine? Nicoletti dà ragione di questa scelta motivandola in maniera affine allo Schelling della Filosofia della mitologia, secondo il quale non esiste comunità senza mito e perciò è necessario tornare al mito stesso. Ma allora interroghiamoci: perchè dar voce ad un insieme di racconti - perchè il mito non spiega nè dimostra bensì si limita a raccontare e pretende in noi il silenzio dell'ascolto - senza il ben che minimo fondamento scientifico? E' abito della "scienza" il pensare sull'Inizio? La mitologia è solo un'approccio infantile, passato, che magari può avere valore per un rapporto non necessario come quello tra il male e la politica? E' questa una questione da abbandonare persino con vergogna per averla seguita? In definitiva, allargando e spostando, forse indebitamente, il tiro: è possibile dar voce solo alla teoria scientifica come accade per il darwinismo (per entrare nel dibattito americano attuale) oppure forse anche dalla "dottrina della creazione" - che poi non è una dottrina nel senso scientifico come la si vuol far passare - possiamo imparare qualcosa? Tutto sta, forse, a voler ascoltare e voler accettare di rimanere in silenzio per un po' e far risuonare il mito. E forse per qualcuno proprio questo stare in silenzio oggi appare inaccettabile.


martedì, aprile 14

Ci ha lasciato Franco Volpi

Oggi ci ha lasciato Franco Volpi, che tanto ha dato alla filosofia italiana degli ultimi anni, in seguito ad un tremendo incidente a San Germano sui Berici (Vi); il professore era in bicicletta ed è stato malamente travolto da un'autovettura (qui un articolo de "Il Corriere del Veneto"). Nel pomeriggio sono venuto a conoscenza dell'accaduto e ho accolto la notizia con profonda tristezza benchè non abbia avuto modo di conoscerlo personalmente. Nel corso degli studi ho passato ore ed ore sulle sue traduzioni di Heidegger e di Schmitt e ho avuto vari spunti di riflessione: considero Franco Volpi un punto fisso della mia esperienza di vita e di studente. Ironia della sorte, poco prima di venire a conoscenza dell'accaduto avevo appena interrotto la lettura di alcune pagine di "Essere e Tempo" da lui curate per la Longanesi. Ora sono ancora lì, abbandonate sulla scrivania. Sentite condoglianze alla famiglia.


sabato, aprile 11

Autoironia

Che cosa disse il mistico al venditore di hot-dog?
Fammene Uno con Tutto.

Lawrence Kuschner


mercoledì, aprile 8

L'Aquila, il terremoto, il male

La terra trema e crollano su di essa le fragili costruzioni, i monumenti e le chiese. Quelle forme, quelle pietre scolpite si frantumano insieme alle nostre sicurezze: le vite si spegnono, poco importa in che occasione o in che freddo numero. Storicamente queste catastrofi naturali hanno stimolato le riflessioni più crude sull'inevitabilità del male e così si sono affollate le accuse o le difese più acrobatiche ad una divinità che tradisce le proprie creature consegnandole al male gratuito. In questo senso quel giorno stesso, più che dar sfogo alle mie angosce, ho preferito dare spazio il grido razionale di Voltaire (qui).

In un intervento precedente scrivevo: "La sostanzialità o meno del male, la sua individuazione nel mondo e nelle realtà e il nesso tra il soggetto e il male metafisico stesso rimangono oggi problemi aperti e dal tono ineludibile." (c.f.r Il male). L'esperienza del terremoto, vissuta da vicino, mi ha riportato alla mente queste riflessioni. Ho più volte ripetuto con Plotino che il male in sè non ha senso nè l'individuazione di un presunto livello metafisico nella nostra realtà può esser coerente eppure la sofferenza continua a mangiarci lo stomaco. Saper vedere la Bellezza nelle cose è, a volte, davvero molto difficile. Come trovare un appiglio?

Negli stessi giorni, tuttavia, faccio esperienza di un'amore disinteressato, di un com-patire autentico e un amore gratuito. Non nego che talvolta questo aiuto può essere accompagnato da motivazioni personali molto forti. A volte, ad esempio, è possibile che qualcuno si muova per non sentirsi in colpa dinanzi ad un'indolenza abbastanza immediata. Ma anche in questo caso, come possiamo noi entrare nell'immenso regno interiore di ognuno, in cui le intenzioni si mischiano e riemergono in maniera spesso indistinta? Ed è realmente possibile andare a giudicare kantianamente le intenzioni, seppur di se stessi? Ciò che conta, oggi, è l'esperienza di un donare gratuito. Lungi dall'affermare banali concezioni medicinali, non è forse questo un vero miracolo? Non è forse proprio tra le pieghe di questo donarsi la luce dell'autentica spiritualità? Sarà questo miracolo quell'appiglio che cercavo?


lunedì, aprile 6

Voltaire, Candido ovvero l'ottimismo, V - L'Aquila, 06/04/2009

Una metà dei passeggeri, sfiniti, stremati dalle inimmaginabili angosce che il rullio d'un vascello provoca nei nervi e negli umori tutti del corpo agitati in senso opposto, non avevano nemmeno la forza di allarmarsi del pericolo. L'altra metà urlava e pregava; le vele eran strappate, gli alberi spezzati, il vascello squarciato. Chi poteva lavorava, nessuno capiva niente, nessuno comandava. L'anabattista aiutava un poco alla manovra; stava sulla tolda; un marinaio pazzo lo colpisce brutalmente e lo stende sul ponte; ma il contraccolpo fu cosí violento che la scossa lo buttò fuori bordo a testa in giú. Rimase sospeso, uncinato dall'albero spezzato. Il buon Jacques corre in suo soccorso, lo aiuta a risalire e dallo sforzo è precipitato in mare sotto gli occhi del marinaio, che lo lascia perire senza nemmeno degnarsi di guardarlo. Candide s'avvicina, vede il suo benefattore che riappare un momento e per sempre scompare. Vuol buttarsi in mare per soccorrerlo; il filosofo Pangloss glielo impedisce, gli dimostra che la rada di Lisbona è stata creata apposta perché quell'anabattista ci si annegasse. Intanto che glielo dimostra a priori, il vascello si spacca, ogni cosa perisce salvo Pangloss, Candide e il marinaio pazzo che aveva affogato il virtuoso anabattista; quel farabutto nuotò felicemente fino a riva, dove una tavola portò Pangloss e Candide.

Quando si furono un poco rimessi, s'incamminarono verso Lisbona; restava loro qualche soldo, col quale speravano di scampar dalla fame dopo esser scampati alla tempesta.

Hanno appena messo piede in città, piangendo la morte del loro benefattore, ecco che la terra trema sotto i loro piedi; il mare si gonfia spumeggiando nel porto, e spezza le navi ancorate. Turbini di fiamme e cenere coprono strade e pubbliche piazze; crollano le case, i tetti si rovesciano sulle fondamenta, le fondamenta scompaiono; trentamila abitanti di ogni età e sesso son schiacciati sotto le macerie. Il marinaio diceva fischiando e bestemmiando:

“Ci sarà da guadagnare qualche cosa, qui”.

“Quale sarà la ragion sufficiente di questo fenomeno?” diceva Pangloss.

“Ecco la fine del mondo!” esclamava Candide.

Il marinaio corre immediatamente in mezzo alle macerie, sfida la morte per cercar denaro, ne trova, se ne impossessa, s'ubriaca, e, dopo aver smaltito la sbornia, compera i favori della prima ragazza di buona volontà che incontra sulle ruine delle case distrutte, in mezzo a morti e moribondi. Frattanto Pangloss lo tirava per la manica.

“Amico,” gli diceva “non sta bene, vieni meno alla ragione universale, scegli male il momento”.

“Testa e sangue,” rispose l'altro “son marinaio, nato a Batavia; quattro volte ho calpestato il crocifisso in quattro viaggi al Giappone, sei cascato bene con la tua ragione universale!”.

Alcune schegge di pietra avevan ferito Candide; era steso sulla strada, e coperto di macerie. Diceva a Pangloss:

“Ahimè! procuratemi un po' di vino e d'olio; muoio”.

“Questo terremoto non è cosa nuova,” rispose Pangloss: “la città di Lima provò le stesse scosse in America l'anno scorso; identiche cause, identici effetti: certamente c'è una striscia di zolfo sottoterra da Lima a Lisbona”.

“Non c'è nulla di piú probabile”, disse Candide; “ma, per Dio, un po' d'olio e di vino”.

“Come, probabile?” ribatté il filosofo “sostengo che la cosa è dimostrata”.

Candide svenne, e Pangloss gli portò un po' d'acqua dalla vicina fontana.

Il giorno dopo ripararono un poco le forze con qualche provvista da bocca trovata strisciando fra le macerie. Poi si misero a lavorare come gli altri per soccorrere gli abitanti sfuggiti alla morte. Alcuni cittadini soccorsi da loro gli offrirono il miglior pasto che fosse possibile in quel disastro. È vero che il pasto era triste; i convitati innaffiavano il loro pane con le lagrime; ma Pangloss li consolò accertandoli che le cose non potevano andare altrimenti.

“Poiché” diceva “queste cose sono per il meglio. Poiché, se c'è un vulcano a Lisbona, non può essere altrove. Poiché è impossibile che le cose non siano dove sono. Poiché tutto va bene”.

Un ometto nero, familiare dell'Inquisizione, che gli stava accanto, prese educatamente la parola e gli disse:

“Si direbbe che il signore non crede al peccato originale; poiché, se tutto va per il meglio, non c'è dunque stata né caduta né castigo”.

“Domando umilissimamente perdono all'Eccellenza Vostra” rispose Pangloss ancora piú educatamente “perché la caduta dell'uomo e la maledizione entravano necessariamente nel migliore dei mondi possibili”. [...]

(Voltaire, Candido ovvero l'ottimismo, Rizzoli, Milano, 19944, pagg. 49-55)

L'Aquila, 06/04/2009