"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

giovedì, maggio 28

Linguaggi

Questa mattina ho fatto visita ad un amico con cui condivido lo stesso tipo di percorso di ricerca. Anche per lui quella Presenza in sè stessi, nel prossimo, nel mondo, è un continuo stimolo ovvero una continua chiamata alla vita. Lui dipinge. La ricchezza delle possibili espressioni dell'intelligenza umana ci appare davvero stupenda se in essa riusciamo a cogliere la sostanziale unità.


mercoledì, maggio 20

L'Eutifrone e il mondo ateniese

Nelle pagine dell’Eutifrone emerge innanzitutto l’ambiente culturale ateniese, nel quale la sfera religiosa andava a costituire un tutt’uno con le pratiche di vita cittadina al punto che i precetti religiosi assumevano un valore determinante per la stessa giustizia “umana” del tempo. Nel dialogo in questione, ad esempio, la concettualità pagana si riflette nel morboso timore di Eutifrone per una possibile contaminazione (miasma), che verrebbe contratta qualora l’omicidio avvenuto in casa propria e per mano indiretta del padre non fosse denunciato in tribunale. Il legame tra il divino e la città è subito evidente ed è significativo come il giudizio degli uomini in tribunale possa in qualche modo trovare riscontro tra gli dèi. Eutifrone narra a Socrate le vicende avvenute in casa propria e, attraverso di esse, le motivazioni che lo spingono a denunciare il padre in tribunale:
Ora appunto, il morto era un mio dipendente che lavorava stipendiato da noi quando coltivavamo la terra a Nasso. Un giorno, ebbro com’era di vino, incolleritosi contro uno dei nostri schiavi, lo uccise. Mio padre, allora, fattolo legare mani e piedi, lo gettò in una fossa, e mandò qui uno per sapere dall’esègeta che cosa si dovesse fare. Per tutto questo tempo non si prese cura di quell’uomo in catene, anzi lo trascurò completamente: quasi che non importasse nulla se anche moriva visto che era un omicida. E questo infatti accadde; perché per fame, il freddo e le catene, quello morì prima che il messo fosse tornato dall’esègeta.
Dal punto di vista di Eutifrone, l’omicidio è un atto moralmente pericoloso e perciò è necessario analizzare la questione in maniera precisa: per decidere come comportarsi nei confronti dell’assassino, chiunque sia, è necessario vedere se egli era in diritto di uccidere o meno; «se era in diritto di uccidere, lascialo pure andare; se non lo era intentargli un’accusa anche se l’uccisore abiti sotto il tuo tetto e mangi alla tua mensa» . In questo intreccio di questioni è interessante notare come, nella concezione di Eutifrone, la giustizia terrena, ossia la denuncia ad un tribunale, possa riscattare o quantomeno preservare l’omicida, i suoi vicini e famigliari da conseguenze nefaste. Nella tradizione greca, difatti, la contaminazione causata da un omicidio implicava un’offesa religiosa ed era estesa anche alla famiglia dell’assassino, come ribadisce Eutifone stesso: «perché la contaminazione avviene egualmente, qualora tu conviva con un omicida sapendolo tale, e non purifichi te stesso e lui intentandogli un’azione giudiziaria» .

I concetti richiamati afferiscono alla dimensione religiosa o, strictu sensu, alla morale religiosa e determinano una delle modalità attraverso le quali l’uomo greco regolava il proprio rapporto con il divino. Eutifrone vive questo rapporto in maniera particolare e difatti, sin dalle prime battute, si preoccupa di precisare quanto egli sia fedele agli dèi e quanto conosca le questioni religiose al punto di poterne parlare pubblicamente in assemblea e azzardando persino previsioni sul futuro: Eutifrone è un indovino. Tuttavia gli ateniesi spesso lo deridono, lo trattano «come fossi un pazzo» e su questa diffidenza del popolo si innesta il tentativo di tendere una mano a Socrate. Egli si sforza di paragonare la propria condizione a quella dell’interlocutore, che era appena stato accusato da Meleto di corrompere i giovani e introdurre nuovi dèi, ponendole sullo stesso piano. Il rapporto di Eutifrone con Socrate evolverà man mano durante il dialogo ma è interessante segnalare come alle spalle di queste poche scene già venga a galla la vivacità del mondo ateniese, animato da differenti posizioni e sètte, una delle quali potrebbe essere rappresentata da Eutifrone stesso.


domenica, maggio 17

R. De Monticelli, La novità di ognuno

Ieri pomeriggio sono stato alla presentazione dell'ultimo testo di Roberta De Monticelli, La novità di ognuno. Persona e libertà (Ibs) e vorrei trasmettervi qualche impressione. La De Monticelli è una docente di spicco nel panorama della filosofia italiana e quindi credo che non siano necessarie particolari presentazioni e per scorrere un po' la sua bibliografia rimando alla pagina dell'Università Vita-Salute San Raffaele in cui è presente il profilo scientifico - qui. Faccio qualche cenno alla bibliografia perchè ho avuto particolare piacere e, non lo nego, anche un po' di stupore, ad ascoltare una studiosa di fenomenologia formulare delle tesi molto vicine alla tradizione di pensiero a cui faccio abitualmente riferimento. L'interesse non scaturisce, certo, dal sostanziale accordo sul modo di approcciare temi come la persona e la libertà anche perchè questa convergenza potrebbe essere solo accidentale. Ciò che colpisce è bensì il fatto che anche utilizzando categorie concettuali differenti sia possibile giungere senza particolari forzature a punti di vista condivisi. In un certo senso questa piccola esperienza è una testimonianza importante sulla capacità della ragione umana di trovare dei punti di vista condivisi qualora sia esercitata in maniera rigorosa e appassionata. Ecco perchè mi sono sentito a mio agio nel nominare Plotino, Dante ed Eckhart e credo che l'ascesi (termine mio) da lei indicata sia interprete di questi autori in maniera paradossalmente fedele.


PS: Il modello di un proficuo dialogo tra punti di vista politici e religiosi differenti o persino culture lontane è difficile da indicare e difatti la presunzione di individuare una forma fissa mi sembra fuori luogo, anche quand'essa faccia riferimento alla ragione "rigorosa e appassionata". Man mano sto rivedendo un po' la rigidità con cui affrontavo la questione nei primi post di questo blog (Sul dialogo), tuttavia sono ancora convinto che troppo spesso ci si chiuda in delimitazioni negative o vuoti esempi di "tolleranza" (rimando al vecchio post Una questione di tolleranza religiosa").



lunedì, maggio 11

La cosa e la rappresentazione

A coronare uno stupendo corso di "Filosofia della Storia" sull'Angelus Novus di W.Benjamin, negli ultimi giorni sto leggendo un vecchio testo di M.Cacciari, L'angelo necessario (qui la scheda ibs), di cui riporto parte delle pagine 81-82. La ricerca qui condotta da Cacciari sulle scie dell'angelogia di Rilke, Klee e, appunto, Benjamin, si focalizza sul «problema platonico della rappresentazione» che viene a lottare, ad ogni momento di krisis, con le sue opposte possibilità più estreme: da un lato con la «minaccia di rimanere preda di una teologia negativa» e dall'altro con una filosofia che presume di poter risolvere la rappresentazione nel nominare. Ho trovato queste pagine particolarmente stimolanti, soprattutto se rilette alla luce di quanto tentavo di esprimere, in maniera al solito troppo arruffata, in alcuni interventi precedenti, quali Note a margine di G.Frege, Senso e denotazione (Marzo 2009), Sappiamo riflettere sui fenomeni? (Gennaio 2009) ma soprattutto Da Parmenide a Cusano per un nuovo Fondamento (Novembre 2008). Nel diffondere queste righe spero che siano foriere di nuove riflessioni per tutti voi pazienti lettori.
La filosofia tiene, certo, da un lato, alla ricerca, poiché è anch'essa vitalmente interessata alla «estinzione dell'empiria», ma se ne distingue perché, nella febbre del negativo che afferra definizioni e immagini allorché siano sottoposte a scepsi meticolosa, nella fatica e negli sforzi vòlti a togliere la dimensione dell'opinare-nominare, essa rimane attenta allo splendere, al relucere del vero, nella sua essenza a-intenzionale. Si badi che ciò significa per Benjamin l'esatto opposto di un'intuizione ek-statica della verità; non si tratta di "ascendere" ad una superiore visione attraverso un qualche iniziatico itinerario. La verità si dà semplicemente, aplòs, non mediata dalla facoltà di rappresentare, ma come d'un colpo intuita (l'intuizione è per Platone la facoltà più vicina al «Quinto»). Questo darsi è quello della cosa - ma della cosa stessa, del se stesso della cosa, irriducibile per principio alla rete delle connessioni che il nominare-definire rappresenta. La verità si dà immediatamente come la cosa stessa, non ulteriormente interrogabile sul suo fondamento o perché. Il «Quinto» intuisce il realissimo che può darsi soltanto, e si dà proprio ritirandosi da ogni definizione. Il nominare non coglie il realissimo, ma funzioni, rapporti, enti che solo nella loro relazione risultano concepibili. [...] La cosa stessa, invece, attraversa le maglie della rete della definizione; riluce in ogni definizione come il ciò che da essa sempre si ritira; si dà nella definizione come il suo proprio indefinibile. Ma ciò che, nella definizione, insieme si ritira da essa, non è affatto una dimensione assolutamente trascendente, bensì la cosa stessa, proprio la cosa, il questo-qui individuum della cosa.



venerdì, maggio 8

Don Baget Bozzo e un vecchio intervento

E' deceduto da qualche ora Don Gianni Baget Bozzo, una figura particolare e, forse, controversa della Chiesa Cattolica ed esponente del centrodestra. Su una biografia in rete (Wikipedia) leggo che è stato per ben due volte europarlamentare e spesso è apparso in televisore quasi a simboleggiare quell'incontro tra Forza Italia e la Chiesa Cattolica che tanto fa discutere, ad esempio, in tema di ingerenza della Chiesa sull'operato del governo. Nonostante sia lontanissimo dalle posizioni del politico e sacerdote, a Don Baget Bozzo è legata in una certa misura anche la Cittadella perchè in uno dei primi articoli ho cercato di mettere in questione proprio un suo intervento su "Il Foglio" intitolato "La mistica dell'eros" e nel quale «viene ben tematizzata la storia del ruolo che ha avuto la concupiscenza nella tradizione cristiana e i relativi approcci» (Qui il link al vecchio intervento).


giovedì, maggio 7

G. Scholem, la stella di David

Faccio eco ad un articolo trovato in rete, dal titolo Maghen David, la stella di Israele di Maria De Falco Marotta (qui il link) e che prende spunto da un testo di Gershom Scholem, Maghen David, storia d’un simbolo, scritto circa sessant'anni fa ma appena pubblicato. L'articolo, più che concentrarsi sul testo, illustra i rapporti che intrattenne Scholem con Walter Benjamin, Martin Buber e Franz Rosenzweig, ovvero con i maggiori intellettuali che animarono il pensiero ebraico di inizio '900 e mi sembra che dia un'efficace panoramica storica. Sul testo di Scholem è recentemente uscito anche un articolo de Il corriere (qui il link) firmato da Francesco Battistini, corrispondente a Gerusalemme.


sabato, maggio 2

Davide Rondoni e S.Tommaso Apostolo

Ieri pomeriggio alla cattedrale di S.Tommaso Apostolo è venuto a farci visita Davide Rondoni, famoso scrittore e giornalista (Biografia dal suo sito personale) che da tempo ha iniziato ad occuparsi della figura di Tommaso. Devo dire che ho apprezzato la conferenza anche perchè finalmente un relatore ha qualcosa da dire su Tommaso. Le varie iniziative passate non hanno mai colto così nel segno, sia che si tratti degli incontri interreligiosi con la Chiesa Ortodossa sia se vengano in mente altre presentazioni o iniziative. Il movimento culturale che si sta generando intorno alla figura di Tommaso credo sia un qualcosa di unico nel panorama culturale (anche laico) di queste zone sia a livello di richiamo - ieri la Chiesa era piena e non solo di fedeli, come nel mio caso - sia a livello qualitativo perchè i passi avanti sono visibili ad occhio nudo. Rondoni in questa scala rappresenta tutt'ora un apice e mi auguro che questi standard vengano mantenuti. Da parte mia per conto di "Officina Ortona" - permettetemi un'anticipazione e un po' di pubblicità - per collaborare a questa ondata che deve passare soprattutto per la cultura e la ragione, sto preparando delle presentazioni di testi filosofici e religiosi curati da giovani talenti e autori affermati a cui potrei chiedere un contributo sulla tematica.

Ma torniamo a Rondoni. Dopo la sviolinata iniziale devo pur fare un paio di appunti critici, perchè il suo attacco e disprezzo verso l'illuminismo mi è sembrato fuori luogo: ha tratteggiato un Voltaire positivista e questo è un errore filologico prima che filosofico poichè Rondoni è andando a praticare un taglio netto, con la falce, su tutta una tradizione in maniera indistinta. Questo tipo di confusione nasce dal tentativo di porre sullo stesso piano tutti coloro che nella ricerca filosofica ed esistenziale si sono affidati alla ragione strumentale (termine mio) nella misura in cui hanno voluto una prova tangibile e si sono fermati al visibile stesso. Da qui nasce l'accusa contro una società figlia di quei valori di fine '700, incapace di leggere i segni, nel senso agostiniano del termine. Questa cecità dal suo punto di vista è anche la radice del fraintendimento nella lettura del famoso dubbio dell'Apostolo Tommaso. Quel suo voler toccare il costato del Cristo, non è testimonianza di un Tommaso scettico; Tommaso non fà epochè, nè è un cartesiano, ma vuole avere un segno per ristabilire la relazione con l'amico, il maestro, il crocifisso. Il dubbio di Tommaso non è un tirarsi indietro, uno staccarsi, ma è la domanda più radicale di coinvolgimento: è il grido di chi vuole rientrare all'interno di un rapporto. Rondoni non è un filosofo e difatti ieri non ha scavato tra i testi, non ha fatto risuonare alcuna parola nè ha ferito le coscienze, ma ha dato la possibilità a molti presenti di pensare e scavare entro se stessi; Mi permetto di dire, con un paradosso linguistico voluto, che ieri sera Rondoni ha rinforzato molti dubbi e questo per noi è solo il primo passo.