"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, luglio 25

Sulla Grazia. Incontro con Marco Vannini a Ortona il 5 agosto 2009


incontro con Marco Vannini,
interverrà l'arcivescovo della diocesi di Ortona-Lanciano S.E. Carlo Ghidelli
opere di Mario Vespasiani, a cura di Andrea Fiamma

Cattedrale San Tommaso
Mercoledi 5 Agosto alle ore 21,00
Ortona





Sulla Grazia

incontro con Marco Vannini, 
interverrà l'arcivescovo della diocesi di Ortona-Lanciano S.E. Carlo Ghidelli, 
saranno esposti due grandi dipinti inediti di Mario Vespasiani.

A cura di Andrea Fiamma



Mercoledi 5 Agosto alle ore 21,00 presso la Cattedrale San Tommaso di Ortona, 
si terrà uno dei più attesi appuntamenti della stagione estiva tra filosofia, teologia ed arte contemporanea.

Organizzata dall'associazione culturale "Officina Ortona", la serata tratterà il tema della Grazia, attraverso le preziose testimonianze di Marco Vannini autore del libro "Sulla Grazia" , dell'arcivescovo della diocesi di Ortona-Lanciano S.E. Carlo Ghidelli e delle opere pittoriche inedite di grande formato di Mario Vespasiani.

Fortemente voluto dal presidente dell'associazione Andrea Fiamma,  l'incontro, oltre a portare ad Ortona Marco Vannini, il più importante studioso di mistica speculativa, sarà una rara occasione per cogliere e confrontare le analogie presenti in discipline normalmente a se stanti, come la filosofia, la teologia e l'arte. La serata avrà essenzialmente lo scopo di stimolare ogni partecipante ad una riflessione in se stesso, ad un raccoglimento spirituale che possa arricchire il proprio cammino di laico e/o credente. L'incontro, lungi dal voler edificare castelli teologici o inoltrarsi in dibattiti specialistici, mira difatti a porsi come un tassello nel cerchio della vita di ognuno, un momento di sosta in cui vogliamo interrogarci sul cammino che ogni uomo in quanto uomo percorre nella propria esistenza.

Come afferma Andrea Fiamma, studente di filosofia e moderatore del dibattito, «oggi è interessante notare come sia comune e sentito l'approfondimento di studiosi e artisti verso la ricerca di una Verità inesauribile che coinvolga l'uomo in quanto tale e che non rimanga così freddamente racchiusa negli schemi che la nostra intelligenza scientifica o la nostra cultura tendono ad attribuirle. Quella ricerca spinge inevitabilmente verso se stessi: riusciamo difatti a ritrovarne storicamente i tratti e le linee in quella quella tradizione di pensiero che in occidente chiamiamo “mistica” e che coinvolge non solo l'intelligenza umana ma ha la pretesa di parlare all'anima dell'uomo».

Ecco perché gli spunti di riflessione vogliono coinvolgere più dimensioni possibili dell'umano: il pensiero, la vista e l'udito. Il flauto del maestro Roberto De Grandis e la recitazione del dott. Mauro Peracchia di alcuni brani ci accompagneranno nell'introduzione al testo del prof. Marco Vannini, addolcendo la parola. Sullo sfondo i quadri del pittore Mario Vespasiani ci spingeranno altresì a vedere con gli occhi ciò che il pensiero suggerisce, ricreando un'atmosfera oramai sempre più rara nella nostra quotidianità, in cui tutto è restituito alla riflessione e appare, realmente, «senza perchè».




Marco Vannini, nato a S. Piero a Sieve (Firenze) nel 1948, si dedica da tempo allo studio della mistica speculativa, di cui è riconosciuto come il maggior esperto italiano. Studioso in particolare della mistica renana a cavallo tra medioevo e prima modernità, Vannini ha tradotto in italiano per diverse case editrici i testi degli autori più rappresentativi (Jean Gerson, Margherita Porete, Johannes Tauler, Angelus Silesius, G.W.F. Hegel.) ma soprattutto Meister Eckhart, del quale ha reso fruibile al lettore italiano oramai quasi tutta la produzione. Oltre allo studio filologico e filosofico dei testi citati, ricordiamo lavori come "Dialettica della Fede" (Marietti 1983), "Mistica e Filosofia" (Le lettere 1996), "La morte dell'anima. Dalla mistica alla psicologia" (Le lettere 2004) "Tesi per una riforma religiosa"(Le lettere 2005), "La religione della ragione" (Mondadori 2007).

Mario Vespasiani (1978) è uno degli esponenti più interessanti e anomali della giovane arte italiana, nel corso dei suoi primi dieci anni di ricerca ha esposto in importanti gallerie e sedi museali sul territorio nazionale, numerose sono le pubblicazioni che ne documentano gli sviluppi nella pittura e la direzione concettuale, del suo lavoro si sono occupati oltre ai critici e storici d'arte, scrittori, poeti, filosofi, antropologi e teologi.


martedì, luglio 21

Margherita Porete

Questa sera volevo concentrare brevemente l'attenzione su Margherita Porete, una figura importante di donna combattente e studiosa, vissuta alla fine del XIII secolo e arsa sul rogo dell'Inquisizione nel 1310. L'accusa di eresia era tutta nello splendido testo Lo specchio delle anime semplici, disponibile oggi nella traduzione italiana di Giovanna Fozzer per la San Paolo, benchè il prezzo scoraggi l'acquisto. Il senso di questo mio intervento si riduce alla volontà di dare spazio ad una figura interessantissima di mistica e filosofa, rivendicando uno spazio per Margherita anche nella storia della filosofia. Contemporanea di Dante e Meister Eckhart, non sappiamo molto di Margherita, se non ciò che emerge dagli atti del processo e da quella sua splendida opera, Lo specchio, in cui i temi tipici della mistica si intrecciano con l'eleganza della tradizione cortese della Francia medioevale.

Dal punto di vista teoretico lo scritto di Margherita ricalca in maniera stupefacente il pensiero eckhartiano e anche storicamente è probabile che Eckhart stesso lo lesse e meditò. I punti di contatto sono davvero tanti, a partire dal tema dell'umiltà o della morte dell'anima e dell'Amore che la lega indissolubilmente al Convito platonico e alla spiritualità francescana. Una della fonti di Margherita è difatti Bonaventura e ovviamente, alle sue spalle, Agostino. Uno dei concetti più interessanti, sui quali probabilmente Margherità è già oltre Eckhart stesso, è l'idea di Dio come lontano-vicino, che non solo ha in sè tutta la dialettica trinitaria sviluppata nei primi secoli del cristianesimo, ma apre prospettive immense nella misura in cui essa abita il paradosso della coincidentia oppositorum tra presenza e assenza, "vicinanza" e "lontananza", che poi tornerà ad esempio nella grande speculazione del Cusano o perfino nella sintesi di Hegel. La conoscenza dell'Assoluto, dell'Essere, è sempre immensamente "vicina", a portata di mano d'uomo nella misura in cui egli si è svuotato, ha realizzato l'abbandono, ma è altrettando sempre lontano, assente, perchè oltre ogni pensiero. L'assoluto è Spirito, movimento e mai staticità afferrabile da mano umana perchè, con Margherita e Cusano, tra finito e infinito non v'è proporzione; eppure noi l'abitiamo sempre, non ne siamo mai "fuori" e, anzi, è tutto in noi: è necessario un cammino etico e spirituale per render la propria anima semplice, che sappia esser un vero e proprio specchio per il nostro paio di occhi umani, l'uno Ragione e l'altro Amore.


lunedì, luglio 13

Fede antica in un mondo nuovo

Pubblico questo discorso di Dag Hammarskjöld ad una radio newyorkese in cui esprimeva il proprio credo nell'agire politico e le proprie convinzioni religiose e filosofiche. Mi sento di condividere in pieno i principi e i contenuti che lo guidano e penso che uomini così, ahimè, manchino da troppo tempo sul suolo della nostra Europa.


Il mondo in cui sono cresciuto era dominato da princìpi e ideali di un tempo lontano dal nostro e, potrebbe sembrare, estremamente distanti dai problemi che stanno davanti all’uomo della metà del XX secolo. Ciononostante il mio cammino non ha significato un abbandono di questi ideali. Al contrario, sono stato condotto a una comprensione della loro validità anche per il nostro mondo d’oggi. Così, uno sforzo mai abbandonato, teso a costruire con franchezza e lealtà una convinzione personale alla luce dell’esperienza e di una riflessione onesta, mi ha portato a chiudere il cerchio: riconosco ora e confermo, senza riserve, quelle stesse convinzioni a suo tempo tramandatemi. Da generazioni di soldati e di uomini di governo della mia ascendenza paterna ho ereditato la persuasione che nessuna vita dava maggiore soddisfazione di una vita di servizio disinteressato al proprio paese e all’umanità. Questo servizio richiedeva il sacrificio di ogni interesse privato, ma nel contempo il coraggio di battersi fermamente per le proprie convinzioni. Dagli studiosi e dai pastori luterani della mia ascendenza materna ho ereditato la convinzione che, nel vero senso dell’evangelo, tutti gli uomini sono uguali in quanto figli di Dio e devono essere accostati e trattati da noi come i nostri signori in Dio.

La fede è uno stato della mente e dell’anima. In questo senso possiamo comprendere le parole del mistico san Giovanni della Croce: «La fede è unione di Dio con l’anima». Il linguaggio della religione è un insieme di formule che registrano una basilare esperienza spirituale. Non deve essere considerato come una descrizione, in termini da definirsi filosoficamente, della realtà accessibile ai nostri sensi e che possiamo analizzare con gli strumenti della logica. Ho compreso tardi cosa questo significhi. Quando ci sono finalmente arrivato, le convinzioni nelle quali ero stato un tempo educato – e che in effetti avevano dato alla mia vita una direzione anche quando il mio intelletto metteva ancora in dubbio la loro validità – sono state da me riconosciute come mie nella loro giustezza e secondo una mia libera scelta. Sento di poter confermare queste convinzioni, senza alcun compromesso con le esigenze di quell’onestà intellettuale che è la chiave stessa della maturità della mente.

I due ideali che hanno dominato il mondo della mia infanzia mi hanno portato a incontrare, in completa armonia e rispondenza alle esigenze del nostro mondo di oggi, l’etica di Albert Schweitzer, in cui l’ideale del servizio deriva dall’atteggiamento verso l’uomo delineato negli evangeli e ne costituisce il fondamento basilare. Nel suo pensiero ho anche trovato la chiave che apre all’uomo moderno il mondo degli evangeli.

Ma la spiegazione di come l’uomo debba vivere una vita di servizio attivo verso la società in completa armonia con se stesso come un membro attivo della comunità dello spirito, l’ho trovata negli scritti di quei grandi mistici medievali per i quali «la sottomissione» è stata la via della realizzazione di sé e che hanno trovato nell’«onestà della mente» e nell’«interiorità» la forza di dire sì a ogni richiesta che i bisogni del loro prossimo mettevano loro davanti, e di dire sì a qualsiasi destino la vita avesse in serbo per loro quando hanno risposto alla chiamata del dovere così come l’avevano intesa. L’amore – questa parola così abusata e fraintesa – per loro significava semplicemente un sovrappiù di forza di cui si sentivano interamente colmati quando cominciavano a vivere nell’oblio di sé. E questo amore trovava naturale espressione in un compimento senza esitazione del dovere e in un’accettazione senza riserve della vita, qualunque cosa essa recasse loro personalmente in fatica, sofferenza, o felicità. So che le loro scoperte sulle leggi della vita interiore e dell’azione non hanno perso il loro significato.


Essere se stessi

Ho sempre pensato che una delle attività più gustose e nel contempo più utili a cui possiamo dedicarci nei momenti "vuoti" sia quella di riflettere sui luoghi comuni e su quelle espressioni che superficialmente utilizziamo o ascoltiamo nel linguaggio quotidiano e che alle spalle hanno secoli di dubbi e questioni. Inizio con il precisare che il nostro utilizzo ingenuo dei termini non è da biasimare, perchè la lingua non è qualcosa su cui applicare categorie come quelle dell'autentico o dell'originario ma è in continuo mutamento, ossia sempre nuova. Pertanto non mi sembra errato utilizzare una parola in un senso differente a quello della sua etimologia se il senso dato è uniforme a quello che gli viene attribuito dalla comunità entro cui è espresso.

Questo incipit voleva in qualche modo introdurre una riflessione di sull'iper-utilizzo "ingenuo" nella nostra quotidianità dell'espressione "Essere se stessi" . In realtà questo mio intervento nasce in seguito allo stimolo che l'amico Andrea Cati ha offerto sul suo blog, con un post dal titolo omonimo a questo. Attualmente l'espressione "Essere se stessi" compare solitamente in opposizione a comportamenti presunti "falsi" o guidati da schemi prestabiliti. In un certo senso il concetto è prossimo a quello di libertà, spesso discusso in varie chiavi (Maledetta informazione). Questo tipo di utilizzo è certamente influenzato dalle recenti acquisizioni in materia di sociologia o psicoanalisi perchè troppo spesso ciò che viene opposto alla libertà di esser se stessi è lo schema rigido della società o dell'educazione, che nel porre binari sembra limitare la nostra dionisiaca espressione. L'approccio contemporaneo appare quindi esser sistemato sui binari del soggetto contemporaneo, ossia quell'identità che pare scomparire tra gli schematismi - l'io penso - oppure tra i movimenti di massa della società.

Risulta invece inusuale, almeno per l'utilizzo comune, quell'interrogazione radicale, quasi sepolta tra la polvere dei testi medioevali, sul Chi dell'uomo. Plotino partiva proprio da lì e mi sento vicino anch'io a questo tipo di approccio. In realtà, circa un anno fa, avevo già avuto occasione di introdurre il tema in maniera abbastanza esile ma diretta con il post Ma tu ti conosci? e dal quale non mi sono mosso poi tanto: continuo ad abitare il bivio tra le due celebri ipotesi che la tradizione occidentale ha codificato e che vi presento affinchè possano esser foriere di dubbi e nuove riflessioni:
1) L'idea di fondo è che esista una verità in sè stessi, quasi un "vero-io" plotiniano o un fondo eckhartiano dove l'uomo può attingere la verità "di sè" solo "chiudendo gli occhi", o per dirla con Plotino guardando con gli occhi interiori. Questa è stata la via seguita da tutta la mistica occidentale (mistica derivva dal verbo greco myein che significa appunto chiudere, socchiudere gli occhi e la bocca e quindi anche tacere).

2) Aristotele nell'Etica Nicomachea si impegna a sottolineare come ogni conoscenza e quindi anche quella di sè, è sempre veicolata da un soggetto che conosce e un oggetto da conoscere. Guardare in sè stessi per Aristotele non serve a molto perchè è sempre conoscenza di un oggetto e come tale può essere errata, non c'è nessun fondo o nessun luogo del vero io: è possibile conoscere sè stessi specchiandosi attraverso gli occhi di un amico, così come quando vogliamo vedere il nostro volto dobbiamo "specchiarci" in un oggetto, invece che tentare invano di "unirsi" con sè, come novelli Narciso.



giovedì, luglio 9

Un anno di cammino

Anche stavolta ho confermato il difetto di dimenticarmi delle ricorrenze importanti e mi dolgo di aver tralasciato proprio la "celebrazione" del primo anno di attività sul blog. Difatti l'8 luglio 2008 aprivo le porte della mia "Cittadella interiore" al mondo virtuale. Il blog nacque un po' per caso, un po' per noia e un po' per narcisismo. L'idea era quella di creare un luogo dove concretizzare, ossia scrivere, fissare, quel che emergeva durante le mie riflessioni quotidiane o commentare ciò che vedevo e studiavo. L'interesse non era immediatamente filosofico ossia volevo rendere il blog come una piattaforma diretta a far riflettere anzitutto i miei amici più stretti, persone dal percorso di vita tra di loro divergente o persino sghembo. Credo, oggi come allora, che solo nell'interazione con gli altri possiamo di giorno in giorno "scolpire la nostra statua", e dare senso al nostro quotidiano pellegrinare. La cittadella nasce con queste premesse eppure man mano diviene qualcosa d'Altro, che ancora stento a definire, perchè di fatto il mio percorso interiore si circoscrive intorno a quei temi e quelle questioni a cui sto dedicando la vita: la filosofia, la mistica, l'arte, la politica sono diventati così gli sfondi per un progetto un po' più ambizioso, che non rimane qui, tra quest'infinità di righe scritte, ma contribuisce alla mia, nostra, formazione.

Mi piacerebbe essere onesto fino in fondo e scrivere come Andrea Emo, per il quale l'unica consolazione per la fatica spesa nelle sue 40.000 pagine è che, dopo la propria morte, esse serviranno per alimentare qualche fuoco. Ossia, diverranno calore, vita e natura. Ho perciò parecchio a cuore il destino di questa cittadella, perchè ne và di me stesso: ho conosciuto amici, scambiato opinioni e approfondito testi. Grazie ad essa ho avuto tante opportunità umane e questo elemento vale più di ogni altra considerazione. Come per Andrea Emo, la Cittadella potrebbe sparire "fisicamente" (o virtualmente) ma la "consolazione" rimarrà sempre quella di aver condiviso attimi di Assoluta Libertà e di Pensiero. Ringrazio tutti i lettori che in un modo o nell'altro hanno manifestato il loro punto di vista o semplicemente la loro presenza: non smettete di scolpire la vostra propria statua.


sabato, luglio 4

La felicità degli animali?

In questi giorni sto rileggendo l'Etica Nicomachea e trovo che lo sforzo richiesto ad lettore moderno di entrare nella mentalità greca, così distante sin dalle minime e quotidiane abitudini, sia fortemente appagante. Tuttavia non voglio certo ripercorrere questo cammino sul blog nè mostrare fino a che punto abbia realizzato quella fusione di orizzonti tanto desiderata ma come di consueto vorrei prendere spunto da determinate concezioni per discutere le nostre attuali percezioni in tal senso, come ad esempio ho tentato di fare con Aristotele stesso nel post Linguaggio e cervello, tra Aristotele e le Neuroscienze. Stavolta vorrei discutere la concezione contemporanea della "felicità degli animali" e prendo spunto dal libro I, 10 dell'Etica Nicomachea, righe 1099 b - 1100a, nelle quali mi pare che il tema sia stato centrato in maniera chiara:
Queste istanze saranno in accordo anche con ciò che dicevamo all'inizio: infatti ponevamo che il fine della politica è il fine supremo; e questa mette moltissima cura nel rendere i cittadini dotati di buone qualità, ovvero persone dabbene e capaci di compiere cose moralmente belle. E' ovvio quindi che non diciamo felice nè un bue nè un cavallo nè nessun altro degli animali, giacchè nessuno di essi è capace di partecipare di tale attività. Per questa ragione neppure un fanciullo è felice: infatti non è ancora capace di compiere tali azioni a causa della sua età; e quelli che sono chiamati felici, sono felici in forza della speranza che compiranno belle azioni. Infatti, come abbiamo detto, la felicità abbisogna sia di una virtù perfetta che di compiutezza di vita.
Alla concezione Aristotelica della felicità sono stati dedicati vari lavori accademici e sarebbe riduttivo tentare di riassumerla in questa sede e perciò mi limito ad accennare un paio di aspetti utili alla riflessione. La felicità è per Aristotele un modo di essere dell'uomo che esercita le proprie virtù in maniera completa. La felicità non è un qualcosa che si possiede, ma è legata all'attività (energheia) politica o teoretica dell'uomo virtuoso. L'esercizio delle virtù è definito in vari modi e pertanto non vi è una strada singola o dogmaticamente stabilita per essere felici. Ma, appunto, se la felicità è dipendente dall'esercizio delle virtù allora ad Aristotele pare assurdo dire che sono felici i bambini, le donne, gli schiavi e tutti coloro che sono inabili alla vita politica o teoretica.

La lettura di Aristotele mi pare utile per mettere in questione l'idea che l'ignoranza sia in qualche modo un terreno fertile per una vita felice. Questo tipo di concezione è tutt'oggi radicata nelle nostre case e troppo spesso riemerge all'accadere di avvenimenti spiacevoli, come se fosse un'inevitabile sentenza sulla vita e sul mondo, a cui sarebbe meglio non pensare. Nel nostro parlare comune, ad esempio, spesso utilizziamo espressioni quale "felice come un bambino" oppure ci troviamo ad "invidiare", come il nostro Leopardi, la tranquillità e la serenità degli erbivori che brucano al pascolo. Nel passato questa perversa produttività dell'ignoranza in materia di buona vita non è rimasta vox populi ma è stata esposta da menti altissime in letteratura e in filosofia quali il già citato Leopardi o Schopenhauer, autori che non a caso sentivano in maniera particolarmente dura la brutalità del mondo e ne registravano il dolore e l'ingiustizia. D'altro canto questi stessi autori hanno assunto una visione del mondo totalmente disillusa riguardo le potenzialità della ragione umana e la loro posizione in maniera di felicità e ignoranza appare coerente.

La discussione sarebbe amplia e come ho cercato di mostrare in materia è presente un ventaglio talmente amplio di scelte e posizioni che possiamo muoverci a nostro agio per tutta la tradizione ma riguardo questo punto in particolare, ossia la felicità del vivere nell'ignoranza, mi sembra che la discussione non possa che fermarsi a questo bivio: o Aristotele o Schopenhauer. Credo che una posizione come quella di Schopenhauer ci sgravi da molti pesi e mi sembra sia una buona strada in discesa da prendere, salvo poi fare i conti con alcune aporie radicali a cui va incontro e che Aristotele aveva già chiare. Oggi, dopotutto, va di moda questo allentarsi verso una vita animale, questo voler a tutti i costi brucare, dormire e godere, scoprendosi poi a guardare il mondo con occhi vuoti e neri, come le pecore di Leopardi. Se esser all'oscuro del mondo, esser fuori dalle logiche che regolano i rapporti interumani o le questioni (teoretiche) sulla vita e sulla morte significa poter vivere felici allora è facile tirarsi fuori e vivere questa vita da "bestie". Già, per Aristotele, e su questo condivido, una vita del genere sarebbe una vita "da bestie" perchè apriori un uomo che la scegliesse si priverebbe delle virtù e delle potenzialità che naturalmente ha sotto mano, ossia proprio di quelle caratteristiche che lo rendono uomo. La felicità umana è allora una sfida, un dono che l'uomo vive (non possiede) nel suo quotidiano percorso.