"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

martedì, settembre 29

Dionigi Aeropagita sulla causa prima, l'Uno.

Procedendo quindi nella nostra ascesa diciamo che < la causa universale > non è né anima, né intelligenza, e non possiede né immaginazione, né opinione, né parola, né pensiero; che essa stessa non è né parola, né pensiero; e che non è oggetto né di discorso, né di pen­siero. Non è né numero, né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né disuguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza; non sta ferma, né si muove, né rimane quieta, né possiede una forza, né è una forza; non è luce; non vive e non è vita; non è né essenza, né eternità, né tempo; non ammette neanche un contatto intellegibile; non è né scienza, né verità, né regno, né sapienza; non è né uno, né unità, né divinità, né bontà; non è neppure spirito, per quanto ne sappiamo; non è né figliolanza, né paternità, né qualcuna delle cose che possono essere conosciute da noi o da qualche altro essere; non è nessuno dei non-esseri e nessuno degli esseri, né gli esseri la conoscono in quanto esiste; e neppure essa conosce gli esseri in quanto esseri. A proposito di essa, non esistono né discorsi, né nomi, né conoscenza; non è né tenebra, né luce; né errore, né verità; non esistono affatto, a proposito di essa, né affermazioni, né negazioni: quando facciamo delle affermazioni o delle negazioni < a proposito delle realtà che vengono > dopo di essa, noi non l’affermiamo, né la neghiamo. In effetti, la Causa perfetta ed unitaria di tutte le cose è al di sopra di ogni affermazione; e l’eccellenza di Colui che è assolutamente staccato da tutto e al di sopra di tutto è superiore ad ogni negazione.

Dionigi Aeropagita, Teologia Mistica, capitolo V: La causa per eccellenza di tutte le realtà intellegibili non è nessuna realtà intellegibile, in Pseudo Dionigi l'Aeropagita, Gerarchia celeste - Teologia mistica - Lettere, tr.it. a cura di S.Lilla, Città Nuova, Roma 1993.


giovedì, settembre 24

Contro un approccio storicistico alla storia della filosofia

Ieri pomeriggio ho avuto una densa e proficua chiacchierata con la prof.ssa. Nicoletta Tirinnanzi, persona squisita e docente preparatissima, a cui devo un po' tutte le cognizioni che ho di Bruno e del Rinascimento. Chiacchierando sulle interpretazioni possibili di alcuni passi cusaniani, lei mi riportava un'idea di Benedetto Croce che vorrei qui discutere - sperando di ricordarla adeguatamente: ogni storia, ogni interpretazione, ogni lettura del passato sono sempre storie, interpretazioni e letture contemporanee perchè hanno come condizione intrascendibile i bisogni attuali. In sostanza dal punto di vista di Croce non solo non esiste una lettura trasparente del passato, scevra dalle condizioni di partenza - sarebbe scontato - ma le letture non sono pensabili separate dai bisogni stessi dell'epoca in cui esse sono state formulate. Le intepretazioni del passato si configurano, quindi, come veri e propri tentativi di risposta a situazioni particolari e accidentali che si vengono a creare negli ambienti in cui la "cosa" è pensata. Questo approccio mi è istintivamente piaciuto anche perchè con il suo aiuto mi è sembrato di esser finalmente riuscito a comprendere alcune letture inusuali dei testi del Cusano. Certamente qualora ci si fiondi in questo tipo di approccio, si dovrebbe affrontare il rischio di "non uscirne più" per i continui rimandi e riletture possibili; eppure mi sento di ammettere che, almeno in sede accademica, esso si rivela efficace e che il rischio vale la preda.

Tornando a casa mi domandavo quanto in effetti tutte le questioni snocciolate nel pomeriggio siano adatte a rispondere ai problemi che muovono la mia ricerca. Ecco perchè oggi vorrei mettere sul banco degli imputati quel modo di far filosofia: mi sembra che i presupposti fortemente storicistici da cui prende le mosse non riescano a rendere ragione di tutti quegli elementi che puntualmente, dal 400 a.C. sino ad oggi, ritornano in ogni problema. Faccio riferimento a tutti quei temi metafisici che spesso richiamo sul blog e che mi stanno a cuore proprio perchè credo che costituiscano un orizzonte intrascendibile con cui la riflessione filosofica non può che fare i conti. Il metafisico ha la pretesa di dire che quei problemi toccati sono strutturali e leggerli secondo una prospettiva storicistica significa non riconoscerne lo statuto ontologico: la riduzione dei problemi a questioni "d'epoca", tipica dello storicismo o del Croce, non riesce perciò a rendere appieno la qualità e il valore delle questioni ultime. Ecco che un metodo fecondo nella ricerca storica e accademica può talvolta rivelarsi inadatto per toccare il nucleo teoretico delle questioni.

Tempo fa, su suggerimento dell'amico Jonathan, acquistai un breve testo di Husserl dal titolo La filosofia come scienza rigorosa e proprio ieri pomeriggio mi tornavano in mente alcune obiezioni di Husserl a Dilthey, lì presenti. Premetto che mi muovo su questi testi come un elefante in quanto non solo ho una conoscenza manualistica delle questioni, ma mi sento lontano dal periodo e la particolare scrittura husserliana fa il resto. Ciò che mi rimase dalla lettura è l'idea di un approccio alla storia della filosofia che si ponga come fine la ricerca delle strutture teoretiche che soggiacciono ai vari pensatori. Ecco, in conclusione mi sembra che, considerate tutte le differenze del caso etc., questa concezione della filosofia sia molto più autentica e vicina ai problemi dell'uomo - pur conscio che parlando autenticità stia aprendo un'altra questione enorme.


lunedì, settembre 21

Lettera colma d'odio

Giorni fa ho scritto e diffuso ai miei amici e conoscenti una lettera aperta con la quale denunciavo alcuni episodi e situazioni della nostra quotidianità che mi infastidiscono particolarmente. Con essi, gridavo la mia voglia di una rivoluzione culturale che passi anzitutto per lo studio e per la ricerca di una coscienza identitaria nella storia e in se stessi, riproponendo quello schema antico a me molto caro: io-mondo-Dio. Con questa lettera, credo, si segni una nuova fase della mia ricerca personale, che ora è in definitiva rottura con il mondo; studiare e conoscermi, questo desidero. L'enorme eco che ha avuto questa lettera e la quantità di interventi e discussioni che si sono sviluppati in altri luoghi mi ha spinto a pubblicarla anche sul blog, nonostante essa partisse da esigenze e situazioni strettamente personali e ristrette. La lettera è scritta di getto e spesso sono guidato dallo stomaco più che dalla ragione; ecco perchè troverete espressioni forti e, forse, eccessive, che spero perdonerete.



Inizio con il porgere a tutti le scuse per questo sfogo perchè le mie parole saranno offensive per molti. Non peserò molto le parole ma scriverò di getto.

Dunque, iniziamo con il dire che qui in Italia c'è un tasso di nullafacenza pari solo al tasso di cretineria. Molta gente lavora, fa quel che può, tiene la tv spenta e non perde tempo su facebook come noi, a scrivere cazzate sull'informazione, sulle veline, sulla politica e su tutto ciò per cui ci attacchiamo. Perchè, diciamolo, possiamo permetterci di incornarci solo perchè siamo quasi nullafacenti e per quanto impegno mettiamo nei nostrio piccoli lavori e studi, ecco che magicamente il tempo per andare a farsi rimbecillire da queste "fonti di informazione" c'è sempre. Non mi ritengo un salvato, non penso di star fuori dalla mischia, anche perchè ho un blog su cui scrivo e sono spesso sui social network e altro, quindi è probabile che questo stesso messaggio sia frutto di rimbecillimento.

Stasera voglio chiedere a tutti un po' di silenzio. Per favore, un po' di silenzio e un po' di riflessione su ciò che accade. La cretineria difatti porta a parlare più di quel che si è pensato. L'ultima trovata odierna è scandalizzarsi tutti per le morti dei nostri connazionali. Onore ai paracadutisti, per carità, non mi sognerei di dire o pensare altro; tuttavia continuo a non capire le sproporzioni tra queste morti e altre tipi di morti, forse meno eclatanti, più silenziose. Mi si dirà: sì ma questi sono morti per difendere l'Italia. Beh, anche Raciti è morto per difendere l'Italia. Anche tutti quei padri di familia che muoiono sul lavoro o il nostro Antonio Russo, giornalista, morto per mano sovietica. Insomma, non esistono morti di serie A.

Vedo la massa dirigersi sempre da qualche parte. Vedo tanti ragazzi pressocchè nullafacenti impegnarsi a scrivere su internet per la liberttà di informazione - paradosso: se non ci fosse libertà, loro non starebbero a scrivere. Vedo chi fa appello alla costituzione, dimenticando che i loro nonni non stavano a scazzafottare ma in silenzio lavoravano, sudavano e magari morivano per portare a casa una pagnotta. Vedo scarso attaccamento a quei nonni, a quella famiglia che li ha accuditi e che ci permette di vivere. Mancanza di rispetto verso chi lì'ha libertà davvero non sapeva cosa fosse.

Vedo un'Italia fatta di persone viziate che parlano di libertà e valori, ma si ricordano dei valori solo quando c'è da onorare un morto, dimenticandosi degli altri fratelli. Vedo gente che si accontenta dei dualismi, si accontenta di vedere il male in una persona, in un partito, in una corrente e il bene in se stessi. Vedo gente che si crede a favore dell'ambiente, che dà addosso all'Eni ma utilizza la benzina delle automobili e fa il cazzo del comodo suo. Vedo gente che sta son il sorrisetto sulla bocca, con la polo firmata, con le bretelle e parla di lavoro e operai. Vedo amici che condividono pensieri e cazzate solo perchè è da fare per esser qualcuno in società o perchè altrimenti si è "fuori" dal gruppo. Perchè i ragazzi son intolleranti, non lo sapevate? Vedo scarso senso di responsabilità, vedo gente che mangia e beve e fa lo spirito libero, il "clochard!!" - con i soldi di papà.

Non è una lettera d'odio, ma solo uno sfogo per chi non riesce a starci in questo mondo. Perciò dico basta. Perciò me ne fregherò di tutto e vi lascio parlare: isolamento. Nient'altro.


martedì, settembre 15

De visione Dei

Ieri sera, con buon anticipo, ho finito a scrivere la mia tesi di laurea triennale in filosofia. Non ho provato ad azzardare nessun lavoro specialistico, nessuna ricerca particolare ma ho realizzato un semplice commento ad uno dei testi più densi e carichi di spiritualità che abbia mai letto, ossia il De visione Dei di Nicola Cusano. Ho scritto il tutto in sole due settimane, provando ad entrare nell'atmosfera del testo e scrivere, come suggeriva Benjamin, negli spazi vuoti del foglio, tra le righe della scrittura. Due settimane di riflessione, in cui ho tentato di astrarmi dalle faccende quotidiane: la politica, la televisione, le feste, le serate etc. per provare a toccare quel Principio attraverso il nostro vero strumento, così duro da gestire: l'anima. Perchè scrivere sul blog, in uno spazio libero e aperto, di questa personale esperienza ek-statica di scrittura? Perchè vorrei condividerla con tutti coloro che come me, soli con se stessi, cercano di ricondurre il proprio io in patria. Anche i punti fermi che la società ti costringe a porre, come l'occasione di una tesina triennale, possono essere sfruttati in maniera efficace per noi stessi. Riporto dunque un passo del Cusano, denso e lucido come sempre, per augurare a tutti i lettori una simile esperienza.

O Dio, mi hai portato al punto in cui vedo che il tuo volto assoluto è volto naturale d’ogni natura; volto che è entità assoluta d’ogni essere; arte e scienza d’ogni scibile. Perciò chi è degno di vedere il tuo volto, vede tutte le cose in modo aperto e nulla gli rimane occulto. Sa tutte le cose, possiede tutto, colui che possiede te, signore; possiede tutto colui che ti vede. Infatti nessuno può vederti se non possiede te. Nessuno può accedere a te, perché sei inaccessibile. Nessuno, quindi, ti comprenderà se non sei tu che ti doni a lui. Ma come ti possiedo, signore, io che non sono degno di comparire al tuo cospetto? Come giungerà a te la mia preghiera, se tu sei inaccessibile, in qualunque modo si tenti di accedere a te? Come posso chiedere d’avere te? Che cos’è più assurdo che chiedere che tu ti doni a me, se tu sei tutto in tutte le cose? E come potrai dare te stesso a me, se non dandomi anche il cielo e la terra e quanto vi è contenuto? Anzi, come potrai dare te stesso a me, se non darai anche me a me stesso?

Mentre così quietamente rifletto, nel silenzio della contemplazione, tu o signore rispondi parlando nel mio intimo: cerca tu di possedere te stesso, ed allora anch’io sarò tuo. O signore, soavità d’ogni dolcezza, hai lasciato alla mia libertà la decisione d’essere di me stesso, se lo vorrò. Se io non sono di me stesso, tu non sei mio: altrimenti costringeresti la mia libertà, poiché non puoi esser mio se prima io non sono di me stesso. E, avendo lasciato questo alla mia libertà, non mi necessiti, ma attendi ch’io decida d’essere di me stesso. Dipende quindi da me, non da te, signore, tu che non restringi l tua immensa bontà, ma la infondi con somma larghezza a tutti coloro che se ne dimostrano capaci. Tu, signore, sei la tua stessa bontà.

Ma come potrò essere di me stesso, se tu, signore, non me lo insegnerai? Questo m’insegni, che il senso obbedisca alla ragione e la ragione domini. Quando il senso serve alla ragione, io sono di me stesso. Ma la ragione non ha come dirigersi, se non per il tuo aiuto, signore, che sei verbo e ragione delle ragioni. Perciò vedo, che se ascolterò il tuo verbo, che non cessa mai di parlare in me e risplende senza posa nella ragione, sarò di me stesso, libero e non servo del peccato, e tu sarai mio, e mi darai di contemplare il tuo volto, e sarò salvo.



sabato, settembre 5

Domanda a Cacciari sulla Libertà

Ieri sera ho fatto un salto a Civitanova Marche in occasione dell'ottimo Festival "Tuttoingioco", a cui ha partecipato - e sono andato lì principalmente per quel motivo - anche Massimo Cacciari. Propongo in questa sede una delle tante domande che ieri mi risuonavano in testa, ma che non ho voluto porre lì in Piazza un po' per mancanza di coraggio un po' per timore di esser considerato il solito ruffiano visto che ero passato a salutarlo prima della conferenza.

La domanda riguarda un tema lui - e a noi - caro, ossia la Libertà, quella che ci è stata donata e che non è a nostra disposizione, così come appare nel mito della Caverna. Cacciari ha assunto il mito platonico come vero paradigma dell'Inizio del filosofare: ci si trova, da una mattina ad un'altra, sciolti dalle catene e si esperisce una libertà donata. Perchè proprio noi? Perchè ora possiamo camminare verso la luce? Da dove arriva questa libertà, così gratuita e così inaspettata, che ci rende possibile il cammino? Tutte queste domande sono, per l'incipit ineludibile di ogni reale esperienza di vita filosofica. E la Libertà? La libertà per essere esercitata a pieno deve farsi comunicante. Noi uomini liberi, sciolti dalle catene, non abbiamo altro modo per esercitare la libertà che ri-donarla a nostra volta, quasi ad immagine del dono iniziale. Ecco perchè il prigioniero che sale verso la luce, coerentemente ritorna a liberare i compagni. La libertà si declina così come un atto di per-dono declinato all'interno di un orizzonte relazionale, ossia politico ed etico. La filosofia è città, ripete Cacciari.

Tuttavia, chiedo, se la libertà è legata a questo per-donare, a questo essere in relazione con un altro, come pensare la libertà espressa da tutti quegli autori che non sono ritornati a per-donare? Non è forse Libertà assoluta quella di Plotino? Il problema di Plotino è proprio l'opposto del ritornare: come poter coerentemente discendere dopo aver toccato la vera patria? - e qui passa l'ineludibile differenza tra il pensiero plotiniano e Dante: lui sa che deve tornare e raccontare. Questo è il suo problema, come esprime nel primo canto dell'Inferno. Non sarà allora libertà assoluta quella di Plotino? E quella di Eckhart, che spro-fonda in quell'io senza fondo che è la propria anima, unico strumento (Aristotele) a noi disponibile per predicare quel rapporto così im-possibile tra Essere e Pensiero, ossia per trovare un luogo alla nostra Libertà.


mercoledì, settembre 2

Le fonti del De Magia di Giordano Bruno

Chi volesse impegnarsi in una breve ricerca delle fonti nel De Magia, noterebbe subito una forte presenza di pensatori platonici, quali Plotino, Porfirio, Avicenna e Ficino; essa è inoltre costantemente intervallata da richiami al De occulta philosophia di Agrippa e al De daemonibus di Psello ovvero a testi appartenenti alla tradizione magica ed ermetica. Ad un successivo approccio all'argomentazione del testo, sembra però evidente come il referente primario di Bruno sia più lo stesso Agrippa stesso che i filosofi platonici; d'altronde appare bensì evidente che l'obiettivo principale di Bruno è sin da subito una convergenza tra la filosofia platonica e la magia elementale, esposta nel primo libro del De occulta philosophia. Non a caso l’incipit del De Magia è dedicato ad una precisa suddivisione e distinzione delle tipologie di mago – dai Trismegisti in Egitto ai Cabalisti, ai Gimnosofisti o ai Sapienti – per poi andare a specificare le differenze tra magia naturale, prestigiatoria, matematica, metafisica, la teurgia e la negromanzia.

L’impressione è che Bruno, attraverso questa immersione nel filone platonico-ermetico-magico, stia preparando il terreno alla presentazione delle proprie convinzioni sulle capacità del mago, quel sapiente che sa intervenire sulla natura e interagire con quella scala degli esseri nella quale, come noto, è situato l’uomo stesso. L’impianto bruniano è decisamente platonico e la scala di esseri che man mano Bruno viene esponendo – Dio, gli dèi, gli astri, i demoni, gli elementi e i composti – affonda le radici in quell’insieme di tradizioni filosofiche e magiche, che fioriscono dalla lettura del Timeo; essa trovano terreno nell’ermetismo e nei Commentari neoplatonici della tardo-antichità, in particolar modo nelle opere di Apuleio, Porfirio e Giamblico – benché la questione sulla presenza e sul ruolo della demonologia nel platonismo sia multiforme e di difficile sistemazione. Queste annotazioni sono importanti per evitare di confondere le diverse scuole platoniche in un unico filone; difatti all'interno dell'Accademia le questioni di “demonologia” furono spesso dibattute e se da un lato assistiamo a un’apertura di determinate correnti neoplatoniche nei confronti della magia – e proprio da lì attingono a piene mani prima Agrippa e poi Bruno –  dall’altro vi è un rifiuto radicale.

Ad esempio, come testimonia Agostino, «Porfirio presenta tali notizie su questo genere di spiriti diabolici e ingannatori – che sopraggiungono all’anima dall’esterno eludendo la sensibilità umana, vigile o assopita che sia – senza esserne troppo convinto, addirittura con un lieve dubbio o sospetto, tanto che le attribuisce ad altri». Il rapporto dei platonici con la magia rimane tutt'oggi molto discusso, poiché se è vero che essa si delinea nel sistema platonico con una coerente sostanzialità ontologica, nella misura in cui è fondata sulla struttura ipostatica dell'Universum, è altrettanto importante sottolineare come essa faccia tuttavia leva sulle antiche dottrine dei Caldei, sulla mitologia pagana e come soprattutto sia fortemente presente nella gnosi, elemento, quest’ultimo, forse determinante a causare una buona dose di diffidenza da parte di alcuni platonici più accorti. L’analisi delle fonti del De Magia non può che situare l’opera di Bruno in questa cornice sterminata nella quale platonismo, ermetismo, antiche religioni e culti sciamanici rivivono una nuova alba. Eppure a complicare la fitta rete di rimandi del testo, interviene una sostanziosa presenza di citazioni bibliche, sparse qua e là per tutta l’opera: se davvero quel virtuoso tentativo bruniano di riplasmare insieme la demonologia e il platonismo appariva ancora come un orizzonte di ricerca possibile, la visione viene ora scombussolata dai rimandi al testo biblico, che, quantomeno a livello teoretico, si situa su un'orizzonte di pensiero de tutto sghembo rispetto alle correnti prima trattate.