"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

martedì, ottobre 27

Intervista per AbruzzoCultura

Segnalo con piacere un'intervista che ho rilasciato per AbruzzoCultura, nella quale ho accennato alla filosofia e all'associazione "Officina Ortona":

Intervista ad Andrea Fiamma, presidente dell’associazione culturale “Officina Ortona”.

Quando e come è nata l’Associazione?

«L’associazione Officina Ortona nasce ufficialmente lo scorso anno, il 7 novembre 2008, grazie alla cooperazione e all’energia di alcuni ragazzi ortonesi, uniti dall’interesse verso la nostra bella città. In effetti possiamo dire che l’associazione nasce non tanto da una decisione o da un evento, ma da un “sentire comune“, da una voglia di partecipazione attiva alla crescita di Ortona, anzitutto dal punto di vista culturale e artistico. In particolar modo ci premeva . . .

leggi tutto l'articolo sul sito di AbruzzoCultura cliccando "qui"


sabato, ottobre 24

Risposta a Sgubonius sull'Incarnazione

Caro Sgubonius, anzitutto devo scusarmi per il colpevole ritardo con cui ti rispondo ma altri impegni mi hanno tenuto lontano dalla Cittadella, almeno per una risposta lucida alle questioni sempre stimolanti che poni. Il problema è enorme e provo a dargli maggiore "dignità" nel blog, discutendolo in questo topic. Come potrai immaginare provo a dare uno sguardo anche ai tuoi precedenti interventi, nei quali citavi la questione dell'immanenza.
Tu dicevi giustamente che questi autori medioevali sono più "cristiani" di quanto un formalismo filosofico come il mio possa evidenziare, mi piacerebbe quindi ravvvivare se ti va la questione chiedendoti in poche parole cosa intendi per "cristiano", e da qui partire!
Un suggerimento che posso darti è quello di stare attento a Deleuze, perchè anch'egli, come tutti, legge la storia della filosofia secondo determinate direttive; il passo che hai citato mi sembra fortemente discutibile, almeno nel passaggio in cui assimila Cusano e Bruno a Spinoza, quasi che si creassero delle "scale" preparatorie a Spinoza. E' vero che Spinoza legge Bruno e, di conseguenza, Cusano, ma, ancora un volta, legge questi autori da una lente particolare. Non conosco bene Spinoza perciò non so se ha avuto modo di leggere Cusano direttamente o solo tramite la mediazione di Bruno; ammettendo questa seconda ipotesi come vera, ad esempio, il Cusano di Spinoza sarebbe un Cusano davvero molto lontano "dall'originale", perchè sarebbe figlio di una lettura (particolare) che si basa sui dati Bruniani. Devi inoltre contare che il Cusano di Bruno è parziale e di scarsa aderenza filosofica anche perchè tra i due sono passati ben 100 anni, nei quali gli scritti del Cusano hanno avuto una sorte travagliata (non mi sembra il caso di parlarne in questa sede). Dal tuo canto è lecito appoggiare la lettura di Deleuze ma quando accenni a Cusano e Bruno o a qualsiasi altro autore citato da Deleuze, devi tener presenti le varie lenti.

Perchè ho fatto questo discorso da professorino? Perchè mi sembra che tu cada nella tentazione di equiparare l'immanentizzazione del Principio (concetto filosofico) all'Incarnazione (concetto teologico), facendo confusione tra i piani. Ora, non so se Deleuze stesso l'intenda così, o se altri autori - persino cattolici, tutto può essere - leggano l'Incarnazione in questo modo, ma posso dire che storicamente il tentativo non ha nulla a che fare con i mistici. E riprendo la prima risposta che ti davo, nella quale non sono stato certo esplicito:
Quanto scrivi sull'immanentizzazione della sostanza è vero, anche se a mio avviso è un modo errato di intendere l'incarnazione per questi autori, che sono molto più "cristiani" di quanto non sembri.
Credo sia importante separare la questione filosofica dell'essere dall'Incarnazione in quanto tale. Certo, l'incarnazione indubbiamente "avvicina", mettiamola così, Dio all'uomo, ma questo non deve esser confuso con la "distanza" tra il Principio e l'Essere perchè Dio non è = a Principio così come Essere non è = a uomo. Bisogna saper distinguere. Essere Cristiano per il mistico - e concludo - significa esser Cristo stesso: sequela Christi. Nulla a che fare con l'Essere. Se poi vogliamo parlare dell'apparato dottrinale e filosofico che sorregge tale sequela Christi allora dobbiamo affronatre il neoplatonismo, ma questa è, per l'appunto, una visione filosofica che ha certamente a che fare con l'immediatezza e la naturalità con la quale i mistici hanno assunto il messaggio Cristiano, ma non è determinante per "dirsi" Cristiani o meno. Grazie.


domenica, ottobre 11

Il valore dell'esistenza - perchè il cristianesimo e non il buddismo.

Isolo una breve sezione del mio Commento al De visione Dei nella quale tento di mostrare lo scarto tra una prospettiva neoplatonica pagana e quella cristiana, ben tratteggiata dagli scritti del Cusano. Il testo qui proposto vuole inoltre esser polemico con tutte quelle tendenze New age o filo-buddiste che di questi tempi vanno tanto di moda, ma che si scoprono facilmente come illusorie e incapaci di render ragione della singolarità dell'esistere. Il Cristianesimo medioevale, soprattutto di matrice neoplatonica, trova proprio nell'unicità e nell'irripetibilità della vita, un carattere decisivo per la conoscenza e l'agire.

La natura umana non è un semplice “contratto” da ricondurre ad Unum; l’esistenza non è semplicemente un “contratto” qualsiasi nell’universo, un nulla che al nulla deve tornare, ma ha valore di per sé. La vita è pertanto un dono stupendo, di cui l’uomo dispone per un tratto di strada e per una breve sezione di tempo. Il compito dell’homo viator è allora quello di rendere la propria vita degna d’essere vissuta, utilizzando la libertà concessagli per dirigersi verso Dio e non verso il male; perché dirigersi verso Dio, rendersi simile a lui, capace di vederlo, è per l’uomo la realizzazione compiuta della propria essenza umana e la massima fonte di felicità e beatitudine. La visio dei umana acquisisce allora tutta una rilevanza etica fondamentale e non rimane aggrappata al mero ambito teoretico. Non stupisce allora come la via non sia indicata tanto da dei precetti teoretici né da concetti, bensì sia tracciata dall’esempio vivo del Cristo, della seconda persona della Trinità incarnatasi in questo mondo.

da Andrea Fiamma, Commento al De visione Dei, cap. 8.1



giovedì, ottobre 8

Nuovo ascetismo o nuova età comunale?

L'intervento odierno vuole aprire una serie di riflessioni che hanno la pretesa di guardare al futuro delle nostre vite, città e civiltà. I temi che voglio affrontare e le risposte che voglio proporre in realtà hanno avuto un lungo periodo di gestazione e solo ora riesco a proporli con un minimo di chiarezza e decisione. Per favorirne l'approccio inizio subito ad indicare alcune coordinate culturali di riferimento: la prima è nella concezione della vita umana che in questo anno di cammino nel blog ho avuto modo di trattare, soprattutto tempo fa, riportando un vecchio discorso di Dag Hammarskjöld, Fede antica in un mondo nuovo, con il quale condivido in toto. La seconda è nel giudizio su questa comunità, che affido a Pasolini e che voglio proporvi:

La Sabaudia e la civiltà dei consumi


D'accordissimo su ogni parola. La via allora per tornare ad avere una città e una vita a misura d'uomo, a misura dell'umiltà dell'uomo, è ridar luce a quella civiltà provinciale, rustica e paleo-industriale ? Credo di sì. Riscoprire la forza politica ed esistenziale di un'aggregazione quale il comune e guardare alla cultura europea che ci ha formati e sulla quale la nostra civiltà contadina non può che poggiare per spiccare il volo. Nani sulle spalle dei giganti, questo dobbiamo essere. Ma lo Stato, la democrazia così intesa, la costituzione partigiana, la politica dei magnacci e degli aristocratici ci sono contro. Come vivere e respirare lo spirito europeo? Sarà forse in nuove abbazie, in un nuovo ascetismo o in una nuova età dei comuni? L'interrogativo è qui accennato.


domenica, ottobre 4

Francesco d'Assisi e il paradosso monastico


Ma perch'io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che 'l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.


Dante Alighieri, Divina Commedia; Paradiso, Canto XI


Esordivo così, con le terzine dantesche, nell'intervento dello scorso anno dedicato alla straordinaria figura di Francesco d'Assisi. Agli inizi di ottobre 2008 il blog aveva una fisionomia differente e leggendo il vecchio post riconosco subito quel taglio strettamente personale che man mano ho cercato di aggiustare, per offrire ai lettori non solo un'ipotesi di percorso, il mio, ma un prodotto che pretenda una certa serietà. Tuttavia lo scorso anno richiamavo ad episodi personali per una ragione ben precisa: «sono fermamente convinto che consegnare alla memoria un'esperienza di vita valga più di ogni altra parola spesa. Non è forse questo il Suo insegnamento?». La lente radicalmente cristiana del monachesimo francescano rimanda a quell'esperienza strettamente personale di amore e semplicità che, a mio avviso, si impone come interconfessionale. Il monachesimo francescano, così come altri movimenti spiritualisti, riesce a toccare quei punti nevralgici dell'umano, quegli stessi riferimenti che, come spesso ripetuto, dal punto di vista teoretico sono a mio modo di vedere ben interpretati dalla tradizione mistica.

La riflessione odierna vuole allargare un po' l'orizzonte su tutta la tradizione francescana, che vive, come ogni movimento pauperistico e di matrice monastica, un paradossale rapporto con il mondo. Difatti per un verso esso nasce come radicale negazione dell'ordine mondano, talvolta con esiti ascetici al limite dell'ortodossia - il padre del monachesimo orientale, Antonio, fu eremita nel deserto e Benedetto da Norcia inizia il suo cammino come eremita, prima di fondare l'abbazia di Montecassino; dall'altro, esso è inserito nel mondo e nel mondo opera: ma non solo, fa riferimento al mondo (ecclesiastico) per essere riconosciuto e istituzionalizzato. Questo è un po' il paradosso nel quale abita ogni movimento monastico e che nella storia, soprattutto medioevale, ha determinato continui cicli di crisi e rinascita dei diversi movimenti. Quale soluzione? Come stabilire un equilibrio? Benedetto da Norcia nel 540 compone una regola per i cenobi benedettini che sarà spesso riutilizzata dai diversi movimenti monastici che durante il medioevo rinascevano ad inizio di cicli nuovi - cistercensi, certosini, vallombrosiani etc. L'idea del cenobio, ossia l'aggregazione nelle abbazie di una stretta cerchia di monaci - che, in quanto cerchia, vive nel mondo, ma nel contempo ne è isolata - è una possibile risposta equilibrata al paradosso monastico e ancora più radicalmente al paradosso cristiano.

Tra il X e l'XI secolo esisteva una corrente ecclesiastica che aveva intenzione di ristrutturare la gerarchia di Roma secondo il sistema dei cenobi. Prevalse invece la linea di Gregorio VII, tra l'altro ex-monaco, che batteva sia sulla necessità di scrollarsi di dosso l'Impero, sia sulla possibilità di riorganizzare la gerarchia secondo una struttura monarchica. Troppe volte il destino della Chiesa Cattolica è stato determinato dalle diatribe politiche e da scelte discutibili. Cosa sarebbe avvenuto se nella riorganizzazione della Chiesa cattolica nell'XI secolo si fosse imposto il sistema monastico e non il sistema monarchico?