"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

mercoledì, dicembre 30

Solitudini

Alle prime luci della Cittadella, quando il cammino era ancora impreciso e vago, avevo assunto l'abitudine di riflettere e commentare gli avvenimenti quotidiani che più mi impressionavano, cercando non di estrapolarne una patetica quanto raffinata morale ma cercando di risalire verso le cause e le circostanze storico-filosofiche delle azioni umane. Questa sera vorrei riprendere, a malincuore, questo esercizio, invitandovi a scorrere la breve lettera di denuncia pubblicata stamane su Repubblica e firmata da Shulim Vogelmann (qui). Le reazioni a questo fatto di cronaca sono state tante e vorrei timidamente aggiungermi al coro di tutti coloro che hanno ritenuto scandaloso e abominevole il comportamento dei funzionari delle Ferrovie dello Stato. Non spendo altre parole sul fatto sia perchè credo che sia superfluo aggiungere altre righe impietose sull'accaduto, sia perchè, come premettevo, nella cittadella ho cercato di evitare interventi con la morale del bravo cortigiano.

Un elemento interessante - ma altrettanto impietoso - credo che lo si possa estrapolare dalle ultime righe, quando l'autore della lettera ci restituisce la totale indifferenza degli altri passeggeri a quanto stava avvenendo dinanzi a loro. I passeggeri, scrive Vogelmann, «sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare». Inutile sottolineare come non vi possa esser distinzione sociale, nè politica nè tantomeno religiosa alla categoria del "passeggero". Erano, tuttavia, tutti accomunati dalla stessa apatia, tutti anestetizzati dinanzi al dolore e alla brutalità. Questo è il triste spaccato sociale della nostra Italia, di cittadini che hanno dimenticato la fame e la sofferenza, di benpensanti tutti attaccati al loro posto, alla loro "legalità" e ai loro diritti di viaggiatori, tutti raggomitolati nelle loro giacche sui nuovi treni comodi e superveloci. Nemmeno i silenzi omertosi erano (sono) così tremendi.

Cambiamo scenario: 1956, dopoguerra. Stesso treno, Bari-Roma, o affine, che scende verso la Terra di Lavoro. Vi invito a rileggervi, con calma, la poesia di P.P. Pasolini, Terra di Lavoro, in Le ceneri di Gramsci. Non c'è, dietro, alcun intento strappalacrime ma solo la proposta di una lettura che ci possa far confrontare queste due solitudini. La solitudine di quei "neri contadini", che "non sanno nulla", di quella madre che chiede solo la vita, contro questa indifferenza becera e borghese di un'Italia nichilista, dedita al culto dell'individualità e del denaro. E' curioso come lo stesso ambiente del treno possa fotografare le due Italie così lontane, sulle quali non voglio dilungarmi ma affidare il giudizio alla coscienza di ognuno.


giovedì, dicembre 24

Quale natale?

La breve riflessione che vorrei presentarvi sulla festività natalizia mira ad essere un compendio di quanto scritto in questi anni sul tema, cercando di riflettere sugli schemi delle principali concezioni e sui presupposti dei modelli etici che più frequentemente incrociamo o che noi stessi adottiamo. Credo sia necessario iniziare tenendo ferma l'idea che il Natale, come tante altre festività, laiche o religiose, non può essere semplicemente un'evento spirituale o semplicemente una ricorrenza mondana, bensì si presenta come una soluzione unica, in cui le due radici sembrano una. D'altronde sono convinto che ogni fenomeno di questo tipo sia - prendendo in prestito il linguaggio della chimica - una soluzione e non un miscuglio, ossia un unicum da assumere come tale, senza illudersi di poterne isolare le componenti. Dietro questa festività possiamo osservare comporsi la spiritualità della kenosi, di quell'Incarnazione così paradossale, con tradizioni pagane e simbologie primitive, sulle quali rimando ad un articolo di J. Evola, "Cos'è il Natale?". Pertanto, a partire da quest'ordine di convinzioni, non credo sorprenderà nessuno il tentativo di rintracciare nella nostra cultura attuale quelle opposte tendenze, tra l'altro interpretate in maniera palesemente radicale e intergralista. Mi riferisco da un lato alle insopportabili derive consumistiche e "pagane" - come la ridicola proposta di rendere il Natale come una festa delle luci - sulle quali trovo sia superfluo soffermarci; dall'altro a tutti quei richiami alla sola "pseudo spiritualità", che molto spesso durante il periodo natalizio ritornano con fastidio - persino dalla pubblicità.

Preciso maggiormente questo secondo punto perchè troppo spesso nella Cittadella ho portato avanti anch'io il discorso più strettamente spirituale. Il distinguo che voglio fare è importante perchè permette a mio avviso di accostarsi con una lente particolare a questa notte. Per "pseudo spiritualità" mi riferisco a quella vuota spiritualità che ritroviamo nel richiamo ad una presunta bontà del cuore o ad una forzata astinenza dal mondano, quasi ad offrire un "fioretto" a Dio, così come mi raccontavano le suore da bambino. Il peggio, credo, si mostri quando a questa tendenza viene affiancata la solita pappardella marxista della liberazione dei popoli etc. Non ho timore ad espormi in maniera così dura perchè credo che la cristianità di tutto abbia bisogno meno che di una deriva buonista: non si tratta di essere pateticamente buoni ma di comprendere che quell'infinito donarsi di cui questa notte vuole richiamare ricordo e vestigia, è sovrabbondanza e tenebra. Tutt'altro che patetico "esser buoni" e cioccolatosi, ma un vero e proprio mistero dinanzi al quale non possiamo che accostarci con il sacro silenzio e distacco. Non solo, attuazione massima di questo silenzio non è certo il buonismo borghese ma quella nascita del figlio dell'anima di cui parla Eckhart e alla quale rimando nella Cittadella. Allora alla vera spiritualità non disturba affatto quella strana fusione con le tradizioni primitive e pre-cristiane di cui parlava J.Evola nel suo articolo, perchè i simbolismi dell'albero, del dono e della rinascita mirano lì dove mira anche la Croce: al Cielo. Il vero cristiano è allora colui che si sforza ogni giorno - non solo a Natale - di "scolpire la propria statua" e accogliere il Figlio nella propria anima, magari accogliendo la differenza del pagano; accogliendo e tramandando quello stesso sforzo di risalita che ci accomuna ai nostri antenati più lontani. Ciò che disturba, invece, è il falso buonismo sul quale troppo spesso si vuole schiacchiare la spiritualità cristiana, rendendola così adatta al piccolo borghese e alla pubblicità della Mediaset.


PS: Rimando alla predica di J.Tauler, La nascita di Dio nell'anima dell'uomo, che pubblicai lo scorso anno sulla Cittadella.


lunedì, dicembre 21

Fanny e Alexander

di Sgubonius

Guardando un film di Bergman si può provare e pensare di tutto, ma mai che è banale. Questo perché non è mai un’opinione a muovere il maestro svedese, ma sono sempre dei dubbi, che tormentano il suo spirito, a prendere forma. Così il risultato non può che essere sempre problematico, mai del tutto risolto, quindi sempre stimolante. Fin dal principio è soprattutto la questione epocale del nichilismo a dare un’impronta alle sue domande: la morte di Dio che trascina con sé nella tomba ogni permanenza, ogni salvezza, soprattutto dell’Io (con l’epigone in Persona). Tutta l’opera di Bergman è attraversata dall’ossessione di un “mondo di marionette” senza burattinaio, in cui i fili abbandonati s’intrecciano pericolosamente nella difficoltà di ogni rapporto interpersonale (è sempre l’Altro il problema, sia esso Dio o gli uomini). Ecco la necessità di essere registi, teatrali o cinematografici, la necessità di sbrogliare queste matasse trovando uno scopo, una fede, un amore, una memoria, un’opera a cui dedicarsi. Tutti questi temi si sovrappongono tanto nella mente quanto nella filmografia di Bergman, senza un attimo di tregua.

E’ soprattutto nel suo ultimo film, Fanny e Alexander, vero e proprio testamento del regista, che possiamo trovare una sintesi di questo mondo problematico. Ed è solo alla fine, in limine (alle soglie della vita…), che dallo spessore del problema stesso emerge una traccia di soluzione, uno spiraglio luminoso. Nell’arazzo meraviglioso della pellicola, spicca infatti la liberazione del bambino Alexander (Bergman stesso) dal patrigno, ovvero il ritorno all’origine, alla famiglia-teatro, attraverso la forza dell’immaginazione, della creazione. Ritroviamo qui simbolizzata tutta la poetica del nostro Ingmar: il (Dio) padre, non casualmente teatrante, che muore all’inizio, e il rigido e freddo pastore protestante che gli si sostituisce, separando il bambino dal mondo degli affetti; poi l’incontro con il magico, la potenza dell’immaginazione, e il salto di fede. Fede come fiducia nella potenza stessa dell’immaginare, del domandare, dello sperare, anche quando non c’è alcun segno del garante della risposta. Fede insomma nella creazione artistica, nella finzione più pura, nella marionetta (kleistiana) stessa; contro la maschera unica, “impressa a fuoco”, del pastore, le maschere infinite (sarebbe di dovere riprendere il riferimento iniziale a Nietzsche) del teatro/cinema. E così si conclude, poeticamente, l’ultimo film di Bergman:
« Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà, l'immaginazione fila e tesse nuovi disegni »



giovedì, dicembre 17

Schelling e l'arte cristiana

Incamminandosi a ritroso nella cittadella, facilmente è possibile rintracciare alcuni miei interventi sullo statuto dell'arte e in particolar modo sull'icona e sulla capacità dell'artista di indicare e rivelare un qual-cosa di ulteriore al semplice prodotto. L'arte come segno, in definitiva. Oggi volevo discutere un'idea che Schelling presenta nella sua Filosofia dell'arte, un'idea radicale sulla storia dell'occidente e sulle tradizioni: dal punto di vista di Schelling l'epoca moderna inizia con la nascita del Cristianesimo, ossia coincide con quella che noi oggi chiamiamo tardo-antichità. Perchè? Perchè per Schelling il cristianesimo è stata la cesura fondamentale che ha dato vita alla storia in quanto ci ha permesso di concepire la coscienza come libertà assoluta. Nell'epoca antica, difatti, la scoienza era preda della necessità e non a caso i filosofi tematizzarono l'Essere; il cristianesimo ha reso l'uomo cosciente della della libertà nella dimensione pratica e lo ha aperto al divenire. Ecco perchè nel Cristinesimo è possibile rintracciare la cesura definitiva che ha aperto un mondo nuovo.

Ora, cosa c'entra questa filosofia della storia con l'arte e la produzione artistica? Dal punto di vista di Schelling, l'arte sembra essere lo strumento privilegiato per l'espressione della coscienza. Emblematiche sono le grandi opere antiche, dove la stabilità e la rigidità del marmo esemplifica la stabilità dell'essere. L'arte "moderna", dal suo canto, non ha potuto non tener conto dell'evoluzione dellaa coscienza, un'evoluzione teoretica e pratica. Le grandi opere della cristianità sono figlie dell'epoca del divenire, in cui la coscienza è altresì aperta alla Libertà trascendentale, quella libertà di cui parla Kant nella Kritik der Praktischen Vernunft e che anela al Fondamento stesso, oltre il tempo e lo spazio. L'arte cristiana è allora segno e dischiude il Fondamento stesso. L'artista è capace - perchè geniale - di render viva quella forza, quell'energheia, quella traccia che ognuno di noi ha in sè, attraverso un'opera paradossale. L'opera è, difatti, da un lato espressione della Libertà come prorompente porta dell'anima e, contemporaneamente, dall'altro, ne è ostacolo, in quanto pur sempre un'espressione temporale e materiale: essa rivela il Fondamento eppure ne è sublime nascondimento. L'icona cristiana - e mi permetto di rimandare alle mie riflessioni precedenti - è tutto questo.


venerdì, dicembre 11

La fontana della vergine

Ieri sera, di ritono da Milano, ho gustato un film di I.Bergman, La fontana della vergine, del 1960 e ispirato alla leggenda medievale Töre’s dotter i wänge. Non sono certo in grado di recensire il film dato che tecnicamente non saprei dire molto, ma vorrei condividere con voi alcuni spunti e idee che ho avuto modo di elaborare in serata. La trama del film è lineare e abbastanza semplice; riporto la sintesi di Wikipedia:
Nella Svezia medievale, il proprietario terriero Töre insiste perché la sua giovane figlia Karin consegni di persona dei ceri alla Madonna in un giorno di festa, come vuole la tradizione. La giovane è accompagnata da Ingeri, serva disonorata e pagana. Durante il viaggio, però, dei briganti violentano ed uccidono la giovane Karin, senza che Ingeri possa aiutarla. Nella fuga, gli assassini cercano riparo proprio dal padre di Karin, a loro insaputa. Una volta che Ingeri torna alla casa del padrone, riconosce i tre loschi figuri ed avverte Töre, il quale metterà in pratica la sua vendetta uccidendo i briganti. Più tardi, Ingeri accompagna la famiglia nel luogo in cui si trova il cadavere di Karin e mentre cercano di spostarlo per dare sepoltura alla sfortunata ragazza, dal punto in cui era poggiata la testa del corpo prende a sgorgare una sorgente d'acqua.
Anzitutto mi piace sottolineare come non riesca mai a stupirmi abbastanza della cultura medievale, poichè mi sembra che vengano toccati un po' tutti i punti critici dell'esistenza umana, dalla fiducia al dolore, alla disperazione fino alla morte; e poi la preghiera, la gioia, la fede e la tradizione. E' interessante notare come l'atmosfera della casa di Töre sia tutta impregnata di conformismo religioso. La fede è vissuta con angoscia e la preoccupazione principale è quella etica: comportarsi come comanda la propria Tradizione affinchè Dio possa accogliere un'anima pulita e santa. Non a caso, verso la fine del film, la serva bigotta, appena conosciuto il bambino, si preoccupa anzitutto dei sui costumi e del suo rapporto con Dio: «Il Signore è pietoso più di quanto credi. Dì le tue preghiere per bene e fallo tutte le sere, non te ne dimenticare»; così come, all'inizio della storia, Töre insiste con la moglie affinchè Karin raggiunga il villaggio per accendere un cero alla Vergine Maria. Lo comanda la Tradizione. Karin, piuttosto, sembra l'unica che viva con gioia e serenità: è il topos della vergine, pura nel corpo e nei pensieri, candida a tal punto da apparire ingenua dinanzi ai pericoli del mondo esterno. La foresta non è difatti luogo per le vergini e lo sa bene la serva Ingeri, incinta per una violenza.

Tra l'enorme quantità di temi toccati, oggi mi sembra opportuno far notare quella strana giustapposizione tra mondo pagano e mondo cristiano. Non dobbiamo difatti farci ingannare dal finale miracoloso nè dalla fede di Töre o dalla conversione di Ingeri: il cristianesimo non è semplicemente vincitore perchè il mondo pagano sembra restare sempre e inveitabilmente sullo sfondo, affiancato da un cristianesimo perbenista, che trova espressione solo nella stretta cerchia del re; è necessaria allora una radicale conversione, un atto di fede che vada oltre il mondo e le Tradizioni. Questo è uno dei tratti che preferisco del cristianesimo nordico, dove la tradizione non è mai ideologicamente negata, ma sempre assunta e dialetticamente armonizzata. Ad una prima lettura, il paganesimo sembra rispondere concretamente alla grettezza del mondo ma la profondità nera della morte schiuderà per tutti un nuovo orizzonte.

Inutile sottolineare come Ingeri e Karin siano le immagini più chiare di quello scontro-incontro tra il paganesimo e il nuovo Cristianesimo: mentre la serva riesce a fuggire dalla capanna dello sciamano imbroglione - altro riferimento al mondo pagano -, la piccola Karin divide il pane con tre vagabondi e cialtroni - chiara suggestione cristica - con gente che si barcamena tra furti e menzogne, avendone la peggio: Karin viene violentata e uccisa, a immagine del Cristo sul Golgota. La conversione di Ingeri avviene non a caso nel dolore e nel pianto per la morte del Cristo-Karin, un dolore a cui il paganesimo dello sciamano non sa far fronte e una morte a cui Odino non sa render ragione. La sorgente viva che erompe dalla terra è allora simbolo della resurrezione e dalla salvezza, che abbraccia i nuovi convertiti. Il cristianesimo di Töre, sopito della quotidianità delle tradizioni, si sveglia alla vita e all'amore. Egli è molto più pagano di quanto creda e lo testimonia la reazione tanto violenta quanto umana contro i tre assassini. Per il Re la conversione è testimoniata dall'accettazione paradossale del dolore e della morte della figlia; per il Re costruire una Chiesa in quel luogo significa vivere la resurrezione del Cristo, rendendo una strage un luogo di vita. Il paganesimo di Ingeri è, dal suo canto, ora purificato. Nella scena finale, in cui Ingeri immerge le mani nell'acqua della sorgente e lava il viso, è racchiusa tutta la leggenda.


mercoledì, dicembre 2

Un socialista ortonese del primo dopoguerra

Giorni fa ho sfogliai un vecchio libro di foto storiche ortonesi, risalente, credo, agli anni 50. Ortona nel primo dopoguerra era una piccola città, forse più "stretta" e rustica di quanto non lo sia ora, tutta raccolta su un centro medievale, con tanto di mura, Castello e Basilica. Tutt'intorno, la campagna scandiva il ritmo degli ortonesi, che abitavano grandi appezzamenti di terra, ancora in possesso di pochi signorotti. Costoro, da contare su un palmo di mano, restavano potenti nonostante il passare delle due guerre e l'avvento della democrazia. Il porto era appena sviluppato e benchè la zona vecchia fosse abitata da pescatori e gente di mare, il paese rimaneva fondamentalmente dedito all'agricoltura e al latifondo. Tra le foto, me ne colpì una, che raffigurava un lungo corteo funebre, alla testa del quale spiccavano autorità e borghesi del tempo e alla cui coda si trascinavano contadini e gente mal vestita. Chiesi informazioni sulla situazione perchè mi incuriosiva l'identità dell'uomo a cui ricchi e contadini davano l'addio. Forse si trattava di un prete, pensai, ma non sapevo certo spiegarmi la strana coincidenza: tutti a salutare lui. Ma ancora meno so spiegarvi il mio grande stupore quando seppi che il defunto era un funzionario dello Stato e in particolare l'esattore delle tasse. Contadini, operai e gente d'ogni estrazione stava dando l'addio ad un uomo che probabilmente bussò spesso nelle loro case in cerca di soldi e ad arrecare, seppur indirettamente, disturbi e problemi. Qualcosa non tornava. Certo, per i borghesi e i latifondisti s'intende, ma come spiegarsi il dolore della povera gente? Quell'uomo, mi dissero, era un socialista. Era un vero socialista, uno che ci credeva sul serio. Era uno che non si faceva problemi ad allungare le scadenze di pagamenti o a pagare di tasca sua per chi non aveva nulla. Il tutto nel silenzio più nero, perchè il buon cristiano era convinto che la mano destra non dovesse sapere l'elemosina della sinistra. L'uomo se ne andò di soppiatto, così come nella sua vita aveva vissuto: anonimo dinanzi ai grandi riflettori; ma dietro di lui, sfilarono l'amore e la gratitudine degli Ortonesi. Socialisti veri, gente "andata" e signori d'altri tempi che oggi trovano spazio solo nelle fiabe e nei racconti di vecchi paesani.


martedì, dicembre 1

Come il Maestro

Oggi volevo prendere spunto da una citazione di Charles De Foucauld che stamattina ho trovato sul blog dell'amico Carmine Miccoli, "...In purissima follia!" e che tratta di unione con il Cristo. Il tema Cristologico è, come prevedibile, il primo riferimento della mistica cristiana, nella quale quelle scale di visione e quelle tematiche paradossali che presero piede nella tradizione mistica "pagana", si affiancano alla buona novella del Cristo, il cui exemplum venne indicato come modello di vita santissima. L'accento fortemente etico che molti autori medievali hanno posto sulla buona novella traspare anche nelle righe degli scritti di Charles Eugène de Foucauld, recentemente beatificato da papa Benedetto XVI.
“La perfezione sta nell’essere come il Maestro… Il nostro Maestro è stato disprezzato, il servo non deve essere onorato; il Maestro è stato povero, il servo non deve essere ricco; il Maestro ha vissuto col lavoro delle sue mani, il servo non deve vivere con le proprie rendite; il Maestro andava a piedi, il servo non dovrebbe andare a cavallo; il Maestro stava in compagnia dei picco­li, dei poveri, degli operai; il servo non deve stare insieme ai grandi signori; il Maestro è passato per un operaio, il servo non deve passare per un gran personaggio; il Maestro è stato calunniato, il servo non deve essere lodato; il Maestro è stato mal vestito, mal nutrito, male alloggiato, il servo non deve essere ben vestito, ben nutrito, bene al­loggiato; il Maestro ha lavorato, si è affaticato, il servo non deve riposarsi; il Maestro ha voluto apparire piccolo, il servo non deve voler apparire grande… ”

Charles De Foucauld
Il brano rende manifesto come l'atteggiamento di Charles sia di totale aderenza all'esempio storico del Cristo. La sequela Christi è qui radicale. Tuttavia a mio modo di vedere siamo ancora su un livello orizzontale. Dal mio punto di vista - e da quello dei miei autori di riferimento - l'esempio del Cristo costituisce sì la guida massima e perfetta di vita cristiana, ma l'esercizio di quella virtù non coincide certo con la visione di Dio. L'esercizio delle virtù occupa un gradino ben preciso, costituisce una disposizione ben determinata, ma l'anima attende ancora di essere elevata e di toccare Dio. La critica che vorrei muovere a questo passo è quella di essere "eccessivamente" Cristico. Ossia, il richiamo del Cristo alla povertà e alla solitudine non indica tanto una povertà e una solitudine materiale o esteriore; il Cristo non ha mai elogiato la povertà o la vita eremitica ma si è mosso su un piano ulteriore: sii povero di Spirito, non povero nella carne! Ecco che il distacco non va tanto esercitato sulle cose materiali - ben inteso che la disposizione va curata aderendo alla vita del Cristo - bensì nello Spirito. La povertà è povertà delle passioni, dei pregiudizi, delle incrostazioni "umane troppo umane" che appesantiscono l'anima. La solitudine non è il fuggire l'uomo ma saper stare "da solo", fare i conti con la propria anima e saper scendere in quella cittadella interiore che ognuno ha in sè. Allora divenire il Cristo, realizzare l'unione mistica, non consiste solo nell'esercitare il distacco materiale bensì significa muoversi su un piano decisamente più alto - e, al contempo, più "basso", ossia più vicino al "fondo" dell'anima. E' bene tenere distinti il mezzo e il fine: l'esercizio delle virtù francescane può certo aiutare la visione ma non si tratta del vero distacco, che anela ad un piano ulteriore.