"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

domenica, dicembre 26

La natività. L'icona di Rublev

Nella dorata icona di Rublev risplende un'immagine insolitamente materna della Santa natività, quasi che il vero soggetto della Santa notte sia Lei, Maria, distesa al centro, così delicatamente appoggiata sul gomito sinistro. Lei, Maria, è il centro: stupisce la sua sagoma, sproporzionatamente più grande rispetto al contesto; le sue vesti la cingono tutta, nascondendola alla vista degli uomini e mostrandone il volto e lo sguardo pudico, un po' declinato verso terra. Intorno a lei l'esser-qui del mondo accade insieme all'evento della nascita, con le sue faccende, la sua quotidianità, ma anche con i suoi angeli, che rigorosamente a cori uni-trini abbracciano l'oscurità della grotta. Lì avviene qualcosa, ma neanche Maria riesce a guardare: il suo sguardo angoscioso è piuttosto rivolto al mondo, agli uomini supplicanti e alle piccole bestie nascoste tra la vegetazione. Gli angeli, si diceva, attorniano tutta la zona sferica tra Maria e la grotta - là dove avviene il miracolo della nascita del Cristo - e scrutano intorno a loro, rivolti al sensibile, il materiale, il povero mondo di Giuseppe, stanco, seduto all'angolo sinistro basso dell'icona.

Sulla stessa fascia, a destra, due levatrici preparano l'acqua per il concepimento, offrendo all'icona una trascendenza temporale: il passato (la preparazione), il presente (Maria distesa come nel momento del concepimento) e più in alto, non a caso al centro, il futuro dell'atto (la nascita del Cristo) sono predicati insieme nello splendore dell'armonia complessiva. Tutta l'icona si sviluppa allora a cerchi concentrici, fornendo la paradossale impressione di una luce che si irradia da un'oscurità indecifrabile, ovvero il fondo più fondo della caverna, come una scintilla che scocca. Il ritmo ternario così armoniosamente cadenzato nell'icona è qui ancora una volta simbolo dell'uni-trinità divina, che è al contempo immanente – poiché presente ovunque (quolibet) – e al contempo trascendente, poiché mai predicata da un tratto sensibile del colore. Ma, ancora, ciò che stupisce è come l'icona sia tout court mariana. Come noi, Maria non guarda il Mistero, ma, piuttosto, rientra in se stessa, contempla con gli occhi della mente e non con quelli carnali; come noi, è timorosa, quasi spaventata, trovatasi al centro dell'Evento, accolto con quella stessa sua semplicità e umanità che così splendidamente traspare dalla umiltà della sua positura. Allora è a Lei che questa umanità straziata deve rivolgersi. Nel frattempo, si compiono le Scritture: il Cristo appena nato fa già segno al Mistero Pasquale: le sue proporzioni sono piuttosto di un uomo adulto; lo cingono delle bende funeree e la sua culla è piuttosto un sepolcro. La Nascita e la Resurrezione sono tutt'Uno: è il Mistero che entra nel mondo, è il Mondo che si compie nella Salvezza.



giovedì, dicembre 23

Un messaggio di Natale

Quest'anno insieme alla nascita del Cristo invito tutti a ricordare la nascita di tutti quei figli "mai nati" della nostra terra, a cui una pratica barbara e disumana ha sottratto la vita. Chi siamo noi per dirgli "NO"?


Il Natale è la nascita assoluta che riflette e assume, illumina e redime, benedice e consacra tutte le nascite di prima e tutte le nascite di poi. Ogni uomo che venga alla luce ripete il miracolo del Natale di Cristo; perché è Dio che decide quella nascita; è Lui che vuole quella vita. È proprio ciascuna di quelle nascite, ciascuna di quelle vite, nessuna esclusa, che l'ha spinto da sempre a incarnarsi.
(Giovanni Testori)


domenica, dicembre 19

Uno spot sull'eutanasia

Recentemente su Rai3 sta andando in onda uno spot pro-eutanasia firmato dai Radicali (lo avrete sicuramente incrociato, ma comunque è facilmente reperibile su internet), che oggi vorrei brevemente commentare. Ciò che mi interessa discutere non è tanto la mia opinione in merito all'eutanasia o esprimere un giudizio di valore sul filmato; vorrei bensì limitarmi ad analizzare l'argomentazione che viene proposta e provare a riflettere senza la pretesa di un giudizio globale in riferimento ad una questione così delicata e complessa come quel nostro viaggio nell'abisso della morte. Una questione la cui complessità e la delicatezza spinge a stare attenti, a muoversi con cautela, e che forse nella trasmissione pubblicitaria e nella forma dello spot risulta – è questa la prima impressione - avvilita e ridotta, benché il messaggio sembri limpido, pacato e riflettuto. Il malato che ci parla con il cuore in mano a pieno schermo ci proietta dunque in una sorta di atmosfera da confessione, da “ultimo giorno”, nella quale si rivendica il diritto ad una scelta in merito alla propria morte; quella stessa atmosfera che in onda sulla televisione delle “veline” sembra piuttosto una parodia dei reali momenti della vita. Durante il monologo vengono elencate tutta una serie di decisioni che nella nostra vita spettano a noi e soltanto a noi, tutte prese con gran senso di responsabilità e tutte decisive per la costruzione di quel cammino strettamente personale che è la vita di ognuno: «ho scelto di fare l'università [...] di sposare Tina» e allo stesso modo, «ho fatto la mia scelta finale». Così argomenta il messaggio, che sembra dunque fare leva sull'idea che un uomo – e solo lui – ha il diritto/dovere di scegliere su ciò che riguarda soltanto lui stesso, su ciò che gli appartiene e che ha a che fare con la propria responsabilità. Nel filmato è tuttavia chiaro come non tutto si possa sottoporre ad una scelta, difatti non scegliamo la malattia, né che la propria famiglia debba subire e accollarsi i problemi legati alla malattia.

Ciò che tuttavia viene fatto passare sotto banco e che secondo me è il tema vero da affrontare è allora capire se e fino a che punto la morte sia una nostra scelta; se e fino a che punto la nostra morte possa essere abbinata a quel secondo gruppo, per così dire, di eventi e questioni che non appartengono alla nostra giurisdizione, che al pari della malattia non costituiscono la nostra scelta, oppure al primo, “di ciò che è frutto di una scelta consapevole”. Compito del filosofo è allora porre in questione questa “appartenenza” e capire se ciò che riguarda la nostra morte può essere posto sullo stesso piano – come volutamente prova a fare il filmato – di ciò che decidiamo per la nostra vita. Allora, forse, il punto debole di questo tipo di approccio sta proprio nel modo piano e lineare di affrontare il tema della morte: esso viene dato come scontato, come un fatto della vita che è in tuo potere. Ma il potere della morte non è tuo, pertanto, argomenterebbe Epicuro, tu non devi farti carico della responsabilità della tua morte, che non costituisce un orizzonte di scelta etica. Pensare che la morte sia una scelta significa pensarla come un qual-cosa di valutabile, da porre su un piatto della bilancia. Ma non è forse questo approccio lo stesso tentativo cosificante che ci porta a considerare tutto come concettualizzabile, afferrabile, da rendere cosa del mondo – e, in quanto cosa, possibile oggetto di una scelta, di una proporzione e che possa avere persino un suo prezzo e un suo valore commerciale?

Ecco perchè lo “spot” non convince: è figlio, anch'esso, di questa cultura materialistica e relativista che perdendo l'idea della sacralità della vita può permettersi di costringere gli eventi decisivi dell'esistenza umana, come ad esempio la morte e la nascita, ad un piano del tutto “umano”, perdendone il mistero e la profondità nella quale rimaniamo avvolti e immersi – benchè il nostro mondo faccia di tutto per non voler vedere oltre il muro della nostra piccola conoscenza scientifica, per usare solo gli occhi sensibili e non gli occhi della mente. In conclusione vorrei ancora sottolineare come questo mio intervento non sia tout court contro l'introduzione della legge sull'eutanasia: pur rimanendo su un piano ancora precedente ad una formulazione di legge, ovvero del tutto etico e teorico, trovo che il tema sia talmente delicato e complesso che affrontarlo in un questo contesto sarebbe inappropriato: ciò che si rischia è proprio lo slogan da spot pubblicitario, è quel modo lineare e mai problematico di porre la questioni, atteggiamento da cui dovremmo sempre tenerci distanti.


lunedì, dicembre 6

Un cinico "Presidente della camera"

Se a qualcuno di voi è capitato di trovarsi all'estero, saprà quanto sia dura difendere la propria nazione nei discorsi politici. Posso fare presto un esempio. Chiunque segua un minimo la politica europea, conosce la situazione delle altre nazioni dell'UE e sa quanto i diversi partiti al governo cerchino di stringersi attorno alla nazione, di fare cerchio e così provare a risollevarsi dalla bestia nera, che, come la peste, sta mietendo vittime ovunque, ultima (o forse non ultima) la stupenda Irlanda. Ecco, in Italia questo non accade. Difatti qualche mese or sono, un cinico "Presidente della camera" inizia a scalpitare nelle fila del primo partito della nazione, che lui stesso un anno prima aveva contribuito a formare e grazie al quale ha ottenuto i voti necessari e l'appoggio politico per ricoprire la sua nuova carica. Tra l'altro questo cinico presidente, ricordiamolo, senza l'appoggio dell'attuale "Presidente del consiglio" starebbe ancora a bighellonare per strada e molto probabilmente non avrebbe mai raggiunto posizioni così importanti nel governo del Paese, come capitò ai suoi predecessori del partito - dimostrando tutt'altra statura morale. Dunque, si diceva, benchè da un decennio abbondante (e non da ultimo nelle recenti elezioni) il suddetto cinico "Presidente della camera" sia stato portato passo passo verso le prime cariche dello stato grazie all'aiuto e alla leadership del "Presidente del consiglio", tutt'a un tratto il tale subisce una conversione radicale.

Ecco che improvvisamente, fulminato sulla via di Damasco, il cinico si rende conto che le persone con cui ha condiviso un decennio di attività politica e grazie alle quali la sua parola ora conta qualcosa, sono tutte corrotte e mafiose; allora il cinico pensa bene di farsi espellere in estate dal primo partito (in modo da rivendicare un torto subito) e iniziare la scalata al trono. Nei mesi successivi, grazie ad una fondazione a lui vicina, inizia divulgare le idee opposte a quanto aveva predicato sino ad allora su temi centrali come immigrazione, questioni della giustizia e temi etici. A dicembre, oramai forte del nuovo appeal guadagnato, con un voto di sfiducia fa cadere il governo e addossa agli italiani altre spese per le elezioni anticipate; non è finita qui: lo stesso cinico "Presidente" sostiene di voler iniziare un governo di "responsabilità" valendosi dell'appoggio di una buona parte dell'opposizione - che, appunto, è opposizione proprio perchè ha perso le elezioni. Purtroppo nessuno o quasi riesce a far notare al "Presidente" che un tale governo sarebbe, quantomeno, antidemocratico, in quanto gli italiani hanno votato per una coalizione e non per un partito - come accadeva prima dell'avvento del bipolarismo - e che quindi sono gli italiani ad aver deciso a chi dare la responsabilità di governare. Ancora, nessuno fa notare un altro piccolo particolare: parlare di responsabilità pare quantomeno "ambiguo", in quanto il tale cinico ha appena dimostrato di essere del tutto irresponsabile dimenticandosi 1) del voto degli italiani; 2) dei propri patti all'interno del partito 3) di chi lo ha appoggiato fino ad allora 4) delle famiglia italiane che pagheranno i costi di queste nuove elezioni più i finanziamenti pubblici ai partiti.

A questo punto possiamo chiederci: donde giunge questa folgorazione? Facile risposta. Il cinico "Presidente", troppo "responsabile" per condividere l'attuale governo, capì di non avere più molto spazio all'interno del maggiore partito d'Italia. A questo punto, per questioni di leadership personale e di potenza elettorale, decise di diventare progressista e un po' di sinistra, di far cadere il governo e di importarsene ben poco della crisi e dell'Italia. E non è ancora finita. Come reagisce l'Italia a cotanta dimostrazione di onore e coerenza? Beh, qui arriva il difficile. Difatti alcuni italiani rimangono illuminati dal cinico "Presidente": lo seguono e persino chiedono autografi nelle frequenti conferenze che tiene in tutta l'Italia, nelle quali, con il giusto appeal e con un ritrovato carisma da leader, cerca di inculcare nella gente le nuove idee che dovranno essere innalzate al fianco della bandiera; il tutto è chiaramente interpretato con eleganza e caparbietà, la stessa con la quale in questi giorni il cinico "Presidente" sta bruciando il proprio passato e i soldi di chi da anni gli paga lo stipendo da parlamentare - ossia, noi italiani. Ma questa è solo una parte. Gli altri italiani? Beh, alcuni sono talmente accecati dall'odio contro il "Presidente del consiglio" (presto ex) da non rendersi conto di quanto sia caldo l'olio in cui l'Italia sta per cadere; altri, forse più smaliziati, ci ridono sopra. La maggioranza, come al solito, assiste inerte e impotente a questo teatrino. Bene, come faccio ora a spiegare tutto questo ai miei amici internazionali senza beccarmi una sonora risata?


sabato, novembre 20

Come pensare "il corpo" nella società contemporanea?

Il tema del corpo nel neoplatonismo antico è complesso e rimanda a tutta una serie di questioni ontologiche e gnoseologiche; al problema di come l'anima possa essersi legata al corpo e soprattutto a cosa intendere per corpo e per anima. D'altronde possiamo facilmente richiamare il famoso incipit delle Enneadi, dove Porfirio ci racconta, forse un po' calcando la mano, come il suo maestro Plotino «si vergognava di essere in un corpo». Non bisogna tuttavia dimenticare che questa concezione del corpo si fonda sugli antichi testi di Platone e in particolare su quel Simposio che determinò le sorti del platonismo successivo e che ricorre continuamente non solo nelle opere del cigno del paganesimo, Plotino, ma, appunto, in tutta la scuola neoplatonica e potranno poi, attraverso S.Ambrogio, Mario Vittorino e Agostino, penetrare anche nel nascente mondo cristiano.

Insomma, ci sono testi e concezioni che formano la mentalità di un'epoca intera e così ne determinano i costumi, l'etica e i giudizi morali; e per quanto riguarda il corpo possiamo osservare lungo la storia un cambiamento radicale proprio in quanto giudizi e concezioni; un mutamento di prospettiva che sembra segnare non soltanto la vita di un ristretto gruppo di studiosi, come spesso accade nella storia del pensiero, ma tutta una Weltanschauung fino alla volgare opinione pubblica. Nell'anno di grazia 2010, un'idea del corpo come quella che i platonici hanno espresso nei loro testi non può che apparire stramba e persino assurda. Quelle dottrine hanno percorso fino ad ora molta strada e oggi ne percepiamo più che altro un'immagine mediata dal cristianesimo medievale. Difatti quei testi subirono una prima rilettura proprio nei primi anni di vita del cristianesimo, a cui, grazie alla sua dottrina della redenzione dei corpi, spetta poi il ruolo di riscattare la "morta" materia platonica - ammesso che sia realmente "morta" - e ridare così una nuova sistemazione al corpo all'interno dell'universo concettuale e valoriale della nuova società medievale. Quello a cui stiamo facendo riferimento è dunque un insieme complesso di teorie e idee sul corpo che hanno avuto la meglio per circa un millennio e mezzo, finchè cambiarono nuovamente i presupposti della società: nel XXI secolo, di quelle idee non rimane pressocchè nulla se non una impietosa caricatura che sopravvive, più distorta di qualche anno fa, nell'immaginario comune.

Questo breve excursus mi consente ora di porre il problema che più mi interessa discutere, ovvero l'immagine del corpo nella società contemporanea: quale valore che attribuiamo al corpo e quali testi o quali modelli possono codificare i nostri comportamenti, che definiamo etici, e i nostri giudizi in merito ai pensieri e alle azioni proprie e altrui. Mi affido alle vostre analisi, da cui poter partire al fine di una riflessione più articolata e condivisa; chiaramente non si tratterà di offrire un giudizio negativo o positivo sulla nostra società, dato che di queste tematiche La Cittadella è colma: si tratterà di pensare il corpo nel mondo attuale facendo riferimento alle questioni appena poste; oppure, tornando ancora in medias res, come nell'esempio del Simposio, di quali modelli e testi siamo figli e cosa ci ha spinto a questo tipo di valuzione? Ancora, esiste una concezione univoca o una tendenza più forte delle altre - che farebbe parlare, appunto, di visione del mondo della società attuale - oppure vi è soltanto uno spezzatino di vecchie culture, dei relitti di vecchi velieri, oramai spiaggiati all'alba di questo nuovo millennio? A quali stratificazioni, quali dossi e quali fiumi carsici dobbiamo attraversare per ottenere un quadro il più possibile soddisfacente?


mercoledì, novembre 17

I cristiani in Iraq: diaspora annunciata?

Iraq. «Tutte le chiese e le organizzazioni cristiane e i loro capi sono un obiettivo legittimo dei mujaheddin», scrive Al Qaida in un comunicato internet. Torniamo dunque ad occuparci del medio oriente e del delicato rapporto tra alcune correnti dell'Islam e i cristiani che vivono oltre il mar Mediterraneo, in una terra non troppo distante da Roma, ma che in realtà sembra trovarsi all'opposto parallelo – o, forse, in un'epoca diversa, quando le spade e le lance si incrociavano anche a Roma per conflitti “di religione”. Una terra in cui, a quanto pare, continuano e persino si moltiplicano gli episodi di violenza e “persecuzione” contro la comunità cristiana. «Stanno dando la caccia ai fedeli cristiani in ogni quartiere della città», racconta ai giornali Emmanuel III Delly, patriarca caldeo di Baghdad. Ancora la falce contro la croce? Ancora guerre per il dominio delle anime? Monsignor Shlemon Warduni, vescovo cattolico di Baghdad, sostiene che attualmente l'obiettivo principale di Al Qaida è una vera e propria diaspora dei cristiani, che perderanno la vita se non lasceranno l'Iraq. Il 31 ottobre un attacco terroristico in una chiesa cristiana di Baghdad ha ucciso 58 persone; tra martedì 9 e mercoledì 10 novembre sono avvenuti contro i cristiani ben 14 attacchi a colpi di mortaio, che hanno riportato 6 morti e 33 feriti. Non mi spingo oltre.

Sarà dunque invasamento religioso? In un precedente articolo denunciavo «l'evidente intreccio tra religione e politica», che, con altri toni e per tutt'altre situazioni, sembrava caratterizzare «l'enorme distanza tra l'Europa e il Medio oriente»; ora, bene inteso che facili assimilazioni e collegamenti siano pericolosi e spesso azzardati, proviamo a rintracciare anche stavolta il possibile nesso tra la religione e la politica. Questa rinnovata scarica di mortaio e i morti cade difatti vicino alla data delle prossime elezioni (15 novembre), quando si formeranno delle coalizioni e dei partiti “democratici” - o, quantomeno, più democratici possibile. Non sto sostenendo un legame diretto di Al Qaida con le prossime elezioni, ma forse questi “avvertimenti” potrebbero non essere casuali e contenere un messaggio ben chiaro per gli iracheni e per il nuovo governo. Insomma, via a cristiani da qui! D'altronde ora che il regime di Saddam non ha più le mani sul paese, la situazione dei cristiani potrebbe paradossalmente peggiorare; non bisogna dimenticare che tendenzialmente i cristiani erano difesi e tutelati da Saddam sotto la protezione del suo vice, Tarek Aziz, cristiano, che aveva ottenuto un pubblico appoggio da queste comunità. A proposito, è lo stesso Tarek Aziz che il 26 ottobre scorso è stato condannato a morte per i suoi trascorsi nel governo Hussein. Insomma, il cerchio per i cristiani sembra in qualche modo chiudersi e a questo punto pare lecito porsi la questione sulla possibilità della loro permanenza in Iraq. Non solo, dovremmo inoltre chiederci : cosa sta facendo l' Europa per loro? Risposta facile e scontata.





*L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa? - OfficinaOrtonaNews, numero 6, settembre 2010.


martedì, novembre 9

Per una rivoluzione copernicana della politica / G. La Pira


Come molti lettori ricorderanno, nel precedente numero ho dismesso il mio stile di commentatore e ho realizzato un breve articolo di cronaca sui Tea Party, un movimento anarco-conservatore esploso negli ultimi mesi negli U.S.A., che tra l'altro - probabilmente - ha determinato la sconfitta di Obama alle ultime elezioni. I Tea Party sostengono una concezione ultra-liberista della politica e non a caso molti lettori sono rimasti sorpresi della mia firma, dato che in queste pagine non ho mai sostenuto posizioni liberiste o filo-americane; ciò che tuttavia mi interessava era offrire uno spaccato della discussione che sta avvenendo negli U.S.A. in merito alla crisi economica e sociale che stiamo affrontando in questi anni. D'altronde la proposta neoliberista la conosciamo bene ed obbedisce allo stesso individualismo che ha caratterizzato l'ultimo secolo. Gli U.S.A. hanno tuttavia il merito di avere le idee ben chiare, per quanto discutibili. Al contrario l'impressione che offre la politica italiana è quantomeno avvilente: sembra che si proceda a casaccio, sperando nella buona sorte e nelle braccia degli italiani. In questo senso, allora, riportare al centro la cultura nella politica significa offrire la capacità di decidere, quantomeno, una rotta per le navigazioni future. Ma la domanda è, quale cultura? Ovvero, dato per buona la proposta liberista, quale sarebbe la controproposta europea (o, più modestamente, italiana) da affiancare e far stridere? Oramai da più di due anni sulle pagine de La Cittadella Interiore - e, da alcuni articoli su questo spazio cartaceo - proponiamo un sano ritorno ai valori della nostra tradizione. Ecco perchè il virgolettato di Giorgio La Pira che seguirà a questo articolo, deve funzionare da contraltare al sistema individualistico: qui stiamo proponendo una concezione sociale della politica, che rimetta al centro i valori della persona e dell'amore umano. D'altronde pare che queste poche righe di La Pira siano state scritta nei tempi attuali; nei giorni in cui i temi della crisi economica, sociale e culturale smuovono le piazze, generano urla e strepiti, producono - ahimè - persino nuovi speculatori. Contro l'individualismo sfrenato, la nostra tradizione (cristiana) ha da sempre opposto l'amore per il prossimo, la carità e la fratellanza: solo a partire da queste basi può attuarsi quella rivoluzione copernicana della politica, che deve porsi come un nuovo inizio per una nuova èra politica in Italia.

Forse che le parole di Gesù: “I poveri li avrete sempre con voi”, legittimano in qual­che modo una struttura sociale - economica, finanziaria, politica - che ha tollerato nel passato e tollera nel presente, in dimensioni ancora così vaste, il cancro della di­soccupazione e della miseria? No, i poveri non sono un’Eucaristia sociale […]: essi sono il documento vivente, doloroso, di una iniquità nella quale si intesse l’organismo sociale che li genera; sono il segno inequivocabile di uno squilibrio tremendo - il più grave fra gli squilibri umani dopo quello del peccato - insito nelle strutture del siste­ma economico e sociale del paese che li tollera; Ecco, dunque, l’assioma che finalizza la vita cri­stiana (e, quindi, la vita politica di un cristiano): quando Cristo mi giudicherà io so di certo che Egli mi farà questa domanda unica (nella quale tutte le altre sono conglo­bate): “Come hai moltiplicato, a favore dei tuoi fratelli, i talenti privati e pubblici che ti ho affidato? Cosa hai fatto per sradicare dalla società nella quale ti ho posto come regolatore e dispensatore del bene comune la miseria dei tuoi fratelli e, quin­di, la disoccupazione che ne è la causa fondamentale?”.     (G. La Pira)


domenica, novembre 7

Buon compleanno "Officina Ortona"

Spenta anche la seconda candelina! Un grande ringraziamento a tutti coloro che dal 7 novembre 2008 hanno partecipato alle nostre attività, ci hanno messo cuore, passione, intelligenza e coraggio; a chi ci segue e ci aiuta quotidianamente a proseguire questa grande esperienza formativa, che, nonostante la nostra giovane età, ci ha dato la possibilità di pensare, produrre, creare qualcosa di tangibile e così diventare il più grande stimolo culturale di questa città. Un abbraccio a tutti e auguri ad Officina Ortona!


martedì, novembre 2

A Pa'

Ti hanno strappato la vita a calci, come la peggiore delle bestie, oramai tanti - troppi! - anni fa. Quanto ci manca la tua voce, quanto le tue visioni e il tuo sdegno per questa società che non sa più cosa significa amare, sentire i profumi, gustare i dialetti; per questo mondo infame che ha barattato l'amore, il bello e la santità per il denaro.

Un pensiero a te e a quel 2 novembre 1975.


martedì, ottobre 26

In ogni luogo e tempo, in te ipsum redi

Mea culpa. Negli ultimi mesi sto  dedicando poco tempo alla Cittadella, preso dall'abbondante burocrazia tedesca. dai nuovi corsi, dagli amici e dai piccoli viaggi che di tanto in tanto mi sto concedendo qui nella stupenda Svevia; la terra di Svevia, di Federico II e di Hegel, oggi motore economico dell'Unione Europea, ma ieri teatro del più radicale occidere dell'occidente, tra la sacra foresta nera, il fiume Neckar e i castelli dei principi tedeschi. In alcuni luoghi è ancora possibile respirare quell'aria fina e salubre di cuore, ragione e spirito, che diede vita a tanto splendore umano lungo i secoli. Qui, tra le fronde di questi alberi, leggere una predica di Eckhart, o riflettere con Schelling e con le geometrie di Nicola Cusano ha tutt'altro sapore. Ma questa è solo suggestione! Il Principio - a cui la mente anela nelle riflessioni, pregando di donarsi - è in ogni luogo, ci insegnano questi maestri; è in ogni ramo e in ogni foglia, in ogni goccia di rugiada; in ogni sguardo e gesto della mano; nelle Cattedrali turrite e negli uccelli che vi si posano, nelle icone e nelle statue di Trier - allora, che sia Svevia, Renania, Chartres, Parigi o la Firenza medicea, poco importa. Se il Principio è veramente tale, ovunque Tu sia, Egli brilla tra i vicoli della tua Cittadella; allora, deve suggerirti la via, illuminarti l'orizzonte e dividere le acque al tuo passaggio, perchè Tu - qui, come a casa - sei ingegno e capacità di creare, ars, scienza e pensiero e sei capace di risalire-ritornare al Principio. Perciò questi luoghi di storia e tradizione, nei quali ho il privilegio di vivere in questi giorni, non sono diversi dalle nostre (talvolta volgari) dimore - reali, ma soprattutto di pensiero, dell'abitudine allo schiamazzo della chiacchiera di paese: ciò che muta è la nostra capacità di stare in ascolto, di sentire la mente pulsare e il cuore pensare e l'anima rendere vivo il corpo, che è mente e cuore. Ne voglio così offrire testimonianza diretta. Allora sì, è davvero suggestione... ma ben venga! Così la Cittadella interiore è sempre più viva, benchè in apparenza le luci siano sempre più fioche e gli slanci dello Spirito sempre più fiacchi e ripetitivi (come questa chiusa). In re ipsum redi, mio lettore, fratello e amico.


sabato, ottobre 23

Cusanus Forschung

Questa sera vi scrivo mentre sono di ritorno dal convegno annuale della Cusanus Gesellschaft, che si è tenuto nell'Institut für Cusanus-Forschung, dell'Università di Trier. Inutile sottolineare come i tre giorni siano stati densi di spunti e di grandi riflessioni, in compagnia di docenti europei, sudamericani, statunitensi e giapponesi; insomma, è stata l'occasione giusta per confrontarsi con mondi e culture differenti, tutti accomunati dalla passione per il pensiero, la filosofia e dall'ammirazione per la statura intellettuale del Card. Cusano, che ne esce, anche stavolta, come una figura davvero fuori da ogni tentativo classificatorio o riduzione al rango di mero teologo, filosofo, matematico piuttosto che astronomo o studioso di lettere antiche. Gli interventi sono stati omogenei e hanno coperto molti settori della vastissima produzione del Cusano, dalla matematica, alle lettere e - più interessante per il sottoscritto - alla Teologia mistica, di matrice dionisiana. In realtà ciò che più colpisce dell'organizzazione del convegno non sono i contenuti, ma l'immensa disponibilità dei docenti tedeschi, il tatto e il rispetto nei confronti di un giovane studioso come il sottoscritto. Un rispetto che manca troppo a questa università italiana, che ancora una volta si dimostra troppo lontana dall'ambiente fruttuoso di ricerca. Un caro saluto agli amici dottorandi con cui ho condiviso questi tre giorni cusaniani.


venerdì, ottobre 8

Tea Party, la nuova destra americana?

We are the Peaple, we are the States – con questo slogan negli USA stanno spopolando i Tea Party, una delle novità più interessanti del panorama politico e culturale; si tratta di un nuovo movimento popolare vicino al partito dei conservatori, che da qualche tempo riesce a parlare alla gente comune e riempire ranch, bar, pub, sale e piazze in tutta l'America. Difatti non si tratta di una iniziativa nata dagli Establishment e dalle loro “segreterie” di partito, ma sembra essere una vera sollevazione popolare, che esprime una radicale opposizione alla politica “socialista e statalista” di Barack Obama. I Tea Party nascono allora essenzialmente come una rivolta fiscale, che si richiama sin da subito al “Boston Tea Party”, la protesta dei coloni americani nel 1773 contro la tassazione degli inglesi sul commercio del Tea – protesta che poi diede vita alla rivoluzione americana e alla formazione degli USA; allora con spirito affine al 1773 nascono gli odierni Tea Party, che man mano stanno diventando una realtà affermata e che saprà sicuramente esprimere la propria ragion d'essere alle prossime elezioni di novembre. Pur rientrando nell'alveo dei conservatori, i Tea Party mirano ad una propria identità: non hanno un leader, ma “solo” tante idee ben precise su cosa intendere per democrazia, libertà e Stato. Inoltre il malcontento diffusosi negli ultimi mesi sulle manovre del governo Obama in merito alla progressiva statalizzazione della sanità o al famoso caso General Motors – quando il governo salvò la multinazionale con i soldi degli americani – sta offrendo una spinta inaspettata a questo movimento anarco-conservatore, che, dati alla mano, non ha grandi precedenti negli U.S.A.: il 90% degli attivisti non aveva mai partecipato alla politica; è trasversale per età, provenienza e religione, ma conta il maggior numero di sostenitori nella fascia tra i 45 e i 60 anni (quella maggiormente produttiva); i partecipanti sono di una galassia omogenea tra (ex-)Repubblicani o cittadini stufi del bipolarismo e che, probabilmente, non hanno votato né McCain né Obama; è formato da chi sente la politica, con le sue lobbies, le ragioni di stato e i grandi interessi di Wall Street, come “lontana” dalla vita quotidiana. Eppure molti di loro, è vero, si riconoscono nell'ex-governatrice dell'Alaska Sarah Palin (nata 1964) o nello showman Glenn Beck, conduttore del Conservative Talk Radio; si riconoscono in chi, a loro avviso, sa difendere le libertà individuali e lo spirito della Costituzione americana. I Tea Party rappresentano allora un prepotente ritorno della destra in America? Sì, possibile. Il popolo dei Tea Party apre l'orizzonte di una nuova destra americana, diversa dai Bush e McCain: anche in America spira il vento di una nuova destra, che, in questo caso, sappia incarnare i principi di uno stato leggero e autenticamente liberal. Bisognerà ora capire quanto potenziale elettorale avranno i Tea Party e quanto questo movimento “economico” saprà integrarsi con le multiforme facce della destra americana, spesso impegnate su tutt'altri fronti nei famosi Think tanks, religiosi ed etici, veri e propri “contenitori” di pensiero e politica. Nelle primarie repubblicane del Delaware del 14 settembre 2010, la giovane Christine O'Donnell (nata 1969) vince a sorpresa sapendo unire le prospettive economiche dei Tea Party con la destra religiosa e le politiche ambientali. Insomma, il piatto della nuova destra è servito. E in Italia? Anche da noi è nato il “Tea Party Italia”, che già visto la luce in alcune tappe a Prato, Milano, Torino, Alessandria, Aversa, Forte dei Marmi e Catania. Info: http://www.teapartyitalia.it/ .



lunedì, settembre 27

Cosa succede in città? Stuttgart21 e il centro Oli.

Questa sera volevo accennarvi ad una sollevazione popolare nella quale mi sono trovato, mio malgrado, coinvolto durante questi giorni a Stuttgart: si tratta del progetto chiamato Stuttgart 21 e riguarda il possibile ampliamento della stazione centrale (Hauptbahnhof) di Stuttgart e la trasformazione di tutta l'area circostante in una zona commerciale. Chiaramente questa nuova stazione è stata progettata secondo canoni avvenieristici e usufruirebbe di un livello di tecnologia e di una combinazione spazio/praticabilità/usabilità mai visti prima in Europa (consiglio di visualizzare la pagina del progetto: qui). Tuttavia, come ogni "grande opera", anche la Stuttgart21 ha i suoi difetti: per realizzarla è necessario abbattere la vecchia stazione, a cui gli abitanti di Stuttgart sono legati, ma soprattutto dovrà essere cementificata buona parte del grande parco al centro della città, con alberi abbattuti e buon parte di verde - che in Germania non manca di certo - distrutta per far spazio a boutique e strutture in acciaio; altro inconveniente, non da poco, è l'enorme costo dell'opera. Così da qualche tempo si è formato un comitato spontaneo di cittadini contro questo "colpo di testa" dell'attuale amministrazione del Baden Württemberg, un folto gruppo di protesta che si riunisce tutti i giorni al parco dalle 18 alle 19 e organizza cortei e iniziative per far sentire la voce "del popolo". Non intendo discutere oltre del progetto anche perchè non avrei nè i mezzi nè le capacità da architetto per entrare nel merito della questione, ma vorrei provare a riportare questa protesta ad un profilo più nostrano, provando a riflettere sulla lontananza o sulla vicinanza del popolo tedesco dal nostro. Tuttavia ad onor del vero, pur lasciando la questione nel complesso ingiudicata, devo riconoscere qualche punticino a favore dell'iniziativa e non tanto perchè - com'è noto - spesso la prima reazione dei cittadini è meramente conservatrice, a volte in modo del tutto deleterio, ma perchè alcune argomentazioni contro il progetto non reggono proprio; la prima di queste è quella che si richiama all'utilizzo copioso di denaro pubblico: siamo nella regione più ricca d'Europa e i finanziamenti proverrebbero in gran parte dallo stato centrale e dalla Comunità europea, senza contare l'apporto dei privati. Insomma, non credo che gli svevi debbano avere preoccupazioni di questo tipo. Le altre, invece, sono motivazioni importanti che richiamano una visione delle cose più amplia: l'innovazione a tutti i costi oppure la salvaguardia dell'ambiente e dei simboli di una città?

In effetti questo bivio suona familiare a noi ortonesi che qualche tempo fa abbiamo assistito/condiviso/combattutto per/contro l'insediamento del Centro Oli nelle nostre zone. Chiaramente le situazioni sono molto diverse, sia per l'evidente squilibrio tra benefici/danni, sia per la tipologia di investimenti: nel caso di Stuttgart è un qualcosa più "umano", ovvero ha a che fare con l'idea di città che i cittadini hanno e vogliono esprimere; nel caso del centro oli, probabilmente, si trattava solo di uno sfruttamente del territorio senza adeguati (ammesso che vi possano essere) "pesi" da far bilanciare con l'inquinamento, la distruzione del settore agricolo, la trasformazione dei territori etc. etc. Insomma, a cosa voglio far riferimento? Voglio dire che probabilmente il mondo tedesco (e forse più in generale quello europeo) vive delle stesse pulsioni e si pone le stesse questioni del nostro piccolo Abruzzo, affrontando le stesse scelte, gli stessi bivi, le stesse aporie da attraversare grazie ad una decisione il più possibile saggia e nei tempi adeguati. Allora Stuttgart non è lontana dalla Provincia di Chieti e dalle manifestazioni lungo il corso di Ortona o di Pescara; non è lontana dai nostri dubbi perchè, probabilmente, siamo noi ad esserci avvicinati all'Europa. In un mondo in cui le barriere culturali esistono sempre meno, dobbiamo saper ragionare proporzionando il piccolo al medio, il medio al grande, ma cercando di capire quale metro di misura dover utilizzare; e in questo caso è il dubbio tra un futuro tecnologico, dove soldi e praticità faranno da pardone, contro un mondo verde e dai toni un po' spenti, con lo sguardo rivolto al passato. Non emetto sentenze, non voglio giudizi di valore su questo bivio: cerco solo di girarci intorno per saperne, prima o poi, decidere la direzione di taglio.


martedì, settembre 14

Verso il PDN, una "rivoluzione copernicana" della politica?

Carissimi lettori e amici, anzitutto volevo scusarmi con voi per il lungo periodo di fermo che ha subito la Cittadella. Rassicuro tutti per la mia salute e la mia situazione: sono atterrato qui a Stuttgart il primo settembre e tra le varie faccende burocratiche, i primi passi e le sistemazioni "pratiche", nonchè il primo impatto con il mondo svevo, queste che leggete sono le prime righe scritte dalla mia nuova camera. Ma giungiamo allo spunto di oggi. In questi giorni sto osservando le prime fasi di apertura del PDN (Partito della Nazione), alle quali vorrei dedicare una breve riflessione, il più possibile concreta e sintetica. Vorrei restare sul livello della politica nazionale, quand'anche abbia già avuto occasione di dibattere in merito all'area centrista ortonese sul blog di Gianni di Gregorio, al quale vi rimando volentieri (clicca qui per la pagina di Metropolis); dicevo, vorrei riflettere con voi sui primi passi di questo nuovo(?) partito(?), in particolare in riferimento al congresso dell'UDC di Chiangiano, che RadioRadicale ha trasmesso integralmente e che potrete ascoltare grazie alla speciale maschera in fondo al post, che vi rendirizzerà direttamente all'intervento di Massimo Cacciari, che, come sapete, è il punto di riferimento in filosofia e, in una certa misura, anche in politica. Non ho seguito tutti i passaggi, ma, anche in base alle voci e ai sentori dei mesi scorsi, vorrei provare a aggiustare il tiro e, nel caso, a rispondere a quei due interrogativi che si insinuavano poc'anzi: PDN, nuovo(?) partito(?).

Il PDN sarebbe un "nuovo"? Dipende, questo si vedrà al momento concreto dell'azione, quando capiremo se si tratta di un nuovo partito o di un potenziamento dell'UDC o di una semplice alleanza tra l'UDC e il movimento di Rutelli, un po' come è avvenuto per il PD - che, appunto, si è dimostrato niente di meno che un piccolo Ulivo. Ovvero, bisognerà vedere se realmente, come dice Cacciari, politici e simpatizzanti provenienti da diversi schieramenti andranno su una nuova rotta perchè realmente credono in nuovo modo di fare la politica o se è solo un riciclaggio. Bisognerà capire fino a che punto verrà svolto un nuovo gomitolo di tematiche e strumenti, anche perchè attualmente manca (com'è ovvio che sia) di tutta quella fase di progettazione della diffusione capillare e dell'organizzazione politica, che per partito è la vera linfa vitale, in grado di garantire solidità, ricambio e continuità d'azione. Attraversati questi incroci, passate queste fasi chiave di formazione, potremo rispondere alla seconda domanda: sarà un partito in grado di avviare una rivoluzione copernicana della politica o soltando una terza alternativa? Ovvero, sarà un nuovo modo di intendere la politica italiana o sarà sempre un qualcosa che, pur cercando di scardinarla, rimarrà succube rispetto alla logica bipolare? Quale ruolo potrà giocare il rapporto con i finiani e con le scuole di pensiero vicine al centrodestra, come i finiani di FareFuturo ? La sfida, allora, è creare un qualcosa che possa smuovere questo bipolarismo forzato, che nel paese non è mai esistito, se non nelle strane logiche del parlamento. Se il PDN farà "propria" questa aspirazione - anzi, ne farà più radicalmente il primo motivo di coesione - allora questo nuovo inizio potrebbe costituire davvero la chiave di volta per una nuova èra politica in Italia.

D'altronde posso vantare di essere stato tra i primi ad aver sostenuto queste idee; come scrivevo nei commenti ad un vecchio articolo, dal titolo Il PDL è finito, adesso costruiamo il futuro, credo che nella misura in cui questo PDN sarà "centro", il progetto fallirà; ovvero, nella misura in cui questo PDN sarà un qualcosa del tipo "nè centro-destra nè centro sinistra" - e quindi anche "sia centro destra, sia centro-sinistra" - allora sarà un qualcosa di vecchio, ancora incanalato negli schematismi della contrapposizione bipolare; anzi, forse sarà anche peggio del bipolarismo, perchè sarà una formazione che erediterebbe i metodi e le logiche del bipolarismo ma che avrebbe molta meno presa sulla popolazione dell'attuale referendum Berlusconi sì/ Berlusconi no a cui si è ridotta da anni la politica italiana. Insomma, il rischio è che questa sia solo una manovra di palazzo e che questo partito sia in realtà "soltanto" un centro. La speranza, invece, è che si vada realmente nella direzione della rivoluzione copernicana della politica, fattualmente, sin dall'inizio. A quel punto, allora, tornerebbe al centro il valore sociale di determinate questioni, tornerebbero ad aver posto quegli insegnamenti appresi dalle nostre famiglie e quella volontà di costruire insieme una nuova classe dirigente di giovani davvero competenti, onesti e con in testa solidarietà e amore per il prossimo. La speranza è appunto che questo PDN nasca con questa idea qui e possa essere il cappello giusto per una rinascita che deve, ancora, partire dai giovani con le loro iniziative nei comuni e sui propri territori provinciali e regionali. Qualora il PDN darà voce a queste speranze, potrà aprire una nuova stagione politica; qualora invece si riveli solo un "centro" costruito dal palazzo per accogliere gli ex di una parte e di un'altra, allora sarà l'ennesima beffa.





lunedì, agosto 30

L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa?

In questo pomeriggio di fine estate vorrei commentare brevemente con i lettori le ultime vicende accadute a Roma; non si tratta di politica, ma della Roma religiosa, che in questi giorni ospita le lezioni sul Corano del leader libico Muammar Gheddafi. Torniamo indietro: non si tratta della Roma politica? Anche questo nodo è da sciogliere. Difatti mi sembra che l'opinione pubblica abbia sottovalutato l'intreccio delle due sfere e in questo intervento vorrei stimolare un riflessione nella detta direzione. Gheddafi arriva in Italia "per celebrare il secondo anniversario della firma del Trattato di amicizia fra Italia e Libia" - scrive Il Corriere della Sera - e per tale occasione "ha distribuito copie del Corano a 487 ragazze, che ha incontrato divise in due scaglioni. Tre ragazze, due italiane e una spagnola, si sono presentate con il velo perché si sono convertite all'Islam". Al quadro si aggiungano determinati auspici, alquanto discutibili, come: «L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa».

Mettiamo ordine. Gheddafi, leader politico, arriva in Italia per celebrare degli accordi politici di pace tra le due nazioni e approfitta dell'occasione per divulgare l'insegnamento di Maometto e presenziare il rito di iniziazione alla religione mussulmana di tre ragazze appena convertite. I giornali italiani hanno giustamente calcato la questione e il mondo politico non ha perso tempo - altrettanto giustamente - per dirsi di volta in volta infastidito, imbarazzato o indifferente, spesso ubbidendo alle solite direttive da barricata. In realtà stupisce come nessuno abbia sottolineato il nodo concettuale a cui facevo riferimento, e che, evidentemente, si trova a monte di tutto il discorso, ovvero l'intreccio tra religione e politica. Difatti questo dato sembra davvero segnare l'enorme distanza tra l'Europa e il Medio oriente. Un leader politico europeo in visita ad uno "stato islamico" difficilmente avrebbe pronunciato una, seppur timida, difesa della religione cristiana; e questo non per una presunta superiorità della religione cristiana, ma perchè la tradizione europea, con le sue contraddizioni e i suoi momenti violenti, lungo i secoli ha sviluppato l'abitudine (quantomeno) di slegare religione e stato; noi europei abbiamo chiamato questa "convinzione", che ancora fatica a farsi "idea" ben precisa e definita, con il nome di laicità. Quanto poi il cristianesimo e più in generale la tradizione cristiana abbiano contribuito al formarsi dell'idea (ancora in divenire) di laicità, è una questione che lasciamo aperta e che in questo momento non possiamo affrontare.

Al contrario di quanto auspica Gheddafi, l'Europa non potrà mai diventare mussulmana, non perchè attualmente è cristiana o altro, bensì perché sta compiendo un passo decisivo verso quel qualcosa che chiamiamo laicità; essa, benchè sia ancora un progetto in fieri, sembra davvero essere un oltrepassamento definitivo rispetto a quella concezione alla quale molti popoli sono rimasti ancorati. L'Islam - anzi, "gli" Islam, perchè non è possibile ridurre tutta la ricca e stimolante tradizione islamica ad una corrente univoca - fatica ancora a muovere verso questo orizzonte condiviso, che, all'inverso, solitamente considera come la testimonianza più forte di quella corruzione occidentale da cui sarebbe bene difendersi. Al contrario, il passo dell'Europa verso la laicità è fondamentale perchè aiuta a tratteggiare quello che potrebbe essere il vero luogo di incontro tra due mondi grandi e stupendi, che rimangono (e forse devono tuttavia rimanere) profondamente divisi. D'altronde, come ho scritto più volte, sono convinto che le tradizioni e la cultura siano la linfa dei popoli e che esse debbano essere difese e individuate come vere e proprie bussole per segnare la rotta verso un futuro radioso e spirituale*; eppure riferirsi a quei valori e conservare determinate tradizioni non può significare l'abbandono di quella ricerca razionale verso l'incontro e il dialogo; la laicità è allora la condizione somma per l'aprirsi reciproco dei popoli ed è quello stesso piano razionale che costantemente richiamava Platone nei suoi nobili - non a caso - dialoghi**; non solo, è quel luogo non-luogo verso il quale inevitabilmente l'uomo dovrà dirigersi se vorrà continuare ad abitare la terra. Questa è l'aporia fondamentale, che la filosofia del nostro tempo è chiamata ad attraversare; per il resto, d'altra parte, Europa e Medio oriente non sono mai state poi così lontane***.





*Sull'importanza della tradizione come rotta per il futuro, rimando al mio intervento Il crocifisso nelle scuole e l'uguaglianza delle religioni.

**Sul dialogo e sulle sue aporie mi ero interessato all'inizio del cammino della Cittadella, varando addirittura un progetto di vari interventi; cfr. Sul dialogo.

***Per una buona panoramica invito a leggere il libro di Franco Cardini, Europa e Islam. Storia di un malinteso.


lunedì, agosto 23

L'Università. Tra Dublino, Roma, Chieti e Stoccarda.

Cari lettori e amici, innazitutto volevo ringraziarvi per la partecipazione numerosa alla conferenza sulla figura del Cardinale J.H. Newman, tenutasi qualche giorno fa a Ortona nella stupenda cornice della piazzetta dei Pescatori, con il prof. Angelo Bottone e il vescovo di Ortona-Lanciano S.E. Carlo Ghidelli. Credo che la serata sia stata foriera di numerosi spunti, offerti in particolar modo dalle convinzioni di Newman in merito allo studio e all'Università; prima di altri, Newman aveva intuito la pericolosità della corrente utilitaristica, che già in quegli anni aveva iniziato ad influire buona parte dell'intelligentia inglese e che avrebbe poi portato alla formazione di centri di studio e Università basate sulla logica dell'utilità immediata: studiare per produrre dei risultati immediati e da toccare con mano; questa, in qualche modo, è stata l'antesignana dell'attuale Università-azienda, e, più in generale, di una concezione della società tutta basata sullo scambio e poco attenta alla persona.

Newman, al contrario, voleva porre al centro proprio la formazione della persona, la costruzione, nel tempo, di un'abito mentale filosofico  - come recita il sottotilo del libro di Angelo Bottone - che renda lo studente anzitutto un uomo buono (un gentleman), capace di affrontare il cammino della vita con mente salda e morale santa. Ai nostri giorni le idee di Newman potrebbero apparire reazionarie e integraliste e probabilmente dovevano destare una impressione simile anche nella società inglerse del tempio; difatti, come sottolinea Angelo Bottone, il progetto dell'Università Cattolica d'Irlanda fallì molto presto probabilmente proprio per l'incapacità della società inglese di recepire un tale messaggio. Oggi più che allora, le riflessioni di Newman sembrano delle boccate d'ossigeno per un mondo che non sa più cosa siano i valori, cosa sia la persona, cos'è l'onore e cosa la vergogna; per un mondo che avrebbe anzitutto bisogno di gentlemen (nel linguaggio di newman) più che di "professionisti" plurilaureati, contenitori-portatori di qualche conoscenza. E questo vale soprattutto in filosofia, come insegna Platone.

A proposito di filosofia e Università, vi segnalo due piccoli lavori da "professionista" - ahimè, cado anch'io nella rete -, apparsi sulla rivista on-line Dialegestahai, edita dal Dipartimento di filosofia dell'Università di Roma Tor Vergata; si tratta di due recensioni: la prima a Davide Monaco, Deus trinitas. Dio come Non altro nel pensiero di Nicolò Cusano, Città Nuova, Roma 2010, nella quale mi sono permesso di esporre qualche rilievo critico data la mia formazione neoplatonica e i recenti studi cusaniani; l'altra è al volume, appena tradotto da Nunzio Bombaci, di Ferdinand Ebner, Proviamo a guardare al futuro, a cura di Nunzio Bombaci, Morcelliana, Brescia 2009 ed è una versione più "tecnica" rispetto a quella pubblicata oramai alcuni mesi fa sul Giornale di Filosofia della Religione. Nel titolo del post ho fatto riferimento all'Università di Dublino (Newman), a quella di Roma per le recensioni e a quelle di Chieti, che, inevitabilmente, è il primo termine di paragone nella precedente considerazione sulle Università italiane e, infine, Stuttgart, che raggiungerò a breve per il progetto ERASMUS. Avviso i lettori che probabilmente non potrò aggiornare il blog nei prossimi giorni, un po' per la frenesia del trasloco a Stuttgart, un po' perchè non conosco la disponibilità della rete internet nella camera in cui soggiornerò. A presto.


venerdì, agosto 13

Conversazione sulla figura del cardinale J.H. Newman


Il 20 agosto presso la piazzetta dei pescatori di Ortona (CH) alle ore 21,00 si terrà una conversazione sulla figura intellettuale e sull'impegno ecclesiastico del cardinale John Henry Newman. L’occasione per la conferenza è sopraggiunta per una serie di motivazioni, tra cui la recente pubblicazione in lingua italiana di un libro di Angelo Bottone (University College Dublin), studioso di origini ortonesi, e la prossima beatificazione del Cardinale.



Interverranno:

*Andrea Fiamma (presidente dell’Associazione Culturale “Officina Ortona”)
*Angelo Bottone (University College Dublin)
*S.E. Carlo Ghidelli (Vescovo diocesi Lanciano - Ortona)


domenica, agosto 8

Cambia l'organigramma di OfficinaOrtonaNews

Con questo breve articolo voglio condividere con tutti i lettori una decisione presa negli scorsi giorni, invero partorita con un certo patema d'animo, che riguarda il piccolo organigramma di questo giornale. Anzitutto bisogna tornare un attimo indietro. OfficinaOrtonaNews nasce nel maggio 2010, dopo una progettazione lunghissima, segnata dalle evidenti difficoltà che ogni progetto culturale porta con sé. Il giornale prende così piede grazie all'apporto di una costola dell'associazione culturale “Officina Ortona” – che dopo due anni intensi di attività ho ancora l'onore di rappresentare – con l'aggiunta di un discreto gruppo di ragazzi interessati all'iniziativa, che fino ad allora non avevano ancora avuto l'occasione di collaborare con la nostra associazione. Insieme a loro abbiamo pensato “OfficinaOrtonaNews” come un nuovo giornale di opinione e informazione, la cui particolarità doveva consistere nell'esternare una voce giovane in merito alle vicende della nostra città, alle sue problematiche, e, più in generale, a tutto ciò che ha a che fare con la vita quotidiana; in questo senso, sin dal primo numero abbiamo cercato di oltrepassare le mura cittadine grazie ad alcuni articoli e rubriche che si riferivano a contenitori più ampli della sola Ortona. Ebbene, a distanza di alcuni mesi non posso che essere soddisfatto dell'avvio del giornale – del quale ho avuto subito la responsabilità del coordinamento in quanto presidente dell'associazione – perché ha dimostrato quanta qualità possa esprimere un gruppo di giovani che lavori in autonomia, con passione e con voglia di creare davvero un qualcosa di nuovo. Ma non è finita. Il passo successivo è ora rendere questo progetto in grado di camminare con le proprie gambe. Difatti, come un buon padre deve mirare alla libertà e all'autonomia del figlio, così il lavoro dell'associazione deve essere quello di condividere il coordinamento di questa stupenda iniziativa, passando le redini proprio nelle mani di chi ha lavorato maggiormente e lasciando crescere questo nuovo gruppo di “scrittori” all'interno dell'associazione, ma nel contempo, appunto, garantendogli la massima libertà e autonomia. Questo, come avete inteso, non è di certo un passo indietro rispetto al lavoro svolto, ma è un lasciare spazio a quel gruppo che ha dimostrato di meritare la stima e la fiducia dell'associazione. In tempi in cui tutti cercano accentramento e mirano ad accumulare il più possibile piccole cariche e attenzioni, l'associazione “Officina Ortona” va in direzione contraria, verso la condivisione di esperienze e responsabilità. Così a partire dal prossimo numero di settembre 2010 potrete notare un sostanzioso rimpasto nella “direzione”, un cambiamento che mira proprio agli obiettivi appena illustrati, ma che – lo assicuro – conserverà lo stesso taglio e soprattutto lo stesso impegno dei precedenti numeri nella realizzazione del giornale. Porgo i più sinceri auguri a tutti gli amici per il proseguo di questa avventura, alla quale vorrei continuare a dare il mio contributo con la rubrica “La cittadella interiore”; inoltre ringrazio tutti coloro (in particolar modo Marco Di Michele Marisi) che hanno reso possibile l'edizione del giornale, a partire dagli scrittori fino a chi ci aiuta a distribuirlo (gratuitamente!), ai giornalai ortonesi, sempre gentilissimi, e soprattutto a tutti i lettori che hanno iniziato e continueranno a seguirci. Buona lettura!


martedì, agosto 3

Massimo Bolognino, Salvifica Bellezza

Pubblicizzo con piacere questo nuovo volume dell'amico Massimo Bolognino, grazie al cui contributo spero di arricchire la Cittadella con le riflessioni tipiche della letteratura filosofica cristiana orientale.


La Filocalia, letteralmente “amore della bellezza”, è il breviario ascetico e mistico della Chiesa d’Oriente e racchiude un patrimonio spirituale di grande valore per tutta l’umanità. Guidati dagli scritti dei Padri in essa contenuti e da voci di teologi e mistici – ortodossi e non solo – ci proponiamo di interrogarci sul valore salvifico della Bellezza come volto di Dio. La bellezza divina è un nome dimenticato, frainteso, più spesso sfigurato da caricature mondane. Attraverso l’itinerario spirituale qui proposto cercheremo di farne emergere i tratti luminosi che trovano in Cristo il punto focale e nell’uomo, restituito alla sua originaria dignità di “essere chiamato a diventare dio”, il compimento. La dimestichezza con le tematiche filocaliche può essere ottenuta solo nella concreta, personale messa in pratica dell’ insegnamento dei Padri: non basta, anche se è necessario, leggerne gli scritti. A sua volta, il contatto personale con i testi, e l’impegno spirituale che deve conseguirne, si arricchisce di tutte le esperienze interiori che il lettore porta in sé, uniche e irripetibili, preziose e inimitabili, perché ciascuno deve percorrere da sé il cammino della ricerca di Dio. È per questo motivo che, se per un verso tutti gli spirituali filocalici presentano volti che si assomigliano profondamente, per l’altro non ce ne sono due identici: non solo tra i maestri antichi ma anche tra i viventi che ne accolgono l’insegnamento e lo mettono in pratica. La situazione è simile a quella delle sante icone: per ogni tipo d’immagine c’è uno schema fisso, ma la sua realizzazione si presenta in una varietà infinita di forme, tante quante sono le singole icone. “Una esperienza personale, dunque, non una teologia. Un percorso che è pratico (praktikè), ascetico, platonicamente esercizio di morte (melète thanàtou) e insieme razionale, in quanto ri-scoperta e ri-generazione del lògos nel profondo dell’uomo, ben oltre la superficiale dimensione del “ragionamento” (loghismòs) strumentale e interessato. E’ così che si manifesta quella bellezza che altrimenti resta sconosciuta: in realtà in ogni istante essa si offre gratuitamente all’uomo, ma l’uomo non è in grado di riconoscerla, legato com’è al suo piccolo ego, e solo quando questo scompare essa gli si mostra pienamente. La prova della verità qui non è più esteriore, non è in libri o in teorie, ma tutta interiore, e perciò certa e inoppugnabile. E’ nella profonda letizia, anzi, nella gioia estatica che l’uomo prova in ogni istante di fronte a questa straordinaria, mirabile bellezza, ed allora non ha dubbi, giacché la letizia è davvero, spinozianamente, segno di perfezione.” (Dalla presentazione di Marco Vannini)


Massimo Bolognino 



Salvifica bellezza
Sulle tracce della spiritualità filocalica dell'Oriente cristiano

Edizioni Effatà, Cantalupa (To) - Collana «Spiritualità dove, come, quando» 29 – formato cm 14 x 20,5 – brossura
128 pagg. – 2010 – euro 10,00



Massimo Bolognino (Torino, 1963) dopo gli studi classici si è dedicato all’approfondimento della mistica e della spiritualità, particolarmente dell’Oriente cristiano. Collabora a riviste specialistiche con testi sul rapporto tra estetica e teologia, sul dialogo interreligioso e su figure della teologia ortodossa quali Pavel Florenskji. Ha curato l’introduzione al volume sulla spiritualità cristiana orientale Attualità del Simbolo dell’archimandrita Silvano Livi (Franco Angeli, 2001) e tiene conferenze sui temi della mistica e della spiritualità cristiana orientale.


giovedì, luglio 29

Il PDL è finito. Adesso costruiamo il futuro.

Per quanto la Cittadella sia sempre stata lontana dalla politica attiva, stavolta non posso fare a meno di commentare la notizia della cacciata di Fini dal PDL, che in queste ore sta iniziando a diffondersi sul web e presto sui telegiornali e sulle trasmissioni televisive. In tal senso, ci tengo a scrivere di primo pelo, in modo da attestare la mia trasparenza, immediatezza di giudizio e, inevitabilmente, sincerità nella valutazione di un evento che, in qualche modo, mi riguarda da vicino. Ecco perchè voglio precisare come il titolo del post "Il PDL è finito. Adesso costruiamo il futuro" sia tanto provocatorio quanto, appunto, sincero, perchè a mio avviso davvero stiamo assistendo al dischiudersi di uno scenario tutto nuovo nella politica italiana. Il partito mastodontico dal 40% chiuderà presto i battenti non tanto per il semplice dato numerico dei voti "finiani" che verranno a mancare, perchè in quel caso - ha fatto bene i conti Berlusconi - il governo non vacillerebbe, bensì per la forza stessa della reazione di Berlusconi contro il dissenso. Si badi, non ho mai creduto che l'Italia fosse in mano ad un nuovo fascismo o ad una loggia massonica, come molti cercano di sostenere, e non ho certo cambiato idea; così come non credo negli allarmismi su presunte leggi bavaglio e cose simili. Qui si tratta soltanto della politica interna di un partito. Il PDL è finito perchè ha dimostrato di essere un partito davvero monopensiero, dove il dibattito e l'intelligenza libera, seppur all'interno dello stesso canale, è rifiutata. D'altronde insegna bene Hegel come vita sia dinamismo e, in quanto tale, contrasto e discussione, lotta all'interno dello stesso alveo. Il PDL suona così le campane della disfatta e del prossimo annichilimento. Ora attendiamo alla finestra, l'antipasto è servito.


lunedì, luglio 26

POST - una nuova rivista

L'associazione culturale "Officina Ortona" e l'associazione "MetaClub" vi invitano SABATO 31 LUGLIO ORE 21.30 PIAZZETTA ANTISTANTE IL TEATRO TOSTI per la presentazione di POST, una nuova rivista

Gli autori sono tutti studenti e studiosi UNDER30 delle Università italiane e hanno avuto il coraggio di iniziare questa avventura con le proprie forze e spendendo tanto entusiasmo, un po' come è avvenuto per noi di “Officina Ortona”. In questo senso ci teniamo a presentare la rivista anche nella nostra Ortona e invitiamo tutti a supportare un progetto giovane, di grande livello e innovazione.


Un modo nuovo di fare ricerca, su carta e in rete
da Mimesis Edizioni

Link: OpenPost.it


martedì, luglio 20

La storia che insegna il futuro - incontro con Remo Gaspari

Riporto un articolo di Alessandra Renzetti apparso sulla rivista on-line AbruzzoCultura in merito all'iniziativa che noi di "Officina Ortona" stiamo organizzando in collaborazione con Confindustria, Rotary e Lions Club, per venerdì 23 luglio 2010, dal titolo "La storia che insegna il futuro". Durante il convegno farò anch'io un intervento, che riporterò in maniera grosso modo fedele anche sulla Cittadella.


(Sono il secondo da sinistra)

In molti , oggi come ieri, sono d’accordo sulla indiscutibile importanza del dibattito: discutere confrontandosi e mettendo in piazza le proprie idee è un modo costruttivo per guardare avanti e per costruire giorno per giorno la propria storia e quella del proprio paese. Molte sono infatti le associazioni nate opportunamente per dare spazio a questi incontri produttivi nel nostro secolo e che possano aiutare anche a crescere intellettualmente; diverse sono le tematiche che vengono ad essere affrontate in modo assolutamente libero e che riescono ad aiutare il cittadino, senza vincoli di età, ad esprimere in maniera spontanea il proprio punto di vista contribuendo anche a risolvere situazioni complesse. È importante dunque stare insieme, capire ed utilizzare le proprie competenze organizzando in modo interessante incontri che aiutino a “maturare insieme”; anche l’Abruzzo contribuisce alla crescita intellettuale dello Stato d’Italia dando spazio a queste iniziative attraverso le sua fitta rete di associazioni come accade ad Ortona per esempio, vivace comune in provincia di Chieti che si affaccia sull’Adriatico vista da sempre come meta di turisti e di curiosi. L’Associazione Culturale “Officina Ortona” è nata proprio per stimolare i suoi soci a favorire non soltanto la cultura ed il dibattito, dunque, nel comune, ma anche ad incoraggiare l’impegno di tutti gli interessati nell’organizzazione di convegni , incontri, mostre, festività e molto altro ancora dove alla base di qualsiasi iniziativa ci sia lo “stare insieme”. Molto atteso è l’evento pubblico organizzato per il giorno venerdì 23 luglio 2010 che avrà luogo nella Sala Eden presso Corso Garibaldi ad Ortona a Mare dalle ore 18.00 alle ore 20.00 ; si tratta di un dibattito molto attuale dal titolo: “La storia che insegna il futuro” e vedrà la partecipazione dell’illustre Remo Gaspari. L’incontro è stato curato , a proposito, dall’Associazione “Officina Ortona” diretta dal suo giovane presidente Andrea Fiamma, entusiasta studente di filosofia presso l’Università “G. d’Annunzio” di Chieti; i Giovani Imprenditori della Confindustria di Chieti ed il loro rispettivo presidente Riccardo d’Alessandro; il Lions Club di Ortona presieduto da Marco Nestore ed il Rotary club di Ortona presieduto da Nicola Santorelli. Il dibattito inizierà con i saluti del Sindaco di Ortona , Nicola Fratino e del Presidente della Provincia di Chieti , Enrico di Giuseppantonio, accompagnati dal Moderatore, Giuseppe Ranalli. Chiunque voglia avere maggiori informazioni su iniziative può inviare una mail all’indirizzo officinaortona@gmail.com o può visitare il blog www.officinaortona.blogspot.com

Alessandra Renzetti



sabato, luglio 17

Il corpus Dionysianum

Prendo spunto dall'ottima recensione di Armando Torno, apparsa ieri sul Corriere della Sera, dal titolo Tutti i segreti dell’areopagita, in merito alla pubblicazione di Tutte le opere di Dionigi Areopagita (Bompiani, pp. 828, € 26,50). Armando Torno ripercorre brevemente il dibattito in merito alla parternità di quel Corpus di testi apparso improvvisamente in Occidente nel IX secolo a.C. nelle mani di Ilduino, vescovo di Parigi. L'articolo di Torno offre una buona panoramica della controversa questione, accennando anche alla possibile identificazione dell'autore del Corpus con Damascio, autore platonico del VI secolo, sulla quale spenderei qualche riga. Ora, non adeguatamente Damascio per esprimermi in maniera netta, tuttavia mi sembra che l'identificazione funzioni poco, non tanto per le coordinate storico-geografiche - che potrebbero coincidere benissimo - bensì per il carattere stesso della scrittura "dionisiana"; difatti se per un verso è evidente come Damascio radicalizzi l'henologia plotiniana e ne offra una versione marcatamente teologica, con un'operazione che avrà pari in Occidente solo nell'autore del Corpus e (forse) in Meister Eckhart, per l'altro il sommo "Dionigi" - qualora fossero due autori differenti - appare più organizzato e la visione del modo che veicola nei suoi scritti decisamente più complessa e "pensata" di quanto non emerga negli scritti di Damascio. Quando mi riferisco alla complessità e all'organicità del Corpus penso in particolar modo alla trattazione della demonologia platonica, così ben armonizzata con la teoria della conoscenza e con l'ontologia, che diede vita ad una vera e propria metafisica della luce, come l'ebbe a definire Clemens Baeumker; ovvero ad una struttura concettuale che caratterizzò un fiorente periodo di speculazione neoplatonica medievale, tanto cristiana e quanto araba. In effetti la diffusione del Corpus lungo il medioevo fu straordinaria soprattutto grazie alla traduzione di Giovanni Scoto Eriugena, commissionata da Carlo Il Calvo in persona, e fu decisiva per tanti autori delle età successive, compresi Meister Eckhart e Nicola Cusano; probabilmente a questa fama dell'autore del Corpus contribuì la convinzione che egli fosse quel Dionigi che seguì Paolo dopo il discorso dell'Areopago, del quale si accenna negli Atti degli Apostoli. In ogni caso sulla questione rimando ad autori ben più competenti del sottoscritto in materia e soprattutto al saggio di Carlo Maria Mazzucchi, presente in questa edizione Bompiani. Per concludere, riporto una opportuna considerazione di Giovanni Reale, che Torno cita lungo la recensione, ovvero «che quanto hanno prodotto le opere dello pseudo-Dionigi non era immaginabile al suo autore»: le opere di Dionigi hanno difatti stimolato per secoli le riflessione più alte e raffinate della storia della filosofia e, ancora, si presentano come gemme straordinarie per noi lettori e studiosi del XXI secolo.


sabato, luglio 10

Eppure io mi innamoro

Ospitiamo con piacere, in questo e nei prossimi numeri, alcune poesie del giovane Andrea Cati, pubblicate nel suo ultimo libro dal titolo Eppure io mi innamoro, Edizioni Akkuaria, Catania 2010, con prefazione di Davide Rondoni. Andrea Cati (Latiano, 1984) ha una penna di grande livello: è capace di comunicare al lettore, con una chiarezza e una profondità straordinarie, i moti più intimi del suo “starci”, i profumi della nuova terra e la nostalgia del vecchio vissuto. Questa raccolta di poesie è difatti essenzialmente autobiografica; Andrea sa narrare la lontananza dalla propria terra natìa in maniera non banale e “vuota”, come spesso accade. Le poesie che nascono da un sentimento biografico sono spesso degli effluvi soggettivi, certo interessanti ma al contempo superflui, effimeri; non le poesie di Andrea: esse sono nuvole cariche della potenza più alta del pensiero; è il temporale della ragione, in cui ogni goccia non è altro che una crisi profonda e un interrogare che attiene non solo a sé stessi ma all'uomo in quanto tale. Si nota tutta la formazione filosofica di un poeta che ha saputo intrecciare la filosofia con il proprio vissuto. Allora la nostalgia diviene un qualcosa di immensamente più alto che un mero vezzo del sentimento. In questo libro risuona davvero una “voce visionaria”, come la definisce Davide Rondoni. Su questa scia vi proponiamo la poesia – pasoliniana! – che apre il libro e la sezione “A sud”, in cui i lampi che illuminano il “paese a mezzogiorno” ci permettono non solo di “vedere” i luoghi, ma di sentirne gli odori e quel “dovere” della terra, che a volte vogliono farci credere esser perduto per sempre. Sullo sfondo emergono tutta una serie di tematiche sociali, umane e persino spirituali che lasciamo gustare alla lettura dei versi.



Accade


Le vicende di due uomini piantati ai muri
di ragazzi appesi a un bar:
il vento ci stacca e ci trasporta come polline
presso il ciglio di una strada
al centro del mondo, nel silenzio
di un campo arreso a quel dialetto, laggiù.

Riconoscerti dal profumo del sugo di mezzogiorno
nel grido che dalla volta a stella di una gola
si protrae fino a Francesco, a scomparire
sulle dita di un paese e farsi verso:
identità di un suono irripetibile.

Le vicende di un paese a mezzogiorno
la puntualità delle campane
che da secoli insegnano ai richiami:
cavalli slegati in aria, forza d'uomini
al galoppo di qualcosa, sollevati
da un dovere che brucia tra le case.

Quei due restituiscono la noia
ai ragazzi capovolti sopra i tavoli:
figli e fedeli al lamento dei padri
erosi come ulivi da quel vento
salato da un azzurro che non vedono.


martedì, luglio 6

Il mito di Er

Volevo dedicare questo breve articolo al famoso mito narrato da Platone nel libro X della Πολιτεία. Grazie a Platone, la tematica omerica del viaggio si intreccia all’approccio orfico-iniziatico e trova nuovo terreno nella nascente filosofia: l’ἐξστάσις corrisponde ora ad un cammino di liberazione dal legame corporeo dell’esser-situato in un tempo e in uno spazio, verso l’esperienza di una conoscenza ab-soluta da ogni legame, ossia universale e, appunto, divina. Nel contesto complessivo del libro, suscita particolare interesse «la storia di un uomo valoroso, Er figlio di Armenio», raccontata da Socrate a Glaucone in conclusione del libro X della Πολιτεία, nella quale si narra come dopo il decesso di Er, la sua anima abbandoni il corpo e intraprenda un cammino verso un «luogo inaudito»:
Un giorno questi [Er] morì in guerra; dopo dieci giorni vennero raccolti i cadaveri ormai decomposti, ma il suo corpo fu trovato intatto. Fu portato a casa, e quando, al dodicesimo giorno, stava per venire celebrato il funerale ed egli giaceva sulla pira, resuscitò; e, una volta tornato in vita, si mise a raccontare ciò che diceva di aver visto nell’aldilà. Disse dunque che, una volta uscita dal corpo, la sua anima si era messa in cammino insieme con molte altre e che esse erano giunte in un luogo inaudito, nel quale si trovano due fenditure della terra, contigue fra loro, fronteggiate da altre due poste in alto nel cielo. Nello spazio intermedio tra di esse sedevano giudici […]. Quando si fu avvicinato a sua volta, gli [a Er] dissero che avrebbe dovuto farsi messaggero presso gli uomini delle cose dell’aldilà, e che lo esortavano ad ascoltare e osservare tutto ciò che accadeva in quel luogo.
L’anima di Er, una volta abbandonato il corpo, sembra volare, come la biga nel Fedro5, verso una dimensione meta-terrena. Sulla chiara scia dell’orfismo e del pitagorismo - per i quali l’ἐξστάσις è sempre liberazione dell’anima dalle catene mortali, dal soma-sema - Platone propone il nesso tra l’ἐξστάσις e la visione della Verità, svolto attraverso la narrazione di un viaggio: come Orfeo disceso agli inferi, Er ha avuto in sorte la possibilità di uscire dal mondo (ἐξστάσις), ascoltare e vedere ( θεός ) il meta-mondano, conservarne la memoria, e poter poi tornare (νόστος) e raccontare, «farsi messaggero presso gli uomini». Ma cosa ha visto Er? Qual è il destino dell’anima umana una volta abbandonata questa condizione terrena? Platone può così esporre la struttura mitico-cosmologica del mondo, affine alla trattazione del Timeo, sulla quale innestare la questione del cammino delle anime, della Giustizia e della Felicità.


giovedì, luglio 1

L'angelogia di Leibniz

Questa sera volevo proporvi la lettura della recensione appena pubblicata sul Giornale di Filosofia della Religione, realizzata dal prof. Mario Micheletti sul volume di Mattia Geretto, L’angelologia leibniziana (Rubbettino, Soveria Mannelli 2010) (qui). Ringrazio il professore per la recensione di questo testo molto interessante, tanto per la sua "originalità" quanto per la sterminata tradizione a cui rimanda. L'angelogia è una di quelle tematiche che corrono al limite tra la filosofia, la teologia, la mitologia e persino l'irrazionalità e la superstizione. Porfirio si impegnò nel debellare dalle scuole platoniche la tendenza ad affidarsi a questi demoni, considerati come quel medio tra l'umano e il divino indispensabile nella trasmissione delle preghiere; ce ne danno notizia Apuleio e soprattutto Agostino nel De civitate Dei, quando la demonologia platonica inizia a trasmigrare nel neonato pensiero cristiano. Non ho intrapreso studi particoli in merito, ma credo che la sterzata decisiva dell'angelo verso la filosofia teoretica sia da inscrivere al neoplatonismo e in particolar modo a Dionigi, che non ha timore di riprendere il sistema procliano "arricchendolo" di queste figure la cui valenza "simbolica" o "reale" è tutta da discutere. Credo che soprattutto l'influenza che Dionigi ha avuto nel medioevo abbia determinato quei continui richiami alla figura dell'angelo in sede teoretica, anche in autori apparentemente lontani da quella tradizione, come l'aquinate. Non voglio sottovalutare la componente "biblica", ma credo che un ruolo decisivo nel medioevo lo abbia avuto proprio la lettura dionisiana. Già nella metà del XV sec., tuttavia, l'angelo sembra avvicinarsi alla storia umana, come accade nel De Pace Fidei del Cusano, quando Dio chiama a sè "gli angeli delle nazioni", portatori delle identità dei popoli e delle religioni degli uomini. Questo progressivo "ritorno" dell'angelo alla dimensione "umana" sembra chiaro nel testo qui proposto, quando Leibniz sembra porlo nello stesso universo delle monadi in cui pone l'uomo stesso. L'angelogia leibniziana dunque prosegue l'avventura degli angeli nella dimensione teoretica ma, contemporaneamente, rompe la trascendenza dei "cieli" dionisiani e danteschi, in piena concordanza con il suo tempo. Mi scuso se il contributo è eccessivamente "tecnico" ma mi premeva sottoporre alla vostra attenzione questo breve profilo storico dell'angelo e della sua avventura nella filosofia, tenendo ben presente quanta strada ha percorso da quel demone "mangiatore di odori" descritto da Giamblico, a portatore di un "proprium [...] in quanto entità specifica della rivelazione".


sabato, giugno 26

Premio Web Italia 2010

La scorsa settimana ho ricevuto, con molta sorpresa, una comunicazione ufficiale della Direzione del Premio Web Italia con la quale si annunciava che La Cittadella Interiore è stata scelta per le selezioni finali del Premio Web Italia 2010. La Cittadella difatti compare nell'elenco dei finalisti per la sezone blog, che potete scorrere qui. Insomma, a qualcuno la Cittadella piace. In realtà sono rimasto stupito un po' perchè non ho curato molto la fase di l'iscrizione nè la vetrina che il PWI metteva a disposizione dei vari candidati, ma soprattutto perchè credevo che un blog di filosofia e spiritualità fosse poco adatto ad una competizione simile. Mi sono iscritto per caso su suggerimento di un amico (che a questo punto ringrazio!) e in virtù dei miei 23 anni, fascia di età ancora valida per l'iscrizione gratuita. Una volta iscritto ho lasciato riposare lì sul frame sinistro il link della candidatura, senza alimentare particolari attese. La Cittadella Interiore nasce essenzialmente come un semplice diario personale, un taccuino di appunti che man mano, spesso oltre il mio controllo, è scivolata verso qualcos'altro di molto più importante e scientifico, che anch'io avrei difficoltà a definire. Difatti la Cittadella ha perso quel tono confidenziale rivolto ad una piccola cerchia di amici ed è stata capace - ripeto, in maniera del tutto non intenzionale - di oltrepassare le mura ortonesi, giungendo spesso in luoghi lontani e verso volti a me sconosciuti, con alcuni dei quali ho poi stretto una sincera amicizia; non solo, la Cittadella è diventata un luogo per la speculazione e la ricerca della spiritualità, un luogo paradossale - perchè irreale, perchè internettiano - dove riflettere e cercare pace interiore o persino cercare Dio. E' dunque un sito di spiritualità, come quel mistica.info del mio amico Antonello Lotti? No, di certo. E' ancora un diario. Negli anni è, forse, diventata una vera Cittadella, un luogo dove incontrare stranieri o fratelli tutti accomunati dalla ricerca della Verità e dall'esercizio della ragione, in rispetto dei valori sacri che la tradizione occidentale ha saputo trasmettere. Sono convinto che questo progetto abbia davvero un carattere inedito e che, in piccolo, tutti noi che scriviamo siamo in qualche modo pionieri di un qualcosa che nella rete fiorirà a breve. Certo, ora sono un po' imbarazzato, soprattutto per l'occasione pubblicitaria e un po' "materialista" che il 16 luglio mi vedrà in gara per il PWI, a cui (mi scuseranno per la piccola frecciata) porgo i più sinceri e cordiali ringraziamenti per aver apprezzato il mio umile lavoro. Cercherò di partecipare tenendo a mente quegli Spiriti Altissimi che ci hanno guidato in questi due anni di riflessione e terrò occupato per ognuno di voi, che ha la pazienza di leggermi e commentare, angoletto diverso della Cittadella. Quegli angoli, quei vicoli, quelle casette della Cittadella sono luoghi speciali; rinnovo l'augurio a tutti i lettori, affinchè cercando nei vistri angoli, nelle vostre stradine, nei luoghi più bui e desolati, sappiate trovare quella porticina stretta stretta dove dimora l'Infinito che è in voi e che in questo viaggio continuiamo a chiamare Dio.


venerdì, giugno 18

Wittgenstein

Cari lettori della Cittadella, anzitutto mi scuso per il black-out di qualche giorno, dovuto ad alcuni problemi con la linea internet. Oggi volevo sottoporvi alcune impressioni che ho avuto durante lo studio di alcuni testi di e su Ludwig Wittgenstein, in occasione dell'esame di filosofia del linguaggio. Difatti come già saprete l'area tematica in questione non è tra le mie preferite nè, sono sincero, ho una conoscenza degli autori pre-Wittgenstein e degli snodi successivi adeguata a trattarne, seppur brevemente, sul blog. Anzi, il trattare brevemente un argomento e quindi la capacità di sintetizzarne i punti cardine presuppone, al contrario, una conoscenza solida e delle idee chiare e, quantomeno, fondate sui testi. Tuttavia mi preme condividere un breve appunto che segnai sul quaderno circa un mesetto fa, durante la lettura - faticosa! - del Tractatus e di alcune conferenze. Lo ripropongo qui di seguito nella sua "autenticità", in piccoli spunti forse sconnessi e forse, davvero, fuori luogo.

Man mano che si avvicina a fine Tractatus, W. esprime un "sentimento" del limite del mondo che lui chiama mistico. Durante lo svolgimento, seppur a tratti in modo macchinoso e, forse, involontario, assistiamo ad un progressivo avvicinarsi ai limiti del linguaggio, in un movimento che lui stesso concepisce come il salire una scala a pioli - poi da gettare! Ecco che le proposizioni di coda del Tractatus cercano di mostrare l'inesprimibile attraverso il frantumarsi dei limiti del linguaggio - ossia i limiti del "mio" mondo - facendo leva sulla loro scorrettezza (non-sensi).

Il pensare non si riduce al dire; il linguaggio come "dire" non dischiude l'indicibile presupposto di se stesso, ecco perchè devo accettare di usare un linguaggio logicamente inesatto, che non rappresenta nulla, ma evoca. Si recupera, forse, una sorta di valore poetico. La forma più alta del linguaggio è allora la poesia, che evoca e dischiude.

Lo sforzo del linguaggio di esprimere la propria espressività è votato allo scacco, al fallimiento. Solo allora il linguaggio fa i conti con il limite che esso è; diviene vocazione al mostrare e all'evocare. Dieviene poesia, che fa segno ad un'indicibile che è al di là del mondo come suo presupposto. Non ricordo voe, lessi di un tale che ipotizzava il Tractatus come introduzione al Pellegrino Cherubico di Silesio. L'idea non è malvagia. D'altronde il progetto mi sembra simile al Musst kantiano. Dove la Ragion Pure non sa andare, al noumeno-presupposto d'ogni conoscere e, quindi, dire, Kant tenta un'accesso tramite l'etica pura. E' il musst Angelico! Così anche in W.?



martedì, giugno 8

Perché dirsi europei? Ortona oltre la mura. La giornata dell'Europa 2010

Pubblico sulla Cittadella l'articolo che ho realizzato per il giornale mensile "OfficinaOrtonaNews" e che occupa, con onore, la prima pagina. Si tratta di un "resoconto" della giornata dell'Europa 2010, accompagnato da una breve riflessione sul nostro dirci-Europei e su quale Europa, a mio avviso, sia possibile costruire.

«Tutti i vostri sostegni sono troppo fragili se il vostro Stato conserva la tendenza verso la terra, ma legatelo alle altezze del cielo, con un anelito più elevato, dategli un collegamento con l'universo ed avrete in lui una molla che non stanca mai e vedrete i vostri sforzi abbondantemente ricompensati»

(Novalis, La cristianità o l'Europa, a cura di A.Reale, Rusconi, Milano 1975, p.105)
Perché l' Unione Europea? Perché condividere le decisioni e le responsabilità con gli spagnoli, con i tedeschi o, oggi in voga, con la Grecia dei “furbacchioni”? Ma poi, si decide realmente qualcosa all'UE? Trattasi dunque solo di un patto post-bellico di non belligeranza, oppure è tutta una questione di soldi, la solita speculazione economica che agisce sullo sfondo? Perché e in che senso la più alta tradizione filosofica, letteraria e politica ha da sempre individuato nell'Europa un orizzonte ineliminabile, o a volte persino “ideale” della nostra cultura? Vale la pena, oggi, essere-europei? Le poche questioni accennate non possono che tornare prepotentemente sulla scena durante gli ultimi anni di crisi economica, culturale e politica. L'Europa è davvero chiamata a riflettere sulle proprie radici e sul proprio destino soltanto dalla minor quantità di denaro in circolazione? A nostro avviso – ed esplicito subito i presupposti del ragionamento – la precaria condizione economica rappresenta la punta di un iceberg, che si è solidificato alla svelta tra le acque poco stabili di una koiné europea realizzata anzitutto sull'aspetto economico e non sulla coscienza dei popoli. Ossia dal nostro punto vista l'UE si è realizzata sulla base di un'opportunità economica di aggregazione e non sulla propria storia, cosa che, inversamente – vogliamo sostenere -, avrebbe offerto un fondamento stabile per un soggetto politico davvero nuovo. A testimoniarla, niente è più esplicativo della facilità con cui un paese ricco di storia e cultura come la Grecia viene quasi invitato alla porta – perché non è conveniente condividere denaro e imposte con loro! - e, al contempo, come le stesse porte si spalanchino, ad esempio, alla Turchia o alla Russia. Oppure, sulla stessa scia, si rifletta in merito all'introduzione della moneta unica, che tutt'oggi rappresenta la sola pietra posata coscientemente dagli europei nell'atto di istituire questo “nuovo” orizzonte politico. Non a caso ad un decennio di distanza dalla prima circolazione dell'Euro riemergono termini scettici e posizioni reazionarie. Un'Europa così, pensata esclusivamente in funzione competitiva con gli U.S.A., con la Cina e con l'India sui mercati internazionali, non ha futuro. Un'Europa così è semplicemente una figlia illegittima di un mondo senz'anima.

Vi scrive un europeista convinto, uno che crede nella forza e nella sacralità della nostra tradizione europea, che ha cullato le menti più illuminate della storia e che ha dato vita ad espressioni altissime in scienza, arte, letteratura e in tutto ciò che attiene alle nostre capacità umane. Ma l'Europa di oggi, unita per denaro e convenienza, non ha nulla a che fare con quelle radici culturali, filosofiche e religiose che l'Europa dei popoli ha saputi esprimere sin dall'antichità. E non stiamo qui a soffermarci sui sogni europei di Carlo Magno, sull'Impero di Federico II o sulla ricchezza di tradizioni – mediterranea, baltica, teutonica, iberica, italica, celtica etc. – che l'Europa ha saputo far confluire e dialetticamente armonizzare. Nell'Europa del XXI secolo c'è un'impellente bisogno di cultura, di fare un passo indietro e recuperare quell'unico e straordinario tronco d'albero, appoggiato su una molteplicità multiforme di radici, per contribuire a veder sbocciare i fiori più belli e un giorno, forse, coglierne i frutti maturi. Solo un'azione politica di recupero della nostra coscienza europea potrà fondare qualcosa di nuovo e stabile; potrà fornire il giusto rapporto con quell'orizzonte culturale nel quale siamo situati qui ed ora e con il quale, inevitabilmente, abbiamo da sempre avuto commercio. Entro questo complesso quadro politico – perché il recupero della cultura è sempre un'azione politica – è da sistemarsi la giornata dell'Europa 2010. Non è semplicemente un tentativo di nobilitare una pur ristretta iniziativa portata avanti ad Ortona, ma è l'espressione di una direzione politica e culturale ben definita. Difatti solo leggendo queste giornate nella chiave politico-culturale di tasselli giustapposti nel tempo, come in un mosaico, per il recupero della coscienza europea, allora esse avranno un senso.

In caso contrario, tutte le iniziative in merito all'Europa – di maggiore o di scarsa qualità - rimarranno delle pennellate superflue su un quadro già delineato. Ebbene, ad Ortona la giornata dell'Europa è stata un successo e ha visto la partecipazione di tanti gruppi e di una buona parte del popolo ortonese. Ha visto soprattutto la partecipazione dei bambini, a cui in primis è diretto questo tentativo di trasmettere una coscienza dell'essere-europei. Ecco perché stringe il cuore e smuove lo stomaco percepire l'indifferenza di alcuna stampa e di alcune associazioni locali dinanzi ad un intento di questa potenziale forza e importanza. D'altronde è il solito e triste silenzio di chi per propri limiti non ne intende la portata, spesso chiuso tra le quattro mura di un cieco pregiudizio politico o, peggio, di piccoli screzi personali. Un sentito ringraziamento pertanto va allo Sportello Europe Direct e alla responsabile Eliana Porreca per aver creduto in questa iniziativa e averci offerto spunti per una riflessione cosciente e articolata in merito al destino della nostra città nell'orizzonte più ampio della politica nazionale ed europea. Appare superfluo a questo punto descrivere lo svolgimento della giornata e il ricco programma composto da alcune associazioni e diretto, appunto, dallo Sportello Europe Direct. Si auspica, in tal senso, una Giornata dell'Europa 2011 più partecipata e vissuta da tutta la città – e direi da tutta la nazione – come un vero e proprio appuntamento con la storia, a cui questa Italia, sempre meno incline alla riflessione e al pensiero, non può certo sottrarsi.