"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

martedì, gennaio 26

M. Vannini, Io, la religione e la lettura biblica

Repubblica di ieri, 19 gennaio, ha pubblicato un articolo di Vito Mancuso sul mio Prego Dio che mi liberi da Dio, in cui mi si accusa, tra l’altro, di antigiudaismo. E’ un’ accusa che respingo fermamente, chiamando a testimonianza la mia intera vita di studioso, che ha passato anni a tradurre commentarii biblici: in Israele, nella foresta Giovanni XXIII-Jules Isaac, ci sono cinque alberi piantati in mio onore dall’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma (Keren Kayemeth Leisrael). Tale accusa si fonda infatti sul metodo di citare frasi mutile, avulse dal contesto, o addirittura di attribuire a me quelle che sono invece citazioni di ben più alte autorità. Quest’ultimo è, ad esempio, il caso della teologia definita come “animalesca”: non da me, ma da Meister Eckhart (da cui il libro stesso prende il titolo), e il contesto spiega bene in che senso: bestialità in quanto ignoranza, giacché la teologia è presuntuoso discorso su Dio, che è invece al di là di ogni possibile discorso. E’ anche il caso del “cristianesimo purificato dall’ eredità di Israele”: citazione, questa, di Simone Weil, altro punto di riferimento fondamentale del libro - e meraviglia che Mancuso lo taccia, visto che le ha dedicato un suo libro: forse teme l’accusa di “sinistro antigiudaismo”?

Mi viene soprattutto rimproverato,a proposito della condanna di Gesù, l’ errore di parlare di “ebrei”, senza specificare che si trattava dei soli sadducei collaborazionisti, mentre invece proprio nella riga precedente a quella incriminata si dice che Gesù fu condannato dal “potere sacerdotale ebraico, alleato di quello politico dei romani”, ovvero la stessa tesi che sostiene Mancuso. E’ comunque evidente da tutto il contesto che non intendo affatto attribuire assurde responsabilità storiche collettive, ma solo sottolineare che il cristianesimo si è costituito sulla affermazione della identità tra Gesù e il Padre - bestemmia, questa, per l’ebraismo, che marcava in modo netto l’opposizione tra le due religioni. Che la storia biblica sia costruita su falsità - invenzione i Patriarchi, invenzione l’ Esodo, invenzione il Tempio, invenzione la Legge , ecc. – e che ciò sia stato fatto per fini politici, è un dato acquisito dalla più moderna ricerca storico-critica (nel mio libro si cita tra gli altri Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Laterza), e che si sia così costruita “una comunità chiusa non solo per religione ma anche per razza” (ibid. p. 391), lo è altrettanto. Perché non si tratta infatti di criticare un libro biblico piuttosto che un altro, accettando ciò che piace e rifiutando quel che dispiace, ma di riconoscere che “la vera suprema bestemmia è chiamare sacro ciò che proviene da mano umana”, come diceva l’umanista Cornelio Agrippa. Nel momento in cui il maggiore editore cattolico italiano presenta la Bibbia come “via, verità, vita” attribuendo a un libro ciò che Cristo dice di se stesso, credo sia legittimo parlare di religione come menzogna, accanto a religione come verità. Di questo, e non d’altro, tratta il mio libro, che perciò rivendica l’importanza della fonte greca, e del platonismo in particolare, nella formazione del cristianesimo.

Platonismo significa il primato dell’interiorità contro l’esteriorità; significa non costruire teologie/mitologie, ma cercare di “farsi simili a Dio” nella giustizia. Significa conoscenza della malizia insita nell’io, nel suo quasi insopprimibile egoismo, e dunque della necessità di una conversione, di una “morte dell’anima”, ossia di un radicale distacco dall’egoità. Significa, in conclusione, l’esperienza tanto della natura quanto della grazia, e del primato di quest’ultima - ed è su questo che il cristianesimo si è fondato, e che la mistica – unica vera erede della filosofia greca – ha mantenuto nei secoli. Non si tratta quindi di me o di Agostino, col suo “gelido pessimismo”, come vuole Mancuso, quanto e soprattutto di Cristo stesso: odiare la propria anima/vita, rinunciare a se stessi, morire a se stessi come muore il chicco di grano e esperimentare la rinascita e la nuova vita nello Spirito, sono infatti i passi e i tratti essenziali del messaggio evangelico e le condizioni della sequela Christi. Se si cancellano questi, Gesù, ormai solo uomo, viene ridotto a un maestro new-age, e il cristianesimo (ma ha senso chiamarlo così?) a una melassa insulsa e insignificante.


Marco Vannini


lunedì, gennaio 25

Sulla strada intitolata a G.Almirante

Oggi volevo esprimere una serie di dubbi sulla recente decisione di intitolare una strada a Giorgio Almirante. E mi spiego subito: ho dubbi sulle motivazioni "ufficiali" per cui A.R. Guarracino e A. Schiazza hanno proposto di intitolare la strada ad un personaggio così discusso e così ambiguo, ma nutro altrettanti dubbi sulla necessità di organizzare una protesta ufficiale e alzare il polverone che si sta preparando in questi giorni. Mi piacerebbe avere una risposta dalla Signora Guarracino alla prima questione, poichè credo che tra tutti i personaggi del periodo fascista a cui poteva intitolare una strada, Giorgio Almirante sia proprio uno dei meno indicati. Sciogliamo subito un nodo: non sono un estimatore di Mussolini nè dei metodi del fascismo; tanto più che in quel periodo la mia famiglia fu danneggiata sensibilmente - e nella conferenza dedicata a Beniamino e Ermanno Fiamma, forse, ascolterete qualcosa. Se la Sig. Guarracino, "nostalgica" o semplice "sostenitrice" di quel periodo (in barba alla legge, io credo che un uomo abbia comunque il diritto di credere nella figura storica di Mussolini), aveva intenzione di portarci alla mente delle figure importanti della destra sociale della prima metà del '900, a mio modesto parere poteva benissimo indirizzarsi verso altri individui. Credo, difatti, che bisogna liberarsi dal complesso anti-fascista e cercare di utilizzare un metro più "vuoto", più distaccato dalla rabbia post-guerra e dai risentimenti, che generano solo nuova violenza. Quali individui? Ad esempio coloro che hanno animato il dibattito culturale e letterario dei primi anni '20. Già, perchè nonostante l'immagine del fascista rozzo e del governo che incentiva l'ignoranza e non la cultura, durante il fascismo abbiamo avuto uno dei migliori "ministri della pubblica istruzione" (con un nome attuale) che l'Italia ha potuto vantare nell'ultimo secolo. Giovanni Gentile, l'ultimo italiano che ci viene invidiato tra gli intellettuali d'Europa, istituì le scuole elementari e l'obbligo fino ai 14 anni e fu uno dei massimi esponenti dell'idealismo. Con altrettanta stima penso ad Ezra Pound, che, lo ammetto, leggo spesso con piacere e che sembra essere, come lo definisce Massimo Cacciari, un "profeta biblico". Insomma, potrei andare avanti e mi limito solo a personaggi della cultura: quell'Italia era ricca di movimenti culturali, sintomo di un grande fermento, a cui va resa giustizia. Anche la nostra Costa Teatina offrì gente di valore e penso a d'Annunzio, a Filippo Masci, al Circolo di Michetti e così via. L'idea del fascista "rozzo e ignorante" è stata difatti la classica montatura del vincitore-buono contro il cattivo. Questa usanza è rintracciabile sin dall'antichità, quando, ad esempio, i Persiani passarono come "barbari" e "ignoranti" alla Storia Europea, non a caso scritta dai Greci, fino all'attuale immagine stilizzata del leghista rozzo con il bastone intento a correre dietro ad un manipolo di immigrati. Ora cambiamo punto di osservazione. Scrivevo quanto il polverone contro questa intitolazione di strada mi sembri eccessivo e in un senso ben preciso: è lo stesso polverone che si sarebbe alzato negli anni '60, quando le ferite della guerra erano ancora vive e quando i partigiani erano il nucleo della nuova Italia in ripresa. Io credo che per una nazione matura sia necessario conciliarsi con il proprio passato - conciliazione che non significa giustificazione o negazionismo - per proiettarsi verso un futuro di armonia e libero da risentimenti. E la riconciliazione non può che avvenire a livello della Cultura, dove più chiaramente è possibile rintracciare autenticità e intelligenza anche in quel periodo, che pare sempre molto, forse troppo, buio e primitivo. D'altronde, ad esempio, buona parte della sinistra intellettuale, realmente democratica, ha iniziato da qualche anno a leggere e studiare Carl Schmitt, il giurista di Hitler e ad apprezzarne alcuni spunti. Ecco che la mia personale proposta sarebbe quella di aggiustare il tiro e intitolare la strada ad un personaggio di rilievo dell'epoca fascista, come un Giovanni Gentile, un Ezra Pound o persino qualcuno delle nostre zone. La strada può essere l'occasione per provare da un lato (destra) a sdoganare quei pregiudizi culturali ai quali facevo riferimento e ridare così dignità ad un periodo importante della storia d'Italia; dall'altro (sinistra) per riconciliarsi con questo passato in maniera finalmente civile e matura.


martedì, gennaio 19

Beniamino ed Ermanno Fiamma, una magnifica vittoria sul libro della scienza italiana

ORTONA 30 GENNAIO 2010
ore 17.00
SALA EDEN


Relatori:

- Ing. Giuliano Franceschi (Ass. Amici del Museo Navale e della Storia)
- Prof. Antonio Falcone (Presidente Ass. Storia Patria sezione di Ortona)

Modera:

- Dott. Andrea Fiamma (Presidente Ass. Officina Ortona)



Nel Golfo di La Spezia nel 1924 l'esperimento di un MAS a controllo remoto.

Due inventori italiani con l'aiuto della Marina Militare anticipano di 80 anni la realizzazione di un Unmmanned Surface Vehicle. In un libro del dott.Sergio Del Santo, dedicato alle copertine della "Domenica del Corriere" riguardanti La Spezia ne troviamo una che parla di un esperimento, fatto nel 1924 dagli inventori Ermanno e Beniamino Fiamma, di eseguire il controllo remoto del MAS 223. La cosa avvenne dal torrione del Varignano, grazie all'appoggio che la Marina Militare Italiana diede a questa iniziativa, come anni prima aveva fatto con Guglielmo Marconi.

Il valore scientifico dell'iniziativa è notevolissimo, come l'attualità che esso conserva, in quest'epoca in cui le forze armate di tutto il mondo si stanno dotando di mezzi senza uomini a bordo per missioni di sorveglianza e difesa attiva. La conferenza nasce da ricerche mirate sul tema tecnico e sulla figura degli inventori nostri concittadini.

Queste due linee di ricerca hanno portato ad acqui-sire un notevole bagaglio documentale relativo ai seguenti aspetti principali:

1) Le ricerche condotte dagli Inventori Fiamma sfociarono in un Brevetto rilasciato negli Stati Uniti. Tale fatto è sicuramente molto importante, tenuto conto di quanto fosse aleatoria all’epoca la tutela della proprietà intellettuale specie negli USA verso gli stra-nieri.

2) Le ricerche hanno permesso di trovare a L’Aquila il figlio ed il nipote di Beniamino Fiamma. Essi hanno fornito molto prezioso materiale sull’argomento. Soprattutto il testo di una relazione sugli esperimenti a La Spezia con dettagli molto interessanti da cui si evince il rigore scientifico con cui i Fiamma e la Marina Militare condussero le prove.

3) Ulteriore area di ricerca è stata verso il Politecnico di Milano presso il quale Beniamino Fiamma conseguì la Laurea in Ingegneria. Dal Politecnico sono stati trovati altri interessanti documenti. In particolare uno di essi rivela un aspetto molto significativo: Beniamino sospese gli studi per aiutare il cugino a condurre la sperimentazione a La Spezia.


L'eleganza del riccio. La bambina, la portinaia, il giapponese.

Apro volentieri La Cittadella ad una "penna" speciale, A.D.L., che ci offre una recensione del film "L'eleganza del riccio", tratto dall'omonimo romanzo di Barbery Muriel, pubblicato nel 2007.

Film amabilissimo, commovente e moralmente disarmante. In questo film francese gli equilibri sembrano cedere e rinfrancarsi ad ogni scena. Palomà, dall'alto dei suoi 11 anni ha l'impressione di vivere come un pesce rosso in una boccia d'acqua e di conseguenza avere un senso della vita scontato, qualcosa di già visto, al quale senza troppo peso si può mettere fine. Stessa sensazione provata da Reneè frustrata e indurita, non tanto da se stessa quanto dalla caotica quotidianità degli inquilini della palazzina che la guardano e passano senza realmente vederla.Tutto questo bailamme trova un supremo ordine cosmico con l'entrata in scena e nel contesto abitativo di Ozu, ricco giapponese pieno di acume intellettuale, che con estrema grazia e tatto aprirà un varco emozionale nel cuore di Reneè. C'è un risvolto culturale fondamentale e interessante nell'ultima parte del film, che è quello dell'integrazione delle tradizioni provenienti da altri paesi.

Reneè impara ad amare l'arredamento delle case Giapponesi, la cortesia dei costumi, come quella di lasciare le proprie scarpe all'ingresso di casa, ospiti inclusi e indossare delle buffe babbucce, un pò come tenere fuori dall'intimità della casa influenze esterne, al di là della comodità. Assaporare l'arte culinaria Giapponese tanto diversa da quella francese, nello specifico, ma ricca di cerimoniale, che trasforma un semplice pasto in momenti di forte ritorno al passato. Così Reneè ha modo di vivere una realtà meravigliosa, fuori da ogni aspettativa, fatta di conoscenza interpersonale, rispetto, interessanti argomentazioni e amore per l'altro. Amore in senso generale che trascende il corpo. L'epilogo di questa storia, che non anticipo, non può essere altro se non quello di condividere attivamente le emozioni nella vita, lasciare qualcosa di speciale, non a tutti ma solo a chi ci comprende. Sempre se non vogliamo fare la fine di un qualsiasi pesce nella boccia.

A. D. L.


venerdì, gennaio 15

Un resoconto della presentazione del vol. 2 delle Lezioni di filosofia della religione di Hegel

Segnalo il resoconto al convegno "La filosofia dello Spirito di Hegel. Aspetti e problemi" che si è tenuto tra il 12 e il 13 gennaio 2010 a Chieti. Ho partecipato con interesse e, a prescindere dal resoconto per l'AIFR, ho trovato tutti gli interventi davvero stimolanti. Riporto, come di consueto, parte del resoconto, che trovate integralmente a questo indirizzo:
Recentemente è stato pubblicato in traduzione italiana il secondo volume delle Lezioni di filosofia della religione di G.W.F. Hegel, a cura di R. Garaventa e S. Achella, Guida, Napoli 2009, che presenta i testi delle lezioni dedicate da Hegel alla "religione determinata" durante i corsi da lui tenuti a Berlino nei semestri estivi 1821, 1824, 1827 e 1831. Le precedenti traduzioni italiane si basavano sulla vecchia edizione tedesca a cura di Georg Lasson (1925-1929), la quale presentava questi testi in forma unica, con l’intento di fornire una prospettiva unitaria. (continua qui)



giovedì, gennaio 7

Laico, non credente.

Oggi pomeriggio sono stato ad ascoltare la presentazione dell'ultimo testo di Maria Codignola, L'enigma della maternità. Etica e ontologia della riproduzione, tenutasi a Francavilla per iniziativa della SFI. L'autrice è stata precisa nella terminologia e chiara nell'esposizione delle proprie idee, ma non ho intenzione di trattarne in questa sede i contenuti, sia perchè sulla tematica sono totalmente impreparato sia per un senso di "pudore", dato che il testo sembrava esser concepito per donne e madri - inutile dire che l'approccio mi ha un po' infastidito ma non ne faccio certo un caso di Stato. Durante gli interventi del pubblico mi è capitato di astrarmi della discussione, prestando ascolto in modo incostante e superficiale, così come accade quando si è annoiati. Mi è parso di rilevare un dato importante nelle esposizioni e nelle domande rivolte, un dato che non c'entra nulla con il testo, ma che, credo, possa esser utile anche in quella direzione.

Durante gli interventi molto spesso ho sentito ricorrere la premessa "sono laico/a, non credente"; solitamente a questo adagio seguiva qualche interlocuzione avversativa come "eppure", "però" o veniva anticipato da un secco "nonostante". In definitiva molto spesso chi interveniva si trovava a concordare con le posizioni cattoliche in merito ad aborto e/o fecondazione assistita e/o eugenetica etc. e sentiva il bisogno di sottolinare come questo loro accordo non fosse frutto di una fede bensì di una libera e cogente posizione. Ancora una volta ho assistito all'opposizione fede-credenza-chiusura-irrazionalità / ragione-libertà-anticristianesimo. Stavolta, tuttavia, vorrei permettermi di tirare le orecchie non solo al mondo laico ma anche e soprattutto al mondo cattolico; dopotutto se è vero che la tendenza al dualismo è tipica del laicismo più intrasigente, è altrettanto vero che in questi anni e soprattutto su queste tematiche la Chiesa Cattolica e il mondo cristiano hanno fatto di tutto per rinfocolare questo dualismo. Le posizioni della gerarchia e le manifestazioni popolari in onore della famiglia e della vita sono state troppo spesso dei pretesti per scendere ad una lotta pseudo referendaria - e il referendum c'è stato non a caso - quando invece sarebbe bene affrontare questi temi con la maggiore serenità possibile. L'orizzonte dell'autentica laicità è ancora molto lontano.


mercoledì, gennaio 6

La Gioconda di Leonardo

Un gioco di un medico o gli effetti di una cultura ottusamente materialista?

La notizia su Corrierefiorentino.it.


venerdì, gennaio 1

Sul monachesimo: Massimo Cacciari

Qualche tempo fa, in un intervento dal titolo Nuovo ascetismo o nuova età comunale chiedevo:
Come vivere e respirare lo spirito europeo? Sarà forse in nuove abbazie, in un nuovo ascetismo o in una nuova età dei comuni? L'interrogativo è qui accennato. Oggi volevo indicarvi un'intervista a Massimo Cacciari risalente al 2002 (qui), nella quale il filosofo viene interrogato sull'importanza storica e filosofica del movimento monastico. Non ho mai nascosto l'ammirazione intellettuale per il Sindaco di Venezia, ma più che la sua analisi - puntuale, al solito - del paradosso monastico, oggi mi interessa la prospettiva che tratteggia nelle poche righe che ora riporto:
Che cosa l'affascina nella figura del monaco?

"Il suo non essere mai catturato dal mondo, cioè la sua ascesi, senza tuttavia essere mai separato dal mondo. Quella del monaco è un'ascesi associata, agonistica, in continuo confronto e lotta con il disordine del mondo, che vuole trasformare. Il monaco ha impeto missionario, evangelizzante, vive una tensione drammatica con il mondo. L'immagine corrente del monaco come di uno che fugge dalla società è aberrante, ci viene dalla feroce polemica dei protestanti e degli illuministi. Lo straordinario dell'esperienza monastica è invece separarsi sì da tutto e seguire Cristo, ma proprio perché imiti Cristo non ti separi da nulla, ma anzi coltivi, lavori il tuo campo, lo rendi fruttifero. Ora, l´attuale cultura appare totalmente asservita al mondo. Ma chi è servo, potrà mai "conquistare"? I monaci che ricusarono il mondo hanno fatto l'Europa, noi che abbiamo accettato, che ci siamo fatti semplicemente mondo, servi della tecnica e dell'economia, saremo mai capaci di creare una nuova comunità mondana? Sono convinto che chi non ha la forza interiore di distaccarsi, non di separarsi, chi dipende e basta dalle cose del mondo, mai potrà "dominarlo". Il monaco è questo paradosso: il suo nome significa solitario, ma egli vive insieme, anche nei momenti di estrema anacoresi. Ciò significa che, per essere veramente insieme, occorre essere capaci di entrare nella propria verità, di pervenire al proprio "fondo". In altri termini, soltanto chi è capace di essere solo, potrà costruire comunità. Oggi, se uno sta solo cinque minuti, accende la tv, sta con i mezzibusti"
.
Questo approccio è affine alle formulazioni che anche in altri interventi cercavo di portare avanti, tratteggiando un futuro Europeo laico che possa essere a immagine di quelle comunità così alte e rare che hanno iniziato a formarsi nei primi secoli dopo Cristo e che, probabilmente, sono le vere eredi delle scuole filosofiche, come sostengono M.Vannini e P.Hadot. Il filosofo deve saper guardare oltre, deve adattare la propria visione e saper guardare, come Linceo, con uno sguardo im-mediato che sappia cogliere l'universale. Le mie riflessioni erano state bollate come frasi di un reazionario, di uno che stava perdendo il senno, un fanatico conservatore; ecco perchè questa intervista è, oggi, importante anzitutto per tracciare una strada e per farsi coraggio nella speculazione.
Professor Cacciari, è possibile che i valori sociali di una comunità monastica siano oggi propri anche di una comunità laica?

"Non lo so. So soltanto che se dimentichiamo la dimensione del monachós, se la mia vita si risolve in egoismo o mera "confusione" con la massa degli altri, non nascerà mai una comunità. Questa infatti presuppone dei distinti, persone che cerchino di conoscere se stesse. La vera domanda è un´altra: se sia possibile una comunità senza Grazia, senza fede (ma la fede è Grazia, è dono). Non saprei risponderle. Ma il problema essenziale è capire chi sia il monaco, è porsi le domande in modo corretto".


La comunità monastica, in definitiva, ci insegnerà qualcosa?

"Non sono un profeta. Dico semplicemente che per porsi correttamente il problema dell'Europa, bisogna porsi correttamente il problema della spiritualità monastica"