"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

venerdì, febbraio 26

Esame in Università. Anno di grazia 2010.

Mattina di fine febbraio, venerdì. Tra alcuni raggi di sole e il solito clima d'improvviso serioso delle sessioni d'esami, mi apprestavo anch'io a sfogarmi con il professore. A sfogarmi perchè non era un esame qualunque: il professore mi aveva gentilmente concesso di impostare la discussione a seconda delle mie attitudini, facendomi indicare testi e temi di mio gradimento da portare per l'esame. Scelsi Schelling e alcuni testi più o meno importanti sulla questione della Libertà umana; con essi, l'immancabile saggio di Massimo Cacciari. Arrivato dinanzi alla porta del professore, la situazione era letteralmente raccapricciante: alcuni studenti presi dall'ansia ripetevano da soli a menadito, altri correvano per i corridoi e quella ragazza... quella ragazza impacciata, che, seduta al mio fianco, sembrava riprodurre perfettamente un nastro inciso in precedenza, con un tono di voce troppo stridulo per concedermi riposo. Nonostante tutto, fui chiamato presto all'appello e il fastidio cessò. Entrai nella stanzina del professore e, dopo aver salutato a mezza bocca con il mio solito imbarazzo, mi accomodai senza troppi complimenti dinanzi al professore. Al suo fianco, il suo assistente stava scorrendo l'elenco dei ragazzi iscritti al suo esame. Non feci in tempo a capire bene le dinamiche, ma mentre il professore si alzava e poi si risedeva e compilava e metteva in ordine, ecco che mi ritrovai dinanzi alla sua scrivania di legno compensato, lunga circa un metro e mezzo, seduto al fianco di un'altra ragazza - non la stessa dell'atrio - che in quello stesso momento era stata chiamata per sostenere l'esame con l'assistente del professore. Eravamo seduti l'uno al fianco dell'altro e, dinanzi a noi, i rispettivi esaminatori. Noi ragazzi sembravamo pronti per la partenza, come se stessimo partecipando ad una gara di corsa. Il momento era giunto: due domande e si parte! Gran caos. Vidi la mia collega "partire" come una furia, con una corsa esagerata; l'aveva provata tante volte quella partenza, proprio come i corridori! Io rimasi, guarda caso, un po' imbambolato. Dinanzi a me, il professore, che nel frattempo si era di nuovo alzato per rassettare la scrivania, mi incoraggiava a partire. In quel momento di tutto avrei potuto pensare e dire, meno che trattare di filosofia. La filosofia ha bisogno di calma, silenzio e tanta riflessione. Bisogna sentire le parole risuonare nel petto. Ecco, ne sono convinto. Ma nonostante tutto, partii anch'io, esibendo un "nastro" davvero mirabile; tra citazioni e riferimenti, stavo abbracciando il testo di Schelling e mi preparavo ad avvincghiarmici come una piovra. In cuor mio mi sentivo un pagliaccio. Stavo scimmiottando la filosofia proprio mentre trattavo della Libertà, della Creazione, del Deus-Trinitas, dell'Uno. Grande tristezza e sconforto. Alla domanda successiva feci una pausa e cercai di appigliarmi al Pensiero. Ebbene, per un attimo quel Fondamento è balenato: l'ho percepito, l'ho sentito parlare alla mia mente. E ha fatto breccia proprio mentre cercavo di socchiudere gli occhi e astrarmi dal caos. Così intorno a me la stanza era d'improvviso vuota: si notavano gli occhi di Rosenzweig sullo sfondo e lo sguardo stanco di Schelling ritratto su un testo. E poi tante righe. La ragazza, il tavolo, il Mac, le carte non c'erano. Neanche il professore compariva. Ero da solo, mentre sfregavo, sempre più lentamente e dietro la felpa, quel simbolo pagano-cristiano che da troppo tempo porto al collo, nascosto quasi con vergogna. Nel frattempo ricaddi nel caos e conclusi la performance con scarsa convinzione. Il professore, al contrario, mi sembrava persino emozionato. Lo si vedeva dagli occhi scuri che mi fissavano. E' una brava persona; chiese di me, dei miei studi e della mia tesi. Mi diede la lode, ma, di quella mattina, di tutto mi porto dentro meno che una lode.


mercoledì, febbraio 24

Vincent Van Gogh

Questa mattina ho ricevuto una graditissima telefonata di un "viandante" della cittadella, il quale mi ricordava come troppo spesso i grandi filosofi e gli Spiriti più alti hanno avuto una vita materiale, per così' dire, mediocre, tra difficoltà e stenti d'ogni genere. Appena qualche ora dopo, leggo su un quotidiano la notizia dell'avvenuto ritrovamento di un'opera di Van Gogh, fino ad ora sconosciuta, nella cantina di un collezionista privato olandese, che - si legge sul Web - ha sempre avuto una «cattiva fama» come commerciante di opere d'arte. Vincent Van Gogh mi sembra un caso eminente di quella "cattiva vita materiale" a cui si faceva riferimento: visse sempre sull'orlo della poverà, spesso aiutato dal fratello Theo e dalla sorella Anna e fu costretto a spostarsi frequentamente, tra la sua Olanda, il Belgio e la Francia, la capitale dell'Impressionismo, proprio mentre si accingeva a "superararlo". L'interesse per Van Gogh, benchè occasionale, è espressione dello stesso ordine di convinzioni che da tempo cerco di esporre nella Cittadella. L'artista - scrivevo - è capace, perchè geniale, di render viva quella forza, quell'energheia, quella traccia che ognuno di noi ha in sè. Queste righe descrivono bene la figura di Van Gogh, che nel dipingere esperiva l'universo con un'intensità assoluta, forse eccessiva per un uomo, al punto di cadere in estasi ed uscire di senno.

I medici lo dichiaravano malato d'epilessia e isterico, ma quale limite vi è tra il sentire sovraumano di un artista e la follia di chi ha perso la ragione? Sì, van Gogh chiese spesso di esser portato in manicomio, ma, fortuna, non vi entrò. Per tutta risposta, dipingeva con una vera e propria vena "isterica", alternando periodi di frenetica produzione (si narra che dipingesse fino a 3 o 4 quadri al giorno) a momenti di tristezza e insoddisfazione, nei quali, forse, solo la sua pipa poteva rasserenarlo. Nella sua breve vita produsse quasi un migliaio di tele, tutte ispirate ai volti che incrociava e soprattutto alla natura, che sorprendeva nelle tele in pose straordinarie e dai più differenti umori. Nell'estate del 1890 cadde in una depressione fortissima senza via d'uscita. Una mattina chiese al padrone della locanda dove soggiornava di prestargli un fucile per quaglie; si diresse verso la riva di un fiume e si sparò, lasciando questo mondo immerso nella natura che aveva sempre amato. Qualche tempo dopo, molte sue opere finirono nel povero camino della sorella Anna, che non aveva denaro per acquistare la legna. Oggi quegli stessi quadri valgono una enorme quantità di denaro. Eppure mi piace pensare che Van Gogh avrebbe preferito vedere i suoi lavori nel fuoco, restituiti alla natura madre, più che venduti, ad un'asta miliardaria, ad aristocratici con l'anello d'oro.


mercoledì, febbraio 17

Schelling: la tragedia tra Libertà e Necessità

In un recente intervento ho già avuto modo di tratteggiare il il rapporto di Schelling con l'arte cristiana, facendo riferimento soprattutto alla Filosofia dell'arte. Oggi vorrei continuare a percorrere questo solco, nella convinzione che la tradizione occidentale sia stata in grado di veicolare una rosa importante di idee estetiche e visioni dell'arte, che in questi tempi non riusciamo ad apprezzare adeguatamente. Ai giorni nostri, difatti, è passata un'idea pseudo-kantiana secondo la quale l'arte si occupa soltanto del bello, che è pressocchè inutile per la vita umana ed è una mera aggiunta estetica all'esperienza "reale". Se è vero che il mondo attuale giudica i "prodotti umani" in virtù della loro spendibilità e praticità, non stupisce che l'arte, intesa in quel modo, trovi poco spazio nella vita di un uomo adulto e persino sui banchi di scuola. Recentemente ho avuto modo di apprezzare l'immensa riflessione estetica schellinghiana, in particolar modo i passi riguardanti la tragedia greca; vorrei portarli alla vostra attenzione, con l'intento di mettere alla prova l'idea di arte intesa come un'appendice, un qualcosa che si può agganciare o sganciare su una struttura solida composta da cose "pratiche" e "concrete".

Dal punto di vista di Schelling, la tragedia greca è una rappresentazione (Darstellung) di quella conflittualità propriamente umana tra Libertà e Necessità. La tragedia, su tutte le arti, mette in scena, rende visibile, quella contraddizione tra un Fatum oggettivo e sovrapotente (Übermacht) contro la libertà umana, con esso in perenne lotta. Credo che non sia necessario essere un lettore/fruitore di tragedie o un frequentatore di teatri per apprezzare questo modo di tematizzare un conflitto che ci troviamo dinanzi quotidianamente: tra un piano necessario e oggettivo - che può essere quello delle leggi, della causalità fisica, del meccanicismo, dell'istituzione etc. - contro la volontà che si autodetermina liberamente, come se non esistesse alcuna rete e alcun limite. Ognuno nella vita di tutti i giorni, benchè si senta padrone di se stesso e in diritto/dovere di esercitare la propria Signoria su di sè, si trova a fare i conti con strutture invalicabili, che appaiono tanto oggettive quanto oppressive. Alcuni uomini, nella storia del pensiero, hanno identificato buona parte di queste strutture con quelle della Società, puntando a far slittare quella lotta tra Libertà e Necessità nei termini della lotta tra il singolo e le Istituzioni. In effetti anche nel rapporto del cittadino con lo Stato - come ben sapeva Hegel -, l'uomo vive un riflesso di quel polemos che sembra abitare ogni luogo e caratterizzare ogni azione umana.

L'arte, tornando a Schelling, tocca direttamente questa esperienza umana ed è capace di offrircene una rappresentazione. Non solo: è in grado di mimare una conciliazione verso un piano più alto. L'eroe tragico vive il dolore di una lotta che è perdente per definizione, ma che acquisisce dignità proprio perchè è espressione della libertà umana: « Edipo è un mortale destinato dal Fatum a diventare un criminale, in lotta lui stesso contro questo Fatum, eppure temibilmente punito per un crimine che era opera del destino!». Nell'Edipo, al culmine della tragedia, Libertà e Necessità si identificano, poichè Edipo volontariamente giunge ad accecarsi; si fa carico della colpa e carnefice della punizione che il Fatum gli destina, realizzando perfetta conciliazione tra la propria libertà - massimamente espressa nel processo che va dal dolore iniziale alla lotta fino all'automutilazione - e il Fatum, legge oggettiva e di un piano ulteriore. Se l'arte - in questo caso per Schelling la tragedia - riesce a toccare l'essenza della vita umana, riesce a tematizzare quelle insiedie e quelle aporie che il cammino ci pone dinanzi, allora essa non può essere percepita come un qualcosa di aggiuntivo, ma deve tornare a essere parte integrante della nostra vita. Come nella "teatrocrazia" greca, l'uomo attuale dovrebbe tornare a interrogare il teatro, la pittura, la musica e in generale la forma artistica, per iniziare a comprendersi e comprendere il mondo nel quale siamo immersi e siamo chiamati ad attraversare.


domenica, febbraio 14

Foibe: tra Storia, Testimonianza e Giustizia.

Lunedì 8 febbraio 2010 sono stato invitato dal "Comitato10 febbraio" della Provincia di Chieti a moderare la commemorazione per il "Giorno del Ricordo", tenutasi al Teatro "F.P. Tosti" di Ortona, dinanzi alla presenza degli studenti delle scuole medie e superiori. Ho avuto il compito di introdurre la manifestazione e il piacere di moderare la conferenza dei prof.ssori N. Cercecca e G. D'Agostini, esuli dalle terre istriane. Vi sottopongo il breve articolo che ho scritto per l'occasione e che abbiamo pubblicato sul giornalino "Officina Ortona NEWS".


Un monito per il futuro e una preghiera per il passato: questa è stata in sintesi la manifestazione dedicata al "Giorno del Ricordo", che ho avuto l'onore di presentare al teatro "F.P. Tosti" di Ortona, l'8 febbraio 2010. Come sottolineavo nell'introduzione, nel termine "ricordare" risuona, sin dall'etimologia (Ri-cor-dare; da cor, cordis), l'atto di "porre al cuore", di "accentrare" un qualcosa che ancora gravita "alla circonferenza"; ricordare dunque quella tremenda esperienza di esodo dalla propria terra, che hanno vissuto gli esuli N. Cernecca e G. D'Agostini, dopo aver assistito, inermi e impotenti, all'omicidio dei propri cari, gettati nell'abisso delle foibe o trucidati all'ombra di un albero - come racconta, ancora tremante, N.Cernecca in merito alla morte del padre. Dunque quale ricordo più vivo di una testimonianza? Ma attenzione: non vi è qui nessuno sterile sentimentalismo o sfondo smielato; il cuore non è altro che l'organo della Vita, del sé più profondo, che pulsa e diffonde "energia" a mente e stomaco. Tanto buono stomaco e denti forti sono necessari per digerire quei freddi numeri, accompagnati da altrettante croci, dietro ai quali riposano civili e innocenti, "crepati" in quelle fosse come neanche le bestie peggiori - perchè il morire richiede dignità e crepare è inumano.

Durante la mattinata si sono intrecciati due registri: la Storia e la Testimonianza. La Storia non può che elevarsi dal suolo e dal sangue, mirando a comprendere il passato "dall'alto". Lo storico deve salire al cielo e saper guardare con occhio trasparente, oltre le intemperie e le nuvole, cariche di pregiudizi e rigidità mentali, che si addensano sotto di sé. Durante l'intervento storico di D'Agostini, di nuvole ne ho scorte tante, tra gli sguardi e i gesti di chi rimane legato al retaggio di anni infuocati. Tuttavia questo alzarsi non può che stare sempre in dialettico rapporto con l'altro registro, ossia la Testimonianza. Testimoniare è affidare la propria umana esperienza ad un altro da sé, che ha il compito di custodirla e renderne onore. Il contributo della prof.ssa Cernecca è altissimo: è una vita che grida contro quel dolore e quel male inaccettabile, invocando una Giustizia che non può che essere di un piano ulteriore. Una timida terminologia religiosa si affaccia nella sala - dolore, Giustizia, fede, Redenzione - a volere, appunto, sospingere verso l'Alto quella domanda di Verità , che troppo spesso ha fatto i conti con la sordità degli uomini. Il compito delle nuove generazioni non è allora la semplice memoria: dobbiamo saper rispondere a quel grido, a quella richiesta di Redenzione, che solo la conoscenza e la cultura possono placare.


domenica, febbraio 7

La mia posizione su Vannini (risposta a Carlo)

Mi scrive Carlo sul post dedicato alla risposta di Vannini alla recensione di Vito Mancuso.
Andrea, trovo che il tuo blog sia molto interessante, per cui mi viene da porti una domanda. Io ho letto due anni fa "La religione della ragione" di Vannini, che mi è molto piaciuto. Ho comprato anche "Mistica e filosofia", che però non ho ancora letto. Prendendo spunto dal primo libro che ho menzionato sto adesso leggendo "Le tracce di Mosè", un libro di due importanti archeologi israeliani che mette in discussione la storicità di alcune parti dell'Antico Testamento. Un libro che consiglio a tutti. La mia domanda verte sulla tesi di Vannini sulla necessità per il cristianesimo di abbandonare la "mitologia biblica" per essere "religione della ragione". Volevo, insomma, conoscere la tua posizione riguardo il pensiero di Marco Vannini. Personalmente, pur non avendo letto l'ultimo libro di Vannini, non ho troppo gradito la critica, apparsa su Repubblica, di Vito Mancuso, che, peraltro, è di solito autore di pagine più equilibrate.

Grazie Carlo per i complimenti e per tutte le volte che hai partecipato alla Cittadella, offrendo gratuitamente dignità alle mie piccole riflessioni. Preferisco dare massima visibilità a questa risposta e così cercare di confessarmi (nell'accezione di Agostino e Rousseau) esponendomi senza riserve. L'articolo di Vito Mancuso è stata una sorpresa anche per me, se non altro perchè scritto da un autore che ha avuto varie occasioni per mostrare un carattere mite e un'impostazione moderata. Che ci sia forte distanza tra un allievo di Teilhard de Chardin, come Mancuso, e di Meister Eckhart, come Vannini, è normale, ma davvero non riesco a spiegarmi la volontà di sdoganarlo davanti al grande pubblico, come se Vannini fosse chissà quale personaggio in vista. Il giorno in cui uscì il pezzo di Mancuso, un amico me lo segnalò e scrissi subito a Vannini, comunicandogli il mio stupore, notando come non fosse solo mio.

Veniamo alla mia posizione. Guarda, non ho problemi a dire pubblicamente che mi sento in pieno un neoplatonico. E non lo dico perchè da anni sto studiando la tradizione neoplatonica, ma, piuttosto, all'inverso: studio la tradizione neoplatonica perchè ne sono convinto dal punto di vista razionale e la vivo attivamente, giorno per giorno; è stata una vera e propria conversione. Ma, appunto, vivendola, mi confronto quotidianamente con i limiti e con le contraddizioni della mia concezione di vita. Questo lo scrivo per sottolineare come il mio rapporto con le parole di Vannini e dei suoi autori non sia semplicemente da studioso/studente di un testo di dottrine filosofiche, ma sia tutto immerso nell'esperienza quotidiana: è lì che si confutano e si confermano le idee. Ora, ovviamente questa tradizione neoplatonica, nella quale mi sento perfettamente inserito, è amplia e ha differenti indirizzi e modelli. La concezione di Vannini è radicalmente Plotiniano-Eckhartiana, ossia tutta filosofica, mal disposta verso tutto ciò che non è procede razionalmente, così come la mitologia biblica - Vannini ne parla nello stesso senso di Spinoza - o le usanze e le antiche tradizioni. E' una posizione, per così dire, progressista e, paradossalmente molto vicina ad un certo Illuminismo, almeno il buon illuminismo.

Alla morte di Plotino, all'interno della scuola di Roma si formarono differenti correnti e punti di vista. Il suo allievo prediletto, Porfirio, spesso si scontrò con i cristiani-gnostici e contro quei platonici che stavano cercando di adattare il pensiero di Plotino o alle tradizione romane o persino a quelle orientali - penso alla teurgia di Giamblico. Ma non solo, in futuro molti neoplatonici migreranno verso il cristianesimo (stupendo il trattato "Contro i Cristiani" di Porfirio e Celso) e persino cercheranno di realizzare una koinè con la tradizione ebraica. Uno di questi, proveniente dalla antica scuola di Alessandria, Filone, trovando sulla sua scrivania sia i testi neoplatonici sia i testi biblici, tradusse l'incipit del Vangelo di Giovanni in greco e diede così avvio ad una lunga tradizione di teologia cristiana. Questi piccoli esempi vogliono solo indicare come le grandi correnti e la grande filosofia possa avere delle posizioni differenti al suo interno, pur restando nell'unità della scuola filosofica. Ecco che molto spesso possono formarsi delle correnti di pensiero, che si riferiscono in particolar modo ad un filosofo piuttosto che ad un altro.

Vannini, dicevo, è un plotiniano-ekhartiano. Mi sento molto affine a questo tipo di concezione ma non la condivido fino alle conseguenze ultime. Difatti si può dire, spero di non risultare presuntuoso, che prendo come mio punto di riferimento il Cusano. Credo che la tradizione biblica sia parte integrante della cultura occidentale nella quale siamo immersi e come tale essa debba andare vagliata fino alla fine. Ma questo non significa, hegelianamente, pensare una conciliazione di Platonismo ed Ebraismo: tutt'altro! Credo che il futuro del Cristianesimo o della religione della ragione sia legato alla nostra capacità di tenere aperte le differenze, di tener vive le contraddizioni e saper vivere nell'aporia che crea vita e movimento. Senza questo "potere del negativo" tutto sarebbe morto, statico, banalmente dogmatico, appunto. Un vero platonico va ad ingaggiare con il proprio passato una vera e propria lotta, una contra-dizione, va ad abitare l'aporia che che ci fonda.


venerdì, febbraio 5

Scienza e Fede - Veronesi

Ieri pomeriggio mi è capitato di ascoltare l'intervista di SKY Tg24 a Umberto Veronesi, in cui, tra le altre cose, si è fatto riferimento alla vexata questio medievale del rapporto tra scienza (filosofia) e fede. A partire dal Novum Organum (1629) la scienza è diventata qualcos'altro rispetto alla filosofia, pertanto non voglio far riferimento alle belle dispute medievali ma limitarmi a sottolinare un paio di elementi. Alcuni giornali hanno riportato stamattina l'audio dell'intervista (ad esempio, qui) e ad un primo ascolto si può notare come il pensiero di Veronesi sia grosso modo in linea con la vulgata attuale: la religione è il regno del dogmatismo, della rigidità e del passato, contro una scienza sempre proiettata verso nuove scoperte e nuove risistemazioni. A "orecchio" - e non è solo per strapparvi un sorriso - mi sembra risuoni il monito di San Paolo della Seconda lettera ai Corinzi, 3:6, secondo il quale «la lettera uccide e lo spirito vivifica». Non voglio certo sostenere che Veronesi sia un paolino, ma vorrei far notare per un verso come la vulgata dualista contemporanea sia troppo semplicistica - anche se va ad individuare alcune note dolenti - e, dall'altro, come, curiosamente, nei primi passi del Cristianesimo possiamo rintracciare la stessa polemica e lo stesso desiderio di Verità che oggi la scienza reclama per sè. D'altronde questa impostazione risale alla filosofia stessa e a Platone, che ammoniva contro la lettera "morta", priva di parola e vita, poichè essa risuonava come un bronzo percosso, perdendo quella divina tensione verso la verità che sgorga dalla nostra anima. La soluzione, per Platone, era quella di rimettere sempre in discussione "la parola" attraverso continui dialoghi e continue risistemazioni. Il Cristianesimo, nato spiritualmente a Gerusalemme ma concettualmente ad Atene, assume da Platone la stessa impostazione, per la quale, appunto, lo Spirito è nella vita e Dio è Verità. Il problema del nostro secolo non è tanto l'ignoranza su queste dinamiche basilari della storia del Cristianesimo, ma la triste considerazione che la vulgata di Veronesi appare a volte persino ragionevole. Non è necessario essere positivisti o scientisti per riconoscere un certo ruolo reazionario del Cristianesimo - per pudore ho la decenza di non tirare in ballo l'istituzione ecclesiastica - nella storia della cultura europea; troppo spesso per il Cristianesimo storico la scienza e la Verità sono state questioni "di partito", da avallare e portare in trionfo qualora le "menti" provenissero da ambienti cristiani e filo-cristiani, oppure da avversare negli altri casi. Ecco che le parole di Veronesi, più che scandalizzarci, dovrebbero indurci allo stesso tempo un sorriso e una lacrima, perchè, forse, il lato oscuro della religione cristiana non è da relegare al nostro passato, ma è un demone contro cui combattere quotidianamente.