"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, marzo 27

La mistica dantesca

La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.



Nella protasi del I canto del Paradiso, Dante addensa tutto il dramma della Commedia. Narra di esser giunto nell'Empireo, ossia nel "luogo" dove più intensamente risplendono la luce e la gloria di «colui che tutto move». Così come San Paolo, rapito in ἐξστάσις al terzo Cielo, Dante può ora abitare il luogo più alto, nella misura in cui ha saputo discendere sino all'abisso più miserevole della natura umana; ha saputo affrontare de visu i vizi e i peccati degli uomini per poi distaccarsene, "passare oltre" e attingere, al culmine, alla Bellezza stessa. Tutta la Commedia non è altro che un cammino interiore attraverso le varie moradas: sprofondare nella viltà umana messa in scena nell'Inferno, attraversare il buio delle potenze, fino ad attingere al luogo dove «de la Sua luce prende». Ma questo viaggio ha una doppia direzione paradossale: ascendere all'Empireo corrisponde, simul, alla discesa nell'interiorità dell'uomo, fino a quel fondo dell'anima, che è Dio stesso. Troppi commentatori danteschi hanno ignorato la profonda sensibilità neoplatonica del Sommo poeta.


mercoledì, marzo 24

E' on-line il nuovo sito personale!

Amici volevo comunicarvi che è on-line il mio sito personale, che servirà da "piattaforma" a questo blog. Continuerò a scrivere le mie riflessioni nella Cittadella, che rimane l'avventura più ricca ed entusismante degli ultimi anni, grazie grazie ai vostri commenti e alle interessanti discussioni. Grazie ancora a tutti voi.

http://www.andreafiamma.it



mercoledì, marzo 17

San Patrizio: modello straordinario di predicatore e sapiente

« Sia la strada al tuo fianco e il vento sempre alle tue spalle,
che il sole splenda caldo sul tuo volto
e che la pioggia cada sempre dolce nei tuoi campi,
e, finché non ci incontreremo di nuovo,
possa Dio proteggerti, nel palmo della sua mano. »
(Benedizione di S. Patrizio ai viaggiatori irlandesi)


Maewyin Succat, poi monaco e vescovo Patrizio, nacque in Scozia in una antica familia di origine romana, alla fine del IV secolo d.C., probabilmente intorno al 385, e morì a Downpatrick il 17 marzo 461. In linea con tutta l'usanza tardo-antica e medievale, di San Patrizio conosciamo la data di morte - poichè era vista come un vero e proprio passaggio verso il Regnum - e non precisamente la nascita. Patrizio, si diceva, intraprese la strada dell'evangelizzazione nel periodo della grande diffusione della Chiesa Cattolica, che negli stessi anni stava salutando, con il vescovo Agostino d'Ippona, la caduta del glorioso Impero Romano, colmo di irrazionalità pagane e superstizione; famosa è l'invettiva di Agostino nel De civitate dei, durante la quale racconta il Sacco di Roma perpetrato dai Goti di Alarico, leggendolo come una "divina" punizione per una situazione politica oramai alla deriva. La fine dell'Impero non tardò e nel 476 il "barbaro" Odoacre depose Romolo Augustolo, dando vita, tra l'altro, all'epopea dell'Italia divisa, conclusasi solo nel 1861.

Durante questo periodo di crisi e di sconvolgimento politici e religiosi, un monaco scozzese, poi consacrato Vescovo in Francia, fu inviato nelle terre d'Irlanda per evangelizzare la popolazione dei Celti, che negli ultimi anni si erano rinchiusi nell'isola britannica. A dispetto delle dimensioni "isolane", i Celti in passato goderono di una grande quantità di terre: tra il V e il III sec. a.C., il territorio celtico si estese fino alle Alpi e, seppur con un'organizzazione totalmente decentralizzata, i Celti controllavano buona parte dell'Europa Occidentale. L'espansione fu arrestata dalle conquiste romane di Cesare - contro i Galli, appunto, popolazione celtica - e da allora non riuscirono più a tendere le mani verso il continente. Già leggendo i resoconti di guerra del giovane Cesare nel De bello gallico, certamente parziali e con il chiaro intento di costruire il mito del grande generale, si nota come, tutto sommato, i Celti fossero percepiti come popolazioni primitive: Cesare li descrive come guerrieri biondi e dagli occhi chiari, feroci e con usanze macabre; erano racchiusi in dei villaggi con una struttura sociale di tipo patriarcale, nella quale erano ben distinte le classi sociali - produttori, guerrieri e sacerdoti. I Celti erano inoltre legati a tradizioni antiche e riti oramai in disuso tra i romani e difatti il villaggio era ripiegato intorno alle misteriose figure dei druidi, sciamani in grado di scorgere gli altri e indirizzare le forze naturali, che in società avevano il classico ruolo di guide spirituali e politiche; avevano una concezione fortemente naturalistica e facevano riferimento ad una precisa mitologia e a forze naturali che permeavano l'universo.

San Patrizio fu inviato in un contesto del genere a portare il messaggio evangelico, il messaggio di un uomo morto in Croce che predicava amore e fratellanza. Il dato interessante è il modo con il quale intervenne nell'ambiente celtico: nè conquista armata (come accadde in america circa 1000 anni dopo) nè il tentativo di fare tabula rasa della religione e delle istituzioni. Patrizio giunse in Irlanda e fondò monasteri, portando il messaggio cristiano nel sua integralità, da un lato senza scendere a patti con le istituzioni politiche, avendo come obiettivo la spiritualità cristiana e dall'altro cercando di trovare il proprio spazio all'interno di una tradizione antica. sarebbe stato facile proporsi come il novum rivoluzionario, come ciò che arriva e distrugge il passato; ma San Patrizio capì che i valori della tradizione non sono massi da gettare a mare ma, piuttosto, pietre sulle quali costruire una Chiesa, che sappia anzitutto parlare alla gente comune. Patrizio riprese il vecchio simbolo della Croce Celtica, purtroppo usato in luoghi volgari nel XX secolo, e lo utilizzò in senso cristiano: è la koinè del cerchio pagano (il sole) e della croce Cristiana, la sintesi del movimento dell'eterno mutare del cerchio e l'unione della traccia verticale della croce (la tracendenza) e di quella orizzontale (il mondo); allo stesso modo staccò un trifogli dalla terra e spiegò come le Tre Persone sono distinte eppure Uno. Lasciò intaccata l'istituzione dei villaggi e coltivò la spiritualità nei monasteri, cercando di attivare una coscienza religiosa popolare che sapesse far convinvere la tradizione alla novitas cristica. Tanti monaci lo seguirono e da quei giorni tante preghiere si levarono al Cielo d'Irlanda, puntando, come il navigatore alla stella polare, a quel modello straordinario di predicatore e sapiente.


sabato, marzo 13

Pro Schopenhauer (di Ernesto Graziani)

Ospito con piacere la lunga risposta di Ernesto Graziani al mio Contra Schopenhauer. Ringraziandoti per la grande dignità che concedi alle mie piccole riflessioni, prometto una sostanziosa risposta, nei limiti del possibile, cercando di non sfigurare nei tuoi confronti per puntualità e dedizione.

Sulla moda e la new age. Il fatto che Schopenhauer vada di moda – ammesso che, come dici tu, sia vero, “innegabile” – ed il fatto che questa riscoperta possa essere in parte dovuta alla tendenza new age non costituisce, ovviamente, un’obiezione al suo valore filosofico. In generale, infatti, i meriti di un autore dovrebbero essere valutati prendendo in esame il suo pensiero in se stesso, vagliandone le argomentazioni e la capacità analitica ed esplicativa del reale e senza proiettare su di esso la considerazione che noi abbiamo dei fattori esterni che riaccendono su di esso i riflettori dell’attenzione culturale. Su questo, ne sono certo, converrai. E se sei d’accordo, allora, l’associazione tra S. e la moda e la cultura new age con la quale dai inizio al tuo post assume una valenza sostanzialmente retorica, in quanto volta a mettere sin da subito in cattiva luce il nome del filosofo. È infatti innegabile che termini come “moda” e “new age”evochino, già a livello immaginativo, una serie di valenze del tutto antitetiche, stridenti, rispetto a quelle che suscitano in noi appassionati di filosofia i concetti di profondità, onestà, verità o anche realtà.

Sulla “volgare esaltazione dell’egoismo animale”. Che la descrizione, o meglio, la fenomenologia (per usare almeno una volta un termine filosofico nel suo significato reale, e non come sinonimo di ‘oscuro modo di parlare per metafore e paradossi con picchi di insensatezza delirante’) schopenhaueriana dell’egoismo sia una esaltazione di esso è affermazione infondata. Direi invece: “Diamo a Nietzsche quel che è di Nietzsche, e non attribuiamolo a torto al suo maestro”. La genealogia della morale non è un capitolo dei Parerga. Non c’è esaltazione, c’è descrizione del fenomeno dell’egoismo (e poi una sua spiegazione metafisica), un fenomeno pressoché onnipresente nel mondo umano ed animale, impossibile da negare senza negare insieme la propria onestà (e non solo quella filosofica) ed il proprio buon senso. E se non è esaltazione, ma descrizione – certo, a vivi toni -, allora non può neppure essere una esaltazione volgare. Ammettiamo, pero, per ipotesi che lo sia. Ebbene, cosa significherebbe che la descrizione schopenhaueriana dell’egoismo è volgare? Forse che essa viene formulata ricorrendo, letteralmente, a modalità espressive volgari? È scritta male? No, certo. Magari contiene ingiurie rivolte a chi è contro l’egoismo? Neppure. Magari significa che l’egoismo stesso è volgare e che la sua volgarità contamina in qualche modo il discorso che verte su di esso? Ammesso che sia sensato dire che l’egoismo sia qualcosa di volgare e che lo sia tout court, è errato pensare che il parlare di cose a cui attribuiamo una certa qualità acquisti esso stesso quella qualità per il solo essere un parlarne. Oppure, potrebbe significare che ad essere volgare è il modo di condurre l’argomentazione – il modo di ragionare sui fenomeni – e/o gli esempi proposti? Se a farti problema è il modo di ragionare, allora “volgare” è espressione inappropriata – sebbene retoricamente efficace – per riassumere in un aggettivo le tue contro-argomentazioni che non hai presentato. Se invece ti riferisci agli esempi proposti, allora bisognerebbe che te la prendi con la realtà stessa, da cui sono tratti. Che le pulsioni e le “passioni mondane” sembrino palesarsi è inesatto. Esse si palesano punto. “Sembrano palesarsi”, in questo specifico contesto, è un’espressione insensata di cui ti servi nel tentativo di misconoscere un dato di fatto evidente.

Sulla “scarsa capacità teoretica…nella trattazione del materiale kantiano, volgarizzato a mera esposizione impositiva e dal fondamento teologico”. Questa non è l’obiezione principale che S. muove contro il tentativo kantiano di fondazione dell’etica. Questa è una spiegazione, che definirei psicologico-genetica (simile a quelle offerte così spesso da Nietzsche), degli errori di Kant. Errori, tra i quali quello fondamentale (riconosco anche che non tutte le obiezioni di S. vadano a segno, per esempio è errata quella che in realtà individua alla base dell’imperativo categorico l’egoismo reciprocizzato tra individui, che può essere al massimo l’altra faccia, quella negativa, del principio di universalizzabilità come regola pratica) è quello di essersi illuso che la ragione, come pura, potesse essere pratica, ovvero che la ragione, nella sua mera formalità, possa produrre da se stessa, prescindendo da contenuti empirici (le passioni) un volere ed un agire. Non esiste, cioè, un imperativo che sia categorico. E qui S. ha perfettamente ragione, per la via di Kant non si prosegue. Qui è in gioco una contrapposizione tra due concezione della ragione e non un fraintendimento di Kant da parte di S.: S. non fraintende Kant – lo confuta. Lo confuta alla luce di una differente concezione della ragione umana, certamente non scevra di errori, ma comunque più realistica e terrena. Se per avere un agire ed un volere la pura ragione non è sufficiente, dato che essa è, nella sua essenza conoscitiva, è naturale scorgere un pan-teoreticismo, direi anche un pan-razionalismo, in chi nutre simili pretese – qui, Kant. Sbagli completamente nell’affermare che “Schopenhauer mostra di non aver compreso questo livello ulteriore rispetto alla morale intesa come determinazione più o meno cogente delle azioni umane”. Non ha senso attribuire questa mancanza a S. – cioè l’essersi fatto sfuggire l’accesso pratico alla cosa in sé attraverso la libertà trascendentale: il fatto è che tale accesso morale, per come Kant lo concepisce, come ho già dato ad intendere, è sbarrato, cioè illusorio. Il rifiuto della soluzione kantiana, su questo punto, non equivale, naturalmente ad una espunzione del problema dell’accesso al noumeno dal sistema schopenhaueriano. Anzi, io ritengo che nessun filosofo abbia offerto un tentativo così profondamente meditato di penetrare nell’essenza della cosa in sé, dando soddisfazione a questo fondamentale desiderio filosofico. Alludo, come si capisce bene, alla teoria del Wille noumenico, colto attraverso quella sorta di purificazione dell’esperienza introspettiva del corpo. Non Dio, non Sostanza, non Tutto, non Iperuranio, non Idea e neppure… stringhe, in breve tutti enti che sono referenti di nomi astratti, ma Volontà, ovvero un qualcosa di presente (quasi) immediatamente alla coscienza – non un astratto, ma, direi, un qualitativo, un percepito.

Sul “contesto erudito”. Questa teoria metafisica della volontà non ha alla sua base semplicemente una riflessione sull’esperienza interiore della corporeità che si scopre volontà (insieme alla scoperta kantiana della distinzione fenomeno/noumeno), ma cerca anche tutta una serie di conferme a posteriori, tratte dalla condivisa esperienza esistenziale umana nonché dal contributo offerto dal sapere umano accumulato nei secoli. I riferimenti alla poesia e all’arte in generale, nonché alla fisica, alla chimica, alla botanica, alla zoologia e all’etologia non sono “contesto erudito”, ornamenti esibiti, bensì prove volte a corroborare la tesi della volontà – geniale chiave esplicativa della realtà – ed il resto del sistema, anche in campo etico.

Sul “pessimo filosofo: è rimasto imbrigliato nel girarrosto di Leibniz e, mentre tentava di guardare in alto, Kant si era già librato in volo verso i cieli della grande filosofia”. Primo, che l’essere indeterministi e l’essere convinti che l’uomo non sia una parte di natura come le altre irretita nel principio di ragione – e non il fornire argomenti validi atti a sostenere tali convinzioni – siano condizione necessaria dell’essere buoni filosofi è assurdo. Al massimo sono una condizione necessaria per essere buoni cattolici. Non si può individuare il criterio per stabilire se un pensiero sia degno del titolo di “grande filosofia” nella conformità ad un dogma. Non nego che spessissimo si faccia filosofia per giustificare proprie credenze già assunte per vie extra-razionali. Ma il filosofare consiste, in questo caso, nel renderne ragione. Secondo, la tesi che S. rimanga “imbrigliato nel girarrosto di Leibniz” è errata. Se il mondo fenomenico è perfettamente deterministico – anzi, meglio, predeterministico – e non lascia perciò alcuno spazio ad un liberum arbitrium indifferentiae – nozione illusoria –, il mondo noumenico, sottratto al principio di ragione, rende possibile una libertà assoluta dell’essere: in esso il carattere individuale si autodetermina come “puro Inizio”. Nonostante vi sia, a questo riguardo, una certa movenza di tipo kantiano anche in S. (Kant: dal fatto della ragione, come coscienza del dovere, alla libertà, S.: dal senso di responsabilità delle proprie azioni alla libertà), è vero che la costruzione di S. è assai più semplice di quella kantiana, ma in realtà – magari questo può stupirci –, dati gli assunti kantiani inerenti la distinzione fenomeno/noumeno, essa è perfettamente coerente, a differenza di quella kantiana, che risulta invece artificiosa e soprattutto contraddittoria. Questo, certo, può sfuggirci, quando siamo inebriati dagli aromi di una ragione pratica purissima, sottilissima, inesistente.

Sulla “mancanza di rispetto che lui stesso ha dimostrato poche volte di avere nei confronti dei suoi maestri”. Il rispetto non è il tratto essenziale che definisce il grande filosofo (che Schopenhauer certamente è; il fatto che sia Heidegger a rifiutargli questo riconoscimento – cosa di cui mi informa Sgubonius – non fa problema, anzi è una ulteriore conferma della natura autenticamente filosofica di quello che hai definito un “grande studioso”) ma semplicemente la persona civile. Forse che S. è incivile? Forse in un certo senso sì, ma bisognerebbe evitare di confondere il rispetto con la piaggeria e la mancanza di esso con la colorita vigoria critica. Forse non ti è capitato di leggere quei passi in cui emerge la sconfinata ammirazione che S. nutre nei confronti di quello “spirito gigantesco”, anche nel momento in cui si accinge a criticarlo. Perciò propongo a conclusione del mio commento un passo tratto dalla Critica della filosofia kantiana, Appendice al primo volume del Mondo: “Non bisogna […] aspettarsi che il mio rispetto per Kant, certo profondamente sentito, si estenda anche alle sue debolezze e manchevolezze, e che io debba quindi non altrimenti svelarli che col più cauto riguardo, nel che la mia esposizione diverrebbe per i rigiri debole e fiacca. Verso un vivo si ha bisogno di un tale riguardo, perché la debolezza umana sopporta anche la più giusta confuta zione di un errore solo fra attenuazioni e moine e anche così con difficoltà, e un maestro di secoli e benefattore dell'umanità merita per lo meno che si risparmi anche la sua debolezza umana, per non causargli dolore. Ma il morto si è spogliato di questa debolezza; il suo merito sta saldo: il tempo lo purificherà sempre più da ogni soprav valutazione e abbassamento. I suoi errori devono esserne separati, resi innocui ed essere quindi commessi all'oblio. Perciò io, nella polemica da intonare qui contro Kant, ho l'occhio esclusivamente ai suoi errori e debolezze, sto lo ro ostilmente di fronte e conduco contro di loro una spie tata guerra di sterminio, sempre preoccupato non di co prirli e risparmiarli, ma piuttosto di porli nella luce più chiara, per distruggerli con tanto maggior sicurezza. In ciò, per i motivi sopra indicati, non ho coscienza di com mettere un'ingiustizia o un'ingratitudine contro Kant. Comunque, per rimuovere anche agli occhi degli altri ogni parvenza di malignità, voglio prima manifestare an cora la mia profonda venerazione e gratitudine per Kant con l'esprimere in breve il suo merito principale, quale appare ai miei occhi, e invero da punti di vista tanto universali, da non esser costretto a toccare insieme con esso i punti, in cui dovrò in seguito contraddirlo. Il merito maggiore di Kant è la distinzione del fenomeno dalla cosa in sé [etc.]”


giovedì, marzo 11

Conservatorismo senza ideologia

Guareschi tratteggia la realtà di un piccolo paese dell'Emilia, Brescello, travolto durante il dopoguerra da logiche internazionali, dalla Russia comunista o dalla "reazione clericale". Ma molto poco ha a che fare la piccola realtà di paese con le grandi idee: lì, tutti sono rimasti legati a quel mondo contadino che ha sempre scandito la vita degli uomini, tra l'aratro nei campi, l'amore per i figli e, in città, le vecchie figure di riferimento: il parroco, il sindaco e il capo di famiglia. La nuova coperta ideologica non riesce a tenere dinanzi all'inno del Piave, non perchè questo rappresenti una bandiera o una fazione, ma perchè richiama alla mente quell'ambiente sopito tra i manifesti elettorali e le liti con il parroco: risuona nelle loro menti la voce dei propri nonni, morti in quella tremenda guerra di inizio secolo; tornano a gustare quei sapori di campagna, quegli odori che riempivano la loro infanzia. Guareschi è una festa del conservatorismo senza ideologia; ridona forma a quel mondo "antico", che, secondo Pasolini, neanche il rigido fascismo è riuscito a mutare - poichè, dopotutto, ne era rozza espressione - ma che negli anni successivi è stato oppresso dal capitalismo americano, a colpi di sogni e denaro. Insieme a quel mondo, sono andati persi i valori dell'esistenza e la sacralità della vita.

Video: Peppone e la patria



lunedì, marzo 8

Contra Schopenhauer

Schopenhauer va di moda, è innegabile. E, in particolare, vanno di moda tanto la sua volgare esaltazione dell'egoismo animale, quanto la sua ostinata lotta contro la filosofia hegeliana, forse per l'immediatezza e la facilità con cui agli occhi di tutti noi sembrano palesarsi quelle pulsioni e passioni mondane, a cui il filosofo di Danzica ha prestato tanta attenzione. Non solo, oggi Schopenhauer gode della progressiva riscoperta, in diversi ambienti, del buddismo e della spiritualità orientale, che, a quanto pare sembrano fornire risposte efficaci e rimedi concreti contro la frenesia del XXI secolo, al pari di una seduta psicanalitica. Schopenhauer, dicevo, beneficia di questa tendenza new age, seppur essa giunga attraverso vie e motivazioni distinte dal suo "sistema" e dall'ambiente letterario e filosofico nel quale è fiorito. D'altronde è bene non confondere la "cultura" new age con l'antico buddismo, così come Schopenhauer dai suoi discepoli, che, quantomeno, risultano inadeguati alla grande cultura e alle straordinarie capacità stilistiche e "musicali" del maestro.

In questi giorni ho avuto modo di leggere Il fondamento della morale, un saggio che Schopenhauer presentò alla "Regia Società delle Scienze" di Danimarca nel 1840, in occasione di un bando di concorso da loro indetto in quel periodo". Nel saggio, Schopenhauer prende in considerazione anzitutto la fondazione kantiana dell'etica, la più recente e fino ad allora la più convincente, con l'obiettivo di scalzarla e far spazio al suo "sistema" della Volontà, che, nella sua concezione, è rimasto nascosto per troppo tempo alla riflessione filosofica. Mi limito a notare la scarsa capacità teoretica del filosofo di Danzica nella trattazione del materiale kantiano, volgarizzato a mera esposizione di una morale impositiva e dal fondamento teologico - ossia, per lui, frutto di cieca sottomissione alla Chiesa. Ma tra le varie imprecisioni e riduzioni, in verità pur ammissibili nell'orizzonte di una discussione dialettica, non può non saltare all'occhio la critica ad un presunto pan-teoreticismo (termine mio) kantiano in merito alla trattazione morale.

L'accusa di Schopenhauer suona grosso modo così: nella fondazione della filosofia pratica, Kant si è limitato ad assumere la brillante distinzione, guadagnata nella Kritik der Reinen Vernunft, tra apriori/aposteriori per applicarla ovunque, anche e soprattutto nell'etica. Tuttavia il problema di Kant non era tanto quello etico, bensì era, appunto, quello teoretico e, a mio avviso, l'appunto di Schopenhauer è tutt'altro che un'accusa se proviamo a intendere il livello su cui tenta di muoversi Kant. Difatti, dopo aver constatato l'insufficenza del "meccanismo" teoretico della KRV in merito alla conoscenza dell'essenza intima delle cose, Kant si rende conto che l'accesso a tale "essenza" - "cosa in sè" - non poteva che esservi in sede pratica, attraverso una forma di "conoscenza" non imbrigliabile nella rete delle strutture del soggetto. Ecco che tutta la Kritik der Praktischen Vernunft ruota attorno al problema dell'accesso alla "cosa in sè" dell'azione, così chiaramente rappresentato nella metafora del girarrosto: dobbiamo evitare di rimanere imbrigliati nella "rete" del girarrosto; dobbiamo evitare di cadere nello stesso errore di Leibniz; ma cercare di essere noi stessi, pura ragione, quell'agire a cui appartiene la forza prima, ossia, ad onor di metafora, essere quella mano che, appunto, avvia il girarrosto. Essere il puro Inizio dell'azione morale è nella KPV lo stesso problema che nella KRV era declinato nella domanda di conoscenza del noumeno. E, ancora, è la stessa questione che nella Cittadella abbiamo più volte posto: come attingere all'In sè?

A più riprese, Schopenhauer mostra di non aver compreso questo livello teoretico ulteriore rispetto alla morale intesa come determinazione più o meno cogente delle azioni umane. Nonostante il contesto erudito e il pregiato stile letterario, Schopenhauer si dimostra pessimo filosofo: è rimasto imbrigliato nel girarrosto di Leibniz e, mentre tentatava di guardare in alto, Kant si era già librato in volo verso i cieli della grande filosofia. Ma in questa sede abbiamo trattato solo un aspetto del "sistema" di Schopenhauer e, in vero, il meno conosciuto. Abbandono questa strada, evitando di infierire ancora su un grande studioso - la cui esistenza è stata segnata dagli insulti e dalle porte chiuse degli hegeliani -, forse proprio per un rispetto che lui stesso ha dimostrato poche volte di avere nei confronti dei suoi maestri.







venerdì, marzo 5

Biografia e/o pensiero?

Chiunque si trovi ad affrontare il pensiero di un autore, dovrà inevitabilmente prendere posizione su questa difficile questione. A vostro avviso, quanto e in che senso conta la biografia di un autore per comprenderne il pensiero? Quanto gli eventi mondani e quotidiani possono vantare una qualche influenza ed essere considerati determinanti? La domanda può sembrare frutto della manìa accademica di precisare ogni passo e rendere rigoroso il metodo adottato, spesso anche più del dovuto, ma, in realtà, credo si tratti di una questione fondamentale, non solo per chi scrive di "professione". Ora, è evidente che gli accadimenti della vita influiscono le proprie idee, ma la questione posta è radicale: quanto gli eventi determinano l'approccio del pensatore ad un determinato tema/argomento etc.? Un esempio. Un'argomentazione tipica riguardo il "pessimismo" di Leopardi è quella per cui buona parte del suo pensiero sia stata determinata dalla salute cagionevole e dall'orribile - così si dice - aspetto fisico, al punto che, probabilmente, se non avesse vissuto questo tipo di vita, "l'Infinito" non sarebbe mai venuto alla luce. Questo tipo di risposta è tipica di un approccio empirista e fa appunto riferimento ad una stretta connessione tra gli eventi della biografia e il pensiero.

Ovviamente non è detto che questa connessione sia sempre declinata in maniera meccanica e va da sè come, all'interno di questo filone interpretativo, si presentino posizioni affini ma con sfumature differenti. Il contraltare all'empirismo, è, al solito, l'approccio idealista, secondo il quale non vi è nessuna connessione sostanziale tra la biografia e il pensiero di un autore; l'idealismo pone l'accento sull'essenza "eterna" dell'uomo, considerando la vita "mondana" come accidentale e mutevole. Da questo punto di vista, il pensiero è semplicemente il luogo del disvelarsi dello Spirito e poco conta se Leopardi abbia amato una o venti donne, poichè tutto ciò attiene alla dimensione transeunta. Si narra che quando Martin Heidegger dovette presentare ai suoi alunni dell'università di Frigurbo la figura del filoso Aristotele, pensò bene di liquidarne la pur ricca biografia, con questo adagio: «nacque, visse, morì». Ogni studioso si trova dinanzi ad un bivio: l'approccio idealista o l'approccio empirico, terzium non datur. Entrambi sono legittimi, basta dichiararli esplicitasmente ad inizio lavoro.