"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, giugno 26

Premio Web Italia 2010

La scorsa settimana ho ricevuto, con molta sorpresa, una comunicazione ufficiale della Direzione del Premio Web Italia con la quale si annunciava che La Cittadella Interiore è stata scelta per le selezioni finali del Premio Web Italia 2010. La Cittadella difatti compare nell'elenco dei finalisti per la sezone blog, che potete scorrere qui. Insomma, a qualcuno la Cittadella piace. In realtà sono rimasto stupito un po' perchè non ho curato molto la fase di l'iscrizione nè la vetrina che il PWI metteva a disposizione dei vari candidati, ma soprattutto perchè credevo che un blog di filosofia e spiritualità fosse poco adatto ad una competizione simile. Mi sono iscritto per caso su suggerimento di un amico (che a questo punto ringrazio!) e in virtù dei miei 23 anni, fascia di età ancora valida per l'iscrizione gratuita. Una volta iscritto ho lasciato riposare lì sul frame sinistro il link della candidatura, senza alimentare particolari attese. La Cittadella Interiore nasce essenzialmente come un semplice diario personale, un taccuino di appunti che man mano, spesso oltre il mio controllo, è scivolata verso qualcos'altro di molto più importante e scientifico, che anch'io avrei difficoltà a definire. Difatti la Cittadella ha perso quel tono confidenziale rivolto ad una piccola cerchia di amici ed è stata capace - ripeto, in maniera del tutto non intenzionale - di oltrepassare le mura ortonesi, giungendo spesso in luoghi lontani e verso volti a me sconosciuti, con alcuni dei quali ho poi stretto una sincera amicizia; non solo, la Cittadella è diventata un luogo per la speculazione e la ricerca della spiritualità, un luogo paradossale - perchè irreale, perchè internettiano - dove riflettere e cercare pace interiore o persino cercare Dio. E' dunque un sito di spiritualità, come quel mistica.info del mio amico Antonello Lotti? No, di certo. E' ancora un diario. Negli anni è, forse, diventata una vera Cittadella, un luogo dove incontrare stranieri o fratelli tutti accomunati dalla ricerca della Verità e dall'esercizio della ragione, in rispetto dei valori sacri che la tradizione occidentale ha saputo trasmettere. Sono convinto che questo progetto abbia davvero un carattere inedito e che, in piccolo, tutti noi che scriviamo siamo in qualche modo pionieri di un qualcosa che nella rete fiorirà a breve. Certo, ora sono un po' imbarazzato, soprattutto per l'occasione pubblicitaria e un po' "materialista" che il 16 luglio mi vedrà in gara per il PWI, a cui (mi scuseranno per la piccola frecciata) porgo i più sinceri e cordiali ringraziamenti per aver apprezzato il mio umile lavoro. Cercherò di partecipare tenendo a mente quegli Spiriti Altissimi che ci hanno guidato in questi due anni di riflessione e terrò occupato per ognuno di voi, che ha la pazienza di leggermi e commentare, angoletto diverso della Cittadella. Quegli angoli, quei vicoli, quelle casette della Cittadella sono luoghi speciali; rinnovo l'augurio a tutti i lettori, affinchè cercando nei vistri angoli, nelle vostre stradine, nei luoghi più bui e desolati, sappiate trovare quella porticina stretta stretta dove dimora l'Infinito che è in voi e che in questo viaggio continuiamo a chiamare Dio.


venerdì, giugno 18

Wittgenstein

Cari lettori della Cittadella, anzitutto mi scuso per il black-out di qualche giorno, dovuto ad alcuni problemi con la linea internet. Oggi volevo sottoporvi alcune impressioni che ho avuto durante lo studio di alcuni testi di e su Ludwig Wittgenstein, in occasione dell'esame di filosofia del linguaggio. Difatti come già saprete l'area tematica in questione non è tra le mie preferite nè, sono sincero, ho una conoscenza degli autori pre-Wittgenstein e degli snodi successivi adeguata a trattarne, seppur brevemente, sul blog. Anzi, il trattare brevemente un argomento e quindi la capacità di sintetizzarne i punti cardine presuppone, al contrario, una conoscenza solida e delle idee chiare e, quantomeno, fondate sui testi. Tuttavia mi preme condividere un breve appunto che segnai sul quaderno circa un mesetto fa, durante la lettura - faticosa! - del Tractatus e di alcune conferenze. Lo ripropongo qui di seguito nella sua "autenticità", in piccoli spunti forse sconnessi e forse, davvero, fuori luogo.

Man mano che si avvicina a fine Tractatus, W. esprime un "sentimento" del limite del mondo che lui chiama mistico. Durante lo svolgimento, seppur a tratti in modo macchinoso e, forse, involontario, assistiamo ad un progressivo avvicinarsi ai limiti del linguaggio, in un movimento che lui stesso concepisce come il salire una scala a pioli - poi da gettare! Ecco che le proposizioni di coda del Tractatus cercano di mostrare l'inesprimibile attraverso il frantumarsi dei limiti del linguaggio - ossia i limiti del "mio" mondo - facendo leva sulla loro scorrettezza (non-sensi).

Il pensare non si riduce al dire; il linguaggio come "dire" non dischiude l'indicibile presupposto di se stesso, ecco perchè devo accettare di usare un linguaggio logicamente inesatto, che non rappresenta nulla, ma evoca. Si recupera, forse, una sorta di valore poetico. La forma più alta del linguaggio è allora la poesia, che evoca e dischiude.

Lo sforzo del linguaggio di esprimere la propria espressività è votato allo scacco, al fallimiento. Solo allora il linguaggio fa i conti con il limite che esso è; diviene vocazione al mostrare e all'evocare. Dieviene poesia, che fa segno ad un'indicibile che è al di là del mondo come suo presupposto. Non ricordo voe, lessi di un tale che ipotizzava il Tractatus come introduzione al Pellegrino Cherubico di Silesio. L'idea non è malvagia. D'altronde il progetto mi sembra simile al Musst kantiano. Dove la Ragion Pure non sa andare, al noumeno-presupposto d'ogni conoscere e, quindi, dire, Kant tenta un'accesso tramite l'etica pura. E' il musst Angelico! Così anche in W.?



martedì, giugno 8

Perché dirsi europei? Ortona oltre la mura. La giornata dell'Europa 2010

Pubblico sulla Cittadella l'articolo che ho realizzato per il giornale mensile "OfficinaOrtonaNews" e che occupa, con onore, la prima pagina. Si tratta di un "resoconto" della giornata dell'Europa 2010, accompagnato da una breve riflessione sul nostro dirci-Europei e su quale Europa, a mio avviso, sia possibile costruire.

«Tutti i vostri sostegni sono troppo fragili se il vostro Stato conserva la tendenza verso la terra, ma legatelo alle altezze del cielo, con un anelito più elevato, dategli un collegamento con l'universo ed avrete in lui una molla che non stanca mai e vedrete i vostri sforzi abbondantemente ricompensati»

(Novalis, La cristianità o l'Europa, a cura di A.Reale, Rusconi, Milano 1975, p.105)
Perché l' Unione Europea? Perché condividere le decisioni e le responsabilità con gli spagnoli, con i tedeschi o, oggi in voga, con la Grecia dei “furbacchioni”? Ma poi, si decide realmente qualcosa all'UE? Trattasi dunque solo di un patto post-bellico di non belligeranza, oppure è tutta una questione di soldi, la solita speculazione economica che agisce sullo sfondo? Perché e in che senso la più alta tradizione filosofica, letteraria e politica ha da sempre individuato nell'Europa un orizzonte ineliminabile, o a volte persino “ideale” della nostra cultura? Vale la pena, oggi, essere-europei? Le poche questioni accennate non possono che tornare prepotentemente sulla scena durante gli ultimi anni di crisi economica, culturale e politica. L'Europa è davvero chiamata a riflettere sulle proprie radici e sul proprio destino soltanto dalla minor quantità di denaro in circolazione? A nostro avviso – ed esplicito subito i presupposti del ragionamento – la precaria condizione economica rappresenta la punta di un iceberg, che si è solidificato alla svelta tra le acque poco stabili di una koiné europea realizzata anzitutto sull'aspetto economico e non sulla coscienza dei popoli. Ossia dal nostro punto vista l'UE si è realizzata sulla base di un'opportunità economica di aggregazione e non sulla propria storia, cosa che, inversamente – vogliamo sostenere -, avrebbe offerto un fondamento stabile per un soggetto politico davvero nuovo. A testimoniarla, niente è più esplicativo della facilità con cui un paese ricco di storia e cultura come la Grecia viene quasi invitato alla porta – perché non è conveniente condividere denaro e imposte con loro! - e, al contempo, come le stesse porte si spalanchino, ad esempio, alla Turchia o alla Russia. Oppure, sulla stessa scia, si rifletta in merito all'introduzione della moneta unica, che tutt'oggi rappresenta la sola pietra posata coscientemente dagli europei nell'atto di istituire questo “nuovo” orizzonte politico. Non a caso ad un decennio di distanza dalla prima circolazione dell'Euro riemergono termini scettici e posizioni reazionarie. Un'Europa così, pensata esclusivamente in funzione competitiva con gli U.S.A., con la Cina e con l'India sui mercati internazionali, non ha futuro. Un'Europa così è semplicemente una figlia illegittima di un mondo senz'anima.

Vi scrive un europeista convinto, uno che crede nella forza e nella sacralità della nostra tradizione europea, che ha cullato le menti più illuminate della storia e che ha dato vita ad espressioni altissime in scienza, arte, letteratura e in tutto ciò che attiene alle nostre capacità umane. Ma l'Europa di oggi, unita per denaro e convenienza, non ha nulla a che fare con quelle radici culturali, filosofiche e religiose che l'Europa dei popoli ha saputi esprimere sin dall'antichità. E non stiamo qui a soffermarci sui sogni europei di Carlo Magno, sull'Impero di Federico II o sulla ricchezza di tradizioni – mediterranea, baltica, teutonica, iberica, italica, celtica etc. – che l'Europa ha saputo far confluire e dialetticamente armonizzare. Nell'Europa del XXI secolo c'è un'impellente bisogno di cultura, di fare un passo indietro e recuperare quell'unico e straordinario tronco d'albero, appoggiato su una molteplicità multiforme di radici, per contribuire a veder sbocciare i fiori più belli e un giorno, forse, coglierne i frutti maturi. Solo un'azione politica di recupero della nostra coscienza europea potrà fondare qualcosa di nuovo e stabile; potrà fornire il giusto rapporto con quell'orizzonte culturale nel quale siamo situati qui ed ora e con il quale, inevitabilmente, abbiamo da sempre avuto commercio. Entro questo complesso quadro politico – perché il recupero della cultura è sempre un'azione politica – è da sistemarsi la giornata dell'Europa 2010. Non è semplicemente un tentativo di nobilitare una pur ristretta iniziativa portata avanti ad Ortona, ma è l'espressione di una direzione politica e culturale ben definita. Difatti solo leggendo queste giornate nella chiave politico-culturale di tasselli giustapposti nel tempo, come in un mosaico, per il recupero della coscienza europea, allora esse avranno un senso.

In caso contrario, tutte le iniziative in merito all'Europa – di maggiore o di scarsa qualità - rimarranno delle pennellate superflue su un quadro già delineato. Ebbene, ad Ortona la giornata dell'Europa è stata un successo e ha visto la partecipazione di tanti gruppi e di una buona parte del popolo ortonese. Ha visto soprattutto la partecipazione dei bambini, a cui in primis è diretto questo tentativo di trasmettere una coscienza dell'essere-europei. Ecco perché stringe il cuore e smuove lo stomaco percepire l'indifferenza di alcuna stampa e di alcune associazioni locali dinanzi ad un intento di questa potenziale forza e importanza. D'altronde è il solito e triste silenzio di chi per propri limiti non ne intende la portata, spesso chiuso tra le quattro mura di un cieco pregiudizio politico o, peggio, di piccoli screzi personali. Un sentito ringraziamento pertanto va allo Sportello Europe Direct e alla responsabile Eliana Porreca per aver creduto in questa iniziativa e averci offerto spunti per una riflessione cosciente e articolata in merito al destino della nostra città nell'orizzonte più ampio della politica nazionale ed europea. Appare superfluo a questo punto descrivere lo svolgimento della giornata e il ricco programma composto da alcune associazioni e diretto, appunto, dallo Sportello Europe Direct. Si auspica, in tal senso, una Giornata dell'Europa 2011 più partecipata e vissuta da tutta la città – e direi da tutta la nazione – come un vero e proprio appuntamento con la storia, a cui questa Italia, sempre meno incline alla riflessione e al pensiero, non può certo sottrarsi.