"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

giovedì, luglio 29

Il PDL è finito. Adesso costruiamo il futuro.

Per quanto la Cittadella sia sempre stata lontana dalla politica attiva, stavolta non posso fare a meno di commentare la notizia della cacciata di Fini dal PDL, che in queste ore sta iniziando a diffondersi sul web e presto sui telegiornali e sulle trasmissioni televisive. In tal senso, ci tengo a scrivere di primo pelo, in modo da attestare la mia trasparenza, immediatezza di giudizio e, inevitabilmente, sincerità nella valutazione di un evento che, in qualche modo, mi riguarda da vicino. Ecco perchè voglio precisare come il titolo del post "Il PDL è finito. Adesso costruiamo il futuro" sia tanto provocatorio quanto, appunto, sincero, perchè a mio avviso davvero stiamo assistendo al dischiudersi di uno scenario tutto nuovo nella politica italiana. Il partito mastodontico dal 40% chiuderà presto i battenti non tanto per il semplice dato numerico dei voti "finiani" che verranno a mancare, perchè in quel caso - ha fatto bene i conti Berlusconi - il governo non vacillerebbe, bensì per la forza stessa della reazione di Berlusconi contro il dissenso. Si badi, non ho mai creduto che l'Italia fosse in mano ad un nuovo fascismo o ad una loggia massonica, come molti cercano di sostenere, e non ho certo cambiato idea; così come non credo negli allarmismi su presunte leggi bavaglio e cose simili. Qui si tratta soltanto della politica interna di un partito. Il PDL è finito perchè ha dimostrato di essere un partito davvero monopensiero, dove il dibattito e l'intelligenza libera, seppur all'interno dello stesso canale, è rifiutata. D'altronde insegna bene Hegel come vita sia dinamismo e, in quanto tale, contrasto e discussione, lotta all'interno dello stesso alveo. Il PDL suona così le campane della disfatta e del prossimo annichilimento. Ora attendiamo alla finestra, l'antipasto è servito.


lunedì, luglio 26

POST - una nuova rivista

L'associazione culturale "Officina Ortona" e l'associazione "MetaClub" vi invitano SABATO 31 LUGLIO ORE 21.30 PIAZZETTA ANTISTANTE IL TEATRO TOSTI per la presentazione di POST, una nuova rivista

Gli autori sono tutti studenti e studiosi UNDER30 delle Università italiane e hanno avuto il coraggio di iniziare questa avventura con le proprie forze e spendendo tanto entusiasmo, un po' come è avvenuto per noi di “Officina Ortona”. In questo senso ci teniamo a presentare la rivista anche nella nostra Ortona e invitiamo tutti a supportare un progetto giovane, di grande livello e innovazione.


Un modo nuovo di fare ricerca, su carta e in rete
da Mimesis Edizioni

Link: OpenPost.it


martedì, luglio 20

La storia che insegna il futuro - incontro con Remo Gaspari

Riporto un articolo di Alessandra Renzetti apparso sulla rivista on-line AbruzzoCultura in merito all'iniziativa che noi di "Officina Ortona" stiamo organizzando in collaborazione con Confindustria, Rotary e Lions Club, per venerdì 23 luglio 2010, dal titolo "La storia che insegna il futuro". Durante il convegno farò anch'io un intervento, che riporterò in maniera grosso modo fedele anche sulla Cittadella.


(Sono il secondo da sinistra)

In molti , oggi come ieri, sono d’accordo sulla indiscutibile importanza del dibattito: discutere confrontandosi e mettendo in piazza le proprie idee è un modo costruttivo per guardare avanti e per costruire giorno per giorno la propria storia e quella del proprio paese. Molte sono infatti le associazioni nate opportunamente per dare spazio a questi incontri produttivi nel nostro secolo e che possano aiutare anche a crescere intellettualmente; diverse sono le tematiche che vengono ad essere affrontate in modo assolutamente libero e che riescono ad aiutare il cittadino, senza vincoli di età, ad esprimere in maniera spontanea il proprio punto di vista contribuendo anche a risolvere situazioni complesse. È importante dunque stare insieme, capire ed utilizzare le proprie competenze organizzando in modo interessante incontri che aiutino a “maturare insieme”; anche l’Abruzzo contribuisce alla crescita intellettuale dello Stato d’Italia dando spazio a queste iniziative attraverso le sua fitta rete di associazioni come accade ad Ortona per esempio, vivace comune in provincia di Chieti che si affaccia sull’Adriatico vista da sempre come meta di turisti e di curiosi. L’Associazione Culturale “Officina Ortona” è nata proprio per stimolare i suoi soci a favorire non soltanto la cultura ed il dibattito, dunque, nel comune, ma anche ad incoraggiare l’impegno di tutti gli interessati nell’organizzazione di convegni , incontri, mostre, festività e molto altro ancora dove alla base di qualsiasi iniziativa ci sia lo “stare insieme”. Molto atteso è l’evento pubblico organizzato per il giorno venerdì 23 luglio 2010 che avrà luogo nella Sala Eden presso Corso Garibaldi ad Ortona a Mare dalle ore 18.00 alle ore 20.00 ; si tratta di un dibattito molto attuale dal titolo: “La storia che insegna il futuro” e vedrà la partecipazione dell’illustre Remo Gaspari. L’incontro è stato curato , a proposito, dall’Associazione “Officina Ortona” diretta dal suo giovane presidente Andrea Fiamma, entusiasta studente di filosofia presso l’Università “G. d’Annunzio” di Chieti; i Giovani Imprenditori della Confindustria di Chieti ed il loro rispettivo presidente Riccardo d’Alessandro; il Lions Club di Ortona presieduto da Marco Nestore ed il Rotary club di Ortona presieduto da Nicola Santorelli. Il dibattito inizierà con i saluti del Sindaco di Ortona , Nicola Fratino e del Presidente della Provincia di Chieti , Enrico di Giuseppantonio, accompagnati dal Moderatore, Giuseppe Ranalli. Chiunque voglia avere maggiori informazioni su iniziative può inviare una mail all’indirizzo officinaortona@gmail.com o può visitare il blog www.officinaortona.blogspot.com

Alessandra Renzetti



sabato, luglio 17

Il corpus Dionysianum

Prendo spunto dall'ottima recensione di Armando Torno, apparsa ieri sul Corriere della Sera, dal titolo Tutti i segreti dell’areopagita, in merito alla pubblicazione di Tutte le opere di Dionigi Areopagita (Bompiani, pp. 828, € 26,50). Armando Torno ripercorre brevemente il dibattito in merito alla parternità di quel Corpus di testi apparso improvvisamente in Occidente nel IX secolo a.C. nelle mani di Ilduino, vescovo di Parigi. L'articolo di Torno offre una buona panoramica della controversa questione, accennando anche alla possibile identificazione dell'autore del Corpus con Damascio, autore platonico del VI secolo, sulla quale spenderei qualche riga. Ora, non adeguatamente Damascio per esprimermi in maniera netta, tuttavia mi sembra che l'identificazione funzioni poco, non tanto per le coordinate storico-geografiche - che potrebbero coincidere benissimo - bensì per il carattere stesso della scrittura "dionisiana"; difatti se per un verso è evidente come Damascio radicalizzi l'henologia plotiniana e ne offra una versione marcatamente teologica, con un'operazione che avrà pari in Occidente solo nell'autore del Corpus e (forse) in Meister Eckhart, per l'altro il sommo "Dionigi" - qualora fossero due autori differenti - appare più organizzato e la visione del modo che veicola nei suoi scritti decisamente più complessa e "pensata" di quanto non emerga negli scritti di Damascio. Quando mi riferisco alla complessità e all'organicità del Corpus penso in particolar modo alla trattazione della demonologia platonica, così ben armonizzata con la teoria della conoscenza e con l'ontologia, che diede vita ad una vera e propria metafisica della luce, come l'ebbe a definire Clemens Baeumker; ovvero ad una struttura concettuale che caratterizzò un fiorente periodo di speculazione neoplatonica medievale, tanto cristiana e quanto araba. In effetti la diffusione del Corpus lungo il medioevo fu straordinaria soprattutto grazie alla traduzione di Giovanni Scoto Eriugena, commissionata da Carlo Il Calvo in persona, e fu decisiva per tanti autori delle età successive, compresi Meister Eckhart e Nicola Cusano; probabilmente a questa fama dell'autore del Corpus contribuì la convinzione che egli fosse quel Dionigi che seguì Paolo dopo il discorso dell'Areopago, del quale si accenna negli Atti degli Apostoli. In ogni caso sulla questione rimando ad autori ben più competenti del sottoscritto in materia e soprattutto al saggio di Carlo Maria Mazzucchi, presente in questa edizione Bompiani. Per concludere, riporto una opportuna considerazione di Giovanni Reale, che Torno cita lungo la recensione, ovvero «che quanto hanno prodotto le opere dello pseudo-Dionigi non era immaginabile al suo autore»: le opere di Dionigi hanno difatti stimolato per secoli le riflessione più alte e raffinate della storia della filosofia e, ancora, si presentano come gemme straordinarie per noi lettori e studiosi del XXI secolo.


sabato, luglio 10

Eppure io mi innamoro

Ospitiamo con piacere, in questo e nei prossimi numeri, alcune poesie del giovane Andrea Cati, pubblicate nel suo ultimo libro dal titolo Eppure io mi innamoro, Edizioni Akkuaria, Catania 2010, con prefazione di Davide Rondoni. Andrea Cati (Latiano, 1984) ha una penna di grande livello: è capace di comunicare al lettore, con una chiarezza e una profondità straordinarie, i moti più intimi del suo “starci”, i profumi della nuova terra e la nostalgia del vecchio vissuto. Questa raccolta di poesie è difatti essenzialmente autobiografica; Andrea sa narrare la lontananza dalla propria terra natìa in maniera non banale e “vuota”, come spesso accade. Le poesie che nascono da un sentimento biografico sono spesso degli effluvi soggettivi, certo interessanti ma al contempo superflui, effimeri; non le poesie di Andrea: esse sono nuvole cariche della potenza più alta del pensiero; è il temporale della ragione, in cui ogni goccia non è altro che una crisi profonda e un interrogare che attiene non solo a sé stessi ma all'uomo in quanto tale. Si nota tutta la formazione filosofica di un poeta che ha saputo intrecciare la filosofia con il proprio vissuto. Allora la nostalgia diviene un qualcosa di immensamente più alto che un mero vezzo del sentimento. In questo libro risuona davvero una “voce visionaria”, come la definisce Davide Rondoni. Su questa scia vi proponiamo la poesia – pasoliniana! – che apre il libro e la sezione “A sud”, in cui i lampi che illuminano il “paese a mezzogiorno” ci permettono non solo di “vedere” i luoghi, ma di sentirne gli odori e quel “dovere” della terra, che a volte vogliono farci credere esser perduto per sempre. Sullo sfondo emergono tutta una serie di tematiche sociali, umane e persino spirituali che lasciamo gustare alla lettura dei versi.



Accade


Le vicende di due uomini piantati ai muri
di ragazzi appesi a un bar:
il vento ci stacca e ci trasporta come polline
presso il ciglio di una strada
al centro del mondo, nel silenzio
di un campo arreso a quel dialetto, laggiù.

Riconoscerti dal profumo del sugo di mezzogiorno
nel grido che dalla volta a stella di una gola
si protrae fino a Francesco, a scomparire
sulle dita di un paese e farsi verso:
identità di un suono irripetibile.

Le vicende di un paese a mezzogiorno
la puntualità delle campane
che da secoli insegnano ai richiami:
cavalli slegati in aria, forza d'uomini
al galoppo di qualcosa, sollevati
da un dovere che brucia tra le case.

Quei due restituiscono la noia
ai ragazzi capovolti sopra i tavoli:
figli e fedeli al lamento dei padri
erosi come ulivi da quel vento
salato da un azzurro che non vedono.


martedì, luglio 6

Il mito di Er

Volevo dedicare questo breve articolo al famoso mito narrato da Platone nel libro X della Πολιτεία. Grazie a Platone, la tematica omerica del viaggio si intreccia all’approccio orfico-iniziatico e trova nuovo terreno nella nascente filosofia: l’ἐξστάσις corrisponde ora ad un cammino di liberazione dal legame corporeo dell’esser-situato in un tempo e in uno spazio, verso l’esperienza di una conoscenza ab-soluta da ogni legame, ossia universale e, appunto, divina. Nel contesto complessivo del libro, suscita particolare interesse «la storia di un uomo valoroso, Er figlio di Armenio», raccontata da Socrate a Glaucone in conclusione del libro X della Πολιτεία, nella quale si narra come dopo il decesso di Er, la sua anima abbandoni il corpo e intraprenda un cammino verso un «luogo inaudito»:
Un giorno questi [Er] morì in guerra; dopo dieci giorni vennero raccolti i cadaveri ormai decomposti, ma il suo corpo fu trovato intatto. Fu portato a casa, e quando, al dodicesimo giorno, stava per venire celebrato il funerale ed egli giaceva sulla pira, resuscitò; e, una volta tornato in vita, si mise a raccontare ciò che diceva di aver visto nell’aldilà. Disse dunque che, una volta uscita dal corpo, la sua anima si era messa in cammino insieme con molte altre e che esse erano giunte in un luogo inaudito, nel quale si trovano due fenditure della terra, contigue fra loro, fronteggiate da altre due poste in alto nel cielo. Nello spazio intermedio tra di esse sedevano giudici […]. Quando si fu avvicinato a sua volta, gli [a Er] dissero che avrebbe dovuto farsi messaggero presso gli uomini delle cose dell’aldilà, e che lo esortavano ad ascoltare e osservare tutto ciò che accadeva in quel luogo.
L’anima di Er, una volta abbandonato il corpo, sembra volare, come la biga nel Fedro5, verso una dimensione meta-terrena. Sulla chiara scia dell’orfismo e del pitagorismo - per i quali l’ἐξστάσις è sempre liberazione dell’anima dalle catene mortali, dal soma-sema - Platone propone il nesso tra l’ἐξστάσις e la visione della Verità, svolto attraverso la narrazione di un viaggio: come Orfeo disceso agli inferi, Er ha avuto in sorte la possibilità di uscire dal mondo (ἐξστάσις), ascoltare e vedere ( θεός ) il meta-mondano, conservarne la memoria, e poter poi tornare (νόστος) e raccontare, «farsi messaggero presso gli uomini». Ma cosa ha visto Er? Qual è il destino dell’anima umana una volta abbandonata questa condizione terrena? Platone può così esporre la struttura mitico-cosmologica del mondo, affine alla trattazione del Timeo, sulla quale innestare la questione del cammino delle anime, della Giustizia e della Felicità.


giovedì, luglio 1

L'angelogia di Leibniz

Questa sera volevo proporvi la lettura della recensione appena pubblicata sul Giornale di Filosofia della Religione, realizzata dal prof. Mario Micheletti sul volume di Mattia Geretto, L’angelologia leibniziana (Rubbettino, Soveria Mannelli 2010) (qui). Ringrazio il professore per la recensione di questo testo molto interessante, tanto per la sua "originalità" quanto per la sterminata tradizione a cui rimanda. L'angelogia è una di quelle tematiche che corrono al limite tra la filosofia, la teologia, la mitologia e persino l'irrazionalità e la superstizione. Porfirio si impegnò nel debellare dalle scuole platoniche la tendenza ad affidarsi a questi demoni, considerati come quel medio tra l'umano e il divino indispensabile nella trasmissione delle preghiere; ce ne danno notizia Apuleio e soprattutto Agostino nel De civitate Dei, quando la demonologia platonica inizia a trasmigrare nel neonato pensiero cristiano. Non ho intrapreso studi particoli in merito, ma credo che la sterzata decisiva dell'angelo verso la filosofia teoretica sia da inscrivere al neoplatonismo e in particolar modo a Dionigi, che non ha timore di riprendere il sistema procliano "arricchendolo" di queste figure la cui valenza "simbolica" o "reale" è tutta da discutere. Credo che soprattutto l'influenza che Dionigi ha avuto nel medioevo abbia determinato quei continui richiami alla figura dell'angelo in sede teoretica, anche in autori apparentemente lontani da quella tradizione, come l'aquinate. Non voglio sottovalutare la componente "biblica", ma credo che un ruolo decisivo nel medioevo lo abbia avuto proprio la lettura dionisiana. Già nella metà del XV sec., tuttavia, l'angelo sembra avvicinarsi alla storia umana, come accade nel De Pace Fidei del Cusano, quando Dio chiama a sè "gli angeli delle nazioni", portatori delle identità dei popoli e delle religioni degli uomini. Questo progressivo "ritorno" dell'angelo alla dimensione "umana" sembra chiaro nel testo qui proposto, quando Leibniz sembra porlo nello stesso universo delle monadi in cui pone l'uomo stesso. L'angelogia leibniziana dunque prosegue l'avventura degli angeli nella dimensione teoretica ma, contemporaneamente, rompe la trascendenza dei "cieli" dionisiani e danteschi, in piena concordanza con il suo tempo. Mi scuso se il contributo è eccessivamente "tecnico" ma mi premeva sottoporre alla vostra attenzione questo breve profilo storico dell'angelo e della sua avventura nella filosofia, tenendo ben presente quanta strada ha percorso da quel demone "mangiatore di odori" descritto da Giamblico, a portatore di un "proprium [...] in quanto entità specifica della rivelazione".