"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

domenica, dicembre 26

La natività. L'icona di Rublev

Nella dorata icona di Rublev risplende un'immagine insolitamente materna della Santa natività, quasi che il vero soggetto della Santa notte sia Lei, Maria, distesa al centro, così delicatamente appoggiata sul gomito sinistro. Lei, Maria, è il centro: stupisce la sua sagoma, sproporzionatamente più grande rispetto al contesto; le sue vesti la cingono tutta, nascondendola alla vista degli uomini e mostrandone il volto e lo sguardo pudico, un po' declinato verso terra. Intorno a lei l'esser-qui del mondo accade insieme all'evento della nascita, con le sue faccende, la sua quotidianità, ma anche con i suoi angeli, che rigorosamente a cori uni-trini abbracciano l'oscurità della grotta. Lì avviene qualcosa, ma neanche Maria riesce a guardare: il suo sguardo angoscioso è piuttosto rivolto al mondo, agli uomini supplicanti e alle piccole bestie nascoste tra la vegetazione. Gli angeli, si diceva, attorniano tutta la zona sferica tra Maria e la grotta - là dove avviene il miracolo della nascita del Cristo - e scrutano intorno a loro, rivolti al sensibile, il materiale, il povero mondo di Giuseppe, stanco, seduto all'angolo sinistro basso dell'icona.

Sulla stessa fascia, a destra, due levatrici preparano l'acqua per il concepimento, offrendo all'icona una trascendenza temporale: il passato (la preparazione), il presente (Maria distesa come nel momento del concepimento) e più in alto, non a caso al centro, il futuro dell'atto (la nascita del Cristo) sono predicati insieme nello splendore dell'armonia complessiva. Tutta l'icona si sviluppa allora a cerchi concentrici, fornendo la paradossale impressione di una luce che si irradia da un'oscurità indecifrabile, ovvero il fondo più fondo della caverna, come una scintilla che scocca. Il ritmo ternario così armoniosamente cadenzato nell'icona è qui ancora una volta simbolo dell'uni-trinità divina, che è al contempo immanente – poiché presente ovunque (quolibet) – e al contempo trascendente, poiché mai predicata da un tratto sensibile del colore. Ma, ancora, ciò che stupisce è come l'icona sia tout court mariana. Come noi, Maria non guarda il Mistero, ma, piuttosto, rientra in se stessa, contempla con gli occhi della mente e non con quelli carnali; come noi, è timorosa, quasi spaventata, trovatasi al centro dell'Evento, accolto con quella stessa sua semplicità e umanità che così splendidamente traspare dalla umiltà della sua positura. Allora è a Lei che questa umanità straziata deve rivolgersi. Nel frattempo, si compiono le Scritture: il Cristo appena nato fa già segno al Mistero Pasquale: le sue proporzioni sono piuttosto di un uomo adulto; lo cingono delle bende funeree e la sua culla è piuttosto un sepolcro. La Nascita e la Resurrezione sono tutt'Uno: è il Mistero che entra nel mondo, è il Mondo che si compie nella Salvezza.



giovedì, dicembre 23

Un messaggio di Natale

Quest'anno insieme alla nascita del Cristo invito tutti a ricordare la nascita di tutti quei figli "mai nati" della nostra terra, a cui una pratica barbara e disumana ha sottratto la vita. Chi siamo noi per dirgli "NO"?


Il Natale è la nascita assoluta che riflette e assume, illumina e redime, benedice e consacra tutte le nascite di prima e tutte le nascite di poi. Ogni uomo che venga alla luce ripete il miracolo del Natale di Cristo; perché è Dio che decide quella nascita; è Lui che vuole quella vita. È proprio ciascuna di quelle nascite, ciascuna di quelle vite, nessuna esclusa, che l'ha spinto da sempre a incarnarsi.
(Giovanni Testori)


domenica, dicembre 19

Uno spot sull'eutanasia

Recentemente su Rai3 sta andando in onda uno spot pro-eutanasia firmato dai Radicali (lo avrete sicuramente incrociato, ma comunque è facilmente reperibile su internet), che oggi vorrei brevemente commentare. Ciò che mi interessa discutere non è tanto la mia opinione in merito all'eutanasia o esprimere un giudizio di valore sul filmato; vorrei bensì limitarmi ad analizzare l'argomentazione che viene proposta e provare a riflettere senza la pretesa di un giudizio globale in riferimento ad una questione così delicata e complessa come quel nostro viaggio nell'abisso della morte. Una questione la cui complessità e la delicatezza spinge a stare attenti, a muoversi con cautela, e che forse nella trasmissione pubblicitaria e nella forma dello spot risulta – è questa la prima impressione - avvilita e ridotta, benché il messaggio sembri limpido, pacato e riflettuto. Il malato che ci parla con il cuore in mano a pieno schermo ci proietta dunque in una sorta di atmosfera da confessione, da “ultimo giorno”, nella quale si rivendica il diritto ad una scelta in merito alla propria morte; quella stessa atmosfera che in onda sulla televisione delle “veline” sembra piuttosto una parodia dei reali momenti della vita. Durante il monologo vengono elencate tutta una serie di decisioni che nella nostra vita spettano a noi e soltanto a noi, tutte prese con gran senso di responsabilità e tutte decisive per la costruzione di quel cammino strettamente personale che è la vita di ognuno: «ho scelto di fare l'università [...] di sposare Tina» e allo stesso modo, «ho fatto la mia scelta finale». Così argomenta il messaggio, che sembra dunque fare leva sull'idea che un uomo – e solo lui – ha il diritto/dovere di scegliere su ciò che riguarda soltanto lui stesso, su ciò che gli appartiene e che ha a che fare con la propria responsabilità. Nel filmato è tuttavia chiaro come non tutto si possa sottoporre ad una scelta, difatti non scegliamo la malattia, né che la propria famiglia debba subire e accollarsi i problemi legati alla malattia.

Ciò che tuttavia viene fatto passare sotto banco e che secondo me è il tema vero da affrontare è allora capire se e fino a che punto la morte sia una nostra scelta; se e fino a che punto la nostra morte possa essere abbinata a quel secondo gruppo, per così dire, di eventi e questioni che non appartengono alla nostra giurisdizione, che al pari della malattia non costituiscono la nostra scelta, oppure al primo, “di ciò che è frutto di una scelta consapevole”. Compito del filosofo è allora porre in questione questa “appartenenza” e capire se ciò che riguarda la nostra morte può essere posto sullo stesso piano – come volutamente prova a fare il filmato – di ciò che decidiamo per la nostra vita. Allora, forse, il punto debole di questo tipo di approccio sta proprio nel modo piano e lineare di affrontare il tema della morte: esso viene dato come scontato, come un fatto della vita che è in tuo potere. Ma il potere della morte non è tuo, pertanto, argomenterebbe Epicuro, tu non devi farti carico della responsabilità della tua morte, che non costituisce un orizzonte di scelta etica. Pensare che la morte sia una scelta significa pensarla come un qual-cosa di valutabile, da porre su un piatto della bilancia. Ma non è forse questo approccio lo stesso tentativo cosificante che ci porta a considerare tutto come concettualizzabile, afferrabile, da rendere cosa del mondo – e, in quanto cosa, possibile oggetto di una scelta, di una proporzione e che possa avere persino un suo prezzo e un suo valore commerciale?

Ecco perchè lo “spot” non convince: è figlio, anch'esso, di questa cultura materialistica e relativista che perdendo l'idea della sacralità della vita può permettersi di costringere gli eventi decisivi dell'esistenza umana, come ad esempio la morte e la nascita, ad un piano del tutto “umano”, perdendone il mistero e la profondità nella quale rimaniamo avvolti e immersi – benchè il nostro mondo faccia di tutto per non voler vedere oltre il muro della nostra piccola conoscenza scientifica, per usare solo gli occhi sensibili e non gli occhi della mente. In conclusione vorrei ancora sottolineare come questo mio intervento non sia tout court contro l'introduzione della legge sull'eutanasia: pur rimanendo su un piano ancora precedente ad una formulazione di legge, ovvero del tutto etico e teorico, trovo che il tema sia talmente delicato e complesso che affrontarlo in un questo contesto sarebbe inappropriato: ciò che si rischia è proprio lo slogan da spot pubblicitario, è quel modo lineare e mai problematico di porre la questioni, atteggiamento da cui dovremmo sempre tenerci distanti.


lunedì, dicembre 6

Un cinico "Presidente della camera"

Se a qualcuno di voi è capitato di trovarsi all'estero, saprà quanto sia dura difendere la propria nazione nei discorsi politici. Posso fare presto un esempio. Chiunque segua un minimo la politica europea, conosce la situazione delle altre nazioni dell'UE e sa quanto i diversi partiti al governo cerchino di stringersi attorno alla nazione, di fare cerchio e così provare a risollevarsi dalla bestia nera, che, come la peste, sta mietendo vittime ovunque, ultima (o forse non ultima) la stupenda Irlanda. Ecco, in Italia questo non accade. Difatti qualche mese or sono, un cinico "Presidente della camera" inizia a scalpitare nelle fila del primo partito della nazione, che lui stesso un anno prima aveva contribuito a formare e grazie al quale ha ottenuto i voti necessari e l'appoggio politico per ricoprire la sua nuova carica. Tra l'altro questo cinico presidente, ricordiamolo, senza l'appoggio dell'attuale "Presidente del consiglio" starebbe ancora a bighellonare per strada e molto probabilmente non avrebbe mai raggiunto posizioni così importanti nel governo del Paese, come capitò ai suoi predecessori del partito - dimostrando tutt'altra statura morale. Dunque, si diceva, benchè da un decennio abbondante (e non da ultimo nelle recenti elezioni) il suddetto cinico "Presidente della camera" sia stato portato passo passo verso le prime cariche dello stato grazie all'aiuto e alla leadership del "Presidente del consiglio", tutt'a un tratto il tale subisce una conversione radicale.

Ecco che improvvisamente, fulminato sulla via di Damasco, il cinico si rende conto che le persone con cui ha condiviso un decennio di attività politica e grazie alle quali la sua parola ora conta qualcosa, sono tutte corrotte e mafiose; allora il cinico pensa bene di farsi espellere in estate dal primo partito (in modo da rivendicare un torto subito) e iniziare la scalata al trono. Nei mesi successivi, grazie ad una fondazione a lui vicina, inizia divulgare le idee opposte a quanto aveva predicato sino ad allora su temi centrali come immigrazione, questioni della giustizia e temi etici. A dicembre, oramai forte del nuovo appeal guadagnato, con un voto di sfiducia fa cadere il governo e addossa agli italiani altre spese per le elezioni anticipate; non è finita qui: lo stesso cinico "Presidente" sostiene di voler iniziare un governo di "responsabilità" valendosi dell'appoggio di una buona parte dell'opposizione - che, appunto, è opposizione proprio perchè ha perso le elezioni. Purtroppo nessuno o quasi riesce a far notare al "Presidente" che un tale governo sarebbe, quantomeno, antidemocratico, in quanto gli italiani hanno votato per una coalizione e non per un partito - come accadeva prima dell'avvento del bipolarismo - e che quindi sono gli italiani ad aver deciso a chi dare la responsabilità di governare. Ancora, nessuno fa notare un altro piccolo particolare: parlare di responsabilità pare quantomeno "ambiguo", in quanto il tale cinico ha appena dimostrato di essere del tutto irresponsabile dimenticandosi 1) del voto degli italiani; 2) dei propri patti all'interno del partito 3) di chi lo ha appoggiato fino ad allora 4) delle famiglia italiane che pagheranno i costi di queste nuove elezioni più i finanziamenti pubblici ai partiti.

A questo punto possiamo chiederci: donde giunge questa folgorazione? Facile risposta. Il cinico "Presidente", troppo "responsabile" per condividere l'attuale governo, capì di non avere più molto spazio all'interno del maggiore partito d'Italia. A questo punto, per questioni di leadership personale e di potenza elettorale, decise di diventare progressista e un po' di sinistra, di far cadere il governo e di importarsene ben poco della crisi e dell'Italia. E non è ancora finita. Come reagisce l'Italia a cotanta dimostrazione di onore e coerenza? Beh, qui arriva il difficile. Difatti alcuni italiani rimangono illuminati dal cinico "Presidente": lo seguono e persino chiedono autografi nelle frequenti conferenze che tiene in tutta l'Italia, nelle quali, con il giusto appeal e con un ritrovato carisma da leader, cerca di inculcare nella gente le nuove idee che dovranno essere innalzate al fianco della bandiera; il tutto è chiaramente interpretato con eleganza e caparbietà, la stessa con la quale in questi giorni il cinico "Presidente" sta bruciando il proprio passato e i soldi di chi da anni gli paga lo stipendo da parlamentare - ossia, noi italiani. Ma questa è solo una parte. Gli altri italiani? Beh, alcuni sono talmente accecati dall'odio contro il "Presidente del consiglio" (presto ex) da non rendersi conto di quanto sia caldo l'olio in cui l'Italia sta per cadere; altri, forse più smaliziati, ci ridono sopra. La maggioranza, come al solito, assiste inerte e impotente a questo teatrino. Bene, come faccio ora a spiegare tutto questo ai miei amici internazionali senza beccarmi una sonora risata?