"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, dicembre 24

Santo Natale 2011

Nell'augurarvi un Santo Natale riprendo questa citazione di Johannes Tauler da una sua predica di Natale che anni fa avevo riportato integralmente (qui). In questo tempo che viviamo, le parole di Tauler mi sembrano particolarmente pungenti: per quanto non perfettamente in linea con la Chiesa Cattolica del tempo, con il tema eckhartiano dell'anima che-si-fa-madre e genera il Verbo, Tauler anticipa il famoso adagio di papa Luciani: "Dio è Padre e Madre". La femminilità dell'anima, che accoglie e "partorisce" il Verbo in noi, è la femminilità di Dio, che costantemente esplica l'umanità - la "crea" perchè è Bene assoluto, è infinito donarsi.

Nostro Signore Gesù ha detto: “Io sono venuto a portare una spada per tagliare tutto ciò che appartiene all’uomo, madre sorella, fratello"; perché, quello che ti è intimo, è il tuo nemico, per­ché la molteplicità delle immagini che nascondono e velano in te il Verbo, impediscono questa nascita nella tua anima. [...] Che tutti possano preparare un posto in se stessi a questa nobile nascita, così da diventare una vera madre spirituale. (J. Tauler)



giovedì, dicembre 8

Encyclopédie des mystiques rhénans d'Eckhart à Nicolas de Cues et leur réception

Segnalo l'uscita di una importantissima raccolta - Encyclopédie, dicono i francesi - di testi, riflessioni e  prediche consegnateci dalla grande tradizione della mistica renana, tra Meister Eckhart, i suoi "allievi" Taulero, Enrico Suso e il card. Nicola Cusano. Il lavoro è curato da grandi nomi degli studi eckhartiani e cusaniani tedeschi e francesi, quali Walter Andreas Euler, direttore del Cusanus-Institut di Trier, Klaus Reinhardt, Harald Schwaetzer, la prof.ssa Marie-Anne Vannier, storica della mistica, e dal famoso teologo Bernard McGinn, docente all'University of Chicago. Le 1280 pagine edite per Les Editions du Cerf sono disponibili proprio da oggi, 8 dicembre 2011 (info qui).

Cette « Encyclopédie » est au cœur d'un ensemble d'ouvrages, constitué notamment par deux « Anthologies », l'une des mystiques rhénans, l'autre de Nicolas de Cues, ainsi que d'un volume sur « L'Iconographie des mystiques rhénans ». Vladimir Lossky, lui qui a présenté magistralement la « Théologie mystique de l'Église d'Orient » et rédigé sa thèse en Sorbonne sur Eckhart, reconnaissait dans l'œuvre de celui-ci « l'apogée de la théologie mystique de l'Église d'Occident ». C'est également l'originalité et la profondeur des textes d'Eckhart (souvent appelé le plus grand mystique du Moyen Âge), de Jean Tauler, d'Henri Suso et de Nicolas de Cues, qui nous ont fait donner ce titre à cette vaste entreprise franco-allemande, qui rassemble une centaine d'auteurs.

Segnalo inoltre che si terrà una presentazione ufficiale del volume organizzata dalla Cusanus Gesellschaft e dall'Università di Trier il 20 e 21 aprile 2012 nella Cusanus-Geburtshaus (qui il programma in formato .doc). Parteciperanno i rappresentanti della Cusanus-Gesellschaft Bernkastel-Kues, dell'Equipe de recherche sur les mystiques rhénans, (Université Paul Verlaine, Metz), dell'Institut für Cusanus-Forschung an der Universität und der Theologischen Fakultät Trier e la Kueser Akademie für Europäische Geistesgeschichte.



domenica, dicembre 4

venerdì, novembre 25

Se la sinistra "iconizza" Steve Jobs

Con questo breve articolo segnalo l'inizio della mia collaborazione con il giornale on-line Die Brücke, dove mi occuperò maggiormente di temi riguardanti la lettura del presente, le questioni di teologia civile, la laicità, nonchè le radici filosofiche del pensare contemporaneo. Per quanto riguarda invece i temi "spirituali" e di filosofia teoretica, la piattaforma fissa continuerà ad essere la nostra Cittadella, o, in versione accademica, il Giornale di Filosofia della religione. Ringrazio la redazione di Die Brücke e segnatamente Stefano Di Bucchianico per avermi chiesto di contribuire con queste umili righe.



L’idolatria e gli onori reputati da tutto il mondo all’opera di Steve Jobs erano ampiamente prevedibili. Tale operazione culturale, quando non spontanea, sembra invece seguire l’andazzo oramai tradizionale (seguito soprattutto in politica) secondo cui, da defunto, il competitor diviene immediatamente più geniale, più bello e più bravo di quanto non fosse mai stato in vita. Eppure mi pare di assistere a un qualcosa di incredibile. Vediamo perchè.

Anzitutto è bene riorganizzare le idee. Fuori da inopportune biografie o agiografie, ci si chieda: cosa rappresenta Jobs? Si tenti una risposta: Steve Jobs è stato l’esempio più chiaro e netto della politica economica dell’ultimo cinquantennio (almeno) targata U.S.A.. Jobs è difatti un giovane di San Francisco dedito all’informatica e all’imprenditoria fai-da-te, che, iniziando dal nulla - il giovane, tra l’altro, era stato adottato – ha costruito un’azienda di grossa spinta economica. [...]




martedì, novembre 22

2021: The New Europe

Segnalo un interessante saggio dal titolo 2021: The New Europe pubblicato sull'inserto culturale del Wall Street Journal di sabato scorso e scritto da Niall Ferguson, famoso giornalista e docente di Storia moderna all'Università di Harvard, che alcuni conosceranno per la serie di documentari trasmessi anche in Italia su History Channel in merito alla Civiltà occidentale. Ferguson è inoltre uno degli intellettuali più in vista del mondo dei neocons. L'articolo in questione rappresenta il tentativo di gettare uno sguardo sull'Europa 2021, quando saranno passati dieci anni dalla great crisis of 2010-11. L'immagine che offre Ferguson della "nuova" Europa è facilmente immaginabile: essa sarebbe una sorta di "unione federata", sul modello degli Stati Uniti d'America - insomma, finalmente, degli "Stati Uniti d'Europa", come più volte abbiamo auspicato anche su queste pagine. L'Euro è potuto tornare ad essere una moneta usata ovunque e i vecchi Stati nazionali hanno dismesso per buona parte le veilleità su confini e divisioni. La vignetta riportata è in tal senso eloquente. Ebbene, mi pare che per quanto la direzione indicata da Ferguson possa essere davvero auspicabile e, forse, per quanto essa sia davvero il culmine necessario del processo di europeizzazione degli Stati iniziato dopo la caduta del Berliner Mauer (1989), proverei a muovere alcuni rivlievi critici. L'Europa, anzitutto, è caratterizzata da una quantità estramente differenziata di culture e tradizioni che si sono sviluppate in uno spazio "geografico" invero molti ristretto - si pensi, ad esempio, alla situazione dei quattro cantoni svizzeri. L'Europa, ancora, in controtendenza con gli U.S.A., è attraversata da una serie di movimenti autonomistici, quali la Lega Nord in Italia, i tanti movimenti indipendentisti spagnoli (Paesi baschi, Galizia, Catalogna) e le spinte che hanno caratterizzato le recenti separazioni di Repubblica ceca e Slovacchia o la complessa situazione balcanica.

Il portato pluralista delle culture europee sembra dunque oggi piuttosto acuito dal continuo moltiplicarsi di spinte identitarie e localiste che, sentendosi legittimate dal recente passato, contribuiscono ad abbattere molti centralismi e perfino gli Stati-nazione. Per cui quello che vorrei contestare al prof. Ferguson non è tanto l'impostazione di fondo, che pure condivido, bensì, come dire, l'ottimismo della tempistica; sono difatti convinto, in forza della straordinaria tradizione europea che abbiamo forgiato nei secoli, che la nostra vocazione sia davvero la convivenza civile nell'orizzonte dell'Europa unita secondo una sorta di, come dire, "federalismo europeo". Una forma di unità dei "glocalismi" che non giunge dall'Atlantico come un modello a cui adeguarsi - come forse erroneamente credono alcuni neocons - ma che, al contrario, rappresenta  il prodotto politico più avanzato della nostra stessa Europa. Il paradosso è allora questo: mentre la formazione "federale", tipica della concettualità dell'Europa moderna, si è resa immediatamente disponibile per le nuove terre conquistate (invero con troppi spargimenti di sangue) oltre l'oceano, essa sta avendo difficoltà ad affermarsi nella stessa Europa dove è nata poichè vi incontra le resistenze di tutti quei mondi culturali che hanno avuto modo di affermarsi contro questa stessa tendenza. L'Europa ha dovuto passare, dunque, per i nazionalismi - che sarebbero stati impensabili negli USA federati - e per le cortine di fumo, ma oggi, dopo la caduta dell'ultima grande ideologia europea anti-moderna nel 1989, ha avviato un processo importante di federazione. Oggi la sfida è quella di incanalare le spinte localiste di cui abbiamo accennato verso una concezione di Europa unita e federata che non si limiti tuttavia a salvaguardare le differenti tradizioni, ma che, al contrario si fondi proprio sulla pluralità.


martedì, novembre 8

FARE LA PACE. Vincitori e vinti in Europa.

a cura delle Associazioni culturali 
"Identità Europea" - sezione Abruzzo
e "City Lights"


FARE LA PACE. Vincitori e vinti in Europa.

Giovedì 10 Novembre 2011, ore18
presso la Libreria Citylights 


sarà presentato IN ANTEPRIMA il libro di

Sergio Valzania
,
Fare la pace. Vincitori e vinti in Europa, edito da Salerno
e quello appena precedente dello stesso autore
Napoleone, edito da Sellerio


Interverranno:

- Prof. Stefano Trinchese 

(Preside della Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università “ G. D’Annunzio”)

- Prof. Nunzio Mezzanotte.

- L'AUTORE SERGIO VALZANIA






Modera

- Dott. Alessandro Angelucci

(storico)


lunedì, novembre 7

Abbiamo secolarizzato anche il denaro?

Gli accadimenti di questi giorni in merito alla crisi mondiale stanno spingendo all'acuirsi di odi, di lotte di fazioni, di risatine francesi e, purtroppo, di auto e case bruciate; la crisi economica, insomma, fa problema anche oltre i meri flussi di denaro, i grafici e le statistiche dei tecnici. Negli ultimi tempi, nonostante la mia formazione, mi sono cimentato con varie letture di ambito economico, seppur, per forza di cose, ancora superficiali e "divulgative". Ebbene, l'idea che ho coltivato e che vorrei proporvi risulterà forse un po' banale ad un occhio avvezzo alle discussioni di economia: alle spalle di tutto questo dramma che stiamo vivendo, probabilmente, vi è una crisi ben più profonda di un abbassamento degli indici di Wall Street. Questa ipotesi, d'altronde, circolava già da un po' e, per dirla in termini filosofici, potrebbe consistere in una riproposizione del concetto di occidente heideggeriano, pensato come "terra dell'occado", che porta inevitabilmente alla negazione di ogni valore (Nihilismus). Oppure in questa crisi non c'è nulla di tutto questo e si tratta, ancora, dell'avidità umana di denaro - e del suo corrispettivo morale nella volontà appropriativa (Eigenschaft) di cui altre volte abbiamo trattato nelle pagine de La Cittadella? Credo ci sia qualcosa di più. Qualcosa è cambiato.

L'ipotesi che vorrei sottoporvi si potrebbe esprimere con questa domanda (retorica): che la crisi di valori dell'occidente post-metafisico abbia secolarizzato anche il denaro? Il denaro perde di valore e dunque di potere - si svaluta, si dice in economia - se a sorreggerlo non vi è un sistema sano di "fiducia". Lo scrivono tutti gli economisti: Tu devi difatti avere fiducia che chi ti paga con una banconota possegga il valore corrispondente da pagare al portatore. Troviamo le radici di questo concetto nella nascita stessa del sistema economico in sostituzione al più immediato baratto: invece che scambiare i pomodori che ti di offro con un sacco di patate, mi "paghi" con un pezzo di carta su cui scrivo "100" (cento = un sacco di patate) e io ho fiducia che tra una settimana, un mese, un anno quando ritornerò con quel pezzo di carta, tu:
i) lo riconosca come valido e dunque come "pagabile a vista del portatore";
ii) abbia ancora il sacco di patate che ti eri impegnato a pagarmi come trovo scritto sulla banconota da "cento".

La crisi attuale è causata dal fatto che al momento in cui il creditore è tornato al contadino per riscuotere i pagamenti promessi qualche tempo prima, ha scoperto che quel secco di patate già pagato non c'era più: era stato a sua volta "re-investito". Ebbene, non posso che far notare come tradire queste due aspettative significhi venir meno all'onestà (punto 1) e all'onore (punto 2) cosicchè la fiducia del creditore nei tuoi confronti si è dimostrata ingenua, infondata. Ma cosa ha portato a tradire la fiducia e ad investire ulteriormente quel sacco di patate per altre transazioni quando esso era già erano stato venduto e compromesso, come è accaduto con le operazioni di "finanza speculativa"? L'avidità di denaro, certamente, è un buon movente. Eppure non è stata forse la fiducia tradita ad innescare tutto il meccanismo? Non è forse questo il segno più radicale della crisi di valori di un mondo che "non crede più a niente", come scriveve bene Charles Péguy (Il mondo di chi non crede più a nulla, nemmeno all’ateismo, / di chi non si prodiga per nulla e non si sacrifica per nulla) e che dunque non crede neanche che la fiducia riposta vada onorata?

"In God we trust" - c'è scritto sul dollaro. Gli americani più accorti sapevano benissimo che in assenza di un sistema etico garante del fatto che la fiducia vada a buon fine, il denaro aveva perso di valore. Quel sistema, in coerenza con la tradizione puritano-calvinista dei padri fondatori, era rappresentato dal "God" in cui "we trust" - si legga qui anche il senso di un mondo che al contempo si dimostra senza freni in economia, ovvero che rifiuta qualsiasi intervento esterno volto a limitare l'assoluta parresia del numero, e, dal punto di vista etico, rigidamente arroccato sulla tradizione cristiano-calvinista (si aprirebbe poi il tema del New Age e della religiosità negli U.S.A., che non possiamo trattare ora). La domanda fondamentale è allora se la responsabilità della crisi economica risieda davvero negli speculatori finanziari o se forse, in realtà, essi non siano altro che strumenti di una visione del mondo che li precede; la radice ultima è allora da rintracciare in quelle concezioni filosofiche che hanno contribuito a creare un mondo in cui i termini valore, onestà, fiducia, sincerità e quant'altro non valgano più perchè venuto meno il loro fondamento unitario (God); un mondo in cui, al contrario, è tornata a dettar legge prepotente la forza del più bruto, la virtù del disvalore, che prende piede in assenza di una struttura di valori; un mondo che ha dismesso Dio per ripiegarsi solo su se stesso, e che, come ultimo baluardo, non ha fatto altro che secolarizzare anche il denaro.



Vedi anche:
  • La risposta del prof. Carlo Lottieri sul suo blog "Credere nello Stato?" (qui)
  • La risposta di Luigi Copertino su EffediEffe (qui)
  • L'articolo è apparso anche su Die Brücke (qui)
  • L'articolo è apparso anche sul sito dell'Associazione Centro Studi Nuove Generazioni (qui)



lunedì, ottobre 31

Chi salverà le streghe?

Non mi pare che l'elemento volgare che emerge dai costumi corrotti di questa notte del 31 ottobre possa individuarsi nella radice celtica della "festa" americana; la tradizione dei culti al Dio del mondo, difatti, "seppur" pagani, non è mai malvagia di per sè. Sono sorpreso, a dire il vero, dal fronte compatto del mondo cattolico contro la festa "civile" di Halloween. Mi sarei invero aspettato maggior capacità di distinguere e scremare il buono dal corrotto - o, se preferite, il grano dalla pula - che molti cattolici dimostrano nel trattare svariati temi di spiritualità. Le parole di J. Ratzinger mi sembrano macigni. Ciò che ci deve scandalizzare, invece, è come la Winternacht dei popoli teutonici o la Samhain dei celtici sia stata svenduta alla più gretta superstizione popolare e al consumismo bulimico dei nostri tempi. Io credo che l'affronto che si sta consumando ai danni dei nostri antenati, della loro spiritualità, della sacralità dei loro riti sia incommensurabile rispetto a qualsiasi distinzione di sorta tra le tradizioni pagane e cristiane. Chi difenderà la loro memoria? Che si capisca una buona volta quanto la tradizione cultuale al Dio del mondo sia "una cosa seria", perché mi pare che l'effetto più inaspettato di questo agostinismo di rimessa sia proprio la secolarizzazione di ogni culto. Compreso quello cristiano, così come sta avvenendo da almeno due secoli. Un sano esercizio di distinguo tra Dio e Mammona sarebbe invece salutare alla spiritualità di tutti.


giovedì, ottobre 20

Ora basta con l'aborto


di Giuliano Ferrara

E adesso che facciamo? La massima corte di giustizia europea ha stabilito che l’embrione umano, perfino prima di essere compiutamente un embrione fecondato, non può essere manipolato e brevettato da ricercatori e scienziati. E un feto di un certo numero di settimane? Quello sì, quello può essere abortito. Lo dice la nostra cultura giuridica. La situazione morale che ne deriva è incandescente, e pone problemi serissimi a tutti. Il ricercatore è in una situazione etica diversa da quella della donna che ospita un figlio indesiderato. Nel primo caso si tratta di metodologia scientifica, dei rischi di fare tutto quel che è possibile fare in provetta. Nel caso della donna si tratta di una scelta diretta di vita. Sarebbe giusto ormai riconoscere che si tratta di una scelta tra due vite: la sua libertà procreativa cosiddetta, e la vita umana fecondata e in crescita, nutrita e accudita dal suo corpo, destinata ad annientamento. Una sentenza stabilisce che nel primo caso c’è una dignità umana che sarebbe offesa da procedure di selezione e distruzione. Nel caso della donna mille sentenze tutelerebbero, ai sensi delle leggi abortiste, il diritto a fare quanto e più di quello che, in nome della dignità della vita umana, è precluso al ricercatore. Incandescente.

    Confermiamo un nostro vecchio orientamento. L’aborto è un omicidio, il massimo omicidio possibile perché preclusivo di tutto il futuro della persona. Nello scontro fra assoluti etici che questo comporta, non è possibile riparare a un peccato morale, tra i più antichi e sofferti del mondo, con punizioni e ipotesi di reato penale a carico delle donne che abortiscono e di chi collabora al fatto abortivo. Ma questo dramma deve imporci una conseguente, ferma, severa, responsabile politica antiabortista, a partire dalla guerra culturale contro lo sterminio per selezione e annientamento dei non nati. Oltre un miliardo in trent’anni. E la conta continua.

    Era il tema della moratoria antiaborto del 2008 e della lista presentata alle recenti elezioni politiche italiane. Ridefinire la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo firmata a San Francisco nel 1948, all’articolo 3. Specificare bene che i confini della vita umana oggi conosciuta, dopo le ricerche e la mappazione del Dna, sono diversi da quelli conosciuti nel 1948. Far discendere da questa ridefinizione le norme giuste per rendere importanti e cogenti i controlli sulle motivazioni dell’aborto, prima dell’operazione distruttiva da scongiurare ai limiti del possibile. Investire soldi pubblici nella promozione sussidiaria e privata di ogni tipo di assistenza antiaborto. Attrezzare cimiteri per i non nati, che devono avere un nome, e finirla con la pratica della loro eliminazione sotto la categoria dei “rifiuti ospedalieri speciali” cosiddetti. Estendere la pratica delle adozioni, la moderna ruota dei conventi. E molto altro. Insomma lottare contro la sordità morale nei confronti dell’aborto e delle pratiche di selezione eugenetica che portano occidente e oriente a fare della libertà della donna, della libertà di nascere come frutto dell’amore, della libertà di esistere anche se non si sia figli maschi, un infernale e nichilistico macello sociale.




mercoledì, ottobre 19

Aforisma: l'ipotesi del seduttore

La questione mai risolta è e resterà sempre se il gioco valga o meno la candela - sempre che il gioco non valga di per sè; quest'ultima, ovvero quella che con Kierkegaard chiamerei "l'ipotesi del seduttore", dovrebbe essere quella filosofica per eccellezza. Ce lo insegna, tra gli altri, Aristotele in Metafisica, I. Eppure la vita vissuta ti smentisce. La vita vissuta ha bisogno di più candele di quanto Tu non creda.

A.F.


(Trattasi di un "aforisma filosofico della sera", concepito con un po' di malinconia durante un eccessivamente lungo ritorno a casa su una strada statale densa di traffico).



martedì, ottobre 11

G. Gentile, Se la filosofia antica è immersa nella natura, il cristianesimo lo è nella libertà

Noi oggi vediamo chiaramente quello che Dante e i filosofi del suo tempo scorgevano pure sicuramente per quanto in confuso: che cioè la stessa posizione propria di tutta la filosofia pagana non consentiva la debita adorazione di Dio, il riconoscimento dell’identità di natura tra Dio adorato e l’uomo che l’adora, ossia della sua spiritualità. Quella filosofia si sforza tutta di concepire intellettualisticamente la realtà, come oggetto assoluto della conoscenza umana; e la realtà, quale si rappresenta all’intelletto che la presuppone come suo oggetto, concepita come molteplicità atomica o come cosmo intelligibile, come estensione o come pensiero, rimane sempre qualche cosa di chiuso in sé, che l’uomo non può riconoscere senza sentirsene fuori; che è come dire, senza svalutare sé stesso, e annientare idealmente nella realtà assoluta la propria personalità, la propria libertà, la coscienza della propria creatività.
Se il mondo è tutto quello che dev’essere quando noi prendiamo a conoscerlo, questa vita che comincia a realizzarsi mercé l’attività del nostro spirito, non può non apparire illusoria, poiché rimane esclusa dalla totalità dell’essere concepibile; e non può quindi non svanire nel nulla. Donde quel travaglio disperato d’Amore, in cui Platone simboleggia non pur la vita del pensiero umano aspirante all’immortalità delle idee, ma della natura universale, tutta corrente, immensa fiumana, dal monte a una foce irraggiungibile. Da Parmenide, per cui la realtà è quell’Unità, in cui il pensiero deve immedesimarsi per essere, a Plotino che ripone l’apice supremo della vita spirituale nell’estasi in cui lo spirito deve uscir da sé per assorbirsi nell’Uno, il savio gentile s’affisa per otto secoli, anzi per tutto lo sviluppo della civiltà pagana, in una realtà esterna che è tutto, e non contiene in sé la stessa sapienza del savio; non ha posto per quella realtà, entro la quale l’uomo vive pensando e volendo. Il suo Dio è semplice natura.
Quindi il pessimismo profondo radicale che è in Platone, e che non può ritrovarsi in Leopardi. Per restituire la speranza all’uomo che naturalmente desidera, occorre che la posizione dell’uomo di fronte al mondo muti, e sia diverso perciò il suo atteggiamento verso Dio, principio assoluto dell’essere che costituisce il mondo. La conoscenza intellettuale deve cedere il luogo all’amore: a quell’atto spirituale che non presuppone, ma esso fa essere il termine reale, a cui s’indirizza; lo fa essere, s’intende, nell’ambito stesso della vita spirituale, nella coscienza. Occorre cioè che la realtà a cui ci si rivolge non sia questa natura, a cui noi pure naturalmente apparteniamo; ma quello spirito, in cui a noi non è dato penetrare se non in virtù, di un’attività che non è istinto, né, comunque, legge naturale, ma libertà: l’opposto, la negazione della natura. La divina realtà dev’essere intesa dunque come Spirito: spirito in sé (monotriade), spirito rispetto all’uomo (mediatore). Ecco una nuova sapienza, ecco, come dice Dante di Beatrice, la «loda di Dio vera» (Inf. II, 103): ecco quella «che lume fia tra il vero e l’intelletto» (Purg. VI, 45).
 da Giovanni Gentile, La filosofia di Dante Alighieri, III



lunedì, ottobre 3

venerdì, settembre 30

Una Bellezza un po' meno bella. Recensione a Scruton.

Sì, lo confesso: sono un ammiratore di Roger Scruton; scrivo "ammiratore" con un po' di imbarazzo, anche se vi è sottinteso un senso filosofico. Sarò più chiaro: seguo i suoi movimenti, lo leggo con frequenza, mi piace ciò che dice e che pensa; lo considero una luce in questo mondo senz'anima. Il che dovrebbe quantomeno spingermi ad un atteggiamento mansueto e acquietato nei confronti dei suoi libri. Nonostante ciò, con rammarico, sono qui a raccontarvi una delusione. Mi pare che l'ultimo testo di Scruton, La bellezza, sia un vero flop. Non me ne voglia l'ottima casa editrice Vita&Pensiero per la cattiva pubblicità, ma questo testo non è di certo ai livelli della penna che il New Yorker definì "il filosofo più influente al mondo". Sarà stato il contesto della lettura, sviluppata stancamente su un Freccia Bianca Milano-Pescara e con rottura della locomotiva a Bologna (durato in tutto 8 ore), ma quelle 183 pagine mi sono sembrate troppo "divulgative" per un uomo brillante come Scruton. Non che il "divulgare" significhi di per sè un indebolimento rispetto alla pomposa forma accademica, ma quei riferimenti a Platone mi sono parsi troppo rabberciati, un po' superficiali. Lo stesso si dica per i troppi paragoni forzati con le pop-stars attuali, vòlti certo a rendere l'ideale della Bellezza classico-rinascimentale più vicino al mondo odierno (perciò più fruibile per i lettori), ma forse azzardati rispetto al piano complessivo delle questioni in campo. Le tesi di fondo restano sul consueto piano, altissime e, appunto, di una Bellezza divina; eppure Scruton si è sempre distinto per aver guardato, appunto, in alto - si legga, per tutti, "Il manifesto dei conservatori" - senza cedere al fascino suadente di peccati e peccatori. Stavolta, invece, sembrerebbe che a qualcosa abbia ceduto, se non altro, mi si conceda, all'ansia da bestseller. E non è da lui.


lunedì, settembre 26

Atlante. Un mito precristiano?

Gli enti naturali hanno in sè il principio del loro divenire; non così per i manu-fatti, che devono la loro forma ad un altro da sè, ovvero un ente terzo, che la imprime, che plasma e che li aliena (nel senso etimologico del renderla altro - die Entfremdung). Una differenza, dunque, che ha a che fare con ciò che propriamente attiene alla natura della cosa, uno scarto che delimita, appunto, ciò che è natura e ciò che è frutto della tecnica; ma cos'è téchne? I latini la chiamavano ars, è la capacità del produrre un qualcosa; è, meglio, l'ars poietica. Quel che propriamente è natura, invece, non dipende da un terzo, ma contiene in sè il principio del proprio divenire - un divenire che è compimento del telos della cosa (entelecheia, appunto). Eppure la produzione non espunge la cosa fuori dalla natura. Lungi dal pensarle opposte, vi è, piuttosto, un rapporto di reciproca interdipendenza. Non si tratta dei Due, ma, forse, di una figura stramba che essi descrivono nel loro intrecciarsi. Ma si vada oltre: Chi fa-con-mano? Il demiurgo platonico, certo. Ma Egli è pur sempre un divino. Ciò che crea problema è l'analogia creatore-creatura: così come Dio, anche l'uomo può. Nella tecnica vi è il seme della volontà di potenza. E l'uomo può, cristianamente, perchè egli è il centro e il telos della creazione; all'uomo è stato affidato in custodia-cura il mondo intero. No, di più: all'uomo è stato offerto l'exemplum - la Via, la Verità, la Vita - per divenire come il Figlio. La tecnica è dunque impensabile senza cristianesimo. Mai antica mito-logia, allora, fu più anticipatamente cristiana dell'Atlante, alleato di Crono nella guerra contro gli dèi dell'Olimpo, condannato a reggere le colonne del Mondo.


mercoledì, settembre 14

La riconciliazione dei Lefebvriani con la Chiesa

Non mi pare che in ambiente cattolico la vera notizia di questa mattina sia quella riportata su tutti i giornali, ossia la ridicola denuncia alla corte dell'Aja contro Benedetto XVI, azione legale che, come si suol dire, "lascia il tempo che trova" tanto per i contenuti improponibili sia per l'opzione perseguita, volutamente mediatica - tanto più che, ci si augura, i tribunali d'Europa pensino a perseguire i criminali veri e non stare dietro ai vezzi di qualche intollerante. La novità più concreta è invece il documento appena pubblicato dalla Santa Sede con cui si dichiara di aver compiuto la serie di incontri previsti con la congregazione di tradizionalisti "Pio X" dal 2009 ad oggi, "al fine di chiarire i problemi di ordine dottrinale e giungere al superamento della frattura esistente". Nel documento diffuso stamattina (qui) si rende noto di aver concordato un Preambolo Dottrinale che segna il superamento delle distanze interpretative.

In tal senso, allora, si può attendere con fiducia il definitivo rientro della scomunica per i quattro Vescovi consacrati trent'anni fa da Levebre, dopo le aperture già mostrate nel 2008 dall'appena eletto papa Benedetto XVI. La riconciliazione con quel mondo tradizionalista e antagonista della svolta segnata con il Vaticano II potrebbe apparire una faccenda da palazzi Vaticani, tanto più che i gruppi rimasti fedeli allo spirito contestatorio di Lefevbre sono esigui e spesso rinchiusi in piccole comunità di preghiera; in realtà mi pare che la mano tesa verso l'ultima eresia della Chiesa Cattolica potrebbe offrirci la cifra adatta per intendere anche quei temi più pubblicizzati della politica ecclesiastica del papa. A fronte di un'immagine rigida e conservatrice che alcuni ambienti della Chiesa vorrebbero far trapelare, Benedetto XVI si dimostra in questo caso intento a ricomporre i pezzi perduti, laddove lo stesso Giovanni Paolo II, mutatis mutandis, si era mostrato intransigente.


sabato, settembre 10

L'inseparabilità dei "Tre". Del Noce e la modernità

Negli ultimi giorni sto affrontando la lettura de Il problema dell'ateismo, riedito lo scorso anno da Il Mulino, in occasione del centenario della nascita del suo autore, Augusto Del Noce. Filosofo e letterato, Del Noce ha vissuto quella prima metà del Secolo breve in cui l'ateismo viveva la stagione forte, per così dire, così com'era espresso in forme sociali (marxismo), strettamente politiche (ideologie fasciste) e soprattutto filosofiche, quando il neopositivismo sembrava aver fatto scorrere i titoli di coda sulla legittimità di una qualsiasi esperienza religiosa. Le mie scarse conoscenze in merito alla filosofia e alla storia della teologia di questi anni non mi permettono una valutazione agevole e obiettiva di questo scritto nè un'analisi approfondita per la quale rimando a recensioni e testi di maggiore affidabilità. Quello che tuttavia mi pareva interessante condividere è la tesi di fondo del libro: dal punto di vista di Del Noce è giunto il momento di analizzare l'ateismo contemporaneo alla luce delle sue premesse, poste nell'ambito del razionalismo moderno; in altri termini, è necessario ripensare la storia della filosofia come non più adagiata sull'ipotesi idealistico-marxiana di un progresso etsi deus non daretur. Il seme dell'ateismo moderno è per Del Noce chiaro sin dai podromi della modernità. Ecco perchè è necessario considerare l'enorme flusso e intreccio di correnti filosofiche nate da Cartesio in poi alla luce dell'opzione ateistica nella quale esse hanno comunque abitato. Questo richiamo alla dimensione teologica della modernità non è per nulla scontato. Non si illudano, dunque, i filosofi moderni di aver filosofato in assenza di teologia: in essi agiva pur sempre un modello filosofico e per questo quelle categorie storiografiche che non tengono in considerazione tale modello risultano del tutto inadeguate per comprendere cosa è accaduto in quegli anni.

Si faccia un passo avanti. L'ateismo, si obietterà, non nasce di certo da Cartesio - che pure di definiva cristiano -, ma era presente sin dai primi passi della filosofia stessa: è nella tensione naturalista dei primi sophoi, così come nel materialismo arruffato di Democrito o in quello più raffinato di Lucrezio; nè il medioevo ne risulta assente - senza far riferimento al complesso giudizio sulla tardo-antichità. Il problema, incalza Del Noce, è, ancora, nell'alveo entro cui tali pensieri si generano. Si benefici di un esempio. La differenza principale tra l'età cristiana e la modernità sarebbe nel fatto che, in tutte le correnti che l'hanno attraversata, la prima presupponeva quantomeno un'etica condivisa che funzionava da fondamento - al punto che persino Schopenhauer confesserà come il vero problema dell'etica sia la "giustificazione" del cristiano neminem laedere; nella seconda, invece, la presunta assenza del piano su cui costruire una città comune non sarebbe da ricercare nella nietzschiana (per un ateismo tragico) o hegeliana (per un'ateismo critico) morte di Dio - come è stato fatto - bensì nel mancato riconoscimento di quello che è il solco teologico entro cui tutta la filosofia moderna si è sviluppata e che pure ai suoi albori era chiarissimo: l'ateismo razionalista.

Mi si conceda allora una considerazione personale. Mi pare che il tentativo qui espresso di pensare sempre insieme la dimensione teologica, l'ontologia, la filosofia della natura, la politica - il libro è carico di tensione politico-sociale - e l'antropologia mi pare l'ennesima attestazione dell'inseparabilità dei "tre", di cui nella Cittadella ho spesso trattato: quantunque, difatti, se ne possa pensare l'indipendenza reciproca, ecco che i tre fondamenti del mondo antico - Dio, uomo, mondo - tornano sempre a pensarsi insieme. Se vi è allora un'insegnamento importante che la parabola dell'ateismo ci può offrire è che, appunto, quei Tre vanno pensati insieme, nel loro problematico rapporto.


*Mi permetto in questa sede di forzare l'interpretazione di Del Noce e di accennare ad una possibile fase discensiva dell'ateismo che, a mio giudizio, stiamo vivendo in questi anni. Per Del Noce, invece, il problema dell'ateismo è l'aporia costitutiva del mondo moderno. In tal senso, allora, essa non può essere risolta.


mercoledì, agosto 31

L'arte e la "Bellezza suprema"

Torno a scrivere dopo una intensa attività estiva, tra viaggi, lavori, articoli, Summer Schools e quant'altro; scrivo, dunque, dopo un relativo periodo di pausa dalla Cittadella, in un momento in cui, finalmente, posso dedicarmi con calma alla lettura e all'ascolto. La riflessione che vi propongo ricalca piste forse già ampliamente (ma mai abbastanza) battute, sia in questo umile luogo di contemplazione ma soprattutto in lavori più strutturati e autorevoli; tra di essi, ad esempio, si citi la scintilla di questo post, nato in seguito all'ascolto delle riflessioni del prof. Joseph Ratzinger all'udienza generale di stamattina: L'arte apre la porta verso la Bellezza suprema, verso Dio. D'altronde è la classica via pulchritudinis presente in tanta filosofia platonica e oggi, in ambiente cristiano, riproposta soprattutto dal card. Kasper e dal teologo Bruno Forte. Nella visione dell'opera d'arte l'uomo riesce a cogliere un qual-cosa che sembra essere incomprensibile per la ragione discorsiva, che è calcolo e ragionamento, un datum che oltrepassa il livello gnoseologico della mens e che, al contrario, ci richiama a superarla, attingendo ad una dimensione ultra-cognitiva che sembra piuttosto parlare al nostro cuore. Qui, nell'interiorità dell'uomo, scopriamo quella vicinanza alla Bellezza che ci ha sorpresi, meravigliati, afferrati, una affinità dove ci scopriamo figli di quella "Bellezza suprema", come la chiama Ratzinger*.
“Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: ‘Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio’”.
La questione filosofica che si pone e che vorrei cercare di sollevare riguarda le fonti di questa idea. Mi pare che qui si intreccino tutta una serie di componenti provengono per un verso dalla tradizione platonica, in particolar modo da Plotino, e, per l'altro, ovviamente, dalla tradizione ebraica. Dalla filosofia platonica la teologia della bellezza ha potuto agevolmente acquisire l'impianto ontologico, per cui il mondo è perfetto e ordinato e, dunque, bello - si leggano i commentari al Timeo; è Plotino tuttavia, soprattutto nella stupenda Enneade I 6, che scava la via pulchritudinis. La Bellezza dell'Uno, difatti, lascia brillare i suoi riflessi anche nel mondo dei corpi, da esso generato per processione. Eppure mi pare che il pensiero cristiano vada oltre e che, forse, questo si debba implicare all'influsso della Bibbia: Ratzinger non si limita alla considerazione (neoplatonica) della presenza di Dio nel mondo, seppur in forma contratta, nè ad una strada teoretica, da essa poi seguita, bensì implica uno spostamento semantico. La via della Bellezza ci dice che ovunque si esprima armonia, bellezza, arte, ecco che l'uomo riesce ad elevarsi di per sè; non per una qualche strada teoretica, ma per un'esperienza che si offre di per sè. Non vi è ascesi, come in Plotino, bensì esperienza. La bellezza non spinge ad un percorso, ma offre un dono. Questo, appunto, è tipicamente cristiano. Torna in mente la lezione di Schelling più volte citata nella Cittadella, per cui - come scrivevo - "il cristianesimo è stata la cesura fondamentale che ha dato vita alla storia in quanto ci ha permesso di concepire la coscienza come libertà assoluta.

Nell'epoca antica, difatti, la coscienza era preda della necessità e non a caso i filosofi tematizzarono l'Essere; il cristianesimo ha reso l'uomo cosciente della della libertà nella dimensione pratica e lo ha aperto al divenire. Ecco perchè nel Cristinesimo è possibile rintracciare la cesura definitiva che ha aperto un mondo nuovo. Ora, cosa c'entra questa filosofia della storia con l'arte e la produzione artistica? Dal punto di vista di Schelling, l'arte sembra essere lo strumento privilegiato per l'espressione della coscienza. Emblematiche sono le grandi opere antiche, dove la stabilità e la rigidità del marmo esemplifica la stabilità dell'essere. L'arte "moderna", dal suo canto, non ha potuto non tener conto dell'evoluzione della coscienza, un'evoluzione teoretica e pratica. Le grandi opere della cristianità sono figlie dell'epoca del divenire, in cui la coscienza è altresì aperta alla Libertà trascendentale, quella libertà di cui parla Kant nella Kritik der praktischen Vernunft e che anela al Fondamento stesso, oltre il tempo e lo spazio". Questo tema, dunque, è quel qualcosa che il mondo greco non riusciva ad esprimere e con il Cristianesimo diviene il centro della vita del cristiano. La libertà è l'esperienza prima, dove trovare, come nell'amore agostiniano, il riflesso di Dio. Allora, mi permetta Bruno Forte, più che una neoplatonica via della Bellezza, proporrei di risemantizzarla in una, cristiana, via della Libertà.










*Ho trattato più ampliamente di questi temi in alcuni miei lavori sul tema della visione nella mistica speculativa, soprattutto in A. Fiamma, La ricerca cusaniana dell'infinito nel De Visione Dei, in C. Catà, A caccia dell'Infinito. L'Umano e la ricerca del divino nell'opera di Nicola Cusano, Aracne, Roma 2010.


lunedì, agosto 22

Ottavio Colecchi e la filosofia del Risorgimento

La Società Filosofica Italiana – Sezione di Sulmona 'Giuseppe Capograssi', in collaborazione con il Comune di Pescocostanzo, organizza per mercoledì 24 agosto alle ore 16.30 presso l'Auditorium San Nicola in Pescocostanzo
una giornata di studi dedicata a Ottavio Colecchi e la filosofia del Risorgimento Ospiti dell'incontro, presentato dal Presidente della Sezione, dott. Silvio Cappelli, saranno il prof. Marco Moschini (Università di Perugia) e due giovani ricercatori dell'Università San Raffaele di Milano, il dott. Davide Grossi e il dott. Giacomo Petrarca. L'incontro vedrà inoltre la partecipazione straordinaria del prof. Francesco Sabatini, presidente emerito dell'Accademia della Crusca. Tema della giornata è quindi il rapporto filosofico-politico tra Ottavio Colecchi (insigne filosofo e matematico abruzzese, originario di Pescocostanzo, dove nacque nel 1773, mentre morì a Napoli nel 1847) e la tradizione liberale italiana della seconda metà dell'ottocento, in particolare con le figure di Augusto Vera e Bertrando Spaventa.  

“Da un punto di vista filosofico, Colecchi (a cui si deve l'introduzione di Kant in Italia) ha consegnato alla cultura italiana, che stava incontrandosi con l’idealismo, i contenuti di un’indagine, di un confronto che avrebbe coinvolto tutti coloro che parteciparono al dibattito filosofico di quella prima e seconda metà del XIX. I temi dell’immanenza, della soggettività, della idea come elemento e fondamento del sistema, la discussione sul ruolo ed importanza dello Spirito sono temi propri del pensiero della nostra grandissima stagione idealistica fino all’attualismo gentiliano. Da un punto di vista politico, Colecchi è invece da ricordare come uno dei massimi protagonisti della grande stagione di risveglio delle coscienze che precedettero le rivoluzioni del 1848. Egli fu il grande maestro dei fratelli Spaventa (Silvio e Bertrando), del De Sanctis e del Settembrini (solo per ricordare i più illustri), sul cui insegnamento l'Italia post-unitaria fondò le basi della sua propria identità. Non è perciò un caso che il Colecchi viene annoverato proprio dal Gentile come una della voci più significative del risveglio filosofico-politico del XIX secolo”.


PROGRAMMA

ore 16.30 Saluti delle Autorità

ore 17.00 prof. MARCO MOSCHINI (Università di Perugia)
Il criticismo di Ottavio Colecchi e l'hegelismo italiano

ore 17.30 dott. GIACOMO PETRARCA (Università San Raffaele di Milano)
Tra Hegel e Cavour: la filosofia della storia di Augusto Vera

ore 18.00 dott. DAVIDE GROSSI (Università San Raffaele di Milano)
L'eredità filosofica di Ottavio Colecchi: Bertrando Spaventa

ore 18.30 prof. FRANCESCO SABATINI (Presidente Emerito Accademia della Crusca)
Ottavio Colecchi da Pescocostanzo a Napoli

ore 19.00 Conclusione Il Presidente Silvio Cappelli


mercoledì, agosto 17

Bisogna infine cercare di esplorare il tesoro celeste

Ecco il tesoro celeste e nascosto, la pietra preziosa che si deve preferire a tutto, e cercare con umile fiducia e con sforzo costante, nella tranquillità del silenzio, con la massima energia dell’anima, dovesse pur costarci la perdita del benessere corporale, della lode, dell’onore. Se così non fosse, per qual motivo ci faremmo religiosi? “Che gioverebbe a un uomo guadagnare tutto il mondo se perdesse l’anima sua?” (14). Che importa lo stato, la santità della professione, l’abito dei perfetti, la testa tosata, tutto l’esteriore di una vita separata dal mondo, se poi manca lo spirito d’umiltà e di verità dove soltanto abita il Cristo per mezzo della fede e della carità? Dice S. Luca: “Il regno di Dio è dentro di voi” (15) ed è appunto il Cristo.

Alberto Magno, L'unione con Dio, cap. II, 13-15.


sabato, agosto 13

Il pericolo cristianista? Una lettura di Franco Cardini

Non si può negare che negli ambienti più accorti della destra europea la follia omicidia di Anders Behring Breivik sia stata notata come un campanello importante: essa rappresenta la realtà di ciò che fino a ieri restava solo un "possibile slittamento" delle buone intenzioni - che pure non possiamo esimerci dal concedere a chiunque esprima una qualche forma (quantomeno) di progetto politico - di una certa politica neocons in zone oscure, tagliate dalla nera morte della lama affilata di qualche nuovo "templare" che ha letto male il Parsifal o il ciclo di re Artù. Tralasciando poi il consueto teatrino, per cui la notizia viene sfruttata da una parte e dell'altra della politica nostrana per tirare acqua ai propri piccoli mulinelli; nonchè - s'intende - si dimentichino i riferimenti alle tante sparate pittoresche, a Mario Borghezio e a quant'altro può offrirci il bestiario italico. Tralasciamo anche la maggior parte dei quotidiani italiani, che non hanno offerto poi molto, forse ad esclusione di qualche curioso spunto di Vittorio Feltri che, tra l'altro, ho provato ad arricchire qualche giorno fa grazie al dissacrante paragone con Dietrich Boenhoeffer (qui). Proviamo dunque a capire cosa sta accadendo affidandoci anzitutto a qualche intellettuale italiano. Franco Cardini, ad esempio, interviene più volte sul suo blog sostenendo una tesi che per il sottoscritto, spesso in linea con alcune posizioni cristianiste e teapartygine, suona davvero male. Cardini (in qualche modo in accordo con quanto sostenuto da Borghezio, seppur con tutt'altro giudizio) ritiene che le posizioni di Breivik siano facilmente iscrivibili nella galassia del "cristianismo", così come sono state etichettate, con intento spregiativo, le posizioni neocons:
Tesi del genere - scrive Cardini - si sono affermate da tempo anche da noi: e sono state fatte proprie, in modo talvolta apparentemente anche meno grossolano, da gruppi vicini alle tesi neoconservatives e teoconservatives che si dicono “cristianisti”, dispongono di riviste e di siti on line e si fanno paladini di un cattolicesimo a parole rigoroso sotto il profilo del rispetto della tradizione, dell’ortodossia dogmatica e della correttezza liturgica (con una sintomatica insistenza sulla critica di quello ch’essi definiscono “il relativismo” e una tendenza a condannare le prospettive del Concilio Vaticano II), ma dal quale appare assente qualunque tensione solidaristica e sociale. Da questo “cattolicesimo” appare altresi scomparsa qualunque critica nei confronti degli sviluppi “turbo capitalistici” della finanza e dell’economia, in una direzione che appare largamente ispirata al libertarianism statunitense e nella quel sembra molto forte il richiamo positivo, d’origine calvinista, al profitto e all’arricchimento come valori indiscriminatamente positivi. In altri termini, questi “cristianisti” – non diversamente dai loro amici e sodali, gli “atei devoti” – tendono a cancellare qualunque critica alla “secolarizzazione della società”, cioe alla rivoluzione individualistica dalla quale, tra Quattro e Settecento, è scaturita la civilta occidentale moderna, quella che ha preteso di poter vivere etsi Deus non daretur.

La tentazione è quella di respingere in toto l'accusa, troppo diretta e troppo semplice, per quanto scorra liscia come l'olio; d'altronde, forse, lo stesso Cardini potrebbe essere inscritto nella lunga schiera di chi non ha perso tempo per tornare a far fuoco sul proprio nemico di sempre. Tuttavia mi pare che la lettura di Cardini potrebbe offrirci qualche spunto di riflessione in più sul "come" e sul "se" l'intellighentia europea stia rimodellando, correggendo e adattando alla nostra tradizione il famoso saggio di Huntington (1996) che è considerato l'avvio dell'ideologia cristianista o degli "atei devoti", nella sua versione più francese. Ecco, in tal senso non va neanche dimenticata l'elaborazione francese, che conferma altra ricchezza di lettura, e poi non si confonda tutto quel mondo con quei (pochi) intellettuali cristianisti italiani, dalla Oriana Fallaci a Giuliano Ferrara, che hanno tentato o stanno cercando di rinvigorire le posizioni di Huntington tramite colonne di giornali, testi e conferenze pubbliche. Certo, con spirito di moderazione verrebbe molto da dire per riequilibrare le posizioni e così, magari, respingere le accuse del Cardini; ad esempio, basterebbe limitarsi a far notare come, tra le altre, le Crociate, ossia la prima grande organizzazione violenta ispirata con autorevolezza ad una istituzione cristiana, per quanto particolare e irriducibili a facili categorie storiografiche, siano "nate prima" del "cristianismo": forse, dunque, sembra perlomeno di difficile credibilità questa facile attribuzione dell'origine della semenza del diavolo come ad una qualche invasione "barbarica" esterna al cristianesimo cattolicamente inteso - perchè i suddetti protestantesimo nordico e capitolismo-calvinismo non lo sono affatto. Ma non sono qui a trattare dei cristianisti nè a difenderli; vorrei piuttosto invitare tutti loro a considerare attentamente questa lettura dei fatti, a porsi le questioni  adatte, ben consci che la cattiva interpretazione e la follia di "uno" non siano significative della presunta malvagità di una visione che in "molti", oggi, considerano imprescindibile per un futuro migliore


lunedì, luglio 18

L'intellettuale di sinistra


Pensare di scrivere qualcosa di sensato sull'intellettuale di sinistra è pura follia. L'intellettuale di sinistra è tale - in entrambi i sensi - per definizione. D'altronde "essere di sinistra" è di per sè da intellettuali: ecco perchè i circoli, le città e i CDA sono pieni di saputelli, un po' chic, un po' ruspanti, pronti ad indignarsi (soprattutto quando non serve). Tuttavia, tra le file serrate di questa marmaglia, spunta a volte una chioma fluente, come un tulipano nelle immense distese di grano. Egli, il tulipano, - d'ora in poi con la E (o T) maiuscola per distinguerlo dai sedicenti tali - esiste per davvero e ne abbiamo prova in qualche libro usato, impolverato e mal rilegato (perchè non lo passa di certo l'establishment delle grandi case editrici) o magari persino in qualche post on-line di ex-direttore di giornale, oramai in mala sorte. Sì, perchè essere realmente intellettuale di sinistra significa essere sconfitto. Egli, si diceva, cammina sul limes: nè del tutto anarchico, nè del tutto politico, nè del tutto apprezzato, vive nascosto in qualche Università. Non è un clochard, come vorrebbe la vulgata, ma neanche un signore imbellettato; non beve troppo, ha modi morigerati, ma è sempre in antagonia. L'intellettuale di sinistra ha un senso forte della Giustizia sociale: ci crede davvero e non vuole compromessi; e poi crede nel sole dell'avvenire, ma ha capito che Mao non fa per Lui. Odia gli insensibili e i prepotenti (non gli indifferenti), perciò la sinistra al potere lo vorrebbe morto di inedia. La sua Bibbia non è soltanto Marx, ma anche la Bibbia stessa: per questo è l'ombra della sinistra. Anche Lui, come l'intellettuale di destra, di cui condivide un certo elitismo, è merce rara: spunterà, si spera, dopo la pioggia battente di questo mezzo secolo, in cui il giustizialismo e il populismo lo hanno confinato nelle pagine di un quotidiano di Provincia.




Fotografie:
i) L'intellettuale di destra
ii) L'intellettuale di sinistra
iii) Il moderato


domenica, luglio 17

L'intellettuale di destra



Mi rendo conto che, mediamente, gli ambienti della destra risultano poco stimolanti, anche perchè sembra siano frequentati da attivisti più ciucci, meno raffinati e più praticoni dei cugini di sinistra; e non necessariamente della sinistra radical-chic dei circoli pseudo-culturali. Questo dato, senza entrare nel merito, è evidente ad occhio nudo e si può spiegare con tutta una serie di motivazioni (e monopoli) storici. Ma non è questo il punto. Il punto è che, a fronte di un ambiente duro e arido, l'intellettuale di destra, unico tra le folle, cresce forte. Come insegna ogni buon contadino dei secoli passati, difatti, il mettere radici in un terreno così scarsamente irrigato è quantomeno sintomo di una certa caparbietà, che forse potrà permetterti di superare l'inverno, anche se sei isolato o, peggio, dimenticato. E poi di solito queste piante prendono acqua allungando le radici anche oltre le proprie e naturali "competenze", così come l'intellettuale di destra è costretto a masticare le bibliografie di Nietzsche, di De Maistre e di Schmitt, ma anche a rimuginare l'immersa produzione marxiana e a memorizzare le filippiche dei circoli giacobini, sempre in voga - fatto che, a parti inverse, non avviene.. L'intellettuale di destra è una perla rara; egli è abituato all'uno contro tutti, come in una partita di scacchi che, per una serie di coincidenze, si è messa male: lui incarna la Regina, coraggiosa e potente, contro un esercito di peones, numerosi e rumorosi. Mutatis mutandis, stiamo descrivendo mezzo secolo di politica e cultura. Peccato che non si sa più dove siano finiti questi "pochi". Pensiamoci, perchè presto, appena cadrà il Re, avremo tutti bisogno di loro.



Fotografie:
i) L'intellettuale di destra
ii) L'intellettuale di sinistra
iii) Il moderato


giovedì, luglio 14

Teologia naturale, teologia filosofica e pluralismo religioso

Segnalo due mie recensioni appena pubblicate sul Giornale di Filosofia della religione, nella nuova veste grafica varata solo la scorsa settimana; il Giornale, che i lettori de "La cittadella interiore" già conosceranno e che  raccoglie materiale, promuove la discussione e diffonde la conoscenza della filosofia della religione, è l'organo ufficiale dell'Associazione Italiana di Filosofia della Religione, con sede all'Università degli studi di Salerno. L'AIFR ogni anno organizza dibattiti e convegni - il prossimo è previsto per il 10 e l'11 novembre a Trento, sul tema "La teologia politica in discussione" - e ne edita gli Atti, offrendo così dei validi strumenti di discussione e riflessione.

Le recensioni riguardano due convegni di qualche anno fa: l'uno, "Teologia naturale e teologia filosofica" si è svolto all'Università di Chieti nel 2005, mentre l'altro si è tenuto l'anno successivo a Torino sul tema "La filosofia di fronte alla pluralità delle religioni":


  (i link sulle parole segnalate indirizzano alle relative pagine)


lunedì, luglio 11

L'ordinazione delle donne e i movimenti della Chiesa austriaca

Il celibato del clero, l'esclusione dei divorziati dall'eucarestia, la legittimità del funerale per i suicidi e, non da ultimo, l'ordinazione sacerdotale delle donne; questi i temi principali sui quali spinge l'area "liberal" e che periodicamente tornano in voga nei dibattiti sull'organizzazione della Santa Chiesa. Questioni antiche, a volte passate e ripassate, ma che stentano a trovare soluzione e pacata accettazione. In tal senso, in modo incisivo e con diverse sfumature, proprio ieri il card. Christoph Schönborn, attuale vescovo di Vienna, invoca "obbedienza" dinanzi all'ennesimo movimento "liberal" della Chiesa austriaca che è tornato a riproporre il dibattito: in gioco c'è un un manifesto del gruppo "iniziativa parroci" e firmato in data 01/07/2011 da circa 250 preti. Il portavoce Helmut Schüller fa la voce grossa soprattutto sull'accesso delle donne al sacerdozio, tema d'altronde già affrontato ampliamente negli scorsi concili, ma che oggi si ripropone con dei presupposti differenti, come un grido di uguaglianza e parità tra i sessi. Lo spauracchio è quello delle Chiese valdesi, attive soprattutto nella vicina fascia alpina tra Italia, Renania e Svizzera, oltre che nel sud America. Si attendono dunque le reazioni ufficiali di Benedetto XVI, quando già buona parte del suo entourage ha già risposto per le rime cercando di placare gli animi - ultimo, con autorità, proprio Schönborn. Dove vuole arrivare "iniziativa parroci"? E' una domanda importante, che sinceramente non sarei in grado di affrontare, non conoscendo bene la diocesi di Vienna e vista anche la scarsa informazione sulle reti nazionali e sui giornali austriaci e tedeschi. In Italia, ad esempio, mi sembra di aver letto soltanto articoli di Gianni Rodari su IlFoglio e Andrea Tornelli su IlGiornale. Sulle posizioni di Ratzinger, si diceva, non si aspettano sorprese, sia per gli stimoli lanciati da Schönborn, ma soprattutto per la sua storia personale, poco incline ad aperture "moderniste" - per richiamare l'ultima condanna "liberal" degna di nota nel secolo scorso - ma sempre disponibile al dialogo inclusivo. Ringraziando Iddio, aggiungerei.


martedì, giugno 28

L'Unità divisa. 1861 - 2011 Parla l'Italia reale

Saluti

Dott. Enrico Di Giuseppantonio
(presidente della Provincia di Chieti)

Avv. Remo di Martino
(assessore alla cultura della Provincia di Chieti)

Ing. Nicola Fratino
(sindaco di Ortona)



Modera:
Dott. Andrea Fiamma
(filosofo)



intervengono:

Dott. LORENZO DEL BOCA
(storico, già Presidente dell’Ordine Nazionale
dei Giornalisti)

Prof. ADOLFO MORGANTI
(Presidente nazionale dell’Associazione Identità
Europea, docente presso l’Istituto di Scienze
religiose di Rimini ed editore de Il Cerchio)



VENERDI' 1 LUGLIO 2011, ORE 21.00
SALA EDEN, ORTONA (CH)



Durante la conferenza e nei giorni successivi sarà visitabile la
MOSTRA “UN RISORGIMENTO DA RISCRIVERE”
(a cura dell'associazione culturale “Identità Europea")


venerdì, giugno 24

«È la Madonna il nostro simbolo di libertà»

del prof.Franco Cardini
dal sito dell'Ass. cult. "Identità Europea"

Tutto cominciò fra l’XI e il XII secolo. O meglio, tutto era cominciato da molto prima, da Betlemme o da Nazareth, o più ancora da Gerusalemme o da Efeso. Arrivò quindi la stagione dei Concilii e delle contese antiereticali: ad Efeso, in pieno V secolo, con scandalo ulteriore degli ebrei e con orrore dei nestoriani, Maria venne proclamata Theotokos, «Madre di Dio». Come può Dio eterno, onnipotente, increato, avere una Madre? Eppure, da allora, si avviò il più tenero dei culti: Maria madre del Bambino, dell’Uomo crocifisso, Maria che ama, che gioca, che allatta, che nutre, che soffre. Le splendide icone greche ed orientali, che l’Occidente tardò a comprendere e a imitare, accanto alla Signora nella maestà del trono o in piedi sulla falce lunare e adorna di stelle come Padrona dell’universo, insegnarono la tenerezza di questa ragazza-madre che vezzeggia il Bambino, che attraverso di Lui indica la via ai fedeli, che intercede presso di Lui per tutti noi, unica a poter mitigare nei casi estremi la sua ira: refugium peccatorum.

Lo sterminato universo delle dee vergini e delle dee madri, da Artemide-Diana all’egizia Iside alla Megàle Metèr anatolica, si volse morente verso questa nuova Signora del mondo che ereditò quasi naturalmente i loro attributi, i loro santuari, i segni d’affetto e di timore che le genti rivolgevano loro. Maria, mediatrice tra il Cristo e gli uomini, fu anche mediatrice potente tra i pagani restii ad abbandonare i loro riti e la nuova fede. Ma il trionfo di Maria si ebbe in Occidente soprattutto nel corso del XII secolo, quello stesso nel quale il più grande teologo e mistico del tempo, Bernardo di Clairvaux, le dedicò opere che lo fecero salutare come miles Virginis, «il cavaliere della Vergine». Allora, Nostra Signora (da quest’espressione tradotta in francese, ma Dame, deriva la familiare e dolcissima parola «Madonna») divenne la protettrice e il segno visibile dell’unità della Chiesa, la speciale tutrice della città di Roma e del suo vescovo. E i Pontefici imposero a tutte le Cattedrali della cristianità occidentale di accompagnare all’antica dedicazione delle loro grandi chiese cattedrali, ch’era deputata al santo patrono cittadino, una nuova a Maria la quale veniva presentata di luogo in luogo in modo diverso.

Alla Madre di Dio si andarono adattando nei secoli bui i più limpidi, gloriosi, trionfali e familiari nessi. Era il nome di Maria che risuonava nelle chiese – fu a Clermont, presso il prestigioso santuario di Maria «Signora di Sottoterra» di Le Puy, che fu indetta la prima crociata. Fu a Maria «del Soccorso» e «del Rosario» che furono attribuite e consacrate le grandi vittorie delle armi cristiane sugli infedeli, da Lepanto nel 1571 a Vienna nel 1683. Anche in Italia, il culto di Maria mise radici profonde: non c’è praticamente città, grande o piccola, che non abbia il suo santuario mariano. La fascia azzurra che gli ufficiali dell’esercito italiano portano nei giorni di ricorrenza o come distintivo di comando è il ricordo della devozione che gli eserciti sabaudi conservavano nei confronti della Gran Madre di Dio, protettrice della dinastia. Alle Madonne Stella Maris, patrone dei porti e dei flutti e quindi delle città costiere (la Vergine della Guardia a Genova, quella di Montenero a Livorno), si consacrano le navi, i cantieri, i marinai. Vi sono santuari mariani a guardia delle montagne e altri che preservano i centri urbani. Maria è la cifra intima che collega tutta la cristianità a se stessa e al Cristo.


Sotto candido vel, cinta d’oliva
Donna m’apparve, sotto verde manto
recinta di color di fiamma viva.


Dante, Purgatorio XXX


Questa Beatrice tricolore, cara a Dante, è in realtà pensata come immagine mariana. Maria è la nostra statua della libertà, la nostra Marianne. Tutti i pittori e gli scultori che hanno raffigurato una madre china su un caduto hanno pensato a lei come Mater dolorosa. Nelle processioni della Settimana Santa, in Puglia e in Sicilia, l’acclamano «bellissima» come a Siviglia, dove il popolo grida Guapa alla Macarena. Maria è Regina Italiae, Mater Ytalorum: lo stesso culto della patria si è diffuso, nel corso dell’Ottocento, come laicizzazione del culto mariano.


lunedì, giugno 20

Il ruolo del centrosinistra dopo il voto

dal numero di Giustizia Giusta del 20-06-2011

È tempo di bilanci dopo l'intenso mese politico, tra amministrative e referendum. In questione non è soltanto la sopravvivenza o meno della maggioranza in parlamento, la possibile caduta del berlusconismo o, più modestamente, il semplice avvicendarsi dei leader politici, fosse anche soltanto per cause anagrafiche; ciò che è in questione è la politica tout court, sono questi anni di transizione, che, a quanto pare, non risparmiano nessuno, dal centrodestra alla sinistra di Vendola.
Ebbene, il dato più interessante di questa doppia tornata – lo spieghiamo subito – non è la “sconfitta” del centrodestra, tenuto anche conto cosa sta accadendo negli altri paesi europei, ma, forse, è il rimodellamento del centrosinistra. A questo e al ruolo di possibile alternativa a Berlusconi è dedicata questa breve riflessione.

(continua qui)


martedì, giugno 14

La città pagana

Meditando sul monumentale De Civitate Dei, gli spunti che possiamo trarre sono innumerevoli e spaziano su una straordinaria rosa di tematiche e di livelli concettuali. Non a caso Agostino rimane a mio avviso il più importante punto di confronto ogni qualvolta si abbia intenzione di avviare un qualsiasi lavoro di ricerca sulla filosofia e più in generale sulla cultura d'Occidente. Così, per motivi analoghi, mi sono imbattuto ieri in un passo che ho trovato davvero denso e che vorrei qui riproporvi integralmente approfittando della traduzione italiana presente in rete sul sito http://www.augustinus.it. Si tratta dell'annosa questione del rapporto tra il cristiano e il potere, tra il denaro come mera mediazione per lo svolgersi della vita civile tra gli uomini e ciò che ad esso spesso soggiace, ovvero quell'amore di sè su cui gli uomini hanno costruito la Civitas pagana. Nel secondo libro, al capitolo 20, appare un vero e proprio "manifesto della città pagana", così come intitola Luigi Alici, importante studioso della filosofia agostiniana che ha curato la traduzione italiana per la Bompiani.


Ma simili adoratori e amatori di questi dèi, che si vantano anche di imitare nei delitti e azioni infami, non si preoccupano affatto che la società sia corrotta e depravata. Basta che si regga, dicono, basta che prosperi colma di ricchezze, gloriosa delle vittorie ovvero, che è preferibile, tranquilla nella pace. E a noi che ce ne importa?, dicono. Anzi ci riguarda piuttosto se aumentano sempre le ricchezze che sopperiscono agli sperperi continui e per cui il potente può asservirsi i deboli. I poveri si inchinino ai ricchi per avere un pane e per godere della loro protezione in una supina inoperosità; i ricchi si approfittino dei poveri per le clientele e in ossequio al proprio orgoglio. I cittadini acclamino non coloro che curano i loro interessi ma coloro che favoriscono i piaceri. Non si comandino cose difficili, non sia proibita la disonestà. I governanti non badino se i sudditi sono buoni ma se sono soggetti. Le province obbediscano ai governanti non come a difensori della moralità ma come a dominatori dello Stato e garanti dei godimenti e non li onorino con sincerità, ma li temano da servi sleali. Si noti nelle leggi piuttosto il danno che si apporta alla vigna altrui che alla propria vita morale. Sia condotto in giudizio soltanto chi ha infastidito o danneggiato la roba d'altri, la casa, la salute o un terzo non consenziente, ma per il resto si faccia pure dei suoi, con i suoi o con altri consenzienti ciò che piace. Ci siano in abbondanza pubbliche prostitute o per tutti coloro che ne vogliono usare ma principalmente per quelli che non si possono permettere di averne delle proprie. Si costruiscano case spaziose e sontuose, si tengano spesso splendidi banchetti, in cui, secondo il piacere e le possibilità di ciascuno, di giorno e di notte si scherzi, si beva, si vomiti, si marcisca. Strepitino da ogni parte i ballabili, i teatri ribollano di grida di gioia malsana e di ogni tipo di piacere crudele e depravante. Sia considerato pubblico nemico colui al quale questo benessere non va a genio (da: http://www.augustinus.it/italiano/cdd/index2.htm)

Ciò che emerge da queste righe è impressionante: per Agostino quel che segna la degenerazione della città non è tanto l'aver ceduto al lusso e al denaro, ma - scrive - "che i re si preoccupino solo della felicità dei sudditi e non della loro onestà"; ovvero, del fatto che la città dei romani, seguendo il culto dei falsi dèi, non aveva curato il legame tra l'etica e lo stato. Uno stato cristiano è allora uno stato in cui giustizia ed etica sono indistinte. D'altronde questo guadagno sembra essere non solo dello stato cristiano ma costituisce un proprium del buon governo: non a caso, questo legame tra l'etica e la giusizia era chiaro anche a Cicerone o ad altri importanti re e generali romani, di cui Agostino celebra ampliamente le imprese - a partire da A. Regolo. Curioso - dicevo - è il fatto che qualche anno più tardi si sosterrà proprio l'inverso, perchè a caratterizzare lo stato moderno è proprio quello slegare l'etica e lo stato che Agostino tanto criticava. Ecco: le conseguenze di questo importante cambio di prospettiva rendono il De Civitate Dei non solo un'opera di straordinario talento letterario e filosofico e l'apice di una passata tradizione cristiana bensì, forse inaspettatamente, una lente importante per filtrare il mondo odierno e l'attuale concetto dello Stato e della politica.


venerdì, giugno 10

Chi ha paura di Martin Lutero?

Questa sera vorrei finalmente toccare la delicata questione della riforma portata avanti da Martin Lutero a partire dal fatidico 31 ottobre 1517, quando, con l'affissione delle 95 tesi, la storiografia successiva ha ritenuto nata una nuova Chiesa. Lo spunto per questa breve trattazione arriva da una discussione con un amico, che privatamente mi confessava una sua opinione sul protestantesimo, che - dice - permetterebbe "a ciascun fedele di inventarsi il Dio a sua misura, come meglio gli aggrada". A tal proposito, credo che Lutero avrebbe avuto molto da ridire. Trovo, difatti, che questo giudizio sia frutto più di una convinzione, magari formatasi anche in base alla storia successiva, che di un'idea formatasi sull'analisi della realtà storica e delle intenzioni stesse di Lutero.

Dal punto di vista storico sappiamo bene il motivo per cui Lutero spingeva per un ritorno alla lettera della Bibbia: per lui, in realtà, quella mediazione clericale non era (più) una guida, ma, al contrario, era diventata man mano una lente colorata che storpiava il messaggio e dava un'immagine falsa del cristianesimo. Pur tralasciando le questioni legate alla corruzione e al denaro, certo una parentesi negativa e non il nucleo della questione, dobbiamo riconoscere che questa idea non era certo strana all'interno del panorama cristiano: già molti movimenti spirituali, soprattutto monastici – ambiente da cui proviene Lutero – lamentavano una certa “distanza” tra la Bibbia-che-si-legge e quella che-si-predica. Lo stesso San Francesco d'Assisi, forse offrendo un futuro assist, di certo da lui inaspettato, a molti movimenti poi giudicati ereticali, predicava la lettura dei vangeli sine glossa.

Quest'ansia di recuperare l'autentico messaggio della Bibbia e parallelamente una certa diffidenza verso un clero spesso impreparato o opportunista proviene da lontano e secondo me va interpretato come un moto di purificazione della Chiesa, non certo come un inattuale relativismo per cui Lutero avrebbe consegnato la Bibbia in pasto ai falsificatori. In realtà dal punto di vista di Lutero e di molti altri non solo nel 1517, la vera opera di falsificazione era già stata portata avanti da una certa Chiesa più interessata alla “moneta che suona nella cassa” che “a come si vadia al cielo” (per citare Galileo). La vera novità di Lutero, per cui proliferarono queste sue immagini luciferine, è tutta di opportunità politica: Lutero riuscì a tenere insieme tanto i ceti meno abbienti (ma non per questo meno bisognosi di spiritualità), sia l'alto mondo accademico, di cui stava sempre più diventando un autorevole esponente: Lutero rappresentò, più in generale, l'araldo della liberazione della terra tra le Alpi e il Reno, unita sotto i principi tedeschi, dall'influenza centralista della Chiesa di Roma.

Tuttavia, a differenza di quanto accaduto con i movimenti di Jan Hus e Wycliff, a cui Lutero viene spesso accostato durante le dispute, nel tempo la Chiesa non riesce ad ammorbidire i contrasti e così a reinglobare i "luterani" nel proprio grembo; questi, così, inizieranno a camminare con le proprie gambe verso altri (o simili) orizzonti spirituali. Ho inquadrato la vicenda storica e teologica della nascente Chiesa luterana - dai cattolici poi volgarmente chiamata "protestante" - non tanto per argomentare una possibile orto-dossia in Lutero né per confessare una mia simpatia, ma per far emergere come le cose vadano viste anche dall'altro punto di vista; e, se proviamo a metterci nella testa di Lutero, a me pare che quel movimento sia tanto più “cattolico” quanto più, appunto, vòlto a recuperare la “vera” spiritualità cristiana e l'universalità del messaggio del Cristo (come predicava Paolo!) dinanzi ad un mondo che lui giudicava, come dire, non all'altezza della Croce che portava sulle spalle.


lunedì, maggio 23

Niccolò Cusano oggi

La scorsa settimana si è tenuto all'Università "G. d'Annunzio" di Chieti un breve convegno internazionale dal tema "Nicolò Cusano oggi"; diviso in due sessioni spalmate in due giorni, il convegno ha visto la presenza dei prof. Michael Eckert (Univ. Tuebingen), Filippo Mignini (Univ. Macerata), Pietro Secchi (docente ai licei di Roma) e dei prof. Enrico Peroli, Roberto Garaventa e Nicoletta Tirinnanzi dell'ospitante Univ. di Chieti. Al convegno ho partecipato anch'io con una piccola relazione sulla concezione trinitaria del Cusano. Oltre le piacionerie di facciata (che, come sapete, non mi appartengono) non posso che giudicare le due giornate come davvero cogenti e molto impegnative a seguirsi, anche perchè, nonostante l'aula non sia mai stata stracolma di ascoltatori, tutti gli intervenuti, anche il cosiddetto "pubblico", avevano un'ottima cognizione delle opere cusaniane: questo ha spinto tutti a riflettere liberamente e ad affrontare i lunghi dibattiti conclusivi tenendo insieme la precisione filologica e la volontà filosofica di penetrare il pensiero dell'autore e delle sue fonti.

Tra i vari spunti che ho potuto raccogliere volevo proporre un'aporia che è stata rilevata durante la discussione e che a volte mi è capitato di affrontare nella Cittadella. Il tema, chiaramente, è l'influenza sul Cusano di una certa tradizione mistica che - in termini brevi - ha cercato di pensare l'approssimarsi a Deo come un percorso di svuotamento della mens, di abbandono al nulla-dire e nulla-pensare proprio dell'atto mistico (da myeo, "chiudere" gli occhi e la bocca). Questo annullarsi, che comporta un vero e proprio atto di distacco da tutto ciò che è determinato e finito, sarebbe l'azione precipua del cammino in Deum. Tuttavia - notava un relatore - in Cusano sembrerebbe rilevarsi uno scarto. In alcuni testi viene presentata una particolare concezione della mens il cui ruolo nella visione che introduce dionisiamente all'in-diarsi non sarebbe semplice passività, come nella mistica di cui abbiamo accennato, ma presupporrebbe una certa attività del pensiero; difatti Cusano a più riprese sottolinea come ciò che ci rende simili a Dio è proprio la capacità creatrice della mens, che, propriamente, è creatrice di concetti: solo nell'atto di creazione del pensiero appare la prossimità a Dio, che è, anzitutto, Padre e creatore. Questo nostro creare "umano" sarebbe allora perfetta immagine e testimonianza della filiazione a Dio. Dunque, come tenere insieme entrambe le prospettive?


mercoledì, maggio 18

I laboratori "culturali" da 1,05%. Pennacchi e la destra radical-chic.

Per carità, non si augura nè si gioisce per la sconfitta di (quasi) nessuno, tanto più quando, come in questo caso, non si conoscono personalmente i candidati e non si ha nulla contro di loro; ma, fatemelo scrivere, ho accolto quell' 1.05% con un bel sorriso. Latina vuole essere una città normale. L'Italia pure. Basta con questi "laboratori" della destra radical-chic che non vuole Berlusconi. Basta, di più, con questa destra radical-chic. Si credono intellettuali e peccano di elitismo, come una vecchia corrente della sinistra: "Latina non era pronta" - ha commentato Pennacchi. Certo. Oppure, caro Pennacchi, quel Suo minestrone di ex-missini e destrorsi redenti dal Berlusconismo condito con quel po' di sinistra - perchè, d'altronde, l'obiettivo era appoggiare il candidato PD -, quell'insieme di "futuristi" che più non condividono la tavola dei berluscones, quelli un po' intellettuali intransigenti e un po' disillusi "uomini di mondo"; insomma, quegli uomini che sono scesi dall'Alto a rendere disponibile la loro presenza in questo fenomenale "laboratorio culturale" hanno raccolto n° di preferenze: GRANATA FABIO BENEDETTO 50, ROSSI FILIPPO 6, CARDINI FRANCO 3 (Professò, ma perchè???) - e Lei, Pennacchi, quanto avrebbe preso? Mi perdonerete la saccenza "del giorno dopo", ma quella che vi ha bocciato è l'Italia che mi piace. Che si combatta nel centrodestra con voglia e passione, che si conquisti l'elettorato con le proprie capacità, che si corroda il marcio sistema del PDL - ammesso che sia "marcio" - da dentro, come è sempre stato in politica. Basta con questi protagonismi e progetti "culturali", che a forza di strizzare l'occhio a sinistra sono diventati davvero ciechi. Talmente ciechi da non capire che a Latina si andava a prendere l'1.05%.

Fonti dei dati: Comune di Latina (qui)


martedì, maggio 10

De mystica circulorum

Segnalo la pubblicazione su Reportata del contributo che offrirò al Convegno "La Trinità" (Roma, Università Tor Vergata, 26-28 maggio 2011) - qui maggior informazioni. Il breve saggio si concentra sui temi principali del pensiero Cusaniano, attraversando buona parte del pensiero neoplatonico, da Platone a Dante, da Dionigi a Meister Eckhart e, naturalmente, Nicola Cusano.


1. Introduzione

Si conceda -- come suggerisce il cardinale Nicola Cusano nell'opera De ludo globi1 -- che «ci sono tre mondi: il piccolo mondo, che è l'uomo; il mondo massimo, che è Dio; il mondo grande che si chiama universo. Il piccolo è l'immagine di quello grande, il grande l'immagine di quello massimo»;2 se si concede questo, allora il mondo massimo non può che mantenere e mantener-si in una salda relazione con il piccolo e il grande mondo, permeandoli di sè. (continua qui)


venerdì, maggio 6

Nasce il "Tea Party" anche in Germania?

Riporto un articolo di Vito Punzi su La Bussola Quotidiana di oggi. Credo che questo movimento non possa che attirare le attenzione dei TeaParty italiani e quindi cercherò di seguire "a distanza" l'evento, magari traducendo per il lettore italiano qualche passaggio a mio avviso di maggiore rilevanza.


di Vito Punzi
da http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-germania-i-cattolici-abbandonanola-merkel-e-si-fanno-un-altro-partito-1786.htm
06-05-2011


Dopo le batoste elettorali subite quest’anno dalla CDU ad Amburgo e nel Baden-Württemberg, la guida politica del partito, nonostante la crisi economico-finanziaria del Paese sia ormai alle spalle, pare vacillare sempre più. Tra le varie anime, quella cattolica è da qualche tempo una delle più inquiete e deluse dall’attuale corso del partito a guida Merkel. Il tema della nascita di un nuovo partito conservatore in Germania si va ponendo ormai da tempo. E questo sebbene gli stessi responsabili della CDU facciano il possibile per evitare il dibattito. Di recente è stato fondato l’AEK, un gruppo di cattolici impegnati in politica, e tuttavia, ha dichiarato di recente p. Wolfgang Ockenfels, domenicano, docente di dottrina sociale ed etica cattolica alla Facoltà Teologica di Treviri e sostenitore dell’iniziativa, «il gruppo al momento non gode di alcuna considerazione da parte dei funzionari della CDU e il fatto che il partito non ritenga necessario prendere sul serio e confrontarsi con le legittime richieste e preoccupazioni di questo gruppo lo reputo un errore che non sarà certo privo di conseguenze».

L’AEK, alla pari di altri raggruppamenti, critica la tendenza della CDU, in essere ormai da tempo, a trasformarsi in partito socialdemocratico (peraltro con una base sempre meno popolare) e a voler snaturare l’anima conservatrice del partito in nome di una “modernizzazione” che in concreto significa, per esempio, difesa dell’aborto di massa pagato dallo Stato e politica migratoria sul modello “multiculti” che non tiene conto del fatto che molti degli immigrati provenienti da Paesi islamici non hanno alcuna intenzione di integrarsi. In Germania i media sono orientati prevalentemente in senso populistico a sinistra ed hanno quindi tutto l’interesse a diffamare i conservatori, di qualsiasi estrazione siano, definendoli “populisti di destra”. Il recente caso Sarrazin (quasi un milione e duecentomila copie vendute e grande partecipazione a suoi dibattiti pubblici) ha però dimostrato che i tedeschi oggi sono in grado di formarsi una propria opinione e che non vogliono si limiti la loro libertà di pensiero.

Un’occasione importante per verificare la reale consistenza del movimento "konservativ" tedesco sarà quella di sabato 7 maggio, quando a Berlino, promosso in particolare dal gruppo "Linkstrend stoppen" ("Fermare la tendenza di sinistra"), si svolgerà un primo meeting nazionale dal titolo emblematico: Per un "Tea Party" tedesco o verso un nuovo partito? A discutere, oltre ai 7mila sottoscrittori di “Linkstrend stoppen”, sono chiamati tutti coloro che desiderano combattere il mainstream dell’attuale gruppo dirigente della CDU. Secondo le intenzioni di Friedrich W. Siebeke, anima dell’incontro berlinese, ci si chiederà se quel partito sia ancora da salvare, ma soprattutto si dovrà capire in quale modo il movimento conservatore che si sta formando dal basso, similmente al “Tea Party” americano, potrà riuscire ad incidere sulla politica e sull’opinione pubblica. Insomma, i conservatori tedeschi si chiederanno in che modo poter tornare a dar voce a quella “maggioranza silenziosa” che oggi non crede più nella CDU e che, non trovando un alternativa credibile, preferisce non votare.

A prendere la parola a Berlino saranno tra gli altri Heather DeLisle, del “Tea Party” americano, Martin Hohmann, che espulso anni fa dal partito sta chiedendo da tempo di potervi rientrare, e Martin Lohmann, portavoce dell’Associazione Federale per il Diritto alla Vita. Di particolare significato sarà poi l’intervento di un rappresentante degli aleviti in Germania, i quali, sebbene considerati da più parti musulmani, rifiutano la Scharia e leggono criticamente il Corano. Messo al bando in Turchia (dove gli aleviti sono circa 20 milioni), l’alevismo riconosce a uomini e donne gli stessi diritti e a queste ultime non impone alcun copricapo: la testimonianza che verrà presentata a Berlino dimostrerà così come l’integrazione degli aleviti nella società occidentale sia da considerarsi più facile rispetto a quella dei musulmani più radicali. Dunque non solo difesa della vita, maggior sostegno al matrimonio e alla famiglia, lotta alla statalizzazione dell’educazione, riduzione del debito pubblico, ma anche difesa della libertà religiosa nella reciprocità e vera integrazione. Ragionando su tutto questo, i conservatori tedeschi sono dunque chiamati a Berlino per decidere se spendersi per rinnovare un vecchio (la CDU) sempre privo d’identità, o se immaginare un soggetto politico del tutto nuovo.