"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, febbraio 14

Moltiplicatio sermonum perutilis est

Questa sera vorrei discutere brevemente una certa tendenza della filosofia moderna e seguente che spinge a credere in una possibile verità "scientifica" in merito ai discorsi della filosofia; per molti filosofi moderni e contemporanei, la filosofia è un ragionamento che deve mirare alla precisione, anzitutto formale. Ad esempio, un certo valore di Verità esprime, rigidamente, se una definizione data sia adeguata o meno ad un qualcosa da definire e se, con le precide operazioni logiche, quella definizione possa o meno implicare un qualcos'altro per un altro ente o viceversa. Da questa pur breve introduzione si intende facilmente come l'obiettivo polemico, invero già altre volte bersagliato in queste pagine, sia una certa idea, presente soprattutto nella moderna filosofia analitica, secondo la quale la filosofia possa divenire una questione di implicazioni e definizioni, di X e di sequenti, di giochi pseudo-matematici e di formulette male interpretate. Dunque a nostro avviso ciò di cui quella filosofia pretende di occuparsi - ovvero, anzitutto, della Verità o meno di una data espressione - appare illusorio, benchè le forme linguistiche da essa usate facciano affidamento sempre più ad uno stile "formale" e ad un linguaggio che appare il più condiviso possibile. Non solo, sul progetto di un linguaggio "puramente" formale, tante grandi menti del passato hanno speso importanti energie filosofiche con risultati più o meno convincenti.

Il nostro punto di vista parte da delle premesse del tutto opposte, che non vogliamo di certo nascondere, ma che, anzi, diverranno il punto di partenza per un abbozzo di opposizione. A nostro avviso quella forma "pura" di linguaggio, a cui quella branchia della filosofia aspira, non si dà in questo mondo; difatti per quanto si possa tentare di stabilire dei nessi causali tra i rispettivi sensi, tra le parole o i simboli usati e le realtà denotate, la nostra idea è che quel qual-cosa rimarrà sempre impossibile a dir-si. In questo senso, allora, non possiamo fare affidamento su alcuna scala di verità e nessun valore veritativo sul mondo risulta così disponibile alla sfera del linguaggio. Riteniamo infatti che ogni nostro discorso galleggi tra la nostra illusione di intendere un qualcosa di denotato o una realtà sulla quale crediamo di parlare e, contemporaneamente, quella nostra attività calcolante, meccanica e algebrica, che si attiva nel momento in cui parliamo: si tratta del ragionamento, che consiste nell'associare e dissociare realtà simili o distinte e che, probabilmente, non ha nulla di più stupefacente che non quel  gretto attivarsi elettrico di neuroni che rispondono a segnali di chiamata e risposta, come la moderna psicologia, a partire dai modelli di Weber e Fechner, ha ampliamente descritto.

Se allora il ragionare non è altro che un calcolare e un legare, ogni nostro dire non avrà mai la pretesa di legarsi ad un denotate reale, ma sarà sempre impigliato nella rete dove è nato e cresciuto; in sostanza, il definire è un atto di ragione, che come tale lì nasce e lì rimane, senza avere la possibilità di uscire fuori, se non per l'illusione sempre più viva di saper dire un qualcosa del mondo. Il linguaggio e, con esso, la ragione, da cui il linguaggio nasce e per il quale esso vive, sono espressioni di un'identico piano, di un'identica attività strumentale che ha permesso all'uomo di saper, appunto, costruirsi una realtà nella quale vivere, muoversi, respirare e ragionare; una realtà costruiita che così, con quelle stesse capacità calcolanti, ha potuto maneggiare e strumentalizzare, nel senso etimologico di "rendere strumento". Allora nel dire noi facciamo riferimento a categorie del linguaggio che abbiamo costruito e che, seppur nate in riferimento alla realtà, non hanno con essa alcun legame preciso: non sanno e non possono indicare con verità e precisione ciò che credono di poter denotare. Nel corso dei secoli ci siamo costruiti allora dei linguaggi e dei modi di espressione ma la cosa è rimasta sempre velata in sè stessa; vergine bianca e brezza rarefatta del deserto, essa per noi è sempre stata intangibile, inarrivabile, inavvicinabile nella misura in cui abbiamo cercato di toccarla con le nostre categorie linguistiche. Tutt'altro! Ci siamo addirittura illusi di risalire agli esemplari delle cose. Eppure è evidente: le nostre categorie linguistiche non sono altro che nostre costruzioni, incapaci di giungere al vero perchè umilmente meccaniche, strumenti di visione e di senso ma mai davvero capaci della realazione veritativa con l'esterno - mai in grado davvero di poter significare con precisione il denotato.

Agli esemplari si dirige la filosofia prima, che con essi è realmente teo-logia, mentre alle nostre parole, alla loro correttezza e funzionalità, al meccanismo calcolante che vi è sotteso badano la logica e la filosofia del linguaggio. Purificare il discorso non è allora compito della filosofia tout court, ma soltando della filosofia del linguaggio, come, come tale, fornisce gli strumenti ma rimane condannata: come l'uomo condannato ad una vita impura dalla nascita nel peccato originare, anche il linguaggio è, nel suon di metafora, condannato ad un dire impreciso e incapace di saltare sul piano del vero. E per vero non si intende la doxa, ma il vero vero, la precisione, la misura adeguatissima della realtà. Ad essa la mente non giunge, l'occhio non vede, l'orecchio non sente. Ma questo cosa significa? Dobbiamo tralasciare ogni possibile discorso su Dio e affidarci al silenzio della ragione? No, al contrario. Edotti della nostra ignoranza, edotti dell'incapacità ontologia di poter attingere al mistero delle cose grazie alla nostra ragione, non possiamo che tentare di avvicinarci, di congetturare, di predicare per aenigmi, seppur umili frutti della ragione. Allora non obbedite al silenzio dei mistici, ma, al contrario, sapere aude! Solo se la mente è diretta a Dio, se è edotta della propria incapacità, se si muove in una aenigmatica scientiae, se è sempre coniectura, allora lo sforzo della ragione paga: sarà capace di indicare, seppure non di dire, di far pregustare seppur non di assaporare, di annusare seppur non di sentire.


giovedì, febbraio 10

Una lettera di B.Nardi a G. Gentile

da: Giornaledifilosofia.net / Filosofiaitaliana.it - ISSN 1827-5834 – Novembre 2010

Il 19 ottobre 1938 Bruno Nardi scriveva a Giovanni Gentile la lettera qui riportata e commentata. L’occasione che spingeva Nardi a scrivere a Gentile era la partecipazione a un concorso universitario rispetto al quale Gentile gli aveva comunicato notizie poco confortanti, cioè che alcuni si opponevano alla sua candidatura sostenendo che non avesse i requisiti per una cattedra di filosofia. I punti focali della replica di Nardi sono essenzialmente due: l’affermazione di non essere un dantista e la rivendicazione della modernità del proprio studio. Il contributo ricostruisce nella loro genesi teorica questi due motivi, illuminando, a partire da essi, alcuni aspetti salienti del Nardi filosofo.
       
   
Eccellenza,
perdonatemi se dopo il colloquio d’ ieri m’induco a scriverVi un po’ a lungo. Lo faccio, non perché non sappia che avete buona memoria, ma perché una lettera, per quanto lunga, è sempre più breve di una visita. Ho ripensato a lungo su quanto mi avete detto; e per quanto abbiate cercato di rassicurarmi sul conto che fate di me, facendomi conoscere quello che pensa delle cose mie anche l’ottimo amico e maestro Barbi (che mi duole di non conoscere ancora di persona!), me ne sono tornato un po’ abbacchiato. Ho sempre lavorato con serietà di propositi, con preciso metodo critico, non per scopi reclamistici, ma perché mi sono imbattuto in problemi che mi pareva valesse la pena d’affrontare. Se ho ben capito, gli appunti che mi si muovono son questi: che mi sono smarrito intorno a questioni aneddotiche, ed ho perso di vista i problemi di maggiore importanza. Il vero è che oggi tra noi molti si occupano dei “massimi problemi”, e costruiscono sintesi su sintesi che hanno la durata della moda femminile; mentre quelli che son capaci delle minute, pazienti e faticose ricerche particolari si fanno sempre più rari. Voi m’avete accennato alla quistione del “luogo natìo” di Virgilio. Il problema non l’ho sollevato io; l’avevano sollevato il Mommsen e il Conway ed era agitato in Italia e fuori. Molto s’era scritto intorno ad esso; e il problema puramente filologico era sboccato perfino in una interpretazione pseudo-estetica delle Bucoliche. Io ho sostenuto che il problema era sorto da mancanza di senso critico nella scelta di alcune varianti nei testi dei grammatici e da ignoranza della tradizione che era stata manomessa in tutti i modi. Ho rivendicato la serietà del metodo d’indagine filologica, e i risultati a cui son giunto, son modesti ma sicuri. Virgilianisti come il Castiglioni, il Ristagni, il Fumaioli e perfino il Pasquali, che poco fa aveva fatto riserve, mi hanno dato prove del loro consenso. Del resto, il luogo natale di Virgilio ha almeno tanta importanza quanta potrebbe averne quello d’Augusto, il quale è vivo oggi soprattutto nel carme virgiliano. E dal modesto villaggio sul Mincio son partito per capire la parte enorme fatta all’Etruria nel poema virgiliano, sino a fare d’Enea un discendente di stirpe etrusca, che ritorna fra le braccia dell’antica madre (Mantua Tuscorum transpadum sola reliquia). E’ probabile che in tutto ciò i miei critici non trovino niente di filosofico. Ma forse per essi la filosofia s’occupa solo dei “massimi problemi”, che poi non riesce a risolvere, perché ha ignorato i minimi. Che dire poi delle mie ricerche dantesche? Cominciai a occuparmi del pensiero filosofico di Dante, perché non riuscivo a capire quello che leggevo nei commenti. Colla piena complicità degli storici della filosofia (unica eccezione fatta per Voi), i nostri dantisti avevano creato la leggenda di un Dante tomista, che è la cosa più balorda che si sia mai pensato. Questa leggenda in venticinque anni di ricerche pazienti son riuscito ormai a demolire pezzo per pezzo. Quando avrò finito di buttar giù le note critiche all’ultima indecente edizione del Convivio, essa sarà completamente distrutta. Già avete visto come mi giudica il Pietrobuono e sapete come la pensi il Barbi che al tomismo di Dante aveva creduto ad occhi chiusi. Io non sono un dantista. E in tutti i miei lavori danteschi, da quelli su Sigieri a quello sull’Empireo, la ricerca filosofica s’è estesa a tutta la storia del pensiero antico e medievale. E’ così che m’è stato possibile riconoscere nella dottrina delle macchie lunari una precisa teoria di Giambico, in quella dell’Empireo una precisa dottrina di Proclo ed anzi antichissima. E Dante nella sua grande anima di credente e di cristiano mi s’è rivelato libero e immune da ogni fariseismo gesuitico. Anche queste son questioni aneddotiche? All’infuori poi di Dante, i miei studi di filosofia medievale ritengo che apportino qualche notevole contributo alla conoscenza di questo periodo del pensiero umano. E Voi sapete che se mi sono occupato di filosofia medievale, come altri si sono occupati d’Aristotele o d’Epicuro, le mie ricerche si son rifatte sempre alla filosofia antica, e il metodo è stato filologicamente e filosoficamente moderno. Certo io non conosco ugualmente bene tutta la storia della filosofia. Ma chi è che possa vantarsi di conoscerla tutta? Chi? Provi a fare un nome, non dico fra quelli che concorrono insieme a me, ma fra gli stessi giudici del concorso! Io nutro fiducia che mi si giudichi a ragion veduta, senza pregiudizi di generi letterari (intendo per generi il plurale di genere e non di genero, poiché sentii una volta l’amico Schiaffini deplorare questa piaga). Ho lavorato seriamente, senza adulare mai nessuno e senza pensare ad una cattedra universitaria. Se vi penso oggi è perché desidero avere più tempo per terminare i troppi lavori che ho a mano e perché credo di meritarla. Vogliate perdonarmi questo sfogo, e se credete che non abbia proprio torto, Vi prego di aiutarmi a far valere le mie difese. Con riconoscente affetto
                                                                     Vostro B. Nardi


venerdì, febbraio 4

I giovani marxisti degli anni '70

Lo scorso pomeriggio bazzicavo tra la biblioteca e l'aula dei seminari dell'Università di Stoccarda quando mi sono imbattuto in una piccola raccolta di saggi che mi colpì sin dalla copertina. Il titolo, a chiare lettere, recitava Internationale Marxistische Diskussion, Merve Verlag Berlin e la data di pubblicazione, benchè schiarita e poco leggibile, veniva tradita dalla carta ingiallita e un po' rovinata. Poco dopo mi accorsi di avere tra le mani un volume che era parte di una vera e propria collana di discussioni e riflessioni marxiste e che, data l'evidenza del frequente utilizzo, doveva essere molto conosciuta all'epoca e anche dagli studiosi degli anni successivi. Mi colpì subito la serietà e l'intraprendenza di un progetto come quello: le giovani penne più promettenti del marxismo scaricavano lì tutte le loro idee, gli strazi e gli slanci, in un'epoca europea davvero controversa ma vissuta intensamente. Tra questi volumi pescai il numero 33 perchè notai subito alcuni nomi di autori italiani, che, nonostante fossero in traduzione tedesca, venivano letti e studiati; insomma, a quei volumi contribuirono molte di quelle personalità che poi, nel bene o nel male, hanno segnato la storia politica e la filosofia politica italiane. Alcuni di essi sono rimasti nell'ambiente accademico, altri hanno partecipato attivamente agli scontri di quegli anni, altri sono rimasti fedeli alle loro posizioni, mentre molti le hanno via via mutate; ancora, alcuni hanno interpreso importanti carriere giornalistiche mentre altri ancora sono emigrati, loro malgrado, per problemi con la giustizia: faccio riferimento a Lucio Colletti, Lucio Libertini, Eduarda Masi, Mario Tronti, Adriano Sofri, Rossana Rossanda, Antonio Negri, Sergio Bologna, Massimo Cacciari, Lucio Magri, Giampiero Mughini, Ferruccio Gambino, Paul Ginsborg e altri ancora.

Cercherei a questo punto di prescindere dalle differenti e varie valutazioni esprimibili su ognuno di loro, dimenticandoci - per ipotesi - delle loro fortune o miserie, delle loro azioni e delle loro svolte ideologiche; ma, soprattutto, dimenticandoci di ciò che questi signori e signore rappresentano e cosa sono "diventati" oggi, a circa quarant'anni di distanza da quelle prime e timide pubblicazioni. Ebbene, se riuscite ad astrarvi da tutto questo forse potrete intendere le mie prime emozioni: sfogliando quei quaderni mi assalì una forte tristezza; e si badi, vi è noto come io abbia pochi punti in comune con quelle idee e quell'ideologia che prepotente si respirava tra quelle pagine "rosse", perciò non posso avanzare alcuna forma di nostalgia o facile idealizzazione. La tristezza scaturisce dal paragone con l'avvilente assenza di probletizzazione che regna nella politica attuale: ciò che, rispetto ad allora, oggi manca è forse proprio quella classe di giovani intellettuali che hanno il coraggio e la capacità di avviare e portare avanti un dibattito alto e proficuo. Ma forse sono ingiusto: ciò che manca, allora, è una struttura adeguata, un partito o una rivista come quella, uno strumento autorevole e riconosciuto che faccia esprimere le penne più argute e gli intellettuali più promettenti, che hanno il potere reale - e forse il dovere - di innovare le nostre istituzioni, sempre più appannaggio di poteri forti e, con tutto il rispetto del caso, "anziani".


martedì, febbraio 1

Quando torneremo a costruire le nostre cattedrali?

La nostra opinione di vivere nell'epoca del progresso morale - scriveva J.Burckhard - è stremamente ridicola se confrontata con i tempi avventurosi, in cui la libera forza della volontà ideale si alzava al cielo con cento cattedrali turrite. Probabilmente il tema vero di questa epoca è intendere quali siano le varie forme delle nostre multiforme volontà e capire se e in che misura esse possano dar vita ad un qualcosa di sano, di concreto, di vitale. Sì, di vitale. Nei tempi attuali tutto sembra essere ceduto allo sbando e alla navigazione a vista: nessuna volontà ideale ci guida, nessuna luce rischiara più il nostro cammino, alcuna attesa vale più una goccia di speranza. L'oggi è allora im-mobile, è a-fasia. Questo sarebbe il regno della libertà progressista? Questo sarebbe il valore assoluto del relativismo (la contraddizione è voluta) che tante menti illuminate hanno esaltato nei secoli? Questo è l'uomo nuovo del domani? Egoità e volontà di potenza, sfruttamento e mercantilismo, prostituzione e potere: è valsa la pena abbattere quelle cento cattedrali turrite? Non è allora giunto il momento di recuperare la santità della vita? Non è forse l'ora di ammettere la nostra sconfitta e tornare ad abbracciare quei valori eterni che l'uomo dell'età di mezzo sapeva indicare e che hanno dato vita a tanto splendore artistico, filosofico, letterario e soprattutto alla nostra civiltà europea - la stessa che noi, ingrati, abbiamo trasformato in un giocattolo economico? Quando torneremo a costruire le nostre cattedrali?