"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

mercoledì, marzo 30

Das erste Prinzip als Coincidentia oppositorum

Die ontologisch Untersuchung des Prinzips der Wirklichkeit ist bei Cusanus durch die ganze Arbeiten behänden und die ist vor allem durch die neuplatonische Tradition geführt: Platon, Proklos, Dionysius Areopagita, Johannes Scottus Eriugena und Meister Eckhart. Diese ganze Neuplatonischen Philosophen benutzen die negative Theologie, um den religiösen Glauben mit der Vernunft zu vereinbaren und Cusanus geht auch in diesen Weg. Cusanus denkt das Prinzip als ein rein Einheit transzendent, unendlich, ewig, unaussprechlich und unbekannt liegt es in den fernen Gegenden des Geistes. Trotzdem die ganze christliche Neuplatonische Tradition sagt, dass dies Prinzip die Welt hervorbringt. Denn Cusanus hat geschrieben dass das Prinzip gleichzeitig transzendent und immanent gegen die Welt ist: es ist transzendent weil es vom endlichen Gegenstand verschieden sein muss.

Wie kann Nikolaus von Kues dies Paradox zusammenhängend denken? Dieser Begriff von dem Prinzip wurde Unmöglich und unvernünftig sein; aber Cusanus sagt uns, dass wenn wir richtig sehen, der unsere Vernunft diesen paradox Begriff über Gott braucht. Die Vernunft braucht einen immanenten Gottes Begriff – anders, wie kann der Dinge existiert? Aber der Vernunft braucht einen transzendent Gottes Begriff auch ist – Warum der Welt ist da? Und, noch, der Vernunft braucht dass Gott zusammen und gleichzeitig Immanent und Transzendent ist: er muss ein einfach Einheit sein, woraus den Welt hervorbringt.

Diese Umweltbedingungen sind die Paradox und Der Vernunft kann nicht sie verstehen. Also, Gott ist ein Paradox? Nikolaus von Kues antwortet, dass das Paradox zu Gott nahesteht, quia impossibilitas coincidet cum necessitate. Gott ist das Zusammentreffen vom Gegenteil.
Neque est verum, si Deus est omne, quod est, quod propterea non creaverit omnia de nihilo. Nam cum Deus solum sit complicatio omnis esse cuiuscumque existentis, hinc creando explicavit caelum et terram; immo, quia Deus est omnia complicite modo intellectualiter divino, hinc et omnium explicator, creator, factor et quidquid circa hoc dici potest; sic arguit magnus Dionysius.
Das coincidentia oppositorum ist die erste Gottes-bestimmung, aber Sie ist noch erhöht, weil es eigentlich die reine Einheit nicht prädiziert. Tatsächlich sagt uns die negative Theologie, dass Gott über dem Gegenteil ist, deshalb erklärt Nikolaus von Kues den Begriff vom Einheit durch verschiedene Formulierung. Die Cusanus Arbeiten nach dem „De docta ignorantia“ sind über den Gottes Namen geweiht: Possest.


venerdì, marzo 18

L'identità italiana è contraddizione e perenne movimento

La celebrazione dei 150 anni dall'unità d'Italia si è conclusa ieri senza troppi patemi e seguendo i canoni previsti dalle etichette di Stato; ecco allora che il presidente Giorgio Napolitano si esibisce in un discorso diretto, pulito e coscienzioso. La popolazione stessa sembra aver accolto questo traguardo con (inaspettato?) entusiasmo: sui balconi, per le strade, sugli edicifici pubblici e privati, persino su internet ognuno vuole celebrare a modo suo e stendere il tricolore. In questo senso, allora, la spinta politico-culturale che soggiaceva alle celebrazioni sembra aver avuto effetto: così come si voleva, l'evento è stato anche e soprattutto un compattarsi contro il nemico comune, ovvero contro chi, vestito di verde, ci vuole dividere. Il timore per la secessione, da anni simbolo del secondo partito di governo, ha dunque aiutato a cementare il popolo intorno alla bandiera tricolore, finalmente simbolo unitario. Eh, ma c'è un però. Ancora una volta, difatti, dobbiamo segnalare come il movente più forte che ci fa unire, che tiene sullo stesso fronte le nostre forze contrarie e in perenne lotte tra loro, sia la presenza di un nemico comune, che è comune proprio perchè va ad attaccare non una fazione o un'altra ma i fondamenti stessi dello stare-insieme e del discutere all'interno del contenitore unico della "nazione". L'elemento interessante è che questo tipo di operazione mancava all'Italia da molti anni, considerato anche che, forse, la più grande dimostrazione di unità avvenne tragicamente sul Carso, com'è stato ampliamente notato in scritti più dettagliati e autorevoli di questo. Ma - ci si intenda subito - questa spinta ci sembra del tutto positiva. Per dirla tutta, avevamo bisogno di un qualcosa che ci facesse sentire tutti italiani, dall'Alpe a Sicilia, come recita il nostro inno.

Eppure non possiamo negare come l'unità oggi celebrata porti con sè davvero tante questioni irrisolte, che spesso richiamano al sangue dei "vinti" o, più comunemente, a chi di questa unità e di questa ideologia unitaria ha subìto, durante lo scorrere del secolo e mezzo, il peso e il bruciore delle ferite: gli italiani del "Regno delle Due Sicilie", gli italiani morti delle Foibe, gli italiani uccisi dai partigiani nella resistenza, gli italiani di Salò, quelli morti sotto i folli fuochi degli anni '70; insomma, tutti quegli italiani che per un determinato periodo sono stati considerati di serie B, un po' meno italiani di altri. L'Italia, in nome del comune nemico secessionista dimentica oggi anche loro, come scrivevo soltanto ieri: dignità umana vuole che si ricordino anche i vinti e non solo i vincitori. Questo voler ricordare (ossia, etimologicamente, "porre di nuovo al cuore") non va nella stessa direzione leghista ma, al contrario, è a mio avviso l'unico modo per acquisire sempre più coscienza della nostra Italia malandrina, delle nostre reali radici che, - lo si ammetta con serenità d'animo - sono nella lotta e nel continuo movimento tellurico delle nostre basi; eppure queste "due" Italie di cui parlo, sempre in polemico (da pòlemos) attrito, non significano soltanto lotta e violenza, bensì fanno segno sempre e comunque ad una giustapposizione di forze culturali, politiche e ideologiche - forze che, comunque vada, sono presenti e contribuiscono al rinnovarsi dell'intelligenza italica nei dibattiti, nei temi affrontati e nei valori contrapposti. La vera identità italiana è allora contraddizione e perenne movimento, mai fissità culturale: sempre scontro e incontro del Due.

L'Italia dei primi 150 anni è caratterizzata dal continuo contraddirsi delle sue componenti e, così, da un'identità in continuo movimento (a spirale), in perenne ricerca di un nuovo fondamento su cui ricominciare. In questo senso, dunque, l'unico modo per tenere viva la nostra identità è il ricordare sempre il Due e mai cedere alla tentazione dell'uno ideologico - che è, poi, l'uno della forza. L'identità su cui poggia l'Italia è perciò l'assenza di fondazioni stabili, è quel movimento creativo e vitale che produce, guarda caso, cultura, letteratura e arte e che ha dato vita ai nostri poeti e ai nostri intellettuali. Altro che "fare gli italiani"! L'Italia è fatta da un pezzo e consiste proprio nel non-esser-fatta come nazione fissa, ma nell'essere confine e limite senza limite: è l'eslicarsi di energia creativa. Da questo punto di vista si intende il richiamo al Due del passato: ri-cor-dare sempre i vinti, sempre tenere-assieme i Due della lotta, altrimenti si cade nell'oblìo della falsa pace dei vincitori, il cui mare è tanto pacifico quanto inerto e improduttivo, tanto poco italiano. L'Italia ha un'identità dinamica e aperta ed è in quella cultura che dobbiamo cercare oggi le nostre radici; e, ancora, è in quella cultura che possiamo essere la vera porta dell'Europa verso l'Africa e i paesi del Medio Oriente, dove, inevitabilmente, dobbiamo trovare il "nostro" Oriente.


giovedì, marzo 17

La libertà? Per l'anniversario dei 150 anni dalla nascita dell'Italia unita.

In questa giornata di celebrazioni, dignità umana vuole che si ricordino anche i vinti e non solo i vincitori: in particolare, i ragazzi del regno delle Due Sicilie, che non hanno una medaglia al petto per il solo demerito di aver non esser riusciti a difendersi dal piemontese invasore; voglio ricordare tutti coloro che perirono sotto le baionette garibaldini e soprattutto tanti meriodionali che, dopo l'Unità, videro la propria terra impoverirsi sotto i ladrocini e le tasse del nord invasore; voglio ricordare tutti i nostri antenati che per un pezzo di pane furono costretti a lasciare madri, padri, mogli e figli e tentare l'avventura di emigrare in un paese straniero, perchè il loro li considerava solo "sporchi meridionali". Viva l'Italia unita, ma un grande pensiero ai vinti e ai dimenticati dalla storiografia ufficiale.

La libertà?... Ce l'ho qui - rispose Franco e si batté sul petto - dacché fra la mia e quella dei liberali ho scelto liberamente, da uomo. Non mi piace la loro libertà, ché quando te la vengono a imporre con le baionette, non è più essa. Io sto da questa parte, perchè così piace a me, che sono don Enrico Franco, e mi piace perché oggi è la parte più bella. Altri combattono e muoiono per una conquista, una terra, un'idea di gloria, per un convincimento magari o un ideale, ma noi moriamo per una cosa di cuore: la bellezza. Qui non c'è vanità, non c'è successo, non c'è ambizione. Noi moriamo per essere uomini ancora. Uomini che la violenza e l'illusione non li piega e che servono la fedeltà, l'onore, la bandiera e la Monarchia, perché son padroni di sé e servitori di Dio. Ieri forse poteva sembrar più nobile, più alta la parte di là, ma oggi con noi c'è la sventura, e questa è la parte più bella. Perché sopra, noi ci possiamo scrivere: senza speranza. (C. Alianello, L'alfiere, 1943)


lunedì, marzo 14

L'uomo è libertà. Una lettura di Nicola Cusano per aiutarci nelle questioni dell'aborto, della fecondazione assistita o del fine vita.

Questa mattina propongo una lettura estratta dal De ludo globi di Nicola Cusano. Il cardinale affronta qui una serie di temi decisivi per comprendere la sua concezione dell'uomo come, dice, "un regno proprio, libero e nobile". La metafora dell'anima come signore del corpo arriva direttamente da Aristotele (Etica Nicomachea, 1178a), ma è qui riproposta in chiave cristiana: l'uomo è tale perchè è libero ed è come re che dispone di un regno; tuttavia, quando l'anima è separata dal corpo - ovvero, quando siamo embrioni o dopo la morte - allora quel qualcosa non è l'uomo, ma è altro. L'uomo è, in definitiva, infinita libertà. Queste righe, tra l'altro, sono interessanti anche per abbozzare una risposta alle odierne questioni dell'aborto, della fecondazione assistita o del fine vita, che, delicate come sono, potrebbero trovare in queste parole di libertà un valido sostegno; d'altronde ciò che manca maggiormente ai dibattiti attuali è proprio l'idea qui esposta dell'uomo come libertà assoluta, una concezione che noi italiani, eredi del grande umanismo europeo che (forse) inizia anche con il Cusano, dovremmo ben tenere a mente.
 
Quando l'embrione è nell'utero materno non è ancora un regno umano, ma creata l'anima intellettuale, che gli è imposta con la creazione, diventa un regno che ha un re proprio; e si chiama uomo. Ma quando l'anima se ne va, l'uomo cessa di essere e così cessa anche il suo regno. Il corpo, prima del sopraggiungere dell'anima intellettiva, è appartenuto al regno universale del grande mondo, e così ritorna ad esso. Come la Boemia prima di avere un re suo proprio apparteneva all'Impero, essa rimarrà la stessa anche quando le sarà tolto il re. L'uomo è sottoposto immediatamente al proprio re che regna in lui; è sottoposto mediatamente, invece, al regno del mondo. Quando non ha ancora un re, oppure muore, è sottoposto immediatamente al regno del mondo. Per cui l'anima del mondo, o natura, esercita nell'embrione la virtù vegetativa, come [l'esercita] negli altri esseri che hanno la vita vegetativa. Questa virtù vegetativa si prolunga anche nei morti ai quali continuano a crescere le unghie e i capelli. In essi agisce come agisce nei corpi privi del loro re. Ma ho spiegato diffusamente in un'altra opera in che modo l'uomo sia un regno proprio, libero e nobile. Meravigliosa è la speculazione con cui l'uomo conosce se stesso ed è completamente soddisfatto del suo regno, pur piccolo, in cui tutto ritrova con larghezza e senza difetto, scoprendosi felice, se lo desidera.



giovedì, marzo 3

Sul buon vivere cittadino: il comitato spontaneo di Terravecchia

Uno dei risultati più sorprendenti della nuova èra multimediale, dei nuovi rapporti interculturali e dei continui scambi con paesi molto distanti dai nostri è sicuramente il mutamento del concetto di città. Le "nuove" città del XXI secolo sembrano suggerire un tipo di vita del tutto "dissociata" - mi si concede il termine paradossale - dai propri vicini di casa, a volte dai propri condomini stessi, poichè ognuno ha, come dire, i propri tempi (oggi del tutto accellerati), le proprie faccende (che non sono più in loco, ma possono consumarsi in qualsiasi parte del globo) e le proprie amicizie (che di rado sono le stesse con cui condividiamo il cortile o la piazza cittadina). Questo dislocarsi della vita di ognuno su un'area "globale" non ha tuttavia mutato le esigenze primarie di ogni cittadino, che rimangono, tutto sommato, sempre le stesse: vivere in un "quartiere" pulito, vivace e adeguato alle proprie aspettative – perchè pur sempre in una città si deve vivere.

Sulla base di queste esigenze è nato ad Ortona da circa un anno il "comitato spontaneo del quartiere di Terravecchia", il cui obiettivo principale è, guarda caso, rendere più bello, più vivibile e più pulito il proprio circondario. Questa nuova forma di politica "di quartiere" è stata realmente spontanea, ovvero si è formata per puro interesse dei cittadini, lontano da logiche partitocratiche o da scopi terzi ed è anche facile immaginarsi il motivo: il fattore comune è lo stesso interesse per la qualità dei luoghi in cui viviamo e lavoriamo. Allora di cosa si occupa, come si organizza questo "comitato" e perchè parteciparvi? Fino ad ora il comitato ha cercato di rappresentare un tramite efficace e democratico tra i cittadini e l'amministrazione comunale, anzitutto lanciando proposte realmente percorribili, utili e concrete, come l'aumento dei cestini nella piazza San Tommaso e la realizzazione di una ZTL nel centro di Ortona, consegnando un relativo piano dettagliato.

La prima vera opera che ha visto una buona alchimia tra amministrazione e cittadini di Terravecchia è stata la realizzazione della nuova pavimentazione di via Morosini. L'opera, ancora in corso, è stata coordinata dall'architetto Zandegiacomo, che, grazie alla mediazione del comitato, ha potuto illustrare in anticipo ai cittadini i progetti dell'amministrazione comunale e contestaulmente ha avuto la possibilità di ascoltare pareri, proposte e idee, che sono state, ad onor del vero, numerose. In questo senso va ad esempio registrato l'ultimo atto ufficiale del Comitato, che consiste nella richiesta di utilizzare il porfido e non l'asfalto nella nuova pavimentazione in programma per la zona di Piazza Risorgimento. Insomma, la speranza è che questo nuovo comitato abbia vita lunga e, perchè no, che nascano associazioni simili anche in altre zone della nostra città. D'altronde si sta parlando del quartiere Terravecchia, ovvero il nostro "centro storico", che, come i "centri storici" delle altre città italiane, deve essere il nostro fiore all'occhiello.