"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

venerdì, aprile 22

Mortuus erat...

...et revixit, perierat et inventus est; così Meister Eckhart, a partire da Lc 15,32, in una delle sue prediche più dense e profonde per insegnarci come le opere buone, anche se compiute sotto l'egidia della morte del peccato, possano tornare a nuova vita grazie allo Spirito che vivifica, se noi stessi diveniamo "uno Spirito con Lui". Ma come? "E più l'uomo si libera ed abbandona se stesso, più si avvicina a Dio, che è libero in sé". Divenire Spirito è abbandonare se stessi e così liberare le opere dal servizio cieco della volontà individuale; solo in questo modo possiamo abitare la Libertà e le nostre opere si trasfigurano: non più atti dell'umile Eigenschaft, bensì atti di Dio. Ecco, così anche quelle opere compiute nella morte dello Spirito, quando eravamo sotto il peccato e schiavi di noi stessi, si trasfigurano in opere buone. Nel fare dell'uomo agisce allora Dio stesso quando quel fare non è più figlio di una volontà individuale ma è ab-solutamente libero - ovvero è un fare niente. Ebbene in quel momento torniamo a nuova vita, alla vita dello Spirito, che eravamo prima di fluire nel tempo e nel mondo. Questa è la vera Pasqua dell'uomo, immagine bellissima della Pasqua di Dio.


sabato, aprile 9

Filippo Masci e Ortona ai primi del '900

ASSOCIAZIONE CULTURALE “IDENTITA' EUROPEA”
PROVINCIA DI CHIETI ASSESSORATO ALLA CULTURA



programma


saluti:
Avv. Remo di Martino
(assessore alla cultura della
Provincia di Chieti)


relatori:

Dott. Andrea Fiamma
(filosofo)

Dott. Valerio Baldassarre
(medico umanista)





DOMENICA 17 APRILE 2011
ORE 17.30
SALA EDEN, ORTONA (CH)



Per l'occasione sarà presentato il nuovo libro del
dott. Valerio Baldassarre, Filippo Luigi Masci e il mistero del bambino nella
ghianda
, edizioni Ianieri, 2010



giovedì, aprile 7

Platone, il legislatore deve cercare di ingenerare negli stati la vera intelligenza e di bandirne la stolta ignoranza.

ATEN. Diciamo allora, mentre facciamo la strada che ancora ci resta per la nostra conversazione, come sia stata la più grande ignoranza allora a distruggere quella potenza, ignoranza che anche ora provoca questa stessa conseguenza, cosicché il legislatore, se quanto dico è vero, deve cercare di ingenerare negli stati quanto più può la vera intelligenza e di bandirne quanto più può la stolta [689a] ignoranza.

CLIN. E' chiaro.

ATEN. Quale è allora l'ignoranza che noi potremmo chiamare giustamente la più grande? Vedete se quello che dico andrà bene anche a voi, io infatti dico che è del genere di questa.

CLIN. Quale?

ATEN. Quella per cui quando qualcuno ritiene che qualche cosa sia bella o buona non l'ama ma l'odia, e ciò che ritiene cattivo ed ingiusto ama e desidera. Questo disaccordo di piacere e, dolore con il giudizio della ragione io dico che è l'estrema ignoranza e la più grande perché è nella parte più grande dell'anima; infatti quella sua parte di cui è [b] proprio soffrire e godere è in essa ciò che il popolo e la folla sono nello stato. Quando dunque l'anima contraddice alle conoscenze, alle opinioni, al discorso della ragione, a ciò che per natura è a capo, questa condizione io dico ‘stolta ignoranza', e così nello stato quando la plebe non obbedisce ai governanti e alle leggi è lo stesso e così in un uomo quando i bei discorsi che sono nella sua anima non fanno nulla di più che esserci e avviene tutto il contrario di quello ch'essi dicono, ed io affermo che sono proprio [c] tutte queste ignoranze le più gravi, nello stato e in ciascuno dei cittadini, e non quella degli umili artigiani; se è vero che mi intendete, ospiti, in ciò che dico.

CLIN. Capiamo, caro, e ne conveniamo.

ATEN. Questo dunque resti stabilito così come è stato detto e deciso: che ai cittadini ignoranti di questa ignoranza non si debba attribuire nessun potere, si debba biasimarli come ignoranti anche se siano bravi ragionatori e ben esercitati in ogni [d] cavillo e in tutti i mezzi che per loro natura danno agilità alla mente, e gli altri cittadini che sono l'opposto di questi si debba chiamarli ‘sapienti', anche se non sappiano, come è il proverbio, né leggere e scrivere né nuotare; a loro si deve dare il potere perché sono intelligenti. Come potrebbe infatti esserci, amici, senza armonia anche il più tenue aspetto di intelligenza? Non è possibile; invece la più bella e la più grande di tali armonie giustissimamente si può dire la più grande sapienza, di cui è partecipe chi vive secondo ragione, e chi la perde diventa distruttore della famiglia e in nessun modo salvatore della [e] patria, ma, ignorante di tali cose, sempre si rivelerà un suo dissolutore. Questo, come dicemmo prima, resti stabilito così come è stato enunciato ora.

CLIN. Sta bene.

(da Platone, Le leggi, III, 689 a - b)