"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

martedì, giugno 28

L'Unità divisa. 1861 - 2011 Parla l'Italia reale

Saluti

Dott. Enrico Di Giuseppantonio
(presidente della Provincia di Chieti)

Avv. Remo di Martino
(assessore alla cultura della Provincia di Chieti)

Ing. Nicola Fratino
(sindaco di Ortona)



Modera:
Dott. Andrea Fiamma
(filosofo)



intervengono:

Dott. LORENZO DEL BOCA
(storico, già Presidente dell’Ordine Nazionale
dei Giornalisti)

Prof. ADOLFO MORGANTI
(Presidente nazionale dell’Associazione Identità
Europea, docente presso l’Istituto di Scienze
religiose di Rimini ed editore de Il Cerchio)



VENERDI' 1 LUGLIO 2011, ORE 21.00
SALA EDEN, ORTONA (CH)



Durante la conferenza e nei giorni successivi sarà visitabile la
MOSTRA “UN RISORGIMENTO DA RISCRIVERE”
(a cura dell'associazione culturale “Identità Europea")


venerdì, giugno 24

«È la Madonna il nostro simbolo di libertà»

del prof.Franco Cardini
dal sito dell'Ass. cult. "Identità Europea"

Tutto cominciò fra l’XI e il XII secolo. O meglio, tutto era cominciato da molto prima, da Betlemme o da Nazareth, o più ancora da Gerusalemme o da Efeso. Arrivò quindi la stagione dei Concilii e delle contese antiereticali: ad Efeso, in pieno V secolo, con scandalo ulteriore degli ebrei e con orrore dei nestoriani, Maria venne proclamata Theotokos, «Madre di Dio». Come può Dio eterno, onnipotente, increato, avere una Madre? Eppure, da allora, si avviò il più tenero dei culti: Maria madre del Bambino, dell’Uomo crocifisso, Maria che ama, che gioca, che allatta, che nutre, che soffre. Le splendide icone greche ed orientali, che l’Occidente tardò a comprendere e a imitare, accanto alla Signora nella maestà del trono o in piedi sulla falce lunare e adorna di stelle come Padrona dell’universo, insegnarono la tenerezza di questa ragazza-madre che vezzeggia il Bambino, che attraverso di Lui indica la via ai fedeli, che intercede presso di Lui per tutti noi, unica a poter mitigare nei casi estremi la sua ira: refugium peccatorum.

Lo sterminato universo delle dee vergini e delle dee madri, da Artemide-Diana all’egizia Iside alla Megàle Metèr anatolica, si volse morente verso questa nuova Signora del mondo che ereditò quasi naturalmente i loro attributi, i loro santuari, i segni d’affetto e di timore che le genti rivolgevano loro. Maria, mediatrice tra il Cristo e gli uomini, fu anche mediatrice potente tra i pagani restii ad abbandonare i loro riti e la nuova fede. Ma il trionfo di Maria si ebbe in Occidente soprattutto nel corso del XII secolo, quello stesso nel quale il più grande teologo e mistico del tempo, Bernardo di Clairvaux, le dedicò opere che lo fecero salutare come miles Virginis, «il cavaliere della Vergine». Allora, Nostra Signora (da quest’espressione tradotta in francese, ma Dame, deriva la familiare e dolcissima parola «Madonna») divenne la protettrice e il segno visibile dell’unità della Chiesa, la speciale tutrice della città di Roma e del suo vescovo. E i Pontefici imposero a tutte le Cattedrali della cristianità occidentale di accompagnare all’antica dedicazione delle loro grandi chiese cattedrali, ch’era deputata al santo patrono cittadino, una nuova a Maria la quale veniva presentata di luogo in luogo in modo diverso.

Alla Madre di Dio si andarono adattando nei secoli bui i più limpidi, gloriosi, trionfali e familiari nessi. Era il nome di Maria che risuonava nelle chiese – fu a Clermont, presso il prestigioso santuario di Maria «Signora di Sottoterra» di Le Puy, che fu indetta la prima crociata. Fu a Maria «del Soccorso» e «del Rosario» che furono attribuite e consacrate le grandi vittorie delle armi cristiane sugli infedeli, da Lepanto nel 1571 a Vienna nel 1683. Anche in Italia, il culto di Maria mise radici profonde: non c’è praticamente città, grande o piccola, che non abbia il suo santuario mariano. La fascia azzurra che gli ufficiali dell’esercito italiano portano nei giorni di ricorrenza o come distintivo di comando è il ricordo della devozione che gli eserciti sabaudi conservavano nei confronti della Gran Madre di Dio, protettrice della dinastia. Alle Madonne Stella Maris, patrone dei porti e dei flutti e quindi delle città costiere (la Vergine della Guardia a Genova, quella di Montenero a Livorno), si consacrano le navi, i cantieri, i marinai. Vi sono santuari mariani a guardia delle montagne e altri che preservano i centri urbani. Maria è la cifra intima che collega tutta la cristianità a se stessa e al Cristo.


Sotto candido vel, cinta d’oliva
Donna m’apparve, sotto verde manto
recinta di color di fiamma viva.


Dante, Purgatorio XXX


Questa Beatrice tricolore, cara a Dante, è in realtà pensata come immagine mariana. Maria è la nostra statua della libertà, la nostra Marianne. Tutti i pittori e gli scultori che hanno raffigurato una madre china su un caduto hanno pensato a lei come Mater dolorosa. Nelle processioni della Settimana Santa, in Puglia e in Sicilia, l’acclamano «bellissima» come a Siviglia, dove il popolo grida Guapa alla Macarena. Maria è Regina Italiae, Mater Ytalorum: lo stesso culto della patria si è diffuso, nel corso dell’Ottocento, come laicizzazione del culto mariano.


lunedì, giugno 20

Il ruolo del centrosinistra dopo il voto

dal numero di Giustizia Giusta del 20-06-2011

È tempo di bilanci dopo l'intenso mese politico, tra amministrative e referendum. In questione non è soltanto la sopravvivenza o meno della maggioranza in parlamento, la possibile caduta del berlusconismo o, più modestamente, il semplice avvicendarsi dei leader politici, fosse anche soltanto per cause anagrafiche; ciò che è in questione è la politica tout court, sono questi anni di transizione, che, a quanto pare, non risparmiano nessuno, dal centrodestra alla sinistra di Vendola.
Ebbene, il dato più interessante di questa doppia tornata – lo spieghiamo subito – non è la “sconfitta” del centrodestra, tenuto anche conto cosa sta accadendo negli altri paesi europei, ma, forse, è il rimodellamento del centrosinistra. A questo e al ruolo di possibile alternativa a Berlusconi è dedicata questa breve riflessione.

(continua qui)


martedì, giugno 14

La città pagana

Meditando sul monumentale De Civitate Dei, gli spunti che possiamo trarre sono innumerevoli e spaziano su una straordinaria rosa di tematiche e di livelli concettuali. Non a caso Agostino rimane a mio avviso il più importante punto di confronto ogni qualvolta si abbia intenzione di avviare un qualsiasi lavoro di ricerca sulla filosofia e più in generale sulla cultura d'Occidente. Così, per motivi analoghi, mi sono imbattuto ieri in un passo che ho trovato davvero denso e che vorrei qui riproporvi integralmente approfittando della traduzione italiana presente in rete sul sito http://www.augustinus.it. Si tratta dell'annosa questione del rapporto tra il cristiano e il potere, tra il denaro come mera mediazione per lo svolgersi della vita civile tra gli uomini e ciò che ad esso spesso soggiace, ovvero quell'amore di sè su cui gli uomini hanno costruito la Civitas pagana. Nel secondo libro, al capitolo 20, appare un vero e proprio "manifesto della città pagana", così come intitola Luigi Alici, importante studioso della filosofia agostiniana che ha curato la traduzione italiana per la Bompiani.


Ma simili adoratori e amatori di questi dèi, che si vantano anche di imitare nei delitti e azioni infami, non si preoccupano affatto che la società sia corrotta e depravata. Basta che si regga, dicono, basta che prosperi colma di ricchezze, gloriosa delle vittorie ovvero, che è preferibile, tranquilla nella pace. E a noi che ce ne importa?, dicono. Anzi ci riguarda piuttosto se aumentano sempre le ricchezze che sopperiscono agli sperperi continui e per cui il potente può asservirsi i deboli. I poveri si inchinino ai ricchi per avere un pane e per godere della loro protezione in una supina inoperosità; i ricchi si approfittino dei poveri per le clientele e in ossequio al proprio orgoglio. I cittadini acclamino non coloro che curano i loro interessi ma coloro che favoriscono i piaceri. Non si comandino cose difficili, non sia proibita la disonestà. I governanti non badino se i sudditi sono buoni ma se sono soggetti. Le province obbediscano ai governanti non come a difensori della moralità ma come a dominatori dello Stato e garanti dei godimenti e non li onorino con sincerità, ma li temano da servi sleali. Si noti nelle leggi piuttosto il danno che si apporta alla vigna altrui che alla propria vita morale. Sia condotto in giudizio soltanto chi ha infastidito o danneggiato la roba d'altri, la casa, la salute o un terzo non consenziente, ma per il resto si faccia pure dei suoi, con i suoi o con altri consenzienti ciò che piace. Ci siano in abbondanza pubbliche prostitute o per tutti coloro che ne vogliono usare ma principalmente per quelli che non si possono permettere di averne delle proprie. Si costruiscano case spaziose e sontuose, si tengano spesso splendidi banchetti, in cui, secondo il piacere e le possibilità di ciascuno, di giorno e di notte si scherzi, si beva, si vomiti, si marcisca. Strepitino da ogni parte i ballabili, i teatri ribollano di grida di gioia malsana e di ogni tipo di piacere crudele e depravante. Sia considerato pubblico nemico colui al quale questo benessere non va a genio (da: http://www.augustinus.it/italiano/cdd/index2.htm)

Ciò che emerge da queste righe è impressionante: per Agostino quel che segna la degenerazione della città non è tanto l'aver ceduto al lusso e al denaro, ma - scrive - "che i re si preoccupino solo della felicità dei sudditi e non della loro onestà"; ovvero, del fatto che la città dei romani, seguendo il culto dei falsi dèi, non aveva curato il legame tra l'etica e lo stato. Uno stato cristiano è allora uno stato in cui giustizia ed etica sono indistinte. D'altronde questo guadagno sembra essere non solo dello stato cristiano ma costituisce un proprium del buon governo: non a caso, questo legame tra l'etica e la giusizia era chiaro anche a Cicerone o ad altri importanti re e generali romani, di cui Agostino celebra ampliamente le imprese - a partire da A. Regolo. Curioso - dicevo - è il fatto che qualche anno più tardi si sosterrà proprio l'inverso, perchè a caratterizzare lo stato moderno è proprio quello slegare l'etica e lo stato che Agostino tanto criticava. Ecco: le conseguenze di questo importante cambio di prospettiva rendono il De Civitate Dei non solo un'opera di straordinario talento letterario e filosofico e l'apice di una passata tradizione cristiana bensì, forse inaspettatamente, una lente importante per filtrare il mondo odierno e l'attuale concetto dello Stato e della politica.


venerdì, giugno 10

Chi ha paura di Martin Lutero?

Questa sera vorrei finalmente toccare la delicata questione della riforma portata avanti da Martin Lutero a partire dal fatidico 31 ottobre 1517, quando, con l'affissione delle 95 tesi, la storiografia successiva ha ritenuto nata una nuova Chiesa. Lo spunto per questa breve trattazione arriva da una discussione con un amico, che privatamente mi confessava una sua opinione sul protestantesimo, che - dice - permetterebbe "a ciascun fedele di inventarsi il Dio a sua misura, come meglio gli aggrada". A tal proposito, credo che Lutero avrebbe avuto molto da ridire. Trovo, difatti, che questo giudizio sia frutto più di una convinzione, magari formatasi anche in base alla storia successiva, che di un'idea formatasi sull'analisi della realtà storica e delle intenzioni stesse di Lutero.

Dal punto di vista storico sappiamo bene il motivo per cui Lutero spingeva per un ritorno alla lettera della Bibbia: per lui, in realtà, quella mediazione clericale non era (più) una guida, ma, al contrario, era diventata man mano una lente colorata che storpiava il messaggio e dava un'immagine falsa del cristianesimo. Pur tralasciando le questioni legate alla corruzione e al denaro, certo una parentesi negativa e non il nucleo della questione, dobbiamo riconoscere che questa idea non era certo strana all'interno del panorama cristiano: già molti movimenti spirituali, soprattutto monastici – ambiente da cui proviene Lutero – lamentavano una certa “distanza” tra la Bibbia-che-si-legge e quella che-si-predica. Lo stesso San Francesco d'Assisi, forse offrendo un futuro assist, di certo da lui inaspettato, a molti movimenti poi giudicati ereticali, predicava la lettura dei vangeli sine glossa.

Quest'ansia di recuperare l'autentico messaggio della Bibbia e parallelamente una certa diffidenza verso un clero spesso impreparato o opportunista proviene da lontano e secondo me va interpretato come un moto di purificazione della Chiesa, non certo come un inattuale relativismo per cui Lutero avrebbe consegnato la Bibbia in pasto ai falsificatori. In realtà dal punto di vista di Lutero e di molti altri non solo nel 1517, la vera opera di falsificazione era già stata portata avanti da una certa Chiesa più interessata alla “moneta che suona nella cassa” che “a come si vadia al cielo” (per citare Galileo). La vera novità di Lutero, per cui proliferarono queste sue immagini luciferine, è tutta di opportunità politica: Lutero riuscì a tenere insieme tanto i ceti meno abbienti (ma non per questo meno bisognosi di spiritualità), sia l'alto mondo accademico, di cui stava sempre più diventando un autorevole esponente: Lutero rappresentò, più in generale, l'araldo della liberazione della terra tra le Alpi e il Reno, unita sotto i principi tedeschi, dall'influenza centralista della Chiesa di Roma.

Tuttavia, a differenza di quanto accaduto con i movimenti di Jan Hus e Wycliff, a cui Lutero viene spesso accostato durante le dispute, nel tempo la Chiesa non riesce ad ammorbidire i contrasti e così a reinglobare i "luterani" nel proprio grembo; questi, così, inizieranno a camminare con le proprie gambe verso altri (o simili) orizzonti spirituali. Ho inquadrato la vicenda storica e teologica della nascente Chiesa luterana - dai cattolici poi volgarmente chiamata "protestante" - non tanto per argomentare una possibile orto-dossia in Lutero né per confessare una mia simpatia, ma per far emergere come le cose vadano viste anche dall'altro punto di vista; e, se proviamo a metterci nella testa di Lutero, a me pare che quel movimento sia tanto più “cattolico” quanto più, appunto, vòlto a recuperare la “vera” spiritualità cristiana e l'universalità del messaggio del Cristo (come predicava Paolo!) dinanzi ad un mondo che lui giudicava, come dire, non all'altezza della Croce che portava sulle spalle.