"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

venerdì, settembre 30

Una Bellezza un po' meno bella. Recensione a Scruton.

Sì, lo confesso: sono un ammiratore di Roger Scruton; scrivo "ammiratore" con un po' di imbarazzo, anche se vi è sottinteso un senso filosofico. Sarò più chiaro: seguo i suoi movimenti, lo leggo con frequenza, mi piace ciò che dice e che pensa; lo considero una luce in questo mondo senz'anima. Il che dovrebbe quantomeno spingermi ad un atteggiamento mansueto e acquietato nei confronti dei suoi libri. Nonostante ciò, con rammarico, sono qui a raccontarvi una delusione. Mi pare che l'ultimo testo di Scruton, La bellezza, sia un vero flop. Non me ne voglia l'ottima casa editrice Vita&Pensiero per la cattiva pubblicità, ma questo testo non è di certo ai livelli della penna che il New Yorker definì "il filosofo più influente al mondo". Sarà stato il contesto della lettura, sviluppata stancamente su un Freccia Bianca Milano-Pescara e con rottura della locomotiva a Bologna (durato in tutto 8 ore), ma quelle 183 pagine mi sono sembrate troppo "divulgative" per un uomo brillante come Scruton. Non che il "divulgare" significhi di per sè un indebolimento rispetto alla pomposa forma accademica, ma quei riferimenti a Platone mi sono parsi troppo rabberciati, un po' superficiali. Lo stesso si dica per i troppi paragoni forzati con le pop-stars attuali, vòlti certo a rendere l'ideale della Bellezza classico-rinascimentale più vicino al mondo odierno (perciò più fruibile per i lettori), ma forse azzardati rispetto al piano complessivo delle questioni in campo. Le tesi di fondo restano sul consueto piano, altissime e, appunto, di una Bellezza divina; eppure Scruton si è sempre distinto per aver guardato, appunto, in alto - si legga, per tutti, "Il manifesto dei conservatori" - senza cedere al fascino suadente di peccati e peccatori. Stavolta, invece, sembrerebbe che a qualcosa abbia ceduto, se non altro, mi si conceda, all'ansia da bestseller. E non è da lui.


lunedì, settembre 26

Atlante. Un mito precristiano?

Gli enti naturali hanno in sè il principio del loro divenire; non così per i manu-fatti, che devono la loro forma ad un altro da sè, ovvero un ente terzo, che la imprime, che plasma e che li aliena (nel senso etimologico del renderla altro - die Entfremdung). Una differenza, dunque, che ha a che fare con ciò che propriamente attiene alla natura della cosa, uno scarto che delimita, appunto, ciò che è natura e ciò che è frutto della tecnica; ma cos'è téchne? I latini la chiamavano ars, è la capacità del produrre un qualcosa; è, meglio, l'ars poietica. Quel che propriamente è natura, invece, non dipende da un terzo, ma contiene in sè il principio del proprio divenire - un divenire che è compimento del telos della cosa (entelecheia, appunto). Eppure la produzione non espunge la cosa fuori dalla natura. Lungi dal pensarle opposte, vi è, piuttosto, un rapporto di reciproca interdipendenza. Non si tratta dei Due, ma, forse, di una figura stramba che essi descrivono nel loro intrecciarsi. Ma si vada oltre: Chi fa-con-mano? Il demiurgo platonico, certo. Ma Egli è pur sempre un divino. Ciò che crea problema è l'analogia creatore-creatura: così come Dio, anche l'uomo può. Nella tecnica vi è il seme della volontà di potenza. E l'uomo può, cristianamente, perchè egli è il centro e il telos della creazione; all'uomo è stato affidato in custodia-cura il mondo intero. No, di più: all'uomo è stato offerto l'exemplum - la Via, la Verità, la Vita - per divenire come il Figlio. La tecnica è dunque impensabile senza cristianesimo. Mai antica mito-logia, allora, fu più anticipatamente cristiana dell'Atlante, alleato di Crono nella guerra contro gli dèi dell'Olimpo, condannato a reggere le colonne del Mondo.


mercoledì, settembre 14

La riconciliazione dei Lefebvriani con la Chiesa

Non mi pare che in ambiente cattolico la vera notizia di questa mattina sia quella riportata su tutti i giornali, ossia la ridicola denuncia alla corte dell'Aja contro Benedetto XVI, azione legale che, come si suol dire, "lascia il tempo che trova" tanto per i contenuti improponibili sia per l'opzione perseguita, volutamente mediatica - tanto più che, ci si augura, i tribunali d'Europa pensino a perseguire i criminali veri e non stare dietro ai vezzi di qualche intollerante. La novità più concreta è invece il documento appena pubblicato dalla Santa Sede con cui si dichiara di aver compiuto la serie di incontri previsti con la congregazione di tradizionalisti "Pio X" dal 2009 ad oggi, "al fine di chiarire i problemi di ordine dottrinale e giungere al superamento della frattura esistente". Nel documento diffuso stamattina (qui) si rende noto di aver concordato un Preambolo Dottrinale che segna il superamento delle distanze interpretative.

In tal senso, allora, si può attendere con fiducia il definitivo rientro della scomunica per i quattro Vescovi consacrati trent'anni fa da Levebre, dopo le aperture già mostrate nel 2008 dall'appena eletto papa Benedetto XVI. La riconciliazione con quel mondo tradizionalista e antagonista della svolta segnata con il Vaticano II potrebbe apparire una faccenda da palazzi Vaticani, tanto più che i gruppi rimasti fedeli allo spirito contestatorio di Lefevbre sono esigui e spesso rinchiusi in piccole comunità di preghiera; in realtà mi pare che la mano tesa verso l'ultima eresia della Chiesa Cattolica potrebbe offrirci la cifra adatta per intendere anche quei temi più pubblicizzati della politica ecclesiastica del papa. A fronte di un'immagine rigida e conservatrice che alcuni ambienti della Chiesa vorrebbero far trapelare, Benedetto XVI si dimostra in questo caso intento a ricomporre i pezzi perduti, laddove lo stesso Giovanni Paolo II, mutatis mutandis, si era mostrato intransigente.


sabato, settembre 10

L'inseparabilità dei "Tre". Del Noce e la modernità

Negli ultimi giorni sto affrontando la lettura de Il problema dell'ateismo, riedito lo scorso anno da Il Mulino, in occasione del centenario della nascita del suo autore, Augusto Del Noce. Filosofo e letterato, Del Noce ha vissuto quella prima metà del Secolo breve in cui l'ateismo viveva la stagione forte, per così dire, così com'era espresso in forme sociali (marxismo), strettamente politiche (ideologie fasciste) e soprattutto filosofiche, quando il neopositivismo sembrava aver fatto scorrere i titoli di coda sulla legittimità di una qualsiasi esperienza religiosa. Le mie scarse conoscenze in merito alla filosofia e alla storia della teologia di questi anni non mi permettono una valutazione agevole e obiettiva di questo scritto nè un'analisi approfondita per la quale rimando a recensioni e testi di maggiore affidabilità. Quello che tuttavia mi pareva interessante condividere è la tesi di fondo del libro: dal punto di vista di Del Noce è giunto il momento di analizzare l'ateismo contemporaneo alla luce delle sue premesse, poste nell'ambito del razionalismo moderno; in altri termini, è necessario ripensare la storia della filosofia come non più adagiata sull'ipotesi idealistico-marxiana di un progresso etsi deus non daretur. Il seme dell'ateismo moderno è per Del Noce chiaro sin dai podromi della modernità. Ecco perchè è necessario considerare l'enorme flusso e intreccio di correnti filosofiche nate da Cartesio in poi alla luce dell'opzione ateistica nella quale esse hanno comunque abitato. Questo richiamo alla dimensione teologica della modernità non è per nulla scontato. Non si illudano, dunque, i filosofi moderni di aver filosofato in assenza di teologia: in essi agiva pur sempre un modello filosofico e per questo quelle categorie storiografiche che non tengono in considerazione tale modello risultano del tutto inadeguate per comprendere cosa è accaduto in quegli anni.

Si faccia un passo avanti. L'ateismo, si obietterà, non nasce di certo da Cartesio - che pure di definiva cristiano -, ma era presente sin dai primi passi della filosofia stessa: è nella tensione naturalista dei primi sophoi, così come nel materialismo arruffato di Democrito o in quello più raffinato di Lucrezio; nè il medioevo ne risulta assente - senza far riferimento al complesso giudizio sulla tardo-antichità. Il problema, incalza Del Noce, è, ancora, nell'alveo entro cui tali pensieri si generano. Si benefici di un esempio. La differenza principale tra l'età cristiana e la modernità sarebbe nel fatto che, in tutte le correnti che l'hanno attraversata, la prima presupponeva quantomeno un'etica condivisa che funzionava da fondamento - al punto che persino Schopenhauer confesserà come il vero problema dell'etica sia la "giustificazione" del cristiano neminem laedere; nella seconda, invece, la presunta assenza del piano su cui costruire una città comune non sarebbe da ricercare nella nietzschiana (per un ateismo tragico) o hegeliana (per un'ateismo critico) morte di Dio - come è stato fatto - bensì nel mancato riconoscimento di quello che è il solco teologico entro cui tutta la filosofia moderna si è sviluppata e che pure ai suoi albori era chiarissimo: l'ateismo razionalista.

Mi si conceda allora una considerazione personale. Mi pare che il tentativo qui espresso di pensare sempre insieme la dimensione teologica, l'ontologia, la filosofia della natura, la politica - il libro è carico di tensione politico-sociale - e l'antropologia mi pare l'ennesima attestazione dell'inseparabilità dei "tre", di cui nella Cittadella ho spesso trattato: quantunque, difatti, se ne possa pensare l'indipendenza reciproca, ecco che i tre fondamenti del mondo antico - Dio, uomo, mondo - tornano sempre a pensarsi insieme. Se vi è allora un'insegnamento importante che la parabola dell'ateismo ci può offrire è che, appunto, quei Tre vanno pensati insieme, nel loro problematico rapporto.


*Mi permetto in questa sede di forzare l'interpretazione di Del Noce e di accennare ad una possibile fase discensiva dell'ateismo che, a mio giudizio, stiamo vivendo in questi anni. Per Del Noce, invece, il problema dell'ateismo è l'aporia costitutiva del mondo moderno. In tal senso, allora, essa non può essere risolta.