"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, ottobre 31

Chi salverà le streghe?

Non mi pare che l'elemento volgare che emerge dai costumi corrotti di questa notte del 31 ottobre possa individuarsi nella radice celtica della "festa" americana; la tradizione dei culti al Dio del mondo, difatti, "seppur" pagani, non è mai malvagia di per sè. Sono sorpreso, a dire il vero, dal fronte compatto del mondo cattolico contro la festa "civile" di Halloween. Mi sarei invero aspettato maggior capacità di distinguere e scremare il buono dal corrotto - o, se preferite, il grano dalla pula - che molti cattolici dimostrano nel trattare svariati temi di spiritualità. Le parole di J. Ratzinger mi sembrano macigni. Ciò che ci deve scandalizzare, invece, è come la Winternacht dei popoli teutonici o la Samhain dei celtici sia stata svenduta alla più gretta superstizione popolare e al consumismo bulimico dei nostri tempi. Io credo che l'affronto che si sta consumando ai danni dei nostri antenati, della loro spiritualità, della sacralità dei loro riti sia incommensurabile rispetto a qualsiasi distinzione di sorta tra le tradizioni pagane e cristiane. Chi difenderà la loro memoria? Che si capisca una buona volta quanto la tradizione cultuale al Dio del mondo sia "una cosa seria", perché mi pare che l'effetto più inaspettato di questo agostinismo di rimessa sia proprio la secolarizzazione di ogni culto. Compreso quello cristiano, così come sta avvenendo da almeno due secoli. Un sano esercizio di distinguo tra Dio e Mammona sarebbe invece salutare alla spiritualità di tutti.


giovedì, ottobre 20

Ora basta con l'aborto


di Giuliano Ferrara

E adesso che facciamo? La massima corte di giustizia europea ha stabilito che l’embrione umano, perfino prima di essere compiutamente un embrione fecondato, non può essere manipolato e brevettato da ricercatori e scienziati. E un feto di un certo numero di settimane? Quello sì, quello può essere abortito. Lo dice la nostra cultura giuridica. La situazione morale che ne deriva è incandescente, e pone problemi serissimi a tutti. Il ricercatore è in una situazione etica diversa da quella della donna che ospita un figlio indesiderato. Nel primo caso si tratta di metodologia scientifica, dei rischi di fare tutto quel che è possibile fare in provetta. Nel caso della donna si tratta di una scelta diretta di vita. Sarebbe giusto ormai riconoscere che si tratta di una scelta tra due vite: la sua libertà procreativa cosiddetta, e la vita umana fecondata e in crescita, nutrita e accudita dal suo corpo, destinata ad annientamento. Una sentenza stabilisce che nel primo caso c’è una dignità umana che sarebbe offesa da procedure di selezione e distruzione. Nel caso della donna mille sentenze tutelerebbero, ai sensi delle leggi abortiste, il diritto a fare quanto e più di quello che, in nome della dignità della vita umana, è precluso al ricercatore. Incandescente.

    Confermiamo un nostro vecchio orientamento. L’aborto è un omicidio, il massimo omicidio possibile perché preclusivo di tutto il futuro della persona. Nello scontro fra assoluti etici che questo comporta, non è possibile riparare a un peccato morale, tra i più antichi e sofferti del mondo, con punizioni e ipotesi di reato penale a carico delle donne che abortiscono e di chi collabora al fatto abortivo. Ma questo dramma deve imporci una conseguente, ferma, severa, responsabile politica antiabortista, a partire dalla guerra culturale contro lo sterminio per selezione e annientamento dei non nati. Oltre un miliardo in trent’anni. E la conta continua.

    Era il tema della moratoria antiaborto del 2008 e della lista presentata alle recenti elezioni politiche italiane. Ridefinire la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo firmata a San Francisco nel 1948, all’articolo 3. Specificare bene che i confini della vita umana oggi conosciuta, dopo le ricerche e la mappazione del Dna, sono diversi da quelli conosciuti nel 1948. Far discendere da questa ridefinizione le norme giuste per rendere importanti e cogenti i controlli sulle motivazioni dell’aborto, prima dell’operazione distruttiva da scongiurare ai limiti del possibile. Investire soldi pubblici nella promozione sussidiaria e privata di ogni tipo di assistenza antiaborto. Attrezzare cimiteri per i non nati, che devono avere un nome, e finirla con la pratica della loro eliminazione sotto la categoria dei “rifiuti ospedalieri speciali” cosiddetti. Estendere la pratica delle adozioni, la moderna ruota dei conventi. E molto altro. Insomma lottare contro la sordità morale nei confronti dell’aborto e delle pratiche di selezione eugenetica che portano occidente e oriente a fare della libertà della donna, della libertà di nascere come frutto dell’amore, della libertà di esistere anche se non si sia figli maschi, un infernale e nichilistico macello sociale.




mercoledì, ottobre 19

Aforisma: l'ipotesi del seduttore

La questione mai risolta è e resterà sempre se il gioco valga o meno la candela - sempre che il gioco non valga di per sè; quest'ultima, ovvero quella che con Kierkegaard chiamerei "l'ipotesi del seduttore", dovrebbe essere quella filosofica per eccellezza. Ce lo insegna, tra gli altri, Aristotele in Metafisica, I. Eppure la vita vissuta ti smentisce. La vita vissuta ha bisogno di più candele di quanto Tu non creda.

A.F.


(Trattasi di un "aforisma filosofico della sera", concepito con un po' di malinconia durante un eccessivamente lungo ritorno a casa su una strada statale densa di traffico).



martedì, ottobre 11

G. Gentile, Se la filosofia antica è immersa nella natura, il cristianesimo lo è nella libertà

Noi oggi vediamo chiaramente quello che Dante e i filosofi del suo tempo scorgevano pure sicuramente per quanto in confuso: che cioè la stessa posizione propria di tutta la filosofia pagana non consentiva la debita adorazione di Dio, il riconoscimento dell’identità di natura tra Dio adorato e l’uomo che l’adora, ossia della sua spiritualità. Quella filosofia si sforza tutta di concepire intellettualisticamente la realtà, come oggetto assoluto della conoscenza umana; e la realtà, quale si rappresenta all’intelletto che la presuppone come suo oggetto, concepita come molteplicità atomica o come cosmo intelligibile, come estensione o come pensiero, rimane sempre qualche cosa di chiuso in sé, che l’uomo non può riconoscere senza sentirsene fuori; che è come dire, senza svalutare sé stesso, e annientare idealmente nella realtà assoluta la propria personalità, la propria libertà, la coscienza della propria creatività.
Se il mondo è tutto quello che dev’essere quando noi prendiamo a conoscerlo, questa vita che comincia a realizzarsi mercé l’attività del nostro spirito, non può non apparire illusoria, poiché rimane esclusa dalla totalità dell’essere concepibile; e non può quindi non svanire nel nulla. Donde quel travaglio disperato d’Amore, in cui Platone simboleggia non pur la vita del pensiero umano aspirante all’immortalità delle idee, ma della natura universale, tutta corrente, immensa fiumana, dal monte a una foce irraggiungibile. Da Parmenide, per cui la realtà è quell’Unità, in cui il pensiero deve immedesimarsi per essere, a Plotino che ripone l’apice supremo della vita spirituale nell’estasi in cui lo spirito deve uscir da sé per assorbirsi nell’Uno, il savio gentile s’affisa per otto secoli, anzi per tutto lo sviluppo della civiltà pagana, in una realtà esterna che è tutto, e non contiene in sé la stessa sapienza del savio; non ha posto per quella realtà, entro la quale l’uomo vive pensando e volendo. Il suo Dio è semplice natura.
Quindi il pessimismo profondo radicale che è in Platone, e che non può ritrovarsi in Leopardi. Per restituire la speranza all’uomo che naturalmente desidera, occorre che la posizione dell’uomo di fronte al mondo muti, e sia diverso perciò il suo atteggiamento verso Dio, principio assoluto dell’essere che costituisce il mondo. La conoscenza intellettuale deve cedere il luogo all’amore: a quell’atto spirituale che non presuppone, ma esso fa essere il termine reale, a cui s’indirizza; lo fa essere, s’intende, nell’ambito stesso della vita spirituale, nella coscienza. Occorre cioè che la realtà a cui ci si rivolge non sia questa natura, a cui noi pure naturalmente apparteniamo; ma quello spirito, in cui a noi non è dato penetrare se non in virtù, di un’attività che non è istinto, né, comunque, legge naturale, ma libertà: l’opposto, la negazione della natura. La divina realtà dev’essere intesa dunque come Spirito: spirito in sé (monotriade), spirito rispetto all’uomo (mediatore). Ecco una nuova sapienza, ecco, come dice Dante di Beatrice, la «loda di Dio vera» (Inf. II, 103): ecco quella «che lume fia tra il vero e l’intelletto» (Purg. VI, 45).
 da Giovanni Gentile, La filosofia di Dante Alighieri, III



lunedì, ottobre 3