"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

venerdì, novembre 25

Se la sinistra "iconizza" Steve Jobs

Con questo breve articolo segnalo l'inizio della mia collaborazione con il giornale on-line Die Brücke, dove mi occuperò maggiormente di temi riguardanti la lettura del presente, le questioni di teologia civile, la laicità, nonchè le radici filosofiche del pensare contemporaneo. Per quanto riguarda invece i temi "spirituali" e di filosofia teoretica, la piattaforma fissa continuerà ad essere la nostra Cittadella, o, in versione accademica, il Giornale di Filosofia della religione. Ringrazio la redazione di Die Brücke e segnatamente Stefano Di Bucchianico per avermi chiesto di contribuire con queste umili righe.



L’idolatria e gli onori reputati da tutto il mondo all’opera di Steve Jobs erano ampiamente prevedibili. Tale operazione culturale, quando non spontanea, sembra invece seguire l’andazzo oramai tradizionale (seguito soprattutto in politica) secondo cui, da defunto, il competitor diviene immediatamente più geniale, più bello e più bravo di quanto non fosse mai stato in vita. Eppure mi pare di assistere a un qualcosa di incredibile. Vediamo perchè.

Anzitutto è bene riorganizzare le idee. Fuori da inopportune biografie o agiografie, ci si chieda: cosa rappresenta Jobs? Si tenti una risposta: Steve Jobs è stato l’esempio più chiaro e netto della politica economica dell’ultimo cinquantennio (almeno) targata U.S.A.. Jobs è difatti un giovane di San Francisco dedito all’informatica e all’imprenditoria fai-da-te, che, iniziando dal nulla - il giovane, tra l’altro, era stato adottato – ha costruito un’azienda di grossa spinta economica. [...]




martedì, novembre 22

2021: The New Europe

Segnalo un interessante saggio dal titolo 2021: The New Europe pubblicato sull'inserto culturale del Wall Street Journal di sabato scorso e scritto da Niall Ferguson, famoso giornalista e docente di Storia moderna all'Università di Harvard, che alcuni conosceranno per la serie di documentari trasmessi anche in Italia su History Channel in merito alla Civiltà occidentale. Ferguson è inoltre uno degli intellettuali più in vista del mondo dei neocons. L'articolo in questione rappresenta il tentativo di gettare uno sguardo sull'Europa 2021, quando saranno passati dieci anni dalla great crisis of 2010-11. L'immagine che offre Ferguson della "nuova" Europa è facilmente immaginabile: essa sarebbe una sorta di "unione federata", sul modello degli Stati Uniti d'America - insomma, finalmente, degli "Stati Uniti d'Europa", come più volte abbiamo auspicato anche su queste pagine. L'Euro è potuto tornare ad essere una moneta usata ovunque e i vecchi Stati nazionali hanno dismesso per buona parte le veilleità su confini e divisioni. La vignetta riportata è in tal senso eloquente. Ebbene, mi pare che per quanto la direzione indicata da Ferguson possa essere davvero auspicabile e, forse, per quanto essa sia davvero il culmine necessario del processo di europeizzazione degli Stati iniziato dopo la caduta del Berliner Mauer (1989), proverei a muovere alcuni rivlievi critici. L'Europa, anzitutto, è caratterizzata da una quantità estramente differenziata di culture e tradizioni che si sono sviluppate in uno spazio "geografico" invero molti ristretto - si pensi, ad esempio, alla situazione dei quattro cantoni svizzeri. L'Europa, ancora, in controtendenza con gli U.S.A., è attraversata da una serie di movimenti autonomistici, quali la Lega Nord in Italia, i tanti movimenti indipendentisti spagnoli (Paesi baschi, Galizia, Catalogna) e le spinte che hanno caratterizzato le recenti separazioni di Repubblica ceca e Slovacchia o la complessa situazione balcanica.

Il portato pluralista delle culture europee sembra dunque oggi piuttosto acuito dal continuo moltiplicarsi di spinte identitarie e localiste che, sentendosi legittimate dal recente passato, contribuiscono ad abbattere molti centralismi e perfino gli Stati-nazione. Per cui quello che vorrei contestare al prof. Ferguson non è tanto l'impostazione di fondo, che pure condivido, bensì, come dire, l'ottimismo della tempistica; sono difatti convinto, in forza della straordinaria tradizione europea che abbiamo forgiato nei secoli, che la nostra vocazione sia davvero la convivenza civile nell'orizzonte dell'Europa unita secondo una sorta di, come dire, "federalismo europeo". Una forma di unità dei "glocalismi" che non giunge dall'Atlantico come un modello a cui adeguarsi - come forse erroneamente credono alcuni neocons - ma che, al contrario, rappresenta  il prodotto politico più avanzato della nostra stessa Europa. Il paradosso è allora questo: mentre la formazione "federale", tipica della concettualità dell'Europa moderna, si è resa immediatamente disponibile per le nuove terre conquistate (invero con troppi spargimenti di sangue) oltre l'oceano, essa sta avendo difficoltà ad affermarsi nella stessa Europa dove è nata poichè vi incontra le resistenze di tutti quei mondi culturali che hanno avuto modo di affermarsi contro questa stessa tendenza. L'Europa ha dovuto passare, dunque, per i nazionalismi - che sarebbero stati impensabili negli USA federati - e per le cortine di fumo, ma oggi, dopo la caduta dell'ultima grande ideologia europea anti-moderna nel 1989, ha avviato un processo importante di federazione. Oggi la sfida è quella di incanalare le spinte localiste di cui abbiamo accennato verso una concezione di Europa unita e federata che non si limiti tuttavia a salvaguardare le differenti tradizioni, ma che, al contrario si fondi proprio sulla pluralità.


martedì, novembre 8

FARE LA PACE. Vincitori e vinti in Europa.

a cura delle Associazioni culturali 
"Identità Europea" - sezione Abruzzo
e "City Lights"


FARE LA PACE. Vincitori e vinti in Europa.

Giovedì 10 Novembre 2011, ore18
presso la Libreria Citylights 


sarà presentato IN ANTEPRIMA il libro di

Sergio Valzania
,
Fare la pace. Vincitori e vinti in Europa, edito da Salerno
e quello appena precedente dello stesso autore
Napoleone, edito da Sellerio


Interverranno:

- Prof. Stefano Trinchese 

(Preside della Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università “ G. D’Annunzio”)

- Prof. Nunzio Mezzanotte.

- L'AUTORE SERGIO VALZANIA






Modera

- Dott. Alessandro Angelucci

(storico)


lunedì, novembre 7

Abbiamo secolarizzato anche il denaro?

Gli accadimenti di questi giorni in merito alla crisi mondiale stanno spingendo all'acuirsi di odi, di lotte di fazioni, di risatine francesi e, purtroppo, di auto e case bruciate; la crisi economica, insomma, fa problema anche oltre i meri flussi di denaro, i grafici e le statistiche dei tecnici. Negli ultimi tempi, nonostante la mia formazione, mi sono cimentato con varie letture di ambito economico, seppur, per forza di cose, ancora superficiali e "divulgative". Ebbene, l'idea che ho coltivato e che vorrei proporvi risulterà forse un po' banale ad un occhio avvezzo alle discussioni di economia: alle spalle di tutto questo dramma che stiamo vivendo, probabilmente, vi è una crisi ben più profonda di un abbassamento degli indici di Wall Street. Questa ipotesi, d'altronde, circolava già da un po' e, per dirla in termini filosofici, potrebbe consistere in una riproposizione del concetto di occidente heideggeriano, pensato come "terra dell'occado", che porta inevitabilmente alla negazione di ogni valore (Nihilismus). Oppure in questa crisi non c'è nulla di tutto questo e si tratta, ancora, dell'avidità umana di denaro - e del suo corrispettivo morale nella volontà appropriativa (Eigenschaft) di cui altre volte abbiamo trattato nelle pagine de La Cittadella? Credo ci sia qualcosa di più. Qualcosa è cambiato.

L'ipotesi che vorrei sottoporvi si potrebbe esprimere con questa domanda (retorica): che la crisi di valori dell'occidente post-metafisico abbia secolarizzato anche il denaro? Il denaro perde di valore e dunque di potere - si svaluta, si dice in economia - se a sorreggerlo non vi è un sistema sano di "fiducia". Lo scrivono tutti gli economisti: Tu devi difatti avere fiducia che chi ti paga con una banconota possegga il valore corrispondente da pagare al portatore. Troviamo le radici di questo concetto nella nascita stessa del sistema economico in sostituzione al più immediato baratto: invece che scambiare i pomodori che ti di offro con un sacco di patate, mi "paghi" con un pezzo di carta su cui scrivo "100" (cento = un sacco di patate) e io ho fiducia che tra una settimana, un mese, un anno quando ritornerò con quel pezzo di carta, tu:
i) lo riconosca come valido e dunque come "pagabile a vista del portatore";
ii) abbia ancora il sacco di patate che ti eri impegnato a pagarmi come trovo scritto sulla banconota da "cento".

La crisi attuale è causata dal fatto che al momento in cui il creditore è tornato al contadino per riscuotere i pagamenti promessi qualche tempo prima, ha scoperto che quel secco di patate già pagato non c'era più: era stato a sua volta "re-investito". Ebbene, non posso che far notare come tradire queste due aspettative significhi venir meno all'onestà (punto 1) e all'onore (punto 2) cosicchè la fiducia del creditore nei tuoi confronti si è dimostrata ingenua, infondata. Ma cosa ha portato a tradire la fiducia e ad investire ulteriormente quel sacco di patate per altre transazioni quando esso era già erano stato venduto e compromesso, come è accaduto con le operazioni di "finanza speculativa"? L'avidità di denaro, certamente, è un buon movente. Eppure non è stata forse la fiducia tradita ad innescare tutto il meccanismo? Non è forse questo il segno più radicale della crisi di valori di un mondo che "non crede più a niente", come scriveve bene Charles Péguy (Il mondo di chi non crede più a nulla, nemmeno all’ateismo, / di chi non si prodiga per nulla e non si sacrifica per nulla) e che dunque non crede neanche che la fiducia riposta vada onorata?

"In God we trust" - c'è scritto sul dollaro. Gli americani più accorti sapevano benissimo che in assenza di un sistema etico garante del fatto che la fiducia vada a buon fine, il denaro aveva perso di valore. Quel sistema, in coerenza con la tradizione puritano-calvinista dei padri fondatori, era rappresentato dal "God" in cui "we trust" - si legga qui anche il senso di un mondo che al contempo si dimostra senza freni in economia, ovvero che rifiuta qualsiasi intervento esterno volto a limitare l'assoluta parresia del numero, e, dal punto di vista etico, rigidamente arroccato sulla tradizione cristiano-calvinista (si aprirebbe poi il tema del New Age e della religiosità negli U.S.A., che non possiamo trattare ora). La domanda fondamentale è allora se la responsabilità della crisi economica risieda davvero negli speculatori finanziari o se forse, in realtà, essi non siano altro che strumenti di una visione del mondo che li precede; la radice ultima è allora da rintracciare in quelle concezioni filosofiche che hanno contribuito a creare un mondo in cui i termini valore, onestà, fiducia, sincerità e quant'altro non valgano più perchè venuto meno il loro fondamento unitario (God); un mondo in cui, al contrario, è tornata a dettar legge prepotente la forza del più bruto, la virtù del disvalore, che prende piede in assenza di una struttura di valori; un mondo che ha dismesso Dio per ripiegarsi solo su se stesso, e che, come ultimo baluardo, non ha fatto altro che secolarizzare anche il denaro.



Vedi anche:
  • La risposta del prof. Carlo Lottieri sul suo blog "Credere nello Stato?" (qui)
  • La risposta di Luigi Copertino su EffediEffe (qui)
  • L'articolo è apparso anche su Die Brücke (qui)
  • L'articolo è apparso anche sul sito dell'Associazione Centro Studi Nuove Generazioni (qui)