"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

domenica, giugno 24

Viva i mass media! Omero contro Platone nella lettura di André Glucksmann

Alle soglie del ventunesimo secolo, qualche tempo prima che diventasse conosciuto ai più per la sua singolare lettura dell'attentato alle Twin Towers, il filosofo e giornalista francese André Glucksmann scriveva dalle colonne de "Le Monde" attaccando l'indifferenza dell'ONU nei confronti dei massacri in Ruanda e in Cecenia. In questi giorni ho avuto il vezzo di prendere in mano La terza morte di Dio, un suo pamphlet, che avevo acquistato molto tempo fa e che, come spesso accade, riposava ancora intatto in biblioteca. Ricordo di averne lette poche pagine quasi un decennio fa e di averlo trovato complesso e, a dire il vero, non molto interessante. La domanda intorno a cui ruotava tutta la ricerca di Glucksmann mi interessava scarsamente; oggi, a distanza di quasi un decennio, mi pare invece decisiva: perché l'Europa è oramai un continente ateo e nel resto del mondo invece si uccide per fede? - recita il sottotitolo.

André Glucksmann, scrivevo, si distinse come filosofo di prima linea. Combatté, con la sua penna pungente, per la Cecenia, per il Ruanda e per i diritti umani; per Glucksmann trattare della scomparsa di fede nel vecchio continente non significa altro che entrare nel complesso terreno dove le ragioni della terra, l'istinto e l'odio, si intrecciano con le domande più alte sul Dio buono, sulla Giustizia e sul Bene. Per queste ragioni, non ci troviamo dinanzi ad un lavoro di teologia o ad un'indagine sociologica, ma, direi, di filosofia politica, molto ibrida. Eppure non è delle tesi del libro che voglio trattare, ma di uno spunto ivi contenuto che mi pare di rilievo. Dopo aver esordito con il consueto taglio a metà tra l'analisi sociologico-politica e l'argomentare filosofico, Glucksmann interrompe il racconto dei genocidi del novecento e del puntello a loro sempre connesso, ovvero il problema della coesistenza tra un Dio buono e il male, per affrontare, d'amblais, la concezione religiosa nel mondo omerico e, il rapporto tra Eros e Philia e poi, immancabilmente, Platone con le sue Leggi e i suoi cavalli guidati dalla biga. Per Glucksmann c'è stato un processo decisivo nel mondo greco che ha portato in auge una religione platonica - poi trapassata, letteralmente, nel cristianesimo (platonico) - a discapito dell'antica concezione della religione omerica.

Il percorso consta dunque di tre momenti: i) antichità greca ii) platonismo iii) cristianesimo. La religione degli antichi greci - partiamo dalla prima - trova terreno fertile in Omero e nel teatro di Esiodo. A teatro i tragici mettevano in scena il dolore umano e lo intrecciavano al mondo divino: «per un Greco, l'esperienza del dolore, dell'orrore, del terrore, come della gioia, rientrano nell'ordine del pathein (patire, sentire). E il pathein si dà sempre nell'orizzonte di un possibile mathein (apprendere, comprendere)» [p. 54]. Insomma, incalza Glucksmann, «nell'esibire il delirio omicida, le religiosissime tragedie di Eschilo tentano di ristabilire la comunicazione dal pathein al mathein [ibidem]». Questo doppio versante significa che nel concepire religioso del mondo omerico e pre-platonico la dimensione del patire viene sempre ricondotta ad una certa aspirazione verso il momento della conoscenza; e questo tratto è manifesto quando questo binomio pathein-mathein viene portato in scena sul palco, entro un "discorso sugli dèi" - cioè una theo-logìa vera e propria, benché ante litteram. Il passaggio importante è sottolineare come fin dall'inizio, appunto, la religione si riveli teo-logica. Anche nell'Antigone di Sofocle «il coro teologizza. Nomina gli dèi» [p.63]. Eppure questa teologia è strana perché racconta di ire e di furie devastatrici; racconta di peccaminose relazioni e persino di incesti, di adulteri e di impietose uccisioni. Sembra allora che lo sfondo entro cui si compiano i racconti dei pre-omerici sia tutt'altro che l'idillio a cui il lettore moderno pensa quando fa riferimento al divino. Entro questa strana religione greca tutto l'umano è ricompreso, dal dolore al conoscere, dal dio all'uomo che fà il male, che uccide, poiché l'azione dell'uomo nel mondo è pensato nell'alveo di una potenza oscura e indefinibile. Glucksmann ne parla come di una "insolenza assoluta": è Eros.

La figura che stiamo affrontando non è però l'Eros del Simposio. Questa è un'annotazione decisiva: Eros non è ancora un demone, come avverrà poi nella risemantizzazione platonica. Eros è quel destino che sembra presidiare le tragedie; ma è anche, in una certa misura, il dionisiaco nietzschiano - ma non solo quello, perché Eros è anche mathein. E' amore, sì, ma non nel senso degli "amorini" cristiani, non è un angioletto dipinto da Raffaello: è una forza incomprensibile ed oscura, al di là del bene e del male; è «l'amore che investe e travolge» [p. 64] e non lascia nulla dietro di sé, poiché è il trionfo del disordine. Eros distrugge la vita degli uomini, sovverte città e porta gli dèi al litigio; egli scatena la guerra tra l'Ellade e Troia. Eros si prende beffa degli uomini e degli déi. Non ha pace. «Eros scioglie, è il cavallo di Troia che rende la città ingovernabile. Attizza il dramma e sbarra le uscite...» [p. 64]. In questo senso, allora, Eros è nemico della città perché sconquassa le stirpi, le famiglie e distrugge legami. La città si regge invece su un amore che è amicizia. La Philia è, al contrario, il veicolo dell'ordine e del legame sociale. Lo stesso legame che fonda la città e determina la comunità religiosa. La cultura è allora il tentativo di far prevalere il philein all'eros omerico. «Anche gli dèi - scrive Glusckmann - si battono contro ma anche con Eros» [p. 68].

Cosa accade con Platone? Il programma platonico è chiaro: far fuori questi poeti che con Eros minano la città. Bandire la tera-logia di Omero e far spazio, finalmente, ad una vera teo-logia. Salvato l'Ordine philiaco della città, salviamo anche la trascendenza e la perfezione del Dio-ordinatore. Dio non può essere la causa del male e la città non può essere il teatro dell'insolenza assoluta. Questa è anche l'origine, per Glucksmann, del legame sociale delle religioni. Senza Platone non vi è religione civile. Il teatro (ancora) in cui si realizza l'esclusione di Eros è il Simposio: lì Eros decade e diviene sposo della Philia. Il "filosofo dell'amore", Platone, in realtà ha rinchiuso «ebrezze e crudeltà nelle reti del philein» [p. 74]. Accade però che il fuoco del "primo" Eros non si spenga del tutto; esso è, appunto, tenuto nella rete, ma continua a bruciare. Questo è il nesso con il mondo contemporaneo: la modernità come processo di liberazione dell'io, che prosegue ora sempre verso una maggiore libertà, non è altro che la progressiva de-platonizzazione dell'Europa. Riemerge, in altri termini, il pre-platonico come scontro e tempesta. E, dunque, insensatezza.

Tuttavia nel ventunesimo secolo il teatro, che abbiamo visto essere stato il palco precipuo dove veniva recitata la storia di Eros, viene sostituito dai media di massa. Il teatro della "democrazia" ateniese del ventunesimo secolo è la televisione. Ed è lì che riemerge Eros. Uno dei meriti più convincenti di Glucksmann è proprio nella capacità di tenere insieme tanto la profondità filosofica quanto l'analisi socio-culturale sull'indifferenza di un mondo che oggi scopriamo governato dal "primo" Eros. Il nichilismo è allora de-platonizzazione dell'Europa (ma non era proprio quanto scriveva Nietzsche?). Perché l'Europa è oramai un continente ateo e nel resto del mondo invece si uccide per fede? Non basta, quindi, far riferimento ad una vaga dispersione di "valori", ad un relativismo non troppo fondato. La ragione dell'in-differenza dinanzi alla religione è qui, davanti ai nostri occhi: in Europa riemerge il pre-platonico. La religione civile e il legame sociale del platonismo (oggi cristianesimo) sta tramontando e il Dio buono non fa più presa sull'Europa perchè il teatro della democrazia (televisione) parla un altro linguaggio: è quello della Cecenia e del genocidio insensato del Ruanda. Platone l'aveva capito bene: «se pretendete di conservare Dio come causa del Bene e misura delle cose, bisogna, con augusto gesto, espellere Omero dalla città filosofica e spegnere la tv» [p. 79].

Ancora, scrive Glucksmann, non assistiamo oggi ad un mero periodo buio della religione; c'è qualcosa in più e il sintomo è il nostro "teatro": «sui grandi e piccoli schermi moderni come sulla scena ateniese si affaccia ciò che Platone reprime, una violenza troppo radicale per il pensiero positivo, un anarchico e reciproco divorarsi che manifesta la barbarie di Eros e smentisce i nostri programmi di civilizzazione. Le informazioni sono rivelanti, perciò poco rispettose, come Omero» [p. 79]. Quella a cui assistiamo è però una rivelazione tragica. Eros è tornato. Ma non ci se la prenda con la televisione, poiché essa racconta soltanto e si limita ad essere il palcoscenico di "altro" da sé: «dall'agorà fino alle reti satellitari verrà immancabilmente rimproverato all'informazione di creare l'evento di cui parla. Se c'è folla sulla piazza, la colpa è della piazza! L'antifona platonica percorre terre e mari e ognuno sveglia il censore, il guardiano dei nostri sonni» [p. 82]. Sarebbe così un caso se buona parte della classe intellettuale di questa Europa accusa la "teatrocrazia" della "cattiva maestra televisione" (K. Popper)? Non sarà, forse, che i guardiani della morale se la prendano con il teatro per timore che la meraviglia dell'evento inaspettato torni alla ribalta? Non si tratta - preciso - di un elogio alla violenza insensata di Eros. Glucksmann pare indicare questo paradosso! Si eviti però di nascondere la testa sotto la sabbia e di prendersela, superficialmente, contro la pseudo-cultura che la nostra televisione ci veicola; perché se l'Europa si sta de-platonizzando e la religione è indifferente all'europeo, allora le motivazioni affondano in un profondo ritorno dell'Eros "primo"; ma di certo, non è colpa del teatro (la piazza, nella metafora di Glucksmann): non censuriamo l'insensatezza della televisione perchè, insegna la storia di Eros, se bandisci i poeti dalla città, prima o poi essi torneranno a cantare e minare la cultura dell'ordine e della stabilità.