"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

giovedì, settembre 27

Massimo Cacciari: "L'ora di religione è talmente fondamentale che dovrebbe essere obbligatoria"

Diffondo un'intervista a Massimo Cacciari pubblicata circa tre anni fa, il 13 agosto del '09, che torna oggi di stringente attualità con le dichiarazioni del Ministro Profumo, che si è proposto di "rivedere" l'ora di insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Su questo piano mi pare di capire che la battaglia per la valorizzazione della nostra tradizione debba configurarsi anzitutto come culturale e poi affidata alla politica. A tal proposito rinvio anche ad un mio vecchio articolo, anch'esso datato '09, sul crocifisso nelle scuole e l'uguaglianza delle religioni.


Cacciari: «La nostra tradizione religiosa insegnata obbligatoriamente a scuola. Non solo, la teologia dovrebbe essere presente in tutti i corsi universitari di filosofia».

Il motivo di tanta perentorietà?

Siamo in presenza di un analfabetismo di massa in campo religioso.

Dunque lei è per l’obbligatorietà dell’insegnamento, senza se e senza ma.

Non lo dico da oggi: sarebbe civile che in questo Paese si insegnassero nelle scuole i fondamenti elementari della nostra tradizione religiosa. Sarebbe assolutamente necessario battersi perché ci fosse un insegnamento serio di storia della nostra tradizione religiosa. Lo stesso vale per le università; sarebbe ora che fosse permesso lo studio della teologia nei corsi normali di filosofia, esattamente come avviene in Germania.

La religione, dunque, alla pari della lingua italiana o della matematica. Non può essere un optional…

Macché optional. Per me è fondamentale il fatto che non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. Non si può non sapere cos’è il giudaismo, l’ebraismo, non si può ignorare chi erano Abramo, Isacco e Giacobbe. Bisogna conoscerne la storia della religione, almeno della nostra tradizione religiosa, esattamente com’è conosciuta la storia della filosofia e della letteratura italiana. Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi. È assolutamente indecente che un giovane esca dalla maturità sapendo magari malamente chi è Manzoni, chi è Platone e non chi è Gesù Cristo. Si tratta di analfabetismo. La scuola deve alfabetizzare. Quando i ragazzi vanno in giro a fare i turisti vedono delle chiese e dei quadri con immagini sacre. Ma cosa vedono, cosa capiscono? Spesso riconoscono a malapena Gesù Bambino. Non sanno nulla delle nostre tradizioni. La religione è un linguaggio fondamentale. Come la musica.

Perché non pensare ad un insegnamento, più democratico, di Storia delle religioni?

Non ha nessun senso insegnare Storia delle religioni. Così come si insegna Storia della letteratura italiana e non storia delle letterature mondiali, storia dell' arte italiana e non storia dell' arte cinese, non vedo la necessità di insegnare il buddismo zen o la religione degli aztechi. Chi suggerisce di studiare tutte le storie delle religioni finisce per volere, in pratica, che non se ne studi nessuna. È necessario, invece, sapere bene almeno cosa dicono le grandi tradizioni monoteistiche.

A suo avviso non è sufficiente l’insegnamento che oggi viene assicurato?

No. Sappiamo benissimo che ora l’ora di religione non conta come dovrebbe contare, viene presa sottogamba.

Invece?

Vorrei che fosse una materia in cui si studiasse veramente la Bibbia, prendiamo in mano il Vangelo e approfondiamolo come facciamo con l’italiano piuttosto che con la filosofia o il greco o, ancora, il latino.

In cattedra, per l’insegnamento della religione cattolica, non può sedersi chiunque.

Certo, ma con il concorso pubblico, che auspicherei anche per l’insegnamento di questa materia, la Chiesa non correrebbe nessun rischio, perché l’insegnante sarebbe sempre una persona motivata, appassionata, che sente una vocazione per queste materie. Lo dico perché vorrei una Chiesa che si ponesse di fronte allo Stato e dicesse: ‘Ma non è indecente che nelle nostre scuole non ci sia la religione cattolica? È una materia importante al pari dell’italiano, della storia, dell’arte e della filosofia. Non è indecente che un ragazzo possa uscire dal liceo senza sapere cos’è il Vangelo? E all’università non si dovrebbe poter studiare teologia in modo da poter formare anche un corpo docente in grado di poter insegnare alle scuole medie professionalmente?’. La Chiesa dovrebbe liberarsi delle sue paure. E battersi perché nella scuola pubblica venga insegnata religione da docenti come gli altri. Chi vuole che vada a insegnare religione, se non una persona particolarmente motivata a questo tipo di studi? Di cosa hanno paura? Che vada il matematico Piergiorgio Odifreddi?


lunedì, settembre 24

Riflessioni sull'ebraismo. Intervista a Piero Stefani

Propongo l'introduzione dell'intervista di Matteo Bianchi al biblista Piero Stefani appena pubblicata sul Giornale di Filosofia della Religione, a cui rimando per la versione integrale - clicca qui per visualizzare.

E' sempre stimolante incontrare il biblista e studioso di ebraismo Piero Stefani, ancor più avendo la possibilità di intervistarlo. Ci si trova davanti a un uomo profondamente misurato e riflessivo; molte volte, mentre parla, chiude gli occhi concentrandosi sulle parole che usciranno dalla sua bocca: è consapevole del valore di ogni singola parola e ne soppesa il significato. Si scorge in lui una umiltà e una riservatezza che sono il segreto delle sue indubbie capacità intellettuali e del suo render semplici argomenti complessi, sicuramente retaggio della sua pluriennale esperienza come professore di filosofia e storia presso il Liceo scientifico "A. Roti" di Ferrara, sua città natale. La sua passione per l'ebraismo la deve all'incontro con il teologo, esegeta e aforista Sergio Quinzio che, dopo la morte prematura della giovane moglie Stefania, si era ritirato a Isola del Piano, un paese vicino a Urbino. Qui si trasferì anche Stefani. Da quel momento ricominciò a vivere l'allora diroccato monastero di Montebello che sorge sulle Cesane. Il sito divenne ben presto il luogo simbolico dello studio della Bibbia e di una fede orientata in un senso radicalmente escatologico.

Ciò avvenne soprattutto grazie all'impegno dell'allora - siamo nella prima metà degli anni Settanta - sindaco del paese, Gino Girolomoni (pioniere dell'agricoltura biologica in Italia, morto nel marzo di quest'anno), al quale Stefani ha dedicato parole ricche di significato: "Come è avvenuto per Tullia, anche ora lassù la morte ha colpito. Per la sua sposa fu lenta e logorante, per Gino rapida e inattesa. L'ha colto nella immediata vigilia della giornata dedicata a parlare di risurrezione in ricordo di Sergio Quinzio, l'amico e il maestro che piantò nell'animo di Gino la convinzione profonda che se i morti non risorgono vana è la nostra fede. Continuiamo a crederlo, anche in memoria di loro e anche per il pezzo delle nostre vite sceso con loro nel sepolcro". E' proprio Sergio che un giorno dice a Stefani: "Tu sei giovane, impara l'ebraico". Così Stefani che fin a quel momento aveva letto i Padri della Chiesa e i mistici cristiani, si addentra nel mondo degli insegnamenti dei maestri talmudici e ne rimane affascinato. La bibliografia sterminata dei suoi scritti ha reso davvero complicato decidere quali temi trattare durante l'intervista. Ho infine optato per tre questioni che più di altre sono vicine alla sua sensibilità: l'identità complessa e articolata dell'ebraismo, la sfida della Shoah e il dialogo cristiano-ebraico di cui è uno dei principali animatori.

Clicca qui per visualizzare l'intervista sul Giornale di Filosofia della Religione


Clicca qui per iscriverti alla pagina ufficiale del Giornale di Filosofia della Religione (facebook)


martedì, settembre 11

Una confutazione dell'ateismo (di Filippo Benedetti)

Lascio la parola al sedicenne Filippo Benedetti, triestino e aspirante studente di filosofia, che giorni fa ha mi inviato questa sua riflessione. Il tema, spinoso di per sè, è stato svolto con un taglio saggistico e spesso risuonano argomentazioni tipiche di consolidate tradizioni filosofiche non citate - ma che ovviamente non sono richieste ad un giovane della sua età. Apprezzando così l'intento e il coraggio filosofico, che poi è il vero motore della ricerca, ho deciso di offrirgli ampio spazio sulla Cittadella e promuovere eventuali discussioni (il che, nella ricorrenza dell'11/9/2001, assume di certo un rilievo del tutto particolare).

L'ateismo, nel nostro mondo moderno, ormai è ben presente, soprattutto negli stati occidentali; secondo un'inchiesta di Adherents.com, i facenti parte della categoria Nonreligious (quindi non solo atei, ma anche agnostici, umanisti, panteisti, deisti, secolari, ecc) sono il 16% di tutta la popolazione mondiale, ossia 1,1 miliardi di persone. Tuttavia, «le sole stime per l'ateismo (come prima preferenza religiosa) vanno dai 200 ai 240 milioni [di persone]», provenienti soprattutto dai paesi che hanno avuto esperienze comuniste, come Cina ed ex URSS. Senza soffermarsi troppo sull'Europa, l'Italia, in una classifica, sempre di Adherents.com, dei 20 paesi del mondo col maggior numero di atei/agnostici, è al 12° posto: il 6% della popolazione (circa 3 milioni e mezzo di persone) si definisce ateo, mentre il 15% (8,7 milioni di persone) agnostico. Tutte queste statistiche servono a dare, per il momento, uno sguardo generale a quello che l'ateismo, o comunque l'agnosticismo in generale, rappresenta per certe persone; infatti, non tutti considerano questo fenomeno  nel suo insieme, confrontandosi con esso, valutando o magari confutando le sue argomentazioni filosofico - storiche; rimane piuttosto, appunto, una statistica, un numero di persone non sempre ben accertato. La filosofia, però, è fatta di argomentazioni, di obiezioni, di approvazioni, perciò il mio intento, per quanto già realizzato da miriadi di filosofi e teologi, sarà proprio smentire alcuni ragionamenti a favore dell'ateismo. Tuttavia, prima di iniziare questo lavoro, devo premettere due cose. La prima riguarda le mia fonti: esse, infatti, provengono soprattutto da Wikipedia. La seconda premessa ha a che fare col termine "Dio": con esso non intendo Deus, il Dio cristiano, bensì un Deum, un'entità divina generica, per così dire; tuttavia, venendo dall'esperienza cattolica, non mancheranno espliciti riferimenti alla Bibbia o ai caratteri del Dio cristiano; tutto questo, però, servirà solo per semplificare certi argomenti, visto che gran parte delle critiche mosse dagli atei sono rivolte ai cristiani.

Nella pagina "Ateismo" di Wikipedia, il 3° capitolo è dedicato agli Argomenti per l'inesistenza di Dio; il primo paragrafo di questo capitolo, intitolato "L'assenza di evidenze", è tuttavia l'ultimo su cui voglio discutere, alla luce di tutto quello che emergerà attraverso l'analisi delle altre sezioni. Partiamo pertanto dall' "Utilizzo ateologico del Rasoio di Occam". Secondo il noto filosofo inglese, per spiegare un fenomeno non bisogna formulare più teorie di quelle che sono assolutamente necessarie; in soldoni, con le stesse parole del filosofo inglese, «a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire». Per gli atei, attraverso questo ragionamento «Dio viene escluso, in quanto la sua inesistenza non pregiudica affatto il funzionamento dell'universo» . La conclusione è che il mondo è autosufficiente. La confutazione a questa argomentazione è estremamente semplice: innanzitutto, si cerca soltanto di fare un giochetto speculativo e teoretico attraverso l'uso della retorica: la stessa cosa la facevano i sofisti, per i quali, infatti, la retorica, se ben utilizzata, poteva perfino dimostrare cose false (cosa che porta poi a conclusioni su cui non mi soffermo qui, perché non voglio parlare dei sofisti). Il problema di fondo, però, è sempre questo: qual è la causa efficiente del mondo, il motore del nostro universo, che, per evidenti ragioni scientifiche, non può essersi creato da solo e dal nulla? Così come dietro ad una statua c'è uno scultore che l'ha fatta, allo stesso modo il mondo non può che essere stato formato da qualcuno, cioè Dio. Ammetto che l'utilizzo di Aristotele e di San Tommaso è un po' un rifugio teologico, comunque le mie riflessioni non si limitano a loro - infatti, col seguente paragrafo, in cui si parla di non credenza, ho modo di esporre le mie idee sull'entità metafisica di Dio. Dice il testo: «Molte persone non credono. Non può esistere una divinità che possa e voglia essere creduta (e possibilmente adorata) da tutti, e contemporaneamente non sia in grado di dare la fede a tutti». Vorrei proporre principalmente questo argomento: se Dio è perfetto, come possiamo noi uomini, imperfetti, avere la presunzione di capire sempre la sua volontà? Oppure: come possiamo noi uomini fisici e limitati comprendere l'entità metafisica, e quindi trascendente il fisico, di Dio? Badate bene che questo non è uno scetticismo assoluto: infatti non ho detto che non possiamo assolutamente capire la volontà divina, bensì non sempre siamo in grado di farlo.

Altrimenti, facendo riferimento alla Chiesa Cattolica, da cosa sarebbe mossa la vocazione ad un certo tipo di vita piuttosto che un altro, se non dalla volontà di Dio, che attraverso dei segni ci indica la sua volontà? Pertanto, noi riusciamo a capire che Dio c'è, ma non riusciamo a coglierlo nella sua interezza. La stessa argomentazione è poi applicabile ai seguenti paragrafi. Ad esempio, nella sezione "Nessun motivo", ci si rifà ad un libro del fumettista americano Scott Adams, intitolato God's Debris (lett. "I frammenti di Dio"), in cui egli sostiene che un'entità divina «non avrebbe alcun motivo di agire, in particolar modo creando l'universo: Dio non proverebbe infatti alcun desiderio, poiché il concetto stesso di desiderio è specificamente umano». La risposta è sempre la stessa, e cioè l'uomo ha la presunzione di voler a tutti i costi capire con la razionalità una realtà metafisica, che pure esiste, e ciò è constatabile attraverso la vita di tutti i giorni, che, trascendendo il fisico, ma anche inglobandolo, non può essere interpretata appieno. Il discorso è praticamente lo stesso a proposito dell' "Incoerenza degli attributi divini", paragrafo dedicato ai cosiddetti paradossi divini. «Perché Dio non impedisce che si compia il male? Se non lo fa perché non può, vuol dire che non è onnipotente. Se non lo fa perché non vuole, vuol dire che non è sommamente buono. Se non lo fa perché non sa come farlo, vuol dire che non è onnisciente; se Dio è onnisciente, sa in anticipo come interverrà in futuro usando la sua onnipotenza: non può dunque mutare parere, e dunque non è onnipotente». Qui, di nuovo, attraverso la limitatezza del linguaggio, e anche dell'intelletto, incapace di risolvere i paradossi con la sola razionalità, Dio è reso imperfetto dai suoi attributi, e quindi non è più Dio: questo, però, secondo una visione super - razionale e positivista; ma, come già detto, il fisico (inteso come fisicità, dunque non infinito) non è l'unica realtà che permea l'universo ed il nostro essere, e dunque non può essere il metro di giudizio per comprendere Dio. Senza dilungarmi troppo, e anche per non essere troppo ripetitivo, mi limito a dire che le stesse argomentazioni sono applicabili al paragrafo "La complessità di Dio".

Una riflessione a parte merita invece "La pluralità delle religioni e degli dèi". In questo paragrafo si fa notare come la vera religione, ispirata dal vero Dio, dovrebbe già essere universale e praticata da tutte le persone; la conclusione è che «l'esistenza di tante religioni e tante diverse divinità è quindi la dimostrazione che nessuna di esse ha mai portato prove irrefutabili» . Tutto ciò potrebbe essere vero e condivisibile, se non si tenesse conto del libero arbitrio. Checché ne dicano Calvino e Lutero, la libertà del singolo di decidere se seguire Dio oppure no è una scelta inevitabile, che tutti indistintamente facciamo, e che qualcuno può avvertire come importante per la propria vita, mentre per altri non ha nessun peso. Alla luce di tutto questo, è ovvio che ciascuno è libero di aderire alla religione che, secondo lui, detiene la vera verità. Anche il paragrafo "Feuerbach e l'antropomorfismo teologico" ha bisogno, a mio avviso, di essere analizzato in maniera più profonda. In esso si riprende una riflessione del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach nel suo libro L'essenza del cristianesimo, in cui si afferma che tutti gli attributi di Dio (amore, bontà, ecc.) sono solo antropomorfismi, e quindi Dio stesso è un antropomorfismo, una proiezione umana. Io non sono del tutto d'accordo, in quanto le qualità divine non si limitano a dei caratteri che abbiamo noi uomini, ma anche a peculiarità che noi non potremmo mai avere: ecco, quindi, che Dio è pure onnipotente, eterno, onnisciente, ecc. Inoltre, utilizzando la Bibbia, io ribalterei l'antropomorfismo di Dio e lo trasformerei in teomorfismo dell'uomo: nel Libro del Genesi, capitolo 1, versetto 27 sta infatti scritto che «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» . Essendo quindi creato a immagine di Dio, è ovvio che l'uomo, nell'inventare Dio (riprendendo anche una riflessione che aveva fatto il teologo Vito Mancuso), gli dà delle caratteristiche anche tipicamente antropomorfe, ma non solo. Concludendo e mantenendo la promessa iniziale, vado ad analizzare il paragrafo "L'assenza di evidenze". Esso è segnato da un forte accento razionalista, e più scientifico che filosofico. Partendo dal presupposto che non ci sono prove scientifiche dell'esistenza di Dio, ma comunque moltissime persone ci credono, «allora si può teoricamente credere a qualunque cosa, anche a una teiera di porcellana orbitante tra la Terra e Marte». Premettendo che il mio intento non è di dimostrare l'esistenza di Dio, bensì di confutare gli argomenti a favore della sua inesistenza, l'unica cosa che devo dire è che, mentre una teiera o degli extraterrestri con una lunga proboscide a forma di trombetta (altra figura usata in questo paragrafo per sottolineare l'assurdità dell'esistenza di qualcosa su di cui non abbiamo prove scientifiche) sono delle cose fatte di materia, fisiche, come noi, Dio rimane sempre l'entità metafisica di cui ho parlato prima. Ecco perché il paragone, talvolta proposto dagli atei ai credenti non può sussistere, e quindi non può provare l'inesistenza di Dio.


domenica, settembre 2

La costituzione di Sparta e i totalitarismi del novecento

Se la città è da intendere come «continuo scontro-incontro delle diverse famiglie o delle stirpi, da uomini apparentati da legami di sangue» (cfr. l'intervento precedente Politica e Polemica), allora il nodo da sciogliere diviene presto la forma della costituzione. Entro tale contesto, difatti, la costituzione rappresenta il tentativo di dare ordine al πόλεμος dentro le mura e far sì che esso non divenga mai στάσις. Ossia: che il πόλεμος non scivoli verso la στάσις! Mediazione e coordinazione. Non a caso questa è la preoccupazione più forte di Platone e di Licurgo, colui che per primo provò a tessere un'ipotesi di accordo nella tumultuosa Sparta. Entrambi, infatti, si resero conto della necessità di intercettare le pulsioni egoiche delle tribù entro un λόγος comune che coordini l'idra mostruosa delle passioni umani; entrambi, tuttavia, percorsero la strada più radicale e becera poiché intendevano imporre alla città un ordine che estinguesse ogni potenziale στάσις rendendo la città il luogo dell'επιστήμη - επι, cioè instaurando un ordine che “sta sopra” all'umano e che è dunque divino.

La forza fondativa è la violenza del divino. Soluzione tanto pratica quanto radicale: che nessuno più si muova "per sè", tutto va organizzato nel collettivo. Tutto va tenuto insieme in una gerarchia che detti punto per punto i compiti e gli spazi di ognuno. Per l'"io" non vi sarà più posto: lo spazio della politica dovrà essere quello della certezza. La città - dice Platone - dovrà somigliare sempre più alla famiglia, nucleo unico dove vige un rigido sistema di compiti preciupi; e la famiglia, a sua volta, dovrà somigliare sempre di più all'uomo, in cui ogni organo è preposto ad una funzione. Non vi sarà più spazio per quel mostro che è l'egoismo umano: solo la città divina potrà organizzare una vita felice. Entrambi cedettero così al fascino di una città senza πόλεμος : uccisero πόλεμος per paura che non diventasse στάσις. Ma così uccisero anche le loro città. Non è allora un caso se loro avventure politiche falliscano proprio perché dimentichino la necessaria dimensione polemica della città; πόλεμος che, difatti, tornerà prepotente (potenza prima!) a riprendersi il suo posto e segnerà le loro cadute: l'una, Sparta, corrosa dall'imperialismo economico della viva Atene democratica (dove il πόλεμος si esprimeva nel teatro, all'interno, e poi nel commercio navale e negli scambi all'esterno); l'altra, la Καλλίπολις platonica, apparsa forse per qualche istante nella Siracusa di Dioniso I, svanì nei deliri della tirannia.

Omo-logazione della massa in classi e tendenza gerarchica vanno pensate sempre insieme; ma forse non è questo il pozzo dove i loro progetti politici sprofondano, quanto piuttosto è la natura stessa del progetto: Platone e Licurgo attingono la costituzione da un piano sovra-politico. Paradosso: per stabilizzare la politica - ci ripete Platone - non puoi che far riferimento ad un fondamento che è oltre la politica stessa. Plutarco racconta che le leggi di Sparta non provengano dalla mente umana di Licurgo, ma che gli fossero state dettate dall'oracolo delfico; Platone nella Repubblica la tratteggia dal punto di vista del sole che splende all'uscita della caverna. Per avere a che fare con una città da disegnare con la perfezione geometrica dell'acquedotto e delle condutture di Atlantide, per vivere in una città che, cioè, sia oggetto di una conoscenza stabile, di una επιστήμη, poiché tutto è pacificato, allora devi eliminare ogni forma di dissidio; devi, in altri termini, far sì che la città, come l'anima, benché trainata da cavalli irrequieti, giunga a perfetta quiete (ἡσυχία) – ovvero che il suo movimento tenda sempre più al moto-immobile dell'ultima sfera dei cieli; devi far sì che la città esprima la medesima stabilità del divino che tutto permea; ma attento: devi rendere la città come luogo dell'ordine divino, che non è il medesimo degli dèi - incalzano i filo-Spartiani, piuttosto colmo di passioni egoiche e di uomini troppo umani. Quante fandonie racconta la teo-logia di Eschilo! I poeti che cantano di ire divine e di furie devastatrici, che diffamano gli dèi mettendo in scena peccaminose relazioni e persino incesti, adulteri e impietose uccisioni: costoro corrompono il progetto della Καλλίπολις. Dinanzi a tale infamia, il programma platonico è chiaro. Platone vuole far fuori questi poeti che con Eros minano la città. Bandire la tera-logia di Omero e far spazio, finalmente, ad una vera teo-logia, il cui λόγος sia metro e aspirazione della πολις. Una città senza πόλεμος è una città senza teatro, senza vita, senza commerci.

Nella città perfetta di Platone e nella Sparta militare tutto è programmato entro la logica di un ἦθος comune. Programmazione e controllo, ai limiti della paranoia, affinché nulla di individuale e personale emerga dal corpus unico dello Stato: così gli spartiati si spendevano quotidianamente nel controllo degli Iloti; ugualmente i guerrieri platonici dovevano trascorrere il loro tempo nel controllo delle sincronie e dell'efficienza: che ognuno svolga il compito che gli è stato assegnato! Ancora: assenza di individualismo e coordinazione di un corpo unico non sono forse gli elementi innovativi e vincenti del sistema militare oplitico - poi non a caso trasmigrato in altri contesti verticistici come la Macedonia di Alessandro? Sorprendono poco gli squadrismi dell'orrendo “teatro” del novecento, i progetti di Imperi che siano unità im-personali, così “persiani” - aggredirebbe Aristotele - quanto hitleriani/stalinisti. La fondazione sacrale della città e la sua sottomissione ad un codice “divino” portano i germi della tirannide di Siracusa – ed è un pericolo che si insinua in ogni teologia politica, sionista o mussulmana, giacobina o cristiana; questa è la rischiosa prospettiva che si palesa dinanzi agli adoratori della Sacra Costituzione, poiché essi accolgono, senza coscienza, il progetto politico e ideologico di un ἦθος senza vita.