"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

martedì, novembre 27

Il federalismo, il contrattualismo, la Catalunya e l'Europa

A tenere banco nella politica europea degli ultimi giorni, illusa di poter accantonare per qualche istante le annose questioni del debito degli Stati, sono state di certo le elezioni in Catalunya, la calda regione dal sogno autonomista. Ben s'intende che le attenzioni rivolte a questo caratteristico spicchio della Spagna non sono state concentrate in virtù del loro oggettivo peso politico nello scacchiere europeo - ancorché si tratti della regione della florida Barcellona -, quanto, piuttosto, per la partita politica autonomista, che i due movimenti "Convergència i Unió" stanno oramai giocando da qualche anno. Nelle intenzioni del presidente Artur Mas, le elezioni anticipate catalane avevano difatti il senso di costruire un'ampia maggioranza autonomista, persino maggiore di quella ottenuta nel 2010, per giungere così ad un impatto più efficace al referendum sull'independencia della Catalunya, previsto per il 2014. Alla luce dei risultati ottenuti nella giornata di ieri, l'obiettivo pare centrato a metà, perché per un verso i seggi separatisti conquistati sono stati meno del previsto - al punto che il giornale spagnolo El Mundo intitola Batacazo (caduta) per i sogni di Mas -, per l'altro, invece, studiando la composizione dei nuovi seggi, si nota che gli indipendentisti radicali sono aumentati nettamente, come osserva d'altronde Gilberto Oneto su L'indipendenza. Complessivamente, dunque, la causa federalista procede a piccoli passi in Spagna e anche in molte altre nazioni europee, compresa l'Italia, dove è stato promosso nel mese scorso un referendum per l'indipendenza del Veneto.

Prima di reimmergerci nella logiche dell'asse Berlino-Parigi, questi respiri profondi di politica portano il segno della questione autonomista che si trova a confrontarsi con l'orizzonte europeo, forse per la prima volta con un pari impatto. In altri termini soprattutto in questi giorni di vacche magre l'Europa di Maastricht, il centralismo burocratico e i problemi connessi alla moneta unica, da un lato, vengono a stridere con l'autodeterminazione dei popoli, con le molteplici radici culturali d'Europa e con le "resistenze" manifestate dalle "piccole patrie" che rifiutano di amalgamarsi al blocco monolitico di Bruxelles. La possibilità dell'Europa dei popoli passa ora dunque per la contraddizione solenne celebrata ogni giorno in sede europea, per la Troika e per la BCE. Non è allora un caso se una parte consistente di questi movimenti autonomistici ponga dualisticamente le due vie, improntando una battaglia senza tregua contro l'orizzonte comune europeo: "o loro, o noi" - sembrano gridare, tra populismo e lecite rivendicazioni, esasperando i toni di una contraddizione ben presente ai padri dell'Europa unita e che prende il nome di "Europa politica".

Entro questo complesso scenario glocale - cioé, al contempo, globale (europeo) e locale (territoriale) - si affaccia l'ipotesi della riscoperta di una tradizione federalista presente nel pensiero politico moderno, che fatalmente ha avuto la sfortuna di trovarsi spesso ad essere una "minoranza" nei momenti cardinali della Storia d'Europa e soprattutto d'Italia. Dall'oscurato Cattaneo nel Risorgimento - quando si decise il centralismo piemontese alle spese del Regno delle Due Sicile - fino alle vicende recenti della Lega Nord, il federalismo ha avuto sempre la peggio, a volte ostacolato dalle concezioni forti dello Stato, tipiche del "secolo breve" delle ideologie, altre volte accantonato per puro quieto vivere da politici che, con ghigno pragmatico, hanno preferito tenere il potere accentrato nelle mani di una struttura unica anziché disperderlo nelle tante eccezioni autonomiste; e poi contro hanno giocato immancabilmente gli interessi di bottega e le contrapposizioni strumentali al potere che hanno sempre contribuito a rappresentare agli italiani una politica divenuta una forma di guerra civile: destra adversus sinistra.

Ad uscire fuori dagli schemi e a tratteggiare il sogno dell'Europa unita nel segno dei popoli liberi, vi furono tuttavia grandi personaggi e punti di riferimento del pensiero filosofico. Gianfranco Miglio, ad esempio, contribuì in maniera decisiva ad accreditare un certo filone di pensiero federalista, sempre minoritario agli occhi dell'opinione pubblica, in maniera appunto trasversale tra la destra e la sinistra partitiche (prescindendo da quello che sarà poi la Lega Nord); esso affonda le radici nel contrattualismo di Hobbes e in Carl Schmitt, di cui Miglio fu autorevole studioso e traduttore. Negli anni '90 le dottrine sulla fine dello Stato e sulla necessità di rivolgersi a sistemi pre-moderni attirarono, difatti, anche parte del mondo culturale della sinistra, tra cui Massimo Cacciari (ritratto in foto proprio con Miglio), che ripetutamente affronta la "questione settentrionale" senza però trovare fortuna dell'alveo dei democratici di sinistra e poi del futuro Partito Democratico - fattore che in tempi recenti portò Cacciari a fondare il movimento politico Verso Nord.

Nostra convinzione è che nel contesto dell'Europa attuale il recupero di determinate posizioni possa contribuire a riformare l'Europa di Bruxelles in senso democratico e autonomista: la sfida che queste correnti politiche contribuiscono ad interpretare è oggi proprio quella di trasformare il fattore dell'identità comunitaria pre-politica (per dirla con Schmitt) in un fattore di coesione. Federare significa unire e non dividere allorquando si percepisca l'orizzonte europeo non come un Leviatano oppressore ma come il presupposto dell'unità e del riconoscimento delle molteplicità particolari. Nella dialettica Uno-Molti s'assomma dunque il nodo filosofico dell'Europa (come insegna anche Cacciari in Geofilosofia dell'Europa) - a patto che quei "molti" interpretino realmente delle identità comunitarie, come nel caso della Catalunya (ma meno del Veneto), e non dei confini posti "positivamente" sulla mappa; a patto cioè che l'aggregato dei Molti accada in virtù di una complessità di identità che vengono a formare un orizzonte comune e non soltanto per un mero "calcolo" economico sull'immediato presente, che farebbe cadere il federalismo nell'indifferentismo etico e nel pragmatismo politico - prospettiva di certo lontana dai sogni dell'Europa dei popoli. Rileggere questi autori significa quindi saper affrontare il futuro dell'Europa con un piglio nuovo, contribuendo ad una legittimazione popolare e alla libertà, anche economica, dei popoli - troppo spesso mancata a causa dell'onni-pervasività degli Stati novecenteschi. L'occasione, da non lasciarsi sfuggire, è quindi ghiotta: costruire un'Europa leggera che sappia essere medium ordinatore tra le varie tradizioni della multiversa cultura europea.


sabato, novembre 10

Un “secondo” Barack

da Die Brücke

Vince ma non convince – si potrebbe riassumere con una battuta calcistica l’andamento della “lunga notte elettorale 2012” (orario italiano), che ha confermato Barack Obama alla guida degli Stati Uniti d’America per la seconda volta consecutiva.

Difficile enumerare le molteplici cause e le svariate tendenze che hanno portato Obama a conseguire la maggioranza dei Grandi Elettori, soprattutto in virtù della strana campagna elettorale, combattuta contro un avversario che raramente ha dato l’impressione di potercela fare davvero. Ecco perché la festa e le bandierine sventolate nella sua Chicago non devono illuderci di assistere alla riproposizione di un film già visto: l’entusiasmo che avevamo percepito a Chicago per lo storico superamento di ogni razzismo, avvenuto nell'elezione del primo presidente di colore alla Casa Bianca, non è più lo stesso; e poi diversi sono stati anche i brindisi e non vi è oggi traccia di quel clima “frizzantino” che spinse la giuria svedese a consegnare il primo Nobel alla “speranza” (più che alla “pace”) e non alla carriera – forse, ci permettiamo di osservare, un po’ frettolosamente, date le missioni militari in Libia.

Tra il racconto dell’astro nascente del 2008 e l’Obama che oggi si difende contro gli attacchi al Medicare e all’aumento della spesa pubblica, trascorrono difatti gli anni della crisi economica, della bolla speculativa, del fallimento della Lehmann Brothers, e poi quegli aiuti di stato mal visti da molti, i salvataggi alle imprese (compresa la Chrysler di Marchionne), il G8 nella città terremotata dell’Aquila (e la sua promessa di 4,5 mln per la ricostruzione, mai arrivati), e poi, at last but not least, la riforma sanitaria, ovvero quella che doveva rappresentare il primo passo verso la rivoluzione culturale disegnata e sostenuta durante le primarie del 2007. Non è quindi soltanto una questione di “calo fisiologico” ad aver causato un certo riavvicinamento tra i Democratici e il GOP, misurato dallo spread tra i 365 Grandi Elettori conquistati da Obama nel 2008 e gli attuali 332 – 206 di Romney contro i 173 di McCain -, ma è un cambio di strategia politica tra le due campagne elettorali – certo, un change forzoso, ma pur sempre un depotenziamento del sogno a vantaggio della realpolitik.

Insistiamo: un abbandono del sogno, che avrebbe potuto significare un contraccolpo elettorale importante. Invece l’abilità di Obama è stata forse proprio quella di aver saputo creare un “secondo” Obama, spesso sulla difensiva, più attento ai numeri e alle mediazioni di quanto egli stesso non sapesse fare. Ed è proprio questo il rammarico più forte in area GOP: non aver saputo sfruttare l’imbarazzo dell’avversario snaturato e costretto sul piano del realismo economico e politico; un tema che, difatti, era il terreno su cui i Conservatori volevano portare l’avversario: la disoccupazione crescente, la risposta ai problemi con un socialisteggiante “più Stato” – sempre vista con una certa diffidenza dagli americani –, e soprattutto le difficoltà della middle class. Eppure tutti questi punti di forza non sono bastati a Mitt e al suo vice Paul Ryan per battere l’avversario.

Paul Ryan, si diceva, una delle sorprese più liete messe in campo; un conservatore d.o.c., fiero sostenitore dello stato minimo, uomo di fede cattolica e fanatico dello sport. Ryan è l’espressione più viva di una destra diversa da quella del capitano d’impresa Romney, ricordato più per le spese nella riforma sanitaria del suo Stato che per l’abilità di governo. Una sconfitta anche per il Tea Party, il movimento anti-tasse che dal 2009 può vantare il merito di aver portato in piazza la classe media e di aver a più riprese cercato di smascherare “l’illusionismo” del presidente Obama. Non è allora bastato lo spauracchio del socialismo e le accuse di aver trascinato l’America in un baratro persino contrario agli ideali dei patrioti. L’amaro in bocca degli elefanti traspare tutto nella Boston repubblicana, dove forse in molti si saranno chiesti se forse Obama non avesse vinto più per i loro errori che per i propri meriti, e se non fosse stato più opportuno candidare un rappresentante verace del partito; uno che – per intenderci – fosse, per così dire, “carne” – ovvero rappresentante della destra libertaria – o “pesce” – esponente del cuore cattolico d’America – e non come, più modestamente, era Romney: né l’uno, né l’altro.