"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, gennaio 21

Una teologia per la vita

Questo pomeriggio ho assistito alla presentazione del libro Una teologia per la vita di mons. Bruno Forte, a Francavilla al mare. L'incontro era stato organizzato dalla Società Filosofica Italiana e l'occasione ha fatto sì che mons. Forte stendesse un discorso dalle maglie molto ampie e con l'inconfondibile pacatezza, il senso di serenità e, se non è azzardato aggiungerlo, con l'impronta hegeliana che d'altronde lo ha sempre contraddistinto. Ma anziché esporre una sorta di sunto della giornata, preferirei tradurre per iscritto qualche considerazione che i numerosi spunti mi hanno portato ad avanzare. Un tema a mio avviso decisivo della complessa argomentazione presentata è la concezione della vita - si intuisce dal titolo stesso del libro - come di un incessante movimento che si nutra del "negativo" - direbbe Hegel - cioè di momenti di caduta, di negazione della realtà posita dinanzi a noi; della contraddizione, in altri termini, tra gli aspetti della vita che appaiono inconciliabili in questo mondo, come l'amore e il sacrificio, come il dolore e il ringraziamento, il dono della grazia e l'intelligenza (sine dolore non vivitur in amore, citando l'Imitatio Christi) ; un movimento, che in Hegel è la Storia, e che per Forte rende possibile pensare la Vita come mai determinata, mai de-finita da un quid, ma sempre continuo oltrepassare se stessi alla ricerca della pienezza. Con un argomentare meno filosofico: la vita come continuo percorso, come un cammino fatto di asperità ed esperienze dinanzi a cui l'uomo è chiamato a mettere in gioco tutto il suo essere.

Il passo successivo che compie Forte e che dal mio personale punto di vista appare davvero interessante per la prospettiva ontologica che espone è che egli mette in relazione questa concezione con un Dio che-è-madre e che quindi mantiene e sostiene la vita; Dio è dunque come una madre che tiene un bimbo in grembo, e che benché il bimbo non la veda con lo sguardo, essa gli dona nutrimento e cura. Questa metafora permette a mons Forte di aprire il tema della rivelazione come (etimologia a lui cara) re-velatio - cioé come s-velare (i) ma anche ri-velare (ii), e non semplicemente Offenbarung (i). Forte ipotizza poi che Hegel si ostini a leggere il Cristianesimo come "religione positiva" in quanto egli tenesse presente la Rivelazione solo come Offen (aperto)(i), ovvero come un qualcosa che soltanto "dispiega", e non che, al contempo, - come suggerisce il secondo senso del termine revelatio (ii)- "vela", "nasconde", "tiene distante", alimentando così la curiositas filosofica e il desiderium Sapientiae. In realtà quello che invece mi stimola a pensare di questa prospettiva è che interpretando - suppongo - i celebri passi di Giovanni 1,14 ("e Dio abitò in mezzo a noi") e 14,20 ("io sono nel Padre mio e voi in me ed io in voi") sembra far riferimento a Paolo ("In Lui viviamo, esistiamo, ci muoviamo") e ad una concezione fortemente platonica. L'idea è appunto che questo movimento della Vita sia contenuto entro un grembo divino che davvero ci sostiene - che è appunto vero Grund, o, Essere; e che quindi Dio non sia né Puro Hen sciolto dalla creazione, né Motore Immobile, né Totalmente altro dal mondo, ma che esso contenga il mondo, lo permei ovunque; che sia Totalità non come un "Intero" o Nulla, bensì come un Uno-Tutto: Deus Trinitas, che sa il creato come manifestazione stupenda della relazione di amore interpersonale dei Tre; ovvero: Tutto in tutto (quodlibet in quolibet), dove ogni sua parte contenga il Tutto alla maniera dell'Universale e non come spicchio di una torta suddivisa in fette. Argomentazioni, queste di Forte, care a tradizioni filosofiche che spesso abbiamo commentato nella Cittadella Interiore e nelle quale troviamo ancora spunti insuperabili per la Vita odierna.



giovedì, gennaio 17

Anselm Grün, Mystik: den inneren Raum entdecken

Recensione a Anselm Grün, Mystik: Den inneren Raum entdecken (Herder Spektrum, Freiburg 2009, pp. 142) pubblicata nella Rivista di Ascetica e Mistica 3/2011.

L'ultimo lavoro di Anselm Grün, Mystik: Den inneren Raum entdecken, Herder Spektrum, Freiburg 2009, si presenta come una klare und praktische Einführung in die christliche Mystik. Scorrevole, dal linguaggio semplice e accessibile, dalla chiarezza sistematica e dalla vocazione inter-religiosa, il testo del padre benedettino Anselm Grün si segnala subito per la capacità di affrontare le questioni più urgenti dell'esistenza umana, in un tempo, il nostro, di grande solitudine inter-personalen e intra-personalen. Lo scopo del libro, in piena coerenza con la tradizione mistica qui affrontata, è allora quello di proporre un radicale ritorno alle origini del fenomeno religioso, qui chiamato appunto mistico, che si caratterizza come il proprium dell'uomo in quanto tale e per questo, inevitabilmente, già di per sé oltre le distinzioni culturali, di fedi e tradizioni. Il proficuo lavoro trasversale di Grün attraverso la storia delle mistiche orientali e occidentali non deve tuttavia tradire: il pubblico a cui è rivolto il testo è quello cristiano e occidentale: sono i fedeli della Chiesa, che vivono oggi una situazione critica, cioè che oscillano tra un mondo sempre più inautentico, foriero di false risposte e illusioni, e tra una Chiesa spesso incapace di risposte e che attraversa uno stesso winterliche Zeit. Il libro nasconde allora un messaggio più profondo che una semplice riproposizione del misticismo occidentale e orientale: se, come scrive Grün con le parole di K. Rahner, il Cristo del futuro «wird Mystiker sein. Oder er wird nicht mehr sein» (o sarà un mistico o non sarà più), allora un'introduzione alla mistica assume un valore altissimo in quanto si configura come il tentativo più alto di offrire acqua e sole ad un terreno gravido di vita, in attesa che la pianta del rinnovamento germogli e che poi fiorisca finalmente una Chiesa in grado di interpretare appieno il dramma dell'esistenza e, al contempo, di non lasciarsi trascinare nel mondo – quel mondo in cui, come ricorda Paolo, imperano la volontà di potenza e l'egoismo, da cui il Cristo ci ha liberato. Ciò che dunque sembra interessare a Grün è la ricerca della semplicità divina oltre le fedi e le opzioni dottrinali, l'attingere a quella purezza d'animo che conduce l'uomo all'esperienza altissima di Dio, nella quale può diventare uno con sé stesso, con Dio e con il mondo. Allora che questa esperienza sia mediata dalla tradizione mistica occidentale – speculativa o d'amore – oppure grazie alla mistica impersonale orientale, soprattutto buddista, ha poca rilevanza nei confronti del vero nucleo dell'esperienza religiosa, che è un toccare il senso più profondo della propria vita. Non a caso l'inevitabile avvio del testo è la formulazione delle quattro Grundfragen des Menschen (Questioni fondamentali dell'uomo), ossia le domande sulla morte, sulla libertà, sulla relazione e sul senso, che ad un'attenta analisi si impongono come le inquietudini più proprie dell'uomo. La mistica, intesa come quel fenomeno religioso di purezza e di unità con Dio, che tutte le religioni indicano come il culmine della ricerca umana, risponde proprio – e, ancora una volta, non a caso – a quelle quattro urgenze dell'esistenza umana, a quelle quattro ferite che, come sul costato del Cristo, continuamente tornano a sanguinare e a riportare ognuno di noi alle nostre possibilità più proprie. 

La prima parte del testo è dedicata alle differenti risposte che le tradizioni mistiche (soprattutto quella cristiana) hanno elaborato durante i secoli a quelle quattro Grundfragen. Questa breve storia delle mistiche occidentali e orientali è affrontata con rara maestria poiché Grün non sceglie di offrire un quadro più o meno completo dei diversi autori trattati, quasi fosse un manuale di storia della mistica, bensì preferisce enucleare per ogni autore uno o più punti cardine, che ne rappresenterebbero, in qualche modo, la particolarità dell'esperienza di unione con Dio. In questo modo, alla fine del percorso, Grün riesce a fornire una visione d'insieme completa, veicolando un'immagine di fondo unitaria che tuttavia mostra il pregio di non risucchiare a sè quelle singole esperienze, quegli unici bagliori inafferrabili di luce e quel gusto della differenza delle tradizioni che altrimenti andrebbe diluito in una presunta corrente filosofica tanto irreale quanto insipida. Per queste caratteristiche, la trattazione non risulta mai noiosa e ripetitiva, benché ad ogni pagina l'autore ribadisca come i tratti essenziali siano in realtà sempre gli stessi: desiderio di unità con Dio, semplicità, pace, grazia, ascesi, amore, distacco, preghiera e, soprattutto, spirito. Tuttavia, nel mondo attuale, conoscere la tradizione mistica non basta: è necessario che essa entri in diretto rapporto con la più moderna psicologia, che a partire dalla scomparsa della mistica in età moderna si sono arrogate il monopolio intellettuale sulle questioni dell'anima. La psicologia, che offre spesso un'immagine distorta della mistica, in queste pagine non è, come potremmo aspettarci, rifiutata in toto. Piuttosto, Anselm Grün sottolinea come il confronto con la psicologia sia sempre più necessario: benché la psicologia assuma sin dai suoi presupposti un punto di vista riduttivo nei confronti della mistica – in quanto il mistico cerca Dio, non la salute delle zone psichiche –, oggi la mistica non deve rifiutare il confronto con la psicologia se essa vuole finalmente liberarsi da ogni sospetto, che, sin dalle origini, ne hanno ostacolato e, in alcune occasioni, persino interrotto il cammino. D'altronde Grün sembra disilluso sulla mistica stessa, che, se male interpretata, può essere foriera di cattiva spiritualità e in particolar modo di gnosi. L'autore tende quindi una mano a tutti quegli psicologi che hanno tentato di leggere la mistica come un'esperienza autentica del rapporto con se stesso e con gli altri. L'ultima sezione del libro affronta invece la questione più difficile: com'è possibile, se è possibile, accedere all'esperienza mistica di Dio nel XXI secolo? A questa domanda dovrà rispondere anzitutto il lettore, che è stato guidato man mano grazie alle grandi figure di mistici, da S. Paolo ad Agostino, da Dionigi alle beghine, da Giovanni della Croce fino a Karl Rahner, e che a questo punto è invitato all'esperienza personale, magari aiutata dalla meditazione, dalla preghiera e dalla liturgia. Il testo di Anselm Grün è tuttavia disponibile soltanto nell'originale lingua tedesca e pertanto, nei nostri limiti, non possiamo che auspicarne una buona traduzione anche in lingua italiana. 

La recensione è stata segnalata anche su Mistica.info di Antonello Lotti: (qui)



martedì, gennaio 8

I fondamenti dello Stato democratico e le prossime elezioni

(La prima carta dell'Italia moderna, 1482)
Alle prossime elezioni politiche saremo chiamati a scegliere sì per i partiti e per le coalizioni, ma anche e soprattutto per il modello di democrazia che vogliamo. Premetto: non sto azzardando un giudizio politico complessivo, né si tratta di una indicazione di voto, ma propongo una mera riflessione da tenere in considerazione nella misura in cui segnali possibili derive e cadute del regime democratico. Nel marasma politico complessivo e negli pur enormi difetti dei partiti classici, a mio avviso in questa fase bisogna prestare attenzione a due partiti in particolare che propongono modelli di rapporto tra lo Stato e cittadini che sono pericolosi per la libertà popolare. Essi, difatti, in maniera più o meno manifesta, si propongono di andare ad intaccare due conquiste della modernità: la separazione dei poteri e il concetto di rappresentanza parlamentare.

i) Caso Ingroia. Lo Stato moderno e liberale nasce dalla separazione dei poteri. In Italia la questione del rapporto tra magistratura e politica è sempre stata complessa e spesso sottotraccia. Possiamo però ammettere che l'erompere ufficiale, alla luce del sole, della magistratura in politica arriva nel '92 e da "mani pulite"; oggi accade in maniera esplicita con i cosiddetti "arancioni" e con le spinte "giustizialiste" di alcuni giornali: si tenta un ritorno allo Stato pre-moderno, quando, cioè, il potere giudiziario (magistratura) non era separato dal potere politico. Dietro all'aurea di pulizia e giustizia, la lista-Ingroia nasconde la possibile deriva [non è detto che lo sia] verso uno Stato aristocratico settecentesco guidato dalla sola casta dei giudici, a danno della libertà dei cittadini. Si invita gli aderenti alla Lista arancione a vigilare in modo che questa lettura si riveli errata.

ii) Caso Grillo. Lo Stato moderno e liberale nasce sul concetto di rappresentanza parlamentare e sul ruolo del parlamento. Il movimento di Grillo, al contrario, punta proprio ad eliminare il parlamento, considerato mera fonte di sprechi e inefficienza, e si propone di passare ad un modello di "democrazia diretta". In realtà questo ritorno ad un sistema tribale e pre-moderno di decisione, in cui chi la vince è chi è più forte nella contesa, era stato già sbandierato dai totalitarismi del novecento. Sappiamo com'è andata a finire. Dietro all'aurea di pulizia e giustizia, il Movimento 5 Stelle nasconde la possibile deriva [non è detto che lo sia] verso uno Stato aristocratico ottocentesco e massonico guidato dalla sola casta dei adepti alla cerchia del capo, a danno della libertà dei cittadini. Si invita gli aderenti al Movimento 5 Stelle a vigilare in modo che questa lettura si riveli errata.