"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

domenica, agosto 25

Fenomenologia della matricola in filosofia: tra crisi religiosa e volontà di potenza

Trascorsi alcuni anni dal primo giorno in Università, c'è un momento in cui si inizia a guardare all'esperienza passata e, forse, si cominciano a soppesare le scelte intraprese in maniera più o meno conscia e coerente. Al contempo si assiste ad un fenomeno strano: altre matricole appaiono all'orizzonte; altri animi in cerca di risposte filosofiche iniziano un cammino che probabilmente non hanno chiaro in testa neppure per la metà del percorso che li attenderà. E la stranezza di cui sopra - intendo dire, il fatto stesso che vi siano altri animi incuriositi da quella bella Signora descritta da Boezio - non dovrebbe invece stupire granché; difatti attiene tanto al normale ciclo delle generazioni, quanto al sistema stesso della scuola che assorbe e consegna, prende e lascia, assume e pensiona, il banale caso che altri studenti decidano di iscriversi ad un corso di laurea in filosofia. D'altronde questo accade per ogni altro campo del sapere: l'obiettivo dell'Università moderna è proprio quello di attirare di anno in anno il maggior numero di studenti e, al contempo, se possibile, offrire loro una qualità sempre maggiore nell'istruzione avanzata di ogni genere. Ma non è solo questo. Ripeto, è quella stranezza di cui sopra il punto chiave.

Chi ha intrapreso un percorso di questo genere sa a cosa sto accennando - e penso, ovviamente, alla maggior parte di coloro che si iscrivono, ovvero a quelli che ne hanno fatto una questione prioritaria e che riconoscono in se stessi un fuoco, una molla che li spinge e una determinazione inusuale. In altri termini, voglio sostenere c'è qualcosa di inspiegabile che traina il giovane "filosofo" nello studio e che, pertanto, egli pare non poter essere inquadrato come "uno studente tra gli altri"; egli non è, quindi, una semplice ruota del continuo infornare-sfornare che è tipico delle nostre scuole o università. E questo, torno a scrivere, mi viene confermato ancora una volta dall'esperienza diretta, seppur risicata. In quest'ultimo anno, infatti, ho avuto modo di consigliare alcuni ragazzi e ragazze indirizzati verso la nostra facoltà: vi restituisco un paio di impressioni. Anzitutto, propriamente nessuno di loro ha davvero sentito quel che avevo da dirgli. Sapevano già, punto. La mia piccola esperienza maturata in questi otto anni in Università italiane e straniere non gli interessava minimamente. E forse, dal loro punto di vista, non avevano poi così torto. Chi ha vissuto quei momenti sa quanto la decisione sia indipendente dall'ambiente circostante, dalle voci più o meno incoraggianti, perché ciò che conta è già in loro. Ma sarei ingiusto a presentarli come vanesi e astratti dal mondo; al contrario: è proprio in virtù del mondo che c'è quella forza interiore e quell'intima sicurezza di sé che li trascina verso le pagine di Platone e Nietzsche. Sono convinto sempre più che l'interesse per la filosofia nasca da una somma di due opposte componenti: una crisi religiosa da una parte e la volontà di potenza dall'altra.

Con il concetto di crisi religiosa non intendo però indicare l'emergere della chiara e netta domanda sul divino, la quale piuttosto condurrebbe subito verso i seminari teologici o semplicemente ai banchi di una Chiesa o in sagrestia; al contrario, vorrei così denotare quell'angoscia, come la esprimeva nel novecento la filosofia dell'esistenza o - meglio - quell'insecuritas latina che ti afferra ogni qualvolta si percepisce di aver perduto il contatto con un terreno solido: quando, in altri termini, vengono a cadere le sicurezze fondamentali sulle più banali esperienze della vita, a partire dal microcosmo del sé fino ai rapporti con gli altri. Questo spaesamento dinanzi alla scoperta che le cose del mondo "non stanno poi così come ce le raccontano" o come siamo abituati a vedere è l'altro lato della meraviglia aristotelica - ed è quel che vi è di più "tremendo" del Thaumazein. Ad esempio non è un caso se la lettura di alcuni autori come Nietzsche in un'età ancora poco matura apra spesso ad un'esperienza di questo tipo. Ed essa, se interpretata con le categorie della filosofia, non può che condurre il giovane filosofo proprio all'affrontare di petto l'angoscia del "non-avere" più certezze, del "non-sapere" più nulla e dell'essere pertanto desiderosi di migrare verso nuovi fondamenti dell'azione quotidiana o della conoscenza del vero. E tale discesa nell'abisso dell'insecuritas è proprio quanto di più religioso possa esperire l'umano; in altri termini, esso consiste nella medesima discesa al fondo dell'anima che il filosofo esperisce come propedeutica alla propria scelta di vita e al proprio percorso di studi. In una misura o nell'altra, mi pare che tale caduta nel nulla coinvolga un po' tutti i nuovi iniziati alla materia.

D'altra parte però cercavo di far riferimento anche ad una seconda componente, forse più oscura, che chiamavo volontà di potenza. Essa si comprende in particolare alla luce della crisi religiosa e consiste propriamente nell'acuto egocentrismo che caratterizza molti giovani filosofi in erba. Nulla di strabiliante: dinanzi all'improvviso nulla che ti attornia una volta che hai fatto esodo dalle tue convinzioni, qualcosa d'altro deve emergere a riempire quel vuoto improvviso. Altrimenti non vivi più. E in molti casi la strategia di "riempimento" è la facile assolutizzazione dell'ego - il che si percepisce tanto a livello superficiale come fastidiosa strafottenza nei rapporti umani, sia a livello più profondo, quando le proprie convinzioni diventano piano piano "dogmatismo della ragione" (parafrasando Kant). Questa volontà di potenza non è comunque malvagia, ma si configura come un meccanismo di difesa. Difatti l'individuo che tout à coup sprofondato nel nulla cerca di rattoppare la propria debolezza d'esistere tramite un percorso filosofico che in questo caso è incentrato tutto sul . Ma né l'una componente né l'altra si manifestano in qualcuno in maniera pura, bensì si riscontrano come frammisti, sempre in continua lotta l'uno con l'altro. Ed è proprio questo scontro interiore che accade tra le due tensioni fondamentali ciò che produce quel fuoco, quella passione, quella determinazione unica che si intravede negli occhi di chi cerca di dedicarsi appieno alla propria missione di filosofo, nella vita e nell'Università.



domenica, agosto 11

Cusanus-Doktorandenkolloquium. Bonn, 13.09.2013

Et ad hoc in omni studio librorum principalem operam adhibeas, ut interpretationem vocabulorum iuxta mentem scribentis attingas, et cuncta facile apprehendes scripturasque concordabis, quas sibi contradicere putabas. (Comp. 10, n. 28)

Im Rahmen eines Kolloquiums wollen wir – Doktorandinnen, Doktoranden und fortgeschrittene Studierende, die sich im Rahmen ihrer wissenschaftlichen Tätigkeit mit Cusanus beschäftigen – uns gemeinsam erarbeiten, wie problematische, schwer nachvollziehbare, widersprüchlich erscheinende, kurz: diskussionswürdige Passagen des cusanischen Werkes zu verstehen sind. Welche Passagen es sind, die behandelt werden, machen wir von den Arbeitsschwerpunkten der Kolloquiumsteilnehmerinnen und -teilnehmer abhängig. In jeweils einstündigen Segmenten soll zunächst eine kurze These zu einer ausgewählten Passage vorgestellt, die Passage dann gemeinsam gelesen und im Anschluss diskutiert werden.


Programm

10:15-10:30
Begrüßung

10:30-11:30
Christiane Bacher, Alfter
Naturwissenschaftliches Experiment und Mystik

11:30-11:45
Kaffeepause

11:45-12:45
Andrea Fiamma, Chieti
Die cusanische Sicht auf den „indoctus“

12:45-14:15
Mittagspause

14:15-15:15
Christian Kny, Würzburg
Zur Kommunizierbarkeit von Erkenntnis

15:15-16:15
Julia Dahmen, Alfter
Der Mensch als „viva imago dei“

16:15-16:30
Kaffeepause

16:30-17:30
Christian Stroebele, Tübingen

17:30-18:00
Organisatorisches/Verabschiedung


Kontakt: cusanus-kolloquium@gmx.de
Einladung (.pdf): hier

Organisation:
Christian Kny

Veranstaltungsort:
Albertus-Magnus-Institut, Bonn




sabato, agosto 3

La croce di Cristo e il sole pagano

Questa mattina ho avuto modo di visitare il Museo sul Nazional Sozialistiche Deutsche Arbeiter Partei a Colonia, situato in un ex-quartier generale della Gestapo. L'edificio, abbastanza centrale in città ma dalla fattura anonima, è tra i pochi rimasti in piedi durante la guerra, quando Colonia fu di fatto rasa al suolo; oggi viene lì conservato e messo in mostra tutto il materiale sul nazismo ritrovato e raccolto negli anni appena successivi alla guerra. La visita richiede di solito una buona mattinata perché il complesso è tristemente ricco di documentazione, a partire dall'ascesa del NSDAP lungo tutti gli anni del cancellierato di Hitler; poi la guerra, le deportazioni, gli stermini accuratamente programmati fino all'implosione della Germania e i bombardamenti degli alleati. Di questa esperienza - perché leggere quei documenti si è rivelata di fatto un'esperienza provante per lo spirito - porto a casa una serie di immagini penetranti. Tra di esse, ad esempio - ma vengo subito al tema della foto che avrete già notato - segnalo la visita alle prigioni, situate nei due piani sottoterra che terminano con un bunker. I muri scalfiti dai prigionieri politici che con le loro iscrizioni in tedesco, francese, russo, ebraico e in qualche altra lingua a me incomprensibile lamentavano libertà, indicano fino in fondo quale possa essere stato il dramma ivi consumato. La questione che invece volevo porre ai lettori della Cittadella riguarda un tema ben preciso, che a mio modo di vedere è ben raffigurato nella foto che ho scattato in una stanza del museo e riportato qui sopra: il rapporto del nazionalsocialismo con la religione e, nello specifico, con il cristianesimo. La tematica, molto complessa, richiederebbe di essere trattata con degli studi specifici che suppongono siano stati già copiosi ma che, non occupandomi del settore, non ancora conosco. So però con certezza che l'immagine dell'altare con il crocifisso, il vangelo e la svastica è un pugno allo stomaco.

Eppure dobbiamo confessare che, storicamente, una certa continuità tra la Chiesa tedesca e la svastica c'è stata, benché non siano mancate anche molte voci di dissenso. Nella foto a sinistra trovate infatti testimonianza di alcuni opuscoli scritti da teologi e vescovi durante il periodo di ascesa del nazismo allo scopo di suonare l'allerta ai cristiani contro questa nuova forma di paganesimo. Quello che però mi preoccupa e mi incuriosisce non sono tanto le posizioni estreme qui rappresentate (unità nel primo caso; rottura nel secondo) quanto piuttosto quell'ampio settore grigio che identifica tutti quei cristiani che per un verso erano coscienti dell'incompatibilità del cristianesimo con queste forme di religione pagana e civile, per l'altro, tuttavia, abbozzavano, tiravano "a campare". Molto spesso, difatti, le dittature nascono sull'adesione passiva della gente che trova difficoltoso o inopportuno prendere posizione netta su movimenti o idee che divergono dalle proprie convinzioni religiose ed etiche. D'altra parte non stupisce che la stessa gerarchia della Chiesa tedesca non si sia fatta sentire con la forza necessaria, forse allettata da alcune concessioni iniziali del regime. Esso difatti, almeno nella prima fase, ha un interesse primario nell'impostare una politica di ampi consensi che saldi tutte le divisioni per poter plasmare il popolo eletto, l'uomo nuovo. Per questo motivo di fondo abbiamo visto Mussolini e Hitler cercare l'appoggio delle Istituzioni e dei centri di consenso più importanti, tra cui, ovviamente, la Chiesa.

Eppure non sto qui sostenendo che la Chiesa debba rifiutare ogni accordo con il potere; all'inverso, non credo nemmeno che essa debba indicare esplicitamente ai cristiani quale partito votare né - caso estremo - che debba mettere in piedi una Teocrazia; penso invece che la Chiesa sia tale nella misura in cui semplicemente sappia limitarsi a svolgere la funzione mondana che le è stata indicata, ovvero quella di guida delle anime in vista della Civitas Dei; e, al contempo, è necessario constatare come, all'inverso, molto spesso questa funzione sia stata mal interpretata e mal gestita per motivi "umani, troppo umani" oppure per casi di opportunità politica che invece non dovrebbero competere a chi vive il paradosso di vivere in questo mondo con gli occhi rivolti verso il mondo a-venire. Certo, si tratta di un compito non facile (anzi, im-possibile, ovvero al limite della possibilità mondana), che tuttavia a volte, come nel caso del rapporto con le dittature, va incarnato anche con un'azione incisiva nel mondo - tale che miri allo scopo escatologico della Chiesa e non agli scopi terreni delle gerarchie. Ancora: azione incisiva non significa però scomunica, come è accaduto nei Concili fino al Vaticano II, ma quantomeno si tratta di una presa di posizione netta e convinta sugli articula fidei. E' straziante pensare che la voce di quei teologi e vescovi che scrissero gli opuscoli lì appesi sia rimasta quasi inascoltata, mentre i cristiani esprimevano (ed esprimono anche oggi) il loro voto per forme di socialismo nazionale che promettevano loro la Redenzione in questo mondo per tramite di un capo (ducismo) di un partito (il Partito Comunista nelle intenzioni di Gramsci) - quando invece un cristiano dovrebbe saper distinguere tra il visibile e l'invisibile e vivere nella continua Speranza dell'avvento escatologico della Civitas Dei.