"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, settembre 28

I conflitti religiosi nella scena pubblica. Pace nella Civitas


Centro Studi Agostiniani

Tolentino, Convento San Nicola, 3-4 ottobre 2013


Programma

- giovedì 3 ottobre -

Ore 9.00
Prof. Antonio Pieretti (Università di Perugia)
Presentazione del Seminario

Ore 9.30
Isabelle Bochet (Institut d’Études Augustiniennes, CNRS, Parigi)
L'ordine della pace

Ore 11.00
Giovanni Catapano (Università di Padova)
L’idea agostiniana di civitas: tensioni e ambivalenze

Ore 12.00
Dibattito

Ore 13.00
Sospensione dei lavori

Ore 15.30
Comunicazioni e interventi programmati

Ore 17.00
Mons. Piero Coda (Istituto Universitario Sophia)
Ecclesia de Trinitate e teologia della storia

Ore 21.00
Concerto a cura della Cappella Musicale di San Giacomo Maggiore
....e non menasse colpi di pianella
Il cinquecento bolognese tra napolitane e villanelle.


- venerdì 4 ottobre -

Ore 9.00
Donatella Pagliacci (Università di Macerata)
Populus, amor socialis e concors communio nel De civitate Dei

Ore 10.30
Enrico Peroli (Università di Chieti)
“Una religio in rituum varietate”.
Cusano e le metamorfosi della Città di Dio

Ore 11.30
Discussione generale, replica dei relatori

Ore 12.30
Luigi Alici (Università di Macerata)
Conclusioni


martedì, settembre 17

L'uovo del serpente

Un film angoscioso, dai dialoghi essenziali e dalle classiche atmosfere cupe che tinteggiano le opere di Ingmar Bergman, "L'uovo del serpente" mi pare ancora oggi uno dei film più densi ed esplicativi di ciò che è stata la crisi economica, politica e morale della Germania di Weimar. Ne consiglierei però la visione non tanto per il gusto dello storico, quanto, piuttosto, come una chiave di lettura per il presente, per comprendere cioè le possibili derive della popolazione affamata che agogna pane e riscatto sociale; un po' come accade in questi giorni in Grecia e un po' anche nella nostra Italia. Il film si apre nella Berlino caotica e anarchica del periodo appena successivo al primo conflitto mondiale e rispecchia bene quella strana espressione culturale che vide luce negli anni '20, dai canti tradizionali tedeschi delle prime scene, ai balletti con abiti succinti dei locali notturni, fino alle meno eleganti prostitute, al circo di strada e quant'altro; ma la trama è quella di un vero thriller, anche se non ci se ne accorge granché: il fratello di Abel viene trovato morto nel letto per un colpo di pistola in testa - (forse) suicida - e se ne cercano i moventi.

Eppure, durante la visione, il filo rosso della storia del fratello di Abel scompare (salvo poi rispuntare nel finale); si è presi invece dal mondo che intorno ai due protagonisti cambia sempre di più: le violenze di strada, le prime voci contro gli ebrei, le teorie dei complotti, fino agli albori del partito nazionalsocialista e al tremendo progetto eugenetico del dottore inebriato dai risultati della Scienza e del Progresso. E' tutta lì l'analisi filosofico-storica di quegli anni e sono ancora lì le possibili deviazioni antidemocratiche del presente e del mondo venturo - e nella speranza di non doverle percorrerle, si può quindi concludere con Bergman che esse sono come l'uovo del serpente: nonostante la membrana che protegge il contenuto dell'uovo, si può vedere benissimo dentro il rettile formato (simbolo del male celato nella nostra società). La speranza è che questi non si schiuda nel breve tempo. Ma l'uovo c'è, viene covato quotidianamente ed è parte piena dell'agire politico: l'età dei Bestioni, diceva un grande filosofo napoletano, è sempre potenzialmente all'alba del giorno successivo.


lunedì, settembre 9

Premio "Nicoletta Tirinnanzi" - Prima edizione. Bando.

Fonte: Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento

Nel primo anniversario della scomparsa, l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Rufina, istituisce un premio in memoria di Nicoletta Tirinnanzi per valorizzare giovani studiosi che abbiano pubblicato, soprattutto nel corso dell’ultimo anno, studi e ricerche significative nell’ambito della filosofia italiana dall’Umanesimo al Rinascimento, con particolare riferimento alla figura e all’opera di Giordano Bruno.

Importo del premio e commissione giudicatrice: il premio, dell’importo di 3.000 Euro, sarà assegnato al vincitore scelto, con giudizio insindacabile, da una giuria composta da tre membri: il Presidente dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento e altri due consiglieri dell’Istituto, nominati dal Presidente.

Data di scadenza delle domande: 15 settembre 2013.

Requisiti di ammissione: sono ammessi al concorso studiosi italiani e stranieri che non abbiano compiuto i trentacinque anni di età alla data di età del 14 settembre 2013, e che siano in possesso del titolo di laurea magistrale o del diploma di dottorato di ricerca.

Titoli: Ogni candidato potrà presentare un numero di titoli scientifici non superiori a 5, coerenti con l’ambito di ricerca stabilito dal premio. Almeno due di essi dovranno essere stati discussi o pubblicati nel corso degli anni 2012-2013. Sono ammesse alla selezione le seguenti tipologie di titoli:

- tesi di laurea magistrale;
- tesi di dottorato;
- articolo pubblicato in rivista dotata di codice ISSN;
- saggio pubblicato in volume collettaneo dotato di codice ISBN;
- monografia edita in volume dotato di codice ISBN.

Domande di ammissione: le domande di ammissione, redatte in carta semplice – con indicazione dei dati anagrafici, dell’indirizzo di residenza e/o di domicilio valido, di un recapito telefonico attivo, dell’indirizzo e-mail, del codice fiscale –, dovranno essere inoltrate entro il 15 settembre 2013 all’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Palazzo Strozzi – 50123 Firenze. Il plico dovrà recare la dicitura “Premio Nicoletta Tirinnanzi – Prima edizione – Anno 2013”. Le domande dovranno, pena l’esclusione, essere corredate da:

a. copia del certificato di laurea magistrale o del diploma di dottorato o autocertificazione corrispondente;
b. copia della/e tesi;
c. copia delle eventuali pubblicazioni;
d. un abstract delle tesi e/o delle pubblicazioni che ne metta in luce i contenuti e l’innovatività (max 2000 battute);
e. copia di un documento di identità valido.

Le pubblicazioni presentate saranno trattenute dall’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento e dal Comune di Rufina; pertanto ogni concorrente dovrà depositare, all’atto della domanda di partecipazione al premio, due copie delle pubblicazioni con le quali intende concorrere. La copia trattenuta dal Comune di Rufina andrà a costituire un apposito fondo presso la Biblioteca Comunale intitolato a “Nicoletta Tirinnanzi”. A tal fine, è necessario che i concorrenti rilascino una liberatoria per autorizzare la consultazione pubblica delle loro tesi di laurea magistrale e/o di dottorato di ricerca.

Esiti della selezione: gli esiti della selezione saranno pubblicati sul sito dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento (www.insr.it) e sul sito del Comune di Rufina (www.comune.Rufina.fi.it). Il solo vincitore sarà avvisato personalmente.

Consegna del premio: la consegna del premio al vincitore avverrà con una cerimonia pubblica che si svolgerà il 26 ottobre 2013 presso una sede messa a disposizione dal Comune di Rufina. E’ obbligo del vincitore presenziare al conferimento del premio. In caso contrario, il premio verrà assegnato al secondo classificato.

Il presente bando è pubblicato sul sito dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, sull’Albo pretorio online del Comune di Rufina e sul sito del Comune di Rufina (www.comune.Rufina.fi.it – Servizi online – Area bandi).


IL PRESIDENTE DELL’ISTITUTO

Prof. Michele Ciliberto

Palazzo Strozzi, nella sede dell’Istituto, 5 luglio 2013


domenica, settembre 8

Lucifero, all'origine del male

di Giovanni Fighera
fonte: La nuova Bussola Quotidiana (c)

In forma cinematografica appare a Dante un’immagine non nitida, simile ad un mulino dalle grosse pale che a poco a poco si configurano come le immense ali di Lucifero. Col loro movimento vorticoso esse trasformano l’acqua del lago in ghiaccio. Gigantesco, obbrobrioso, addirittura raccapricciante nell’aspetto, Lucifero visto da vicino non può trarre in inganno e sedurre con un’apparenza di bellezza, come fa quando tenta l’uomo. Alla vista della bruttezza di Lucifero Dante viator comprende che il male che c’è nel mondo proviene tutto da lui: «s’el fu sì bel com’elli è ora brutto,/ e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia,/ ben dee da lui procedere ogni lutto».

L’angelo che era il più bello, il più vicino a Dio ha preferito ribellarsi a Lui, invece di essere grato per quanto ricevuto. Questo è il segno del vero male, del vero peccato, della vera immoralità, consistente nell’essere più attaccati a se stessi che affezionati alla verità. Colui che aveva la Verità di fronte si è posto lui stesso come menzogna e inganno al posto di Dio. Non può che diventare una «scimmia di Dio». Dante auctor lo rappresenta in chiave antifrastica del Creatore offrendone una parodia della Trinità. Infatti scrive: «Io vidi tre facce a la sua testa!/ […] Con sei occhi piangea, e per tre menti/ gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava».

«Mendace e omicida fin dal principio» viene definito Satana da Gesù. La potente poesia dantesca traduce in immagini icastiche quanto il poeta stesso avrebbe avuto la grazia di osservare in una visione. Se pur ammettessimo la finzione letteraria della visione che presiederebbe alla raffigurazione, non potremmo negare come i nuclei portanti dell’Inferno dantesco siano suffragati e corroborati dalla tradizione biblica. Nella Bibbia l’Inferno è presentato come una condizione eterna che spetta alle anime empie, dove si soffre sensibilmente e in cui l’anima dannata è esclusa dalla comunione con Dio. Questa esclusione è trasmessa da Dante nell’Inferno dal fatto che Dio non è mai nominato esplicitamente nella cantica, ma solo attraverso perifrasi. L’Inferno è, così, il luogo dell’assenza di Dio.

La tradizione biblica, poi, conferma l’incredibile numero di anime che finiscono all’Inferno, come ha descritto Dante nel suo poema e come hanno attestato le rivelazioni private, quantunque uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Hans Uns Von Balthasar, sia arrivato a scrivere nel saggio Brevi appunti sull’Inferno che la Misericordia divina è tanto grande che l’Inferno potrebbe addirittura essere vuoto. Così, infatti scrive: «La fede nella illimitatezza dell’amore e della grazia divina giustifica anche la speranza in una universalità della redenzione, anche se, per la possibilità in linea di principio permanente della opposizione alla grazia, pure la possibilità di una dannazione eterna permane. In questa luce scompaiono di nuovo  anche i limiti […] dell’onnipotenza divina».

L’infinita Misericordia di Dio, però, non esclude la libertà umana, anzi la esalta. La bontà divina, quindi, non impedisce a priori la nostra possibilità di dannazione. Gesù stesso attesta: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta è la via che conduce alla vita, e pochi sono  quelli che la trovano!».

La via della perdizione conduce agli «abissi» o «Inferi» o «Ade» o «Geenna», nomi diversi presenti nel Nuovo Testamento per indicare l’Inferno. L’immagine più comune con cui viene raffigurato questo luogo è lo stagno di fuoco e di zolfo dove c’è «pianto o stridore di denti». Quindi, è un luogo fisico, come lo era la Geenna a Gerusalemme, una sorta di gigantesca discarica ove il fuoco brucia incessantemente la spazzatura. Gesù usa l’immagine della «fornace ardente» per parlare dell’Inferno laddove dice: «Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti».

L’immagine è confermata nell’Apocalisse laddove è scritto: «Per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte». E ancora: «Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome».

Il Lucifero dantesco è tre in uno, è divisione, discordia, tre teste in un solo corpo, parodia del Dio uno e trino. La «divina potestate, la somma sapienza e il primo amore» (la Trinità così come è indicata sull’epigrafe della porta infernale) si traducono in Lucifero nell’impotenza, nell’ignoranza e nell’odio. Dante descrive quest’angelo decaduto di gigantesche dimensioni che stanno a significare il pericolo costante che lui è per la nostra vita. Lucifero è conficcato al centro della Giudecca, dove sono puniti i traditori dei benefattori. Dalla testa centrale fuoriescono le gambe di Giuda Iscariota che ha tradito Gesù Cristo. Nelle due teste laterali sono martoriati, con il busto e il capo in fuori, Bruto e Cassio, che parteciparono alla congiura contro Cesare. Virgilio racconta che quando Lucifero si schierò contro Dio precipitò sulla terra dalla parte dell’emisfero australe. Le acque, che fuggivano da lui, si spostarono nel nostro emisfero. Il baratro infernale collocato dalla parte di Gerusalemme si formò, perché la terra fuggì da Lucifero posto in centro al pianeta e si andò a disporre nell’emisfero australe formando la montagna del Purgatorio. Giunti di fronte a Lucifero, Virgilio invita Dante ad appendersi alle sue spalle. Dopodiché si appende al pelo di Lucifero e scende «per cotali scale».

Quando i due furono «là dove la coscia/ si volge, a punto in sul grosso de l'anche», Virgilio «volse la testa ov'elli avea le zanche,/ e aggrappossi al pel com'om che sale». Dante è convinto di trovare Lucifero ancora disposto con la testa all’insù, ma si inganna. Allora Virgilio invita Dante a pensare al fatto che ha superato il punto verso cui cadono tutti i corpi gravi: «Quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto/ al qual si traggon d’ogne parte i pesi./ E se’ or sotto l’emisperio giunto/ ch’è contraposto a quel che la gran secca/ coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto».

Nei versi di cui parliamo il poeta fiorentino sfata la diffusa visione trasmessa da tanti libri di testo secondo i quali solo più tardi si sarebbe scoperto che la Terra non era piatta. Per Dante la terra è costituita da due emisferi un po’ schiacciati, l’ecumene è presente solo nell’emisfero boreale, mentre l’australe è coperto solo da acqua. Nella Quaestio de situ aquae et terrae il poeta tratterà più diffusamente dell’aspetto della Terra.

Nei versi finali Dante racconterà il percorso dal centro della Terra fino a rivedere le stelle attraverso una «natural burella» scavata nella roccia da un fiumiciattolo che scende dal Purgatorio. A questo punto Dante si troverà su una spiaggia, all’alba. Ma qui inizia un’altra avventura del viaggio: quella nel secondo Regno.


sabato, settembre 7

Se l'uomo perde l'anima

di Marco Vannini

da "La Repubblica", 13 agosto 2013 (c)
fonte: marcovannini.it

“Dio è un ente solo per i peccatori”, scrive Meister Eckhart trattando del peccato di Adamo, che non è uno dei peccati nel comune senso di infrazione al decalogo, ma il peccato, la radice di ogni male, ovvero l'affermazione del proprio essere: è essa, infatti, a produrre di riflesso un Dio-ente-altro. Commentando lo ego sum qui sum di Esodo 3,14, il passo cruciale in cui Dio svela a Mosè il suo nome, precisa poi che chiamare Dio ente è come chiamare bianco il nero, giacché Dio non è affatto ente bensì spirito, che si rivela allo spirito, quando l'egoità scompare.

È molto significativo come il maestro medievale individui con precisione a livello personale, esistenziale, ciò che la critica contemporanea ha dimostrato a livello sociale, storico. Per la scienza dei nostri giorni la Bibbia è infatti un testo eminentemente politico, e religioso solo in quanto politico: un’epopea leggendaria volta innanzitutto ad affermare l'essere di un popolo, attraverso la creazione di un Dio-ente, con cui si stipula un patto, esemplato sul patto di sottomissione ai sovrani del tempo.

Di questa epopea proprio l’Esodo è il libro chiave, perché l'Egitto è lo sfondo sul quale si è per così dire ritagliata la religione mosaica. Anche se un Mosè storico e un esodo dall'Egitto non sono fatti reali, l'egittologo contemporaneo Jan Assmann ha evidenziato infatti come dietro la figura del Mosè biblico ci sia comunque quella di un Mosè egizio, e soprattutto la rivoluzione monoteista tentata quattordici secoli prima di Cristo dal faraone Amenofi IV, Echnaton, con la sua radicale riforma religiosa, che durò peraltro solo i pochi anni della sua vita e fu poi cancellata dalla casta sacerdotale, che riprese tutto il suo potere. Un fatto su cui aveva posto l'attenzione già Freud, in L'uomo Mosè e la religione monoteista.

Il monoteismo mosaico è stato definito esclusivo in quanto il suo Dio è geloso ed esclude tutti gli altri dèi. Inclusivo era invece il monoteismo dei pagani, persuasi che i propri dèi - in realtà manifestazioni molteplici di un'unica divinità – fossero nomi diversi del dio adorato anche dagli altri popoli. Così in Apuleio, ad esempio, la dea Iside afferma di essere sempre la stessa Dea Madre, venerata nel mondo con nomi e riti diversi, e per Plutarco gli dèi non sono differenti da popolo a popolo, ma comuni a tutti, come il sole e la luna, espressione diversa di un unico Logos, di un’unica Provvidenza, anche se chiamati con differenti nomi. I pagani ammettevano infatti quella traducibilità dei nomi di Dio (Atena ovvero Minerva, Zeus ovvero Giove, ecc.) che fonda implicitamente la tolleranza, e che la Bibbia respinge invece rigorosamente.

Il monoteismo mosaico è stato perciò definito anche una controreligione, in quanto contrappone non l'unico Dio ai molti dèi, ma il vero Dio ai falsi dèi. È questa contrapposizione, basata appunto sulla “distinzione mosaica” (mosaische Unterscheidung) tra vero e falso, a generare quella divisione tra religioni che ha prodotto e produce violenza infinita. Una violenza che in effetti accompagna tutta la Scrittura, a partire proprio dall'Esodo, in cui Dio comanda il massacro degli adoratori del vitello d'oro, uccidendo “ognuno il proprio fratello, il proprio amico, il proprio parente”, e poi su su, col massacro descritto in Numeri 25, quello dei sacerdoti di Baal ad opera di Elia, fino ai libri profetici, impressionante sequenza di maledizioni verso gli adoratori dei falsi dèi.

Per la storiografia contemporanea, più che di distinzione tra monoteismo e politeismo, frutto di un'ottica posteriore, bisogna parlare dunque di religioni inclusive e esclusive, ove esclusiva è una religione che si basa su una pretesa rivelazione, e dunque su un libro e poi sui suoi sacerdoti–interpreti autorizzati, escludendo come falso tutto ciò che ne sta al di fuori. Religione irrazionale, in quanto presuppone quella petizione di principio – la sua sola rivelazione vera, divina – di cui già Spinoza e Lessing dimostrarono l'assurdità, e che ha in se stessa il germe dell'intolleranza.

La tolleranza e il pensiero religioso liberale nascono invece dall'incontro tra mistica e razionalismo. Alla mistica medievale si deve la scoperta – o, meglio, la riscoperta – di quel “fondo dell'anima”, comunque chiamato, che costituisce la scintilla divina in ogni essere umano. Si ha così la rivalutazione piena degli antichi: per Eckhart “i maestri pagani conobbero la verità prima della rivelazione cristiana”. Certo, i pagani non ebbero la credenza, ma la fede non è affatto credenza, bensì conoscenza dello spirito nello spirito (“chi crede non è figlio di Dio”) ed ebbero la carità, che è l'essenziale, perché Dio è amore e si comunica all'anima “senza mediazione”, tanto da fare una cosa sola con essa.

Il fondo dell'anima non sopporta infatti immagine alcuna, neppure un Dio comunque pensato: non libri, non sacerdoti, non rivelazioni estrinseche: tutto ciò deve assolutamente sparire, in quanto frutto della volontà, dell'egoismo particolare. La mistica medievale insegna infatti a cercare l'universale dell'umano, e perciò in essa è già implicita quella relativizzazione della Scrittura, vista nelle sue origini e nei suoi fini particolari, che prepara l'approccio filologico dell'Umanesimo.

Tutto ciò viene pienamente alla luce agli inizi dell'età moderna, dopo la violenza di Riforma e Controriforma, nutrita ancora una volta dalla Scrittura. Così per Sebastian Franck – la più grande personalità religiosa del cristianesimo moderno, come la definì Piero Martinetti – , “Dio non distingue tra gli uomini, ma è presente ai greci come ai barbari, e ai turchi, ai signori e ai servi, in quanto essi conservino la luce che è stata impressa in loro e che dona ai loro cuori un lume eterno”. Del resto “la Parola di Dio è libera ed affrancata da ogni elemento del mondo, poiché è Dio stesso, spirito e non lettera, scritta senza penna o carta nelle tavole del cuore”, e ciascuno di noi deve saperla leggere – anzi riscrivere. Così il poeta Angelus Silesius conclude il suo Pellegrino cherubico col distico: “Amico, basta ormai. Se vuoi leggere ancora/ Va' e diventa tu stesso la Scrittura e l'Essenza”. Dopo l'Illuminismo, ormai agli inizi dell'Ottocento, Schleiermacher – il grande teologo che fu innanzitutto un insigne filologo – può perciò scrivere: “Ha religione non chi crede a una Sacra Scrittura, ma chi non ne ha bisogno, anzi potrebbe farne una egli stesso”.

Non meraviglia dunque che i mistici siano spesso stati condannati dai custodi del Libro: Eckhart dal papa avignonese, Franck dai pastori luterani, Spinoza dalla sinagoga di Amsterdam, ecc.

Ai nostri giorni non è che la cosa sia molto cambiata, anzi. Oggi le religioni danno assoluto primato alla Scrittura, mettendo da parte la filosofia, la ragione – l'universale dell'uomo. La Bibbia viene usata come una grande antologia, scegliendo fior da fiore, prendendo le pagine belle e scartando quelle brutte, proprio come i retori della tarda antichità facevano con la loro mitologia: qualcosa cui non si crede più, ma da cui si può sempre produrre altra letteratura.

Questa mossa di falsità ha il suo effetto generando appunto falsità, ovvero pura retorica, che non fonda nulla e non cambia nulla. Non meraviglia perciò che molti oggi cerchino altrove, magari in Oriente, quella verità che avvertono assente nelle religioni occidentali del Libro, presentato come parola di Dio.

La menzogna più grande è però proprio nel dire: parola di Dio. Si mente non solo perché è parola umana, ma soprattutto perché così si pone in un Dio-ente-altro quella verità, quel bene, quella luce, che è solo se la si è, e non altrove. È una menzogna che facciamo innanzitutto a noi stessi, per esorcizzare il nulla che ogni intelligenza onesta intravede e che fa orrore. Come rileva finemente Simone Weil, questa menzogna, ovvero l'immaginazione, ha il fine preciso di colmare il vuoto, evitare la dolorosa “morte dell'anima”, da cui invece bisogna necessariamente passare per rinascere nello spirito. È ciò che Gesù tenta di spiegare a Nicodemo, nel capitolo terzo del vangelo di Giovanni, ma Nicodemo non riesce a capirlo, nonostante che sia magister in Israel – o forse proprio perché lo è.

E così torniamo ad Eckhart, da cui siamo partiti. Da buon medievale, ha piena fiducia nella Scrittura: ad essa “crede più che a se stesso”. D'altra parte, però – e qui si coglie tutta la portata rivoluzionaria del mistico – dice anche che potremmo fare a meno della Scrittura, perché abbiamo la creatura, giacché “ogni creatura è piena di Dio ed è un Libro”. Il libro che tutti possiamo e dobbiamo leggere è noi stessi, perché è dalla conoscenza di se stesso che nasce la conoscenza di Dio.

Eckhart, contemporaneo di Dante, aveva Scrittura e creatura. Noi, in verità, abbiamo solo questa. Una condizione che può forse scoraggiare qualcuno, ma che ha invece tutto il fascino della libertà.