"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

mercoledì, ottobre 14

​Rinvenute in un codice vaticano glosse inedite sul Corano del cardinale Nicolò da Cusa

Una rappresentazione di Nicolò da Cusa
tratta dalle «Cronache di Norimberga»
da L’Osservatore Romano, 13/10/2015
di Paolo Vian

Fra i teologi, gli intellettuali, gli uomini di Chiesa della prima metà del Quattrocento Nicolò da Cusa (1401-1464) fu colui che più prese sul serio la questione posta al cristianesimo dall’islam. Un problema che aveva evidenti risvolti politici e militari in un momento in cui la pressione turca si faceva sempre più forte, dalla Grecia ai Balcani, ma che era innanzitutto teologico.

Quale valore e significato riconoscere alla nuova fede che dal vii secolo si era estesa con impressionante rapidità e aveva divorato anche terre di antica cristianità, dai luoghi sacri all’Africa di Tertulliano, Cipriano e Agostino, dal medio al lontano oriente, che i missionari cristiani avevano appena intravisto? In un’ottica di teologia della storia, la logica della praeparatio evangelica non poteva funzionare, perché l’islam era venuto dopo, non prima, e spesso aveva cancellato presenze e vestigia cristiane. E allora? Un’eresia diabolica o comunque il frutto di un’azione provvidenziale di Dio, di cui era necessario cogliere il senso? Dal testo del Corano si potevano ricavare indizi di una possibile predisposizione a ricevere l’annuncio del Vangelo?

I quesiti non erano nuovi. L’Europa del XII secolo si era già affaticata sul problema. Il grande abate cluniacense Pietro il Venerabile aveva commissionato a Roberto di Ketton una traduzione latina del Corano e di altri opuscoli venuta alla luce nel 1144 in quel laboratorio di confronto di culture che fu la Spagna musulmana e della Reconquista cristiana, in particolare la valle dell’Ebro ove cospicua e significativa era la presenza cluniacense. In primo luogo, era necessario conoscere, leggere, sapere. Già ai tempi del concilio di Basilea, fra gli anni 1432 e 1437, il Cusano deve averne parlato a lungo con i suoi amici Enea Silvio Piccolomini (il futuro Pio II) e il cardinale spagnolo Giovanni di Segovia.

Inviato a Costantinopoli, trovò nel convento francescano di Santa Croce un Corano arabo e con l’aiuto dei frati minori cercò di leggerne alcuni passi. Di questo costante interesse del Cusano per l’islam abbiamo diverse testimonianze: nel De pace fidei, scritto dopo la notizia della caduta di Costantinopoli il 29 maggio 1453, nella lettera indirizzata a Giovanni di Segovia il 29 dicembre 1454, nella Cribatio Alkorani (1460-1461), dedicata a Pio II, ma anche nelle glosse al testo latino del Corano conservato nel manoscritto 108 del Sankt-Nikolaus-Hospital di Kues, vicino a Treviri, patria del cardinale: note e appunti che testimoniano le sue diverse reazioni, fra ottimismo missionario e pessimismo della ragione, di fronte al testo, poi confluite nelle sue varie prese di posizione.

Uno studioso spagnolo, José Martínez Gázquez, dell’Universitat Autònoma de Barcelona, ha individuato nel manoscritto Vaticano latino 4071 della Biblioteca Vaticana un nuovo gruppo di note, diverse da quelle già conosciute del manoscritto di Kues, stese dal Cusano sui margini dei fogli di un Corano latino proprio mentre a Roma, ove si era trasferito nel 1458, andava scrivendo la Cribatio Alkorani che intendeva dedicare al Papa. Una scoperta molto rilevante perché mostra l’impegno del Cusano nel coadiuvare teologicamente la strategia oggi diremmo geo-politica di Pio II verso l’islam. Un impegno che si tradusse in una nuova, attenta, profonda lettura del Corano che diede origine alle glosse che, paleograficamente, sono state con certezza ricondotte alla sua mano.

Siamo quindi al momento del confronto col testo e della prima reazione, che poi verrà elaborata in una successiva riflessione. Gli argomenti esaminati vanno dalla morte di Gesù a Maria come madre di Cristo, dalla ricezione del Corano direttamente da Dio al paradiso delle delizie carnali. Cusano probabilmente consultò il manoscritto ora vaticano nella biblioteca costituita da Niccolò V pro communi doctorum virorum commodo nel Palazzo Apostolico, cioè nella primissima fase di quella che è oggi la Biblioteca Vaticana. E attualmente, con segnature contigue a quelle del Vat. lat. 4071, sono conservati in Vaticana testimoni della Cribatio (Vat. lat. 4070) e delle opere minori che accompagnavano il Corano nella traduzione di Roberto di Ketton (Vat. lat. 4072).

Martínez Gázquez ha annunciato la scoperta nell’ultimo numero di Medieval Encounters e torna a parlarne in questi giorni a Todi (città ove il Cusano morì), nel corso del lii convegno storico internazionale del Centro Italiano di Studi sul Basso Medioevo–Accademia Tudertina dedicato a «Nicolò Cusano. L’uomo, i libri e l’opera». Ventidue studiosi esaminano aspetti diversi della biografia del cardinale (il vescovo di Bressanone, il legato papale, l’autore di sermoni, il riformatore della Chiesa), della sua biblioteca, dei suoi rapporti con pensatori e tradizioni di pensiero, da Raimondo Lullo a Meister Eckhart, dalla tradizione alchemica a quella ermetica.

La scoperta di Martínez Gázquez mostra nuovamente la fecondità del ritorno ai manoscritti, che celano ancora innumerevoli segreti ma sono generosamente pronti a rivelarli a quanti con pazienza e serietà sono disposti a interrogarli, rinunciando alle facili vie della scontata ripetizione e dei luoghi comuni. Perché, modificando ad hoc quanto diceva Amleto a Orazio, ci sono nei manoscritti più cose di quanto ne contengano i nostri manuali.