"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

venerdì, aprile 27

L'uomo contiene in sè tutto l'universo

«Concepisci l'uomo, alla maniera comune, come formato dall'unità della luce della natura umana e dall'alterità della tenebra corporea […]. Vi vedrai chiaramente le sue tre regioni, la infima, la media e la suprema e ciascuna di queste distinta nove volte. Congetturerai che vi siano, disposte gradualmente, le parti corporee che sono meno nobili, altre che continuamente fluiscono, e quelle più stabili, formali e nobilissime» - così esordisce il cardinale Nicola Cusano in De coniecturis II, 14 - il capitolo che analizziamo brevemente. Dopo aver introdotto le tematiche della vita e della natura dell'intelligenza entro il dibattito gnoseologico sulle "congetture", il cardinale decide di affrontare sic et simpliciter il Chi dell'uomo, ossia, appunto, la sua essenza (quidditas) e la sua posizione nel cosmo; è qui che egli riporta la famosa "tripartizione" dell'uomo, che d'ora in poi sarà inteso come micro-cosmo ordinato.

L'uomo, in quanto immagine di Dio, complica in sè tutto il cosmo. Questa riflessione giunge inoltre al culmine di un complesso ragionamento intentato lungo tutto il De coniecturis e vòlto a mostrare l'ordine armonico tra le parti del cosmo e che, si è detto, presto investirà anche l'uomo: similmente al cosmo e al Deus Trinitas, difatti, l'uomo è tale che la sua unità profonda si esplichi in una proporzione trina, che complica, appunto, tre regioni; esse, al livello inferiore, ci appaiono come distinte nella misura in cui svolgono funzioni differenti. L'uomo è allora uni-trino, così come unitrino è tutto l'uni-verso. Il rapporto di explicatio del Deus Trinitas nell'universo unitrino (macrocosmo) e nell'uomo (microcosmo), può essere analizzato anche seguendo una inversa direzione, cioè dalle tre regioni verso l'unità complicativa; parimenti si può infatti affermare che le tre regioni, ognuna divisa nove volte, appaiono armoniche in quanto sono complicate nell'unità dell'umano, che sta al fondo, e che, in termini aristotelici, le sostanzia e le sostiene: «l'unità dell'umano, poiché è contratta umanamente, sembra complicare tutto secondo la natura di questa contrazione. Il potere di questa sua unità abbraccia l'universalità delle cose e la contiene entro i termini della propria regione, cosicché nulla di tutto le sfugga». Per cui questa contrazione, che determina l'umano, complica in sé una triplicità di nature e funzioni che si dispongono in maniera ascensiva a seconda del maggior grado di unità che esse predicano – si assiste alla riproposizione del modello di cosmo antico secondo cui ciò che è più unito è anche più leggero e perciò è quello che, naturaliter, tende “all'alto”: «con una analoga gradualità ascensiva, pensa le nature del corpo più spirituali, alle quali è mescolata la facoltà sensitiva e fanne una suddivisione per gradi, in modo da partire dalle più ottuse e giungere alle più sottili».

La prospettiva antropologica del De coniecturis si fonda su una particolare dinamica di complicatio che rende possibile tenere insieme per un verso la sua unità profonda e per l'altro l'esplicazione delle sue funzioni attraverso una serie di livelli teoretici e di relativi strumenti – per cui, ad esempio, l'atto teoretico della vista sensibile si esplica grazie allo strumento dell'occhio. Creato a immagine di Dio e a somiglianza del cosmo, l'uomo è questa complessione delle tre regioni (o nature) del vegetativo, del sensibile e del razionale. Nello stesso capitolo, Cusano spiega inoltre che le tre nature complicate nell'uomo subiscono a loro volta una ulteriore suddivisione, ciascuna in altri nove gradi di attività teoretica; «vedi così che vi sono, disposti in tre ordini, nove gradi differenti del corpo umano che assorbono la luce sensitiva così da contenerla nell'ambito del vegetativo. E ne vedi altri nove misti, ove è presente il potere sensoriale, mescolato al sensibile e al corporeo. E infine vedi le nove differenze più nobili ove l'ombra del corpo viene assorbita dallo spirito del potere distintivo».


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